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«Scrivo al mio Paese e vi dico cosa farei»

«Scrivo al mio Paese e vi dico cosa farei»

Caro Direttore, scrivo al mio Paese. Scrivo agli italiani che tornano a casa, a quelli che non si sono mossi perché lavoravano o perché non possono lavorare. Scrivo agli imprenditori che fanno e rifanno i conti della loro azienda chiedendosi perché metà del loro lavoro di un anno debba andare a finanziare uno Stato che non riesce a finire da sempre la costruzione di un’autostrada come la Salerno-Reggio Calabria o che alimenta autentici colossi del malaffare come quelli emersi
in questi mesi.

Scrivo ai lavoratori che sentono che si è aperto un tempo nuovo e difficile, in cui, per resistere alla pressione di una globalizzazione diseguale, dovranno rinegoziare e ritrovare un equilibrio nuovo tra diritti e lavoro. Scrivo ai nuovi poveri italiani, i ragazzi precari, che arrivano a metà della vita senza uno straccio di certezza, senza un euro per la pensione, senza un lavoro sicuro, senza una casa, senza la sicurezza di poter mettere al mondo dei figli. E senza che politica e sindacati si occupino di loro.
Mi permetto di scrivere agli italiani solo perché sento di avere un minimo di titolo per farlo. In fondo due anni fa, un secolo di questo tempo leggero e bulimico, quasi quattordici milioni di italiani fecero una croce sul simbolo che conteneva il mio nome come candidato alla presidenza del Consiglio. Se un milione e mezzo dei 38 milioni di votanti avesse scelto il centrosinistra riformista invece di Berlusconi ora saremmo noi a guidare il Paese.

Ma non è successo, per tanti motivi. Come cercherò altrove di approfondire, credo più per ragioni profonde e storiche che per limiti di quella campagna elettorale che si concluse con il risultato elettorale più importante della storia del riformismo italiano. Non è successo e dopo alcuni mesi io mi feci da parte. Forse è questo l’altro titolo per il quale sento di potermi rivolgere al mio Paese. Sono stato tra i pochi che si sono fatti da parte davvero (caricandomi responsabilità certo non solo mie). Non ho chiesto alcun incarico, non ho fatto polemiche, non ho alimentato veleni. Ho semmai taciuto e ingoiato fiele, anche di fronte a varie vigliaccherie.

Cosa sta succedendo a noi italiani? Abbiamo trascorso la più folle e orrenda estate politica che io ricordi. Una maggioranza deflagrata, un irriducibile odio personale e politico tra i suoi principali contraenti, toni e giudizi che si scambiano non tra alleati ma tra i peggiori nemici. E poi dossier, colpi bassi, una orrenda aria putrida di ricatti e intimidazioni che ha messo in un unico frullatore informazione, politica e forse poteri altri costruendo un mix che non può non preoccupare chi considera la democrazia come un insieme di regole, di valori, di confini. Il Paese assiste attonito allo sfarinarsi della maggioranza solida che era emersa dalle urne, a ministri che sembrano invocare freneticamente la fine della legislatura, nuovi voti, nuovi conflitti laceranti. Mentre stanno per essere messe in circolo emissioni consistenti di titoli pubblici per finanziare il nostro abnorme debito pubblico chi governa questo Paese sembra dominato dal desiderio della instabilità. E, tutto, senza una parola di autocritica. Chi ha vinto le elezioni e ne provoca altre neanche a metà delle legislatura vorrà almeno dichiarare il proprio fallimento politico?

L’alleanza di centrodestra sembra immersa nello scenario dei Dieci piccoli indiani di Agatha Christie. Prima l’abbandono di Casini, ora la irreversibile crisi con Fini. Le forze più moderate hanno abbandonato uno schieramento sempre più dominato dalla logica puramente personale degli interessi di Berlusconi e dallo spirito divisivo di una Lega che alimenta ogni forma di egoismo sociale con lo sguardo solo al tornaconto elettorale immediato. Con effetti che già registriamo nel sentire diffuso e nei comportamenti. Un Paese che smarrisce il suo senso di comunità, la sua anima solidale, la sua coscienza unitaria finisce con lo sfarinarsi violentemente.

Quella che stiamo vivendo è una profonda crisi del nostro sistema. Era la mia ossessione quando guidavo il Pd. Mi angoscia l’idea che la democrazia rischi sotto la pressione delle spinte populistiche e dei conservatorismi di varia natura. E la crisi di questi mesi rafforza una distanza siderale tra la vita politica e i reali bisogni dei cittadini e della nazione. Berlusconi forza costantemente e pericolosamente i confini immaginando di vivere in un regime che non esiste. Se ci fosse un semipresidenzialismo lui certo non potrebbe disporre, ciò che è già una insopportabile anomalia oggi, di giornali e tv con i quali promuovere se stesso e randellare i suoi avversari. Ma neanche quella che su questo giornale è stata giustamente definita la «repubblica acefala» può fare sentire al Paese che il sistema politico tempestivamente ascolta, comprende, decide. Indeterminatezza di tempi, modalità, sedi di decisione hanno accompagnato anche altre stagioni politiche.

Questo è il rischio che corriamo, l’alternativa tra una monarchia livida e una pura difesa dell’esistente. E tra i cittadini rischia di rafforzarsi l’idea che di fronte alla velocità del nostro tempo, dei suoi repentini mutamenti sociali e finanziari, a essere più «utile» sia un sistema che decide, qualsiasi esso sia. Il rischio è che si faccia strada, anche in Occidente, quella suggestione di «democrazia autoritaria» che è già una realtà in sistemi, come quello russo o, in forma diversa, in quello cinese, che stanno segnando il tempo della fine dei blocchi. La possibilità che la società globale porti con sé un principio di disunità e che questo reclami poteri centrali forti e semplificati è molto di più di un rischio. Rimando per una analisi più compiuta al volume di John Kampfner Libertà in vendita o al bellissimo lavoro di Alessandro Colombo La disunità del mondo. In una società globale una democrazia che non decide è destinata a soccombere. Ma in una società globale la suggestione autoritaria si scontra con una irrefrenabile esigenza di libertà, libertà di sapere, dire, pensare.

Dunque l’unica strada che i veri democratici devono percorrere è quella di una repubblica forte e decidente. Ma questa comporta profonde e coraggiose innovazioni, nei regolamenti delle Camere, nell’equilibrio dei poteri tra governo e Parlamento, nelle leggi elettorali, nella riduzione dell’abnorme peso della politica, nella soppressione di istituzioni non essenziali. Bisogna semplificare e alleggerire, bisogna considerare il tempo delle decisioni come una variante non più secondaria. E, soprattutto, l’Italia, tutta, deve ingaggiare una lotta senza quartiere alla criminalità che succhia ogni anno 130 miliardi di euro alle risorse del Paese. Non basta che si arrestino i latitanti. La mafia è politica, è finanza. La mafia compra e condiziona. La mafia invade tutto il territorio e credo che ora, guardando le cronache di Milano o di Imperia, ci si accorga finalmente che non è un problema della Kalsa di Palermo o una invenzione di Roberto Saviano, ma una spaventosa realtà che altera il mercato, distorce la concorrenza, limita la libertà delle persone.

Le culture di progresso non possono declinare solo un verbo: difendere. Agli italiani non sembra di vivere in un Paese da conservare così come è. Un Paese che non ha una università tra le prime cento del mondo (dopo averle inventate), che ha una metà, meravigliosa, di sé sotto il condizionamento di poteri criminali, che ha evasione altissima e altissima pressione fiscale, che ha una amministrazione barocca e il primato dei condoni, che scarta come un cavallo l’ostacolo ogni volta che deve sfidare sondaggi e corporazioni. Un Paese fermo, che ha bisogno di correre. Che ha bisogno di politica alta, ispirata ai bisogni della nazione. Non è retorica. Parri, De Gasperi, Moro, Ciampi, Prodi e altri hanno dimostrato che si può stare a Palazzo Chigi per servire gli italiani. Bene o male, ma servire gli italiani. Non se stessi.

