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Usa, 007 e Seychelles: il lato oscuro di Di Pietro

Usa, 007 e Seychelles: il lato oscuro di Di Pietro

OITTP-VILIPENDIO-DIPIETRO-BELPIETROSe si vuole capire davvero la furibonda arrabbiatura di Antonio Di Pietro per il dossier che (secondo quanto da lui stesso rivelato) lo vorrebbe collegare all’universo dei servizi segreti, bisogna andare indietro di dieci anni e più. All’ultimo periodo italiano di Bettino Craxi, e poi al lungo crepuscolo ad Hammamet. È in quel periodo che il leader socialista rende sempre più esplicita la sua convinzione, maturata fin dagli esordi di Mani Pulite e poi rafforzatasi strada facendo: quella che l’origine dei suoi guai giudiziari stia da qualche parte nella nebulosa dei servizi segreti, e più direttamente nella frangia della nostra intelligence di obbedienza americana. La convinzione che Mani Pulite fosse stata – se non progettata – comunque oliata ed agevolata da Oltreoceano, da quella parte di establishment Usa deciso a chiudere i conti con l