Spero che si concluda rapidamente l’era Berlusconi. Ma forse con una visione opposta a quella di alcuni protagonisti della vita politica italiana. Spero che finisca questo tempo non per tornare a quello passato. Non per mettere la pietra al collo al bipolarismo e riportare l’orologio ai giorni in cui pochi leader decidevano vita e morte dei governi, quasi sessanta in cinquanta anni, come l’andamento del debito pubblico testimonia in modo agghiacciante. Anche perché quei partiti avevano storie grandi che affondavano nel Risorgimento o nelle lotte bracciantili e quei leader avevano fatto, insieme, la Resistenza o la Ricostruzione. Berlusconi è stato un limite drammatico per il bipolarismo, perché la sua anomalia (una delle tante, troppe della storia italiana) ha costretto dentro recinti innaturali, pro o contro, una dialettica politica che avrebbe potuto e dovuto esprimersi nelle forme tipiche della storia del moderno pensiero politico occidentale. Senza Berlusconi in Italia potremo finalmente avere un vero bipolarismo, schieramenti fondati sulla comunanza dei valori e dei progetti, capaci di riconoscersi e legittimarsi reciprocamente in un Paese con una politica più lieve e perciò più veloce ed efficiente nella capacità di decisione del suo sistema democratico. Solo così sarà possibile affrontare, in un clima civile, l’indifferibile esigenza di ammodernamento costituzionale per dare alla democrazia la capacità di guidare davvero la nuova società italiana. Se saremo invece tanto cinici da pensare che il declino di Berlusconi possa aprire la strada a un nuovo partitismo senza partiti e alla sottrazione ai cittadini del potere di decidere il governo, finiremo con l’allungare l’agonia del berlusconismo e l’autunno italiano.

In questa estate orrenda non per caso la frase più citata dai leader politici è stata «Mi alleo anche con il diavolo pur di…». Lo ha detto Calderoli parlando del Federalismo, lo hanno detto alcuni leader del centrosinistra parlando della necessità di una santa alleanza contro Berlusconi. Io rimango dell’idea che invece le uniche alleanze credibili, prima e dopo le elezioni, siano quelle fondate su una reale convergenza programmatica e politica. In fondo il repentino declino del centrodestra conferma proprio questo. È giusto semmai che, in caso di crisi di governo, si cerchino soluzioni capaci di fronteggiare per un breve periodo l’emergenza finanziaria e sociale e di riformare la legge elettorale dando forma, per esempio attraverso i collegi uninominali e le primarie per legge, a un moderno e maturo bipolarismo. Perché poi, alle elezioni prodotte dal dissolvimento della destra, si presenti uno schieramento alternativo capace di assicurare all’Italia quella stagione di vera innovazione riformista che questo nostro Paese non ha mai conosciuto. Perché questo Paese deve uscire dall’incubo dell’immobilità che perpetua rendite e povertà. Deve conoscere un tempo di radicale, profondo cambiamento. È questo, da decenni, il frutto dell’alternanza nei diversi Paesi europei.

Il nostro è un meraviglioso Paese. Amare l’Italia e gli italiani dovrebbe essere una precondizione per partecipare alla vita politica. Chiunque alzi gli occhi nella Cappella Palatina di Palermo o nella galleria di Diana di Venaria Reale non può non sentire tutto intero l’orgoglio di essere figlio di questo Paese e della sua straordinaria e travagliata storia. Lo stesso orgoglio che si prova pensando agli italiani che lavorano per la nazione, imprenditori od operai, insegnanti o poliziotti. Per questo il nostro Paese merita di più. Merita di più dei dossier e dei veleni. Di più della politica ridotta a interesse di un leader. Di più delle alleanze con il diavolo. Il nostro Paese deve smettere di vivere dominato solo da passioni tristi. È difficile. È possibile.

Walter Veltroni

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Senza Fini la destra non ha più alibi: ora torni ad essere se stessa

Senza Fini la destra non ha più alibi: ora torni ad essere se stessa

Non esistono separazioni piacevoli, nemmeno al termine dei rapporti più logori e sfiancanti. Tutt’al più, una volta superata l’iniziale fase dell’irrazionalità, ci si deve sforzare di uscire dalla sbornia post-rottura e, così, riacquistare la lucidità necessaria per compiere un’analisi obbiettiva dell’accaduto, utile a comprendere anche e soprattutto i propri errori dei quali, spesso e volentieri, non ci rendiamo conto perché, quando si litiga, tendiamo a focalizzare tutta la nostra attenzione su quelli commessi dall’altro. Questa sorta di introspezione è molto utile se si vogliono, responsabilmente, evitare spiacevoli strascichi che, magari, vedono coinvolti anche amici e familiari. Non esiste cosa peggiore che farsi la guerra in famiglia. Esattamente quello che sta accadendo nella “famiglia” della Destra Italiana, che esce con le ossa rotte da un lento ma inesorabile processo di separazione durato circa dodici anni, ovvero da quando Fini, con un partito che, forte delle sue posizioni, alle politiche del ’96 raggiunse il suo massimo storico, pensò bene d’inciuciare col democristianissimo Mario Segni, dando vita (?) al disastroso esperimento dell’elefantino. Il risultato lo conosciamo tutti: trend positivo invertito e – 6%  rispetto alle politiche. Ergo, Alleanza Nazionale perse la sua spinta propulsiva e, con essa, ogni velleità di “sorpasso” sugli alleati di Forza Italia, stabilizzando il proprio peso elettorale attorno al 12%. Da allora, fu un susseguirsi di esternazioni, con le quali Fini ha sottoposto la base del partito ad un quotidiano sfilacciamento, costringendo, in molti casi, dirigenti e militanti a vivere nel paradosso di doversi letteralmente vergognare della propria storia e delle proprie idee. Una situazione resa ancora più umiliante ed incomprensibile dal fatto che, contestualmente, la Lega di Bossi costruiva i suoi successi elettorali facendo suoi i temi che Fini gettava a mare. Insomma, cornuti e mazziati, ma tenuti insieme da un senso d’appartenenza fuori dal comune e dalla speranza che, quantomeno, dietro alle prese di posizione dell’allora Presidente di Alleanza Nazionale ci fosse un disegno politico ben preciso. Detto questo, per onestà intellettuale, dobbiamo avere il coraggio di ammettere che in molti, troppi casi, con il nostro silenzio fummo corresponsabili di quanto stava accadendo dentro al partito. Su questo punto non ci sono scuse, soltanto rimpianti. Sì, perché di fronte a spettacoli avvilenti come quello avvenuto ieri pomeriggio alla Camera, trovo umanamente comprensibile pensare che, forse, se fossimo stati tutti un po’ più decisi nel contrastare certe prese di posizione, se avessimo avuto le palle  per dire chiaro e tondo che così non si poteva andare avanti, beh, forse Fini avrebbe preso coscienza dei suoi errori. Forse, chissà. Certo, ora che la frittata è fatta tutti questi ragionamenti lasciano il tempo che trovano ma, vivaddio, si dovrà pur aprire una riflessione seria su una frattura che, in un sol colpo, ha sancito la fine di un percorso lungo oltre sessant’anni ed ha ammaccato vistosamente la carrozzeria del Popolo della Libertà. Sarebbe grave se quanto avvenuto ci lasciasse indifferenti, perché vorrebbe dire che viviamo in uno stato di sostanziale apatia, per non dire comatoso, assuefatti a subire passivamente qualsiasi cosa venga detta o fatta. Ecco, quello che mi aspetto è un sussulto, uno scatto d’orgoglio che parta soprattutto dai giovani, ma che coinvolga anche tutta la classe dirigente, attraverso il quale si abbia il coraggio di rivendicare, una volta per tutte e con estrema chiarezza, quelle istanze e quei valori nei quali la Destra si è sempre riconosciuta. Badate bene, a scanso di equivoci, con questo non intendo certo dire che dovremmo riappropriarci di certi rituali nostalgici, ma rispettarli anziché rinnegarli spudoratamente, perché fanno parte della nostra storia. No, non credo che dovremmo sbandierare posizioni razziste o xenofobe – che, per inciso, non hanno mai fatto parte del dna della Destra Italiana – ma essere fermi nel tutelare la sicurezza dei cittadini, nel contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina e di difendere, senza se e senza ma, la nostra Identità Nazionale e le nostre tradizioni da chi non le rispetta. Come non dovremmo assumere posizioni cosiddette “clericali” a prescindere, ma nemmeno mettere in discussione il concetto irrinunciabile di sacralità della vita e le indiscutibili radici cristiane sulle quali fioriscono le nostre tradizioni e la nostra storia. Allo stesso modo, e qui passiamo ad un argomento forse meno alto ma altrettanto importante, nessuno si è mai sognato di affermare che dovremmo essere un manipolo di cagnolini scodinzolanti ai piedi di Berlusconi (come dice adesso qualcuno che, evidentemente, di scodinzolii se ne intende) ma leali e costruttivi nei confronti del governo, degli elettori che ci hanno dato fiducia e, soprattutto, di noi stessi, che ci siamo buttati anima e cuore nel progetto del partito unico del centrodestra, quella “casa comune” in nome della quale, appena due anni fa, abbiamo abbandonato la nostra. Insomma, e qui concludo, non dovremmo far altro che tornare ad essere noi stessi. Il tradizionale appuntamento di Atreju è ormai alle porte, facciamo tutti in modo che non diventi l’ennesima occasione persa.

Alessandro Nardone

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Il Cavaliere è tecnologico: si allena due ore su Facebook

Il Cavaliere è tecnologico: si allena due ore su Facebook

premier_fbSta per iniziare l’era di «Silvio 3.0». Dopo aver avviato l’esplorazione della frontiera Internet nel 1995 e aver incoraggiato la creazione della prima community dedicata a un politico con forzasilvio.it, il presidente del Consiglio sta pensando a una terza fase di approccio multimediale: quella del coinvolgimento diretto. Nella serata di sabato scorso, infatti, il premier ha dedicato oltre due ore ad aggiornarsi insieme ai responsabili della comunicazione Internet del Pdl sulle ultime novità e proposte del web, in particolar modo sul social networking. Silvio Berlusconi di fronte a un monitor è un evento fuori dal comune anche se da anni, periodicamente, il Cavaliere si dedica alle tecnologie come veicolo di proposta politica.(clicca per iscriverti al fan club del presidente del Consiglio su Facebook).

A colpirlo, secondo quanto si apprende, è stato il successo delle ultime iniziative. Il messaggio audio sulla pagina Facebook del Giornale ha ottenuto una vasta eco mediatica. Anche i cinque videomessaggi elettorali (due per il sito dei Promotori della libertà e tre per pdl.it e forzasilvio.it) hanno avuto un impatto molto forte. Il «segreto» che il presidente Berlusconi ha compreso già da tempo è la forza del viral marketing che tradotto in italiano suonerebbe più o meno come «passaparola». In buona sostanza, tutti i contenuti che il Cavaliere ha affidato ad Internet, in particolar modo dopo l’aggressione del 13 dicembre, si sono moltiplicati in mille rivoli perché la rete dà la possibilità a tutti gli utenti di condividerli su blog e siti o di inviarli via mail, consentendone una diffusione capillare che con quotidiani e tv sarebbe più complicata.

Insomma, il Cavaliere è sempre più convinto dell’importanza dei social network (Facebook e affini). «Forzasilvio.it ha raggiunto 240mila utenti registrati in dieci mesi – spiega Antonio Palmieri, responsabile Internet del Pdl – ed è un successo paragonabile a quello di my.barackobama.com negli Usa, che ha toccato quota 1,5 milioni di iscritti dopo un anno e mezzo di campagna elettorale». E se il presidente americano utilizza la propria community per coinvolgere i suoi elettori, anche Berlusconi ha fatto lo stesso. Su forzasilvio.it sono già arrivati oltre 6mila opinioni di simpatizzanti sulle riforme: per esempio, se eleggere direttamente il premier o il presidente della Repubblica e quanti parlamentari tagliare.

Non è l’unica iniziativa. Per la prima volta nella storia italiana un premier risponderà direttamente alle domande dei cittadini: fino alla mezzanotte di domani su forzasilvio.it sarà possibile inviare quesiti, e a dieci replicherà Berlusconi in persona. «È un rapporto diretto, immediato – sottolinea Palmieri – che al presidente piace molto perché gli consente una disintermediazione sia dai canali istituzionali sia dagli stessi media tradizionali. Non a caso L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio, realizzato con i messaggi giunti dopo l’aggressione di Tartaglia, è il primo esempio di libro di un politico scritto dai suoi stessi sostenitori».

Il Cavaliere ha compreso perfettamente che i suoi successi elettorali sono dovuti a una maggioranza silenziosa che sul web parla ad alta voce. E con la quale vuole tenersi costantemente in contatto. «In Parlamento molti ironizzavano sui videomessaggi paragonandolo a Osama nel bunker, ora si sono ricreduti», conclude sarcasticamente soddisfatto Palmieri.

Gian Maria De Francesco per Il Giornale

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Al Sud che vuole la sua Lega servirebbe uno come Umberto

Al Sud che vuole la sua Lega servirebbe uno come Umberto

umberto-bossiVulimm ’a Lega. Dalla Puglia alla Campania, fino alla Sardegna, sale il grido di dolore del Sud, un desiderio ardente di leghismo analogo e capovolto, il meridional-leghismo. Girando per il Sud, sento propositi bellicosi di gente che invoca l’arrivo della Lega dalle proprie parti, o annuncia clamorosi inviti al Carroccio di aprire succursali e sportelli anche in Terronia. Me lo diceva a Bari un imprenditore sveglio e anticonformista, Vito Vasile, scottato dall’assenza di una vincente leadership politica del centro-destra in Puglia, donata a Vendola; me lo ripetono in Sicilia, in tutto il Sud e a Napoli poi non vi dico.

Giusta la domanda, a mio parere, sbagliata la risposta. Giusta la domanda perché il Sud ha bisogno di una classe dirigente che si prenda cura del meridione. Il Sud proviene dal fallimento globale delle giunte regionali e locali di sinistra che lo hanno governato in questi ultimi anni; ma in alcune zone del Sud, come la Puglia, la Basilicata e la Sicilia, per ragioni diverse, anche il centro-destra non ha saputo ribaltare le amministrazioni inquisite del centro-sinistra o governare, nel caso della Sicilia. Da qui la scorciatoia mitica del Partito del Sud che è il nome indigeno di una simil Lega. Capisco l’esigenza che porta a quella scelta, ma mi pare inadeguata quella risposta. Un partito del Sud che nasca da una costola malriuscita del centro-destra partirebbe male; se poi nasce in Sicilia dove il tema Sud è remoto rispetto al tema isolano dell’autonomia, ancora di più. Ma poi non è di un duplicato della Lega che ha bisogno il Sud, che peraltro non ha un suo Bossi di riferimento. Ma di un rilancio del Sud come corpo organico dell’Italia e dell’Europa, come braccio mediterraneo di ambedue.

Non credo che il federalismo sia una sciagura per il Sud, può essere anche una strigliata e una chiamata alle proprie responsabilità; ma non mi pare che il federalismo possa essere la risposta meridionale alla sua sottorappresentazione e al suo divario. L’autonomia in Sicilia è stata un guaio, ha peggiorato i vizi e malgovernato la Regione, in tutte le versioni: sinistre, centriste e autonomiste. Al federalismo ci vuole, perlomeno, qualche contrappeso forte. Un progetto Sud dentro un progetto italiano, a sua volta compreso nel progetto euromediterraneo: la matrioska del meridione non può chiamarsi fuori. Vedo crescere a Sud con l’avvicinarsi del compleanno d’Italia una forte passione borbonica, brigantesca, antiunitaria.

Comprensibile, a tratti sacrosanta, ma rovinosa se pretende di farsi proposta politica secessionista o autonomista, o processo all’unità d’Italia e denigrazione del Risorgimento. Non condivido nemmeno chi come Galli della Loggia, nel nome giusto dell’Unità d’Italia, taccia di ignoranza chi, come Edoardo Bennato, dedica le sue ultime canzoni ai briganti e al re borbonico. Lo vede come un fallimento rispetto alle sue canzoni iconoclaste e radical degli anni Settanta; io la vedo, invece, come un mezzo rinsavimento dal cliché sessantottino e un ritorno in famiglia, dove suo fratello Eugenio già cantava il Sud dei vinti. Non è ignoranza ripensare a quella pagina di storia; è esagerato idealizzare quella monarchia in declino nell’Ottocento e il brigantaggio, che non fu solo un fenomeno criminale ma non fu nemmeno solo un fenomeno di resistenza partigiana; fu l’uno e l’altro, in una mescolanza inscindibile.

È giusto riammettere quelle memorie nel tessuto storico e civile del Sud e dell’Italia, per rimarginare le ferite e riannodare le memorie; è giusto ripensare a quella storia rimossa, capire le ragioni, le passioni, le nostalgie del Sud. Ma non è giusto farne una proposta politica, tradurle nel presente in partito del Sud o in lotta antiunitaria: non si accorgono che nel tentativo illusorio di tornare alle radici, imitano a rovescio il leghismo del Nord e si lasciano colonizzare in altro modo. No, il Sud deve riportare la sua storia nella storia d’Italia e d’Europa; e la politica del Sud deve fare la stessa cosa. Ma deve farlo da meridionale. Deve rendersi conto che il suo avversario non è il Nord, non è Roma, ma è la globalizzazione come perdita del territorio o come demente razzismo di ritorno di chi, sull’onda di libri come quello dello psicologo Richard Lynn, sostiene l’inferiorità intellettuale del Sud. Tesi imbecille, perché tutto si può dire ai meridionali meno che siano i più cretini d’Italia. Hanno meno razionalità organizzativa, meno senso civico, meno partite Iva e meno Pil, non sanno fare cittadinanza, rete, cooperativa. Fanno clan, ma questo non è solo frutto di indole mafiosa, accade anche nei Paesi anglosassoni (non a caso, la parola clan è di derivazione scozzese e non mafiosa).

Ma individualmente sono intelligenti sopra la media europea. Non si può ricavare il tasso d’intelligenza dall’organizzazione; mica siamo formiche o api operaie, siamo uomini. Dire per esempio che i siciliani sono i più stupidi d’Italia significa essere stupidi: l’intelligenza siciliana, anche nei suoi tratti eversivi, contorti e sadomasochisti, erutta come l’Etna e svetta come Punta Raisi. Altro che stupidi. Insomma, il Sud deve pensarsi non solo dentro il nostro tempo ma anche dentro l’Italia, dentro l’Europa, dentro il Mediterraneo. Deve far crescere i suoi leader, le sue classi dirigenti, i suoi progetti, ma dentro questa realtà, questo quadro politico. Non fuori o addirittura contro. Altrimenti si disperde, cade nel piccolo ribellismo che non ha mai prodotto niente di buono a Sud, solo rivolte e masanielli. Certo, ci vorrebbe un movimento popolare nel Sud, una sensibilità trasversale, un nuovo mito politico. Forse ci vorrebbe un Vendola anche alla destra, senza orecchino e senza l’anello al naso, che sniffi solo diavolicchio; un cantore politico, capace di toccare le corde antiche e profonde della passione civile, magari un po’ meno poeta e più amministratore, ma in grado di suscitare miti politici.

Un leader un po’ Vendola e un po’ Saviano, lasciatemelo dire. Una versione colta e populista che abbia però lo stesso piglio fattivo e la stessa anagrafe degli Scopelliti e dei Caldoro, vincenti in Calabria e Campania. Uno scazzamuriello magari siculo o pugliese, per compensare il gap, che sappia parlare ai ragazzi. Insomma non c’è bisogno di un nuovo partito, o di una nuova Lega; più semplicemente, o più difficilmente, c’è bisogno di leader veraci.

Marcello Veneziani per Il Giornale

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La roulette russa delle liste elettorali

La roulette russa delle liste elettorali

renata_polveriniPdl fuori. Polverini dentro. Formigoni fuori. E oggi ci toccherà vedere e raccontare chissà cos’altro. La roulette russa delle liste elettorali sta spianando quel che resta della politica e i cittadini ci stanno inondando di fax, lettere e mail che grondano di incredulità per quel che sta accadendo. Fin dal primo istante ho pensato che questo vai e vieni tribunalizio delle liste elettorali avrebbe provocato un terremoto politico. E ora ecco servita in tavola la maionese impazzita di un sistema che non riesce più a darsi né una regola né una regolata.

Qui a Il Tempo siamo stati i primi a condannare con brutale franchezza l’incapacità dei partiti nel presentare le liste, l’imbarazzante esistenza di certe sagome tragicomiche del Pdl, le colpevoli omissioni e grottesche disattenzioni del gruppo dirigente. Si pensava che i «biscottari» fossero solo a Roma, poi s’è scoperto – e la cosa non mi ha sorpreso per niente – che a Milano nel centrodestra sono più i «ganassa» che i politici di razza. Tutta l’Italia è Paese, il problema è che nel frattempo quel Paese sta correndo a tutta birra a spappolarsi sulla via Tar. Sotto gli occhi di una sinistra irresponsabile che, sotto la minaccia di una scalata dipietrista, pensa di salvarsi capitalizzando lo sfascio imminente cambiando logo e passando dalla falce al timbro e martello. Le forze antisistema avanzano, l’antipolitica si prepara al blitz e l’opposizione aleggia sul Pdl decimato come uno stormo di avvoltoi.

I nostri lettori ci chiedono: cosa sta succedendo? La risposta non è poi così difficile: accade che regole pensate per garantire il corretto funzionamento della democrazia dei partiti stiano triturando il sistema nel suo complesso. Da ragazzo leggevo con ammirazione la teoria del formalismo giuridico di Hans Kelsen, ma perfino allora, giovanissimo e inesperto delle cose della vita, mi chiedevo: tutto questo è sufficiente ad assicurare la giustizia? Siamo certi che alla democrazia basti il solo diritto positivo? O non si rischia piuttosto di produrre un moloch giuridico capace di giustificare, in nome del formalismo, anche l’errore e perfino l’orrore? Tranquilli, non sto sconfinando nella filosofia del diritto, sto solo cercando di mettere insieme i cocci del piatto della politica nostrana.

La situazione è francamente kafkiana: in Lombardia il centrodestra non ha più né il candidato alla Presidenza, Roberto Formigoni, né le liste collegate. Tabula rasa. Nel Lazio il centrodestra è ridotto in Polverini. Renata è candidata, ma il motore del Pdl è rimasto in officina in attesa di miracolose riparazioni legali. Lombardia e Lazio sono, en passant, rispettivamente la prima e la seconda regione d’Italia per prodotto interno lordo. Milano è il centro finanziario del Paese, Roma il cuore pulsante del potere politico. Davvero si può pensare che il partito più votato d’Italia possa restare fuori dalla competizione elettorale in queste due regioni? Certo, ci sono le regole e vanno rispettate. Ci sono gli incapaci e vanno sanzionati. Ma accanto a tutte queste belle e valide ragioni c’è anche una cosa che si chiama democrazia. E questa non è facilmente riducibile a una firma in calce, un timbro, un logo, un pezzo di carta bollata. Non mi stancherò mai di ripetere che la democrazia non è solo forma, è soprattutto sostanza. Ci si può arrovellare quanto si vuole su questo punto, si possono invocare mille regole, articoli, commi, codicilli, ma il corpo elettorale non è un estraneo che si può ignorare in nome delle norma astratta. Qui è in gioco qualcosa di profondo e mi pare davvero bizzarro che non ci si sia ancora resi pienamente conto di quel che può accadere.

Ho letto con grande attenzione le dichiarazioni di alcuni esponenti del centrodestra: sono frasi di gente navigata che sente il fiato sul collo del proprio elettorato. Arrabbiato. Deluso. É dai tempi di Tangentopoli che l’Italia è in perenne transizione, nel frattempo le inchieste sono riesplose, la grande mietitrice giudiziaria s’è rimessa in moto e qui, nei giornali, già sappiamo che il tappo del vulcano sta per saltare. Fidatevi, i cronisti hanno fiuto. É arrivato il momento di trovare una soluzione condivisa e di essere responsabili. Perché il voto è l’ultima cosa rimasta agli italiani.

Mario Sechi per Il Tempo

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Se questo è un corrotto

Se questo è un corrotto

bertolasoIl cinismo dei giornalisti è grande, raggiunge vette incomprensibili per chi non ha mai messo piede in un quotidiano. Noi cronisti siamo abituati a tutto. Di fronte alle più grandi tragedie il nostro humour nero prende subito il posto della sorpresa, dello sbigottimento. È il modo che abbiamo di esorcizzare la difficoltà di certe situazioni, spesso terribili.

Oggi confesso di sentirmi smarrito. La notizia di Guido Bertolaso indagato per corruzione mi lascia di stucco, stento davvero a crederci e non riesco a trovare una battuta liquidatoria e dissacrante, un epitaffio per seppellire sveltamente la vicenda e via… avanti un altro, c’è posto per tutti nel cimitero dei miti infranti. Ma c’è qualcosa che non quadra, il mosaico resta incompiuto e nell’aria volteggia come un avvoltoio il dubbio. Credo che si sentano così milioni di italiani. Guardate bene la foto che pubblichiamo sulla nostra prima pagina e ditemi, cari lettori de Il Tempo, vi sembra l’immagine di un corrotto?

Questo mestiere scartavetra l’anima, indurisce ogni pietà, corazza i sentimenti e spesso ci rende impenetrabili, ma io continuo a pensare che un uomo pronto a sfidare ogni sorte per salvare le vittime del terremoto, un uomo che ha scavato con le sue nude mani, un uomo che ha urlato al mondo la sua rabbia per i ritardi e il circo mediatico di Haiti, quell’uomo non può essere una maschera dietro la quale si celava il volto di un volgare mazzettaro. Bertolaso non ci è mai apparso come un Azzeccagarbugli degli appalti, per gli italiani è diventato il simbolo di quella parte del Paese che si risveglia quando pensi che tutto sia perduto. Un simbolo di generosità, efficienza, organizzazione, talento, tutto quello che spesso non sappiamo essere nei giorni normali, ma quando c’è l’emergenza, la catastrofe, il colpo letale, ecco che l’italiano scopre di essere popolo e non solo individuo. Bertolaso è (o era?) l’icona dei nostri momenti belli e terribili, quelli in cui scopriamo di essere una nazione solidale, un popolo con una storia, una patria, una bandiera. Un’inchiesta rischia di distruggere questo mito.

Attenzione, non si tratta solo di un terremoto politico che riguarda il governo. Qui c’è in ballo qualcosa di più grande, di altamente simbolico: sono in gioco concetti come fiducia e speranza. Fiducia in un medico che ha accompagnato l’ultimo viaggio di Papa Giovanni Paolo II nella Città Eterna, ripulito le vie di Napoli dalla monnezza e dalla vergogna planetaria, aiutato l’Aquila a credere che dopo la morte e il lutto c’è ancora un futuro; speranza in uno Stato che nella pubblica amministrazione ha anche i suoi bravi e onesti servitori. Niente. Puf! Sogni svaniti, miti infranti. Arriva la magistratura. Tintinnano le manette. Bertolaso finisce nella polvere. Anche lui, il risolvo-problemi, il medico-eroe, entra nella parte del presunto colpevole.

La condanna preventiva c’è già, la giustizia un giorno forse seguirà. È una giungla in cui sta diventando impossibile distinguere il vero dal falso, il male dal bene, il buono dal cattivo. Speriamo tutti nell’innocenza di un uomo come Guido Bertolaso. In attesa del verdetto, qualcuno in questa storia ci ha rubato freddamente un altro pezzo della nostra italiana innocenza.

Mario Sechi per Il Tempo

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Abbiamo un nuovo scrittore noir: Ciancimino Junior

Abbiamo un nuovo scrittore noir: Ciancimino Junior

massimo_cianciminoUn nuovo scrittore del giallo e dell’intrigo e non lo sapevamo. Ciancimino Junior è un vero asso nel tessere oscure trame che coinvolgono Berlusconi e l’ex ormai Forza Italia, e a renderli complici entrambi della mafia; o meglio – se dobbiamo tagliare il capello in quattro – oggetti di un accordo tra Stato e Mafia.

Un racconto, il suo – sebbene a puntate e con lacune e contraddizioni evidenti – davvero avvincente e ricco di colpi di scena che neanche Battisti, dal suo esilio brasileiro e sotto l’ala protettrice di Lula e Genro, con i suoi libri noir, riuscirebbe a immaginare.

Ma Ciancimino J. sì. Lui, nonostante la giovane età, conosce tutto della mafia e dei rapporti tra criminalità organizzata e Stato; sa bene quali legami esistevano tra il boss Provenzano e il padre, e quelli che invece legavano il primo al solito Dell’Utri e al sempre presente Berlusconi (il quale fra poco – vedrete – sarà additato come responsabile anche della strage di Ustica). Ed è curioso vedere come la favella e i ricordi, al buon junior, gli siano riaffiorati alla memoria giusto giusto qualche annetto fa, e cioè nel 2007. Invece che parlare davanti a una giudice, avesse parlato davanti a un editore, probabilmente oggi il suo libro avrebbe sgretolato il recordo di Dan Brown, il quale al suo confronto è un pivellino.

Ciancimino ha le idee davvero chiare sui fatti e sulle accuse mosse al colonello Mori e di riflesso a Berlusconi e Dell’Utri. La mafia? Ma naturalmente voleva l’immunità per Provenzano e una tv di Silvio. Per garantirsi quest’ultima avrebbe – tramite un pizzinno – minacciato il rapimento del figlio del premier, perché, come afferma Ciancimino, il “documento, insieme all’immunità di cui aveva goduto Provenzano e alla mancata perquisizione del covo di Riina, era il frutto di un’unica trattativa che andava avanti da anni [una sorta di accordo dopo le stragi del '92, nda]. Con quel messaggio Provenzano voleva richiamare il partito di Forza Italia, nato grazie alla trattativa, a tornare sui suoi passi e a non scordarsi che lo stesso Berlusconi era frutto dell’accordo.“

Non mi dilungo sul resto che potete leggere sui vari giornali e che per quanto mi riguarda lascia il tempo che trova, tanto da farmi domandare come sia tuttora possibile che ci sia (ancora) qualcuno che presti ascolto a questa persona e alle sue presunte “rivelazioni”. La nascita di Forza Italia e del centrodestra? Mica grande partecipazione democratica, mica grande adesione di popolo per contrastare il neocomunismo che già pensava di avere le mani nel potere. Macché! La mafia. Quella stessa mafia che si vorrebbe imparentare alla più grande rivoluzione democratica di questo paese senza la quale oggi a governarci ci sarebbero Prodi o D’Alema, o D’Alema o Prodi; o forse, in ossequio all’alternanza democratica, Bersani o D’Alema, oppure D’Alema o Bersani.

Dinanzi a tutte queste eresie, appare assai lucida la posizione di Angelino Alfano quando afferma che “il governo Berlusconi ha fatto con le proprie leggi esattamente il contrario di quello che prevede il famigerato Papello. La mafia non teme dibattiti e convegni, ma teme confische e carcere duro e noi abbiamo fatto la guerra alla mafia tenendo proprio come rotta quella delle confische e del rafforzamento del 41-bis, tant’è vero che il modello-Italia è diventato d’esempio per i paesi del G8.”

Questa è la migliore risposta che può essere data a personaggi come Ciancimino o ai mafiosi che dal carcere probabilmente ora godono contro coloro che hanno inasprito e aggravato le loro pene fisiche e patrimoniali.

Il Jester

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Simone antidroga «Preferite la vita»

Simone antidroga «Preferite la vita»

simoneLa droga impazza nel mondo della musica. Ma non solo in questo. «È un problema globale della società, non prendiamoci in giro con facili stereotipi. Non mettete in croce noi artisti, anche se alla parola “droga” si associano soprattutto musicisti, attori e registi».
È il pensiero del cantante Simone Tomassini (nella foto), il giorno dopo l’esclusione di Morgan dal Festival di Sanremo dopo l’intervista a “Max” in cui ha dichiarato di fare abitualmente uso di crack (anche se

poi ha ritrattato). Un segreto di Pulcinella, quello della droga che devasta le sette note e il rock in particolare. «Venti anni fa poteva essere un prodotto d’élite, per chi aveva disponibilità economiche – precisa Simone – Oggi purtroppo non è più così, non è solo l’ambiente dello spettacolo ad essere invaso da sostanze stupefacenti, è la società intera. Pensiamo ai modelli negativi che in questo senso giungono dal mondo del calcio. Anche chi ha un reddito normale, può cadere nel vizio».
Simone con il suo lavoro di musicista lancia un appello: scegliete la vita. «Nel 2006 ho anche inciso un disco al riguardo, “Sesso Gioia e Rock ’n Roll”, per dire che preferisco la vita alla droga, sostituendolo al celebre motto “sex & drugs & rock’n roll” (fu anche il titolo di una celebre canzone di Ian Dury, ndr). Insomma amo la vita e penso che quando capitano come a tutti cose belle o brutte sia meglio accettarle rimanendo sani di mente, ragionando sempre con la propria testa».
Per Tomassini quindi è ora di smetterla con l’equazione rock=droga. «Il problema degli stupefacenti, insisto, ormai è globale e totale – dice – Li vendono fuori dalle scuole, li consumano d’abitudine nelle discoteche, ne fanno uso tutti, ovunque».
Ma se fai parte del mondo del rock, come non cadere in tentazione? «Se hai successo, è facile essere avvicinati da consumatori e spacciatori. Ma contano gli amici che hai intorno, e conta soprattutto se sei forte, dentro. Certo, i miti del passato sono un monito. Jimi Hendrix è un genio di riferimento anche per me, come me era mancino. Ma probabilmente ha fatto una brutta fine perché era attorniato da gente pericolosa. E poi ci sono anche miti musicali positivi, che non hanno fatto uso di droga. Penso ad esempio a Frank Sinatra».
Ma Simone come si difende, quindi? «Non sono mai stato avvicinato dal problema droga perché i miei colleghi musicisti evitano anche solo di parlarmene. Sanno che sono pulito. Che ho detto no in modo chiaro. Che a casa mia la droga non entra e non entrerà mai, e se un mio amico cade nel vizio è mio dovere tirarlo fuori, anche per le orecchie se è il caso».
E, tornando alla musica, Simone conclude: «Morgan? Io da Sanremo l’avrei eliminato perché ormai non è più un cantante ma un professore di musica. Non credo molto nelle selezioni tv per nuovi musicisti come “Amici” e “X-Factor”. Preferisco pensare che alla musica si arrivi lavorando sodo. Sto scrivendo il disco nuovo, e ho in mente tanti progetti per i prossimi mesi. Preferisco rimboccarmi le maniche, altro che droga. Lo ribadirò lunedì prossimo alle 17.30, alla sala prove dell’ex ospedale San Martino di Como, per l’“Open day” di “Musica in Rete” in cui mi hanno invitato come testimonial per la presentazione della nuova sala prove. Darò un segno di positività, ribadirò che la musica è una cosa seria, e che non bisogna credere ai falsi modelli. Se hai talento, devi svilupparlo con tenacia, sudando. Io suono da quando avevo 5 anni, faccio da sempre concerti live, e credo più che mai oggi si debba ripartire dai fondamentali. Basta suonare con la base, basta karaoke. Meglio fare come i musicisti che ho visto di recente a New York: si consumano le dita sulle corde, prima di dirsi musicisti veri».

Lorenzo Morandotti per Il Corriere di Como

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Usa, 007 e Seychelles: il lato oscuro di Di Pietro

Usa, 007 e Seychelles: il lato oscuro di Di Pietro

OITTP-VILIPENDIO-DIPIETRO-BELPIETROSe si vuole capire davvero la furibonda arrabbiatura di Antonio Di Pietro per il dossier che (secondo quanto da lui stesso rivelato) lo vorrebbe collegare all’universo dei servizi segreti, bisogna andare indietro di dieci anni e più. All’ultimo periodo italiano di Bettino Craxi, e poi al lungo crepuscolo ad Hammamet. È in quel periodo che il leader socialista rende sempre più esplicita la sua convinzione, maturata fin dagli esordi di Mani Pulite e poi rafforzatasi strada facendo: quella che l’origine dei suoi guai giudiziari stia da qualche parte nella nebulosa dei servizi segreti, e più direttamente nella frangia della nostra intelligence di obbedienza americana. La convinzione che Mani Pulite fosse stata – se non progettata – comunque oliata ed agevolata da Oltreoceano, da quella parte di establishment Usa deciso a chiudere i conti con l’anomalia italiana, con l’Andreotti del dialogo con gli arabi, con il Craxi dell’affronto di Sigonella.

Questa convinzione – ribadita implicitamente pochi giorni fa da Rino Formica, ex ministro socialista – passava necessariamente per una rivisitazione del personaggio Di Pietro. Non c’erano solo le Mercedes, i prestiti, le piccole magagne per cui Di Pietro verrà processato e assolto. C’erano dubbi ben più corposi, e che comportavano una rilettura integrale della biografia del magistrato milanese: una carriera solo in apparenza naif, e in realtà compiuta sotto l’egida degli apparati occulti dello Stato, di qua e di là dall’Atlantico. È una ipotesi che, oggi come allora, Di Pietro considera una calunnia senza capo né coda. E fornisce risposte – a volte precise, a volte meno – sui misteri, veri o presunti, della sua storia personale. Eccone una sintesi.

Il rientro in Italia Secondo le biografie autorizzate, Di Pietro emigra in Baviera nel 1971, a ventun anni, e rientra in Italia due anni dopo. Colpo di scena. Viene assunto dall’Aeronautica militare, e assegnato alla struttura che si occupa di controllare la sicurezza delle forniture ad alta tecnologia bellica delle nostre industrie. È una mansione da sempre svolta in parallelo con un reparto apposito del Sismi, l’Antiproliferazione. E comunque chi vi lavora deve godere di un lasciapassare di sicurezza che in quegli anni viene rilasciato proprio dagli 007. Come fa Di Pietro a ottenere immediatamente il nulla osta? La versione di Tonino è semplice: ho fatto un concorso come impiegato civile, l’ho vinto e sono entrato all’Aeronautica.

La laurea Il 19 luglio 1978 Di Pietro si laurea in Giurisprudenza alla Statale di Milano. Nel giro di trentuno mesi ha sostenuto ventidue esami, a un ritmo forsennato. Un esame che terrorizza tutti gli studenti di legge, «Istituzioni di diritto privato», lo sostiene e lo passa dopo appena un mese dall’esame precedente. Si laurea con una tesi in Diritto costituzionale, voto 108/110. «Lavoravo di giorno e studiavo di notte», è sempre stata la versione di Di Pietro: e d’altronde la sua incredibile capacità di lavoro è nota. Ma una serie di stranezze rafforzano i dubbi di chi ipotizza che il suo percorso accademico sia stato accompagnato da segnalazioni e raccomandazioni. Un appunto del centro Sisde di Milano sostiene che Di Pietro in quegli anni era in contatto con un diplomatico Usa in servizio nel nord Italia, e con una associazione vicina alla Cia. In una indagine riservata dei carabinieri dell’Anticrimine milanese si legge che il giorno in cui risulta avere sostenuto un esame, in realtà Di Pietro era fuori città: ma sono illazioni che resteranno prive di riscontro. Come pure i sospetti sul ruolo di Agostino Ruju, avvocato, legato ai nostri servizi segreti, che alla Statale fa l’assistente di Diritto costituzionale quando Di Pietro si laurea proprio in quella materia. A indicare Ruju come uomo dell’intelligence sarà Roberto Arlati, uno dei collaboratori più stretti del generale Dalla Chiesa. Peraltro sia Ruju che Arlati verranno arrestati da Di Pietro nel corso di Mani Pulite.

Al fianco di Dalla Chiesa? In una intervista a Paolo Guzzanti, la madre di Emanuela Setti Carraro racconta che Di Pietro lavorava agli ordini di suo suocero, il generale Dalla Chiesa, nella lotta al terrorismo. Non indica date precise, ma l’episodio dovrebbe essere precedente al 1980, quando Dalla Chiesa viene trasferito al comando della divisione Pastrengo: all’epoca, dunque, Di Pietro è ufficialmente ancora un dipendente civile dell’Aeronautica.

L’ingresso in magistratura Sul concorso con cui, due anni dopo la laurea, Di Pietro entra in polizia non ci sono ombre. Nei dossier craxiani ce ne sono invece, e corpose, sul modo in cui nel 1981 il commissario diventa magistrato, superando al primo colpo un concorso famoso per la sua asprezza. Ai giudici della commissione d’esame resta impressa una certa rozzezza espositiva del candidato. A presiedere la commissione c’è il giudice Corrado Carnevale che più tardi racconterà di essersi fatto commuovere dal curriculum dell’ex emigrante. Ma ancora più inconsueto è quanto accade tre anni dopo, quando il consiglio giudiziario di Brescia valuta l’«uditorato» (cioè l’apprendistato) di Di Pietro. È un giudizio molto severo, che conclude per l’inadeguatezza di Di Pietro a diventare magistrato. Ma il Csm ribalta tutto e promuove l’uditore Di Pietro. Tra i membri del Csm c’è allora Ombretta Fumagalli Carulli, una deputata Dc in ottimi rapporti con gli Usa, che diventerà uno dei primi fan delle indagini anti-corruzione a Milano. Ma Di Pietro ha dalla sua una dichiarazione al Csm del procuratore capo di Bergamo, Cannizzo, che appena un anno dopo cambia radicalmente il giudizio su di lui, aprendogli la strada al trasferimento alla Procura di Milano.

Il viaggio alle Seychelles È l’episodio più surreale, quello dove è più difficile collocare le tessere in un mosaico sensato. Ruota intorno a Francesco Pazienza, un faccendiere dai mille contatti, iscritto alla loggia P2, bene introdotto negli ambienti dei nostri servizi segreti. Nel 1984 Pazienza viene accusato di avere creato, insieme ad alcuni boss dell’intelligence, una sorta di servizio segreto parallelo, viene colpito da mandato di cattura e si rifugia alle Seychelles. Craxi, che allora è presidente del Consiglio, gli scatena contro il Sismi. Mentre i servizi cercano inutilmente di afferrarlo, alle Seychelles sbarca Di Pietro, sostituto procuratore a Bergamo, ufficialmente in viaggio di piacere. Di Pietro si mette sulla tracce di Pazienza, all’insaputa dei suoi capi. In una dichiarazione riportata dal giornalista Filippo Facci, l’allora capo del Sismi Fulvio Martini ipotizza che «Di Pietro lavorasse anche per il ministero degli Interni e avesse mantenuto legami con il precedente mestiere».

Il viaggio in America Nel 1985 Di Pietro arriva a Milano, in Procura. Inizia a scavare sul marcio nella pubblica amministrazione partendo dal caso delle «patenti facili». Tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992, con la testimonianza di Luca Magni e l’arresto di Mario Chiesa, dà il via all’operazione Mani Pulite. Nel giro di poche settimane viene sollevato il coperchio sulla inverosimile commistione tra business e politica che si è impadronito dell’ex «capitale morale». Tutta l’Italia tifa per Di Pietro. Ma a ottobre, nel pieno del tourbillon dell’inchiesta, il pm sparisce improvvisamente da Milano e vola negli Stati Uniti. Non si sa bene cosa faccia. Di certo partecipa all’interrogatorio di un imprenditore italiano, tale Grassetto. Poi svanisce, i cronisti italiani gli danno la caccia tra New York, Los Angeles, la Pennsylvania. Sui giornali si parla di una traccia che metterebbe in collegamento le indagini di Mani Pulite con i fondi americani di Cosa Nostra: non se ne saprà mai più nulla. Di Pietro fa una sola dichiarazione: «Siamo qui per alcuni incontri con giuristi e agenti dell’ Fbi che ci devono spiegare come si fanno qui in America certe indagini». Ma si dice che venga ospitato anche da quelli della Kroll, la superagenzia di investigazioni private che da sempre lavora anche per l’intelligence a stelle e strisce.

Dimissioni dalla magistratura Qui i servizi segreti non c’entrano, ma siamo comunque nella categoria del «giallo». Il 6 dicembre ’94, dopo avere concluso la sua requisitoria nel processo Enimont, Di Pietro si toglie la toga e comunica al procuratore Borrelli la sua decisione di lasciare la magistratura. Nei giorni precedenti appariva provato psicologicamente, c’è chi racconta di averlo visto scoppiare a piangere all’improvviso, senza motivo, in ufficio. La spiegazione di Di Pietro è: sapevo che stavo per venire incriminato, dimettendomi ho evitato che a venire travolta fosse l’intera inchiesta e contemporaneamente ho potuto difendermi con maggiore libertà. I fatti gli daranno ragione, verrà assolto e Mani Pulite andrà avanti (anche se per poco). Eppure sono in diversi a pensare che anche la storia di quell’addio sia, in tutto o in parte, ancora da scrivere.

Luca Fazzo per Il Giornale

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Cosa significa essere italiani? Dibattito sull’identità nazionale

Cosa significa essere italiani? Dibattito sull’identità nazionale

frecce tricoloreChe cosa significa essere italiani, oggi? Prima di tutto sentirsi italiani e contenti di esserlo. Il che non vuol dire churchillianamente, «sto con il mio Paese (o il mio popolo) giusto sbagliato che sia». Significa non denigrarsi, attività che ci è molto congeniale, e essere coscienti che la nostra storia e la nostra cultura fanno di noi un popolo molto speciale, quali che siano i problemi che dobbiamo affrontare – oggi – come nazione e Stato. Significa capire che in molti Paesi dell’Occidente possono esserci realtà, politiche e sociali, migliori di quelle di cui disponiamo noi: ma questo non significa che ovunque, tutto, sia meglio che da noi, meglio di noi. Continuando con questa autodenigrazione, così provinciale, finiremmo per ridurci psicologicamente proprio come quegli extracomunitari che sognano di arrivare in un Paese «altro», quale che sia.

Essere italiani, oggi, significa accettare l’evento epocale della globalizzazione sapendo che non la si può evitare, ma anche che non si deve farsene divorare. E che l’unico modo per mantenere la nostra identità è, appunto, volerne avere una, rispettarla, proteggerla. Significa continuare a subire l’Europa unita (perché l’abbiamo subita, non voluta) senza cedere all’appiattimento che l’Ue vuole imporre a tutti i popoli europei per formarne un altro, gigantesco e astratto, senza radici e senza coscienza di sé. Charles de Gaulle parlava di «una certa idea della Francia», che ai suoi occhi era «come la Santa Vergine di un affresco medioevale, votata ad un destino eminente ed eccezionale». La grandeur.

Dopo il fascismo, nessun italiano mediamente prudente oserebbe dire qualcosa del genere di noi/popolo e della nostra patria. L’ha fatto, di recente, un’italiana geniale quanto coraggiosa, Ida Magli: «Gli italiani hanno avuto e hanno intelligenza e creatività superiore a tutti gli altri popoli. Per questo sono stati e sono superiori» (Elogio agli italiani, Rizzoli, 2000). Naturalmente, la superiorità ci viene dalla nostra storia e da come ci ha formati e sviluppati, certo non da questioni biologiche di razza. Autodenigrarci, sport nazionale, per le quotidiane miserie della cronaca e della politica significa avere sguardo da miope, e ignorare i secoli di storia che hanno fatto – fanno – di noi un grande popolo. È lo stesso motivo per cui i francesi si sentono, e sono, un grande popolo. Loro, però, non giocano al ribasso, si compiacciono di sé e amano se stessi nella propria nazione (e per questo ci stanno antipatici).

È esemplare quanto ha dichiarato il ministro dell’Immigrazione, dell’Integrazione e dell’Identità nazionale Eric Besson: la nazione «rappresenta un valore imprescindibile di fronte alle sfide poste dalla deriva dei nuovi integralismi, dallo sviluppo delle attuali forme di comunitarismo e di regionalismo, dalla costruzione progressiva dell’identità europea, dalla mondializzazione dell’economia». È così che un governo moderatamente di destra come quello francese non ha nessun imbarazzo a chiamare un ministero dell’«Identità nazionale», ben sapendo che l’espressione fu usata come cavallo di battaglia, tre decenni fa, dal deprecato xenofobo Jacques Le Pen. Con la stessa indifferenza ai luoghi comuni del politicamente corretto, Besson ha lanciato un grande dibattito su che cosa significa «essere francese oggi»: ovvero, anche, su come possa diventarlo un immigrato extracomunitario. Tutt’altro dibattito, si badi bene, da quello – piccino – in corso da noi: se concedere il voto alle amministrative, e quando dare la cittadinanza, e se nascere in Italia basti per essere italiani. Qui si tratta di integrazione fra culture, difficile da operare per legge. Lo scambio fra culture diverse è da sempre uno strumento di progresso. Confrontandosi e interagendo l’una con l’altra, la somma di esperienze, tradizioni e caratteristiche che chiamiamo «cultura» può arricchire i diversi gruppi. Grazie alla lingua, alla religione, alla storia comuni, a due guerre mondiali, al fascismo, alla Chiesa, alla televisione e ai centocinquanta anni trascorsi, possiamo dire di essere un popolo coeso, più unito di quanto sembri dalle differenze nord/sud.

Ma siamo anche un popolo abituato da secoli a considerare gli altri come diversi e ostili in quanto invasori e padroni, anche se apportatori di ordine, tranquillità e angherie da accettarsi per quieto vivere («Franza o Spagna purché se magna»). Siamo abituati a integrazioni «alte», con culture superiori alla nostra per ordinamento amministrativo, capacità militari, rapidità evolutiva, ma che abbiamo reso sempre poco influenti sul nostro modo di essere perché potevamo opporre loro una superiorità estetica e storica. Né, per mancanza di colonie a lungo tenute, siamo abituati a culture diverse da quelle europee, che nascono in gran parte dalla matrice latina, quindi da noi. All’improvviso, da pochi anni, ci troviamo a dover convivere – senza averlo scelto – con popoli che non conoscono e non riconoscono la nostra storia, la nostra religione, la nostra cultura.

Non occorre citare i fatti di Rosarno per capire che l’Italia e gli italiani sono turbati dalla grande trasformazione sociale dovuta alla massiccia immigrazione di gente di cultura e religione diversa. È un fenomeno che viviamo in ritardo rispetto all’Europa e che stiamo affrontando (meglio, non affrontando) in modo inadeguato, incerto, confuso. Non siamo aiutati, in questo frangente, da un mondo politico/intellettuale pochissimo analitico e propositivo, dominato da un buonismo insulso o da una ripulsa istintuale. Gli intellettuali, in particolare, ci mettono del loro dividendosi fra «arcitaliani» e «antitaliani»: entrambi i gruppi intenti a difendere una propria eccellenza – pro o contro – che finisce per essere la stessa cosa: perché gli «arci» sono anche «anti» e viceversa. E, fra una preposizione e l’altra, perdono la strada. Che è, poi, quella maestra di una definizione antica: un popolo è fatto dalla sua lingua, dalla sua storia, dalla sua religione.

La lingua si impara. Chi è bravo, alla svelta, chi lo è meno in parecchio tempo. Ma una cosa è parlare una lingua per essere in grado di comunicare, altra cosa è coglierne i profondi significati di senso. Anche la storia si impara, più facilmente, ma la «comunanza di storia» è fatta non di libri e date e avvenimenti, bensì di un sentire comune, formato evento dopo evento nei secoli, con le esperienze della vita quotidiana. Io sono, anche, quel che sono stati i miei trisnonni, di cui si è persa la memoria. Quanto alla religione, è il più difficile dei problemi, perché investe tutto il modo di essere, anche gli strati più profondi e inconsci del comportamento. Tant’è che un convertito – da qualsiasi religione a qualsiasi altra – rimane culturalmente cristiano, o ebreo, o musulmano.

A dimostrare che la religione è l’elemento più importante per la comprensione fra popoli (e ve lo dice un non credente) abbiamo esempi quotidiani, a centinaia di migliaia: il nostro rapporto con sudamericani e filippini (geograficamente lontanissimi) è molto più facile, immediato e meno spigoloso che con gli islamici provenienti da cento miglia oltre il Mediterraneo. I musulmani che vengono in Italia per motivi economici, aderiscono con più difficoltà – quando lo fanno – ai nostri modi di essere, alla nostra cultura, perché hanno storie e modelli forti, diversi dai nostri e per loro difficilmente rinunciabili. Infine, al di là dei problemi di lingua, storia, religione, ce n’è un altro. L’immigrato, perdiventare davvero italiano, dovrebbe avere – intimamente – il piacere di esserlo. Lo stesso che dobbiamo avere noi.

Giordano Bruno Guerri per Il Giornale

www.giordanobrunoguerri.it

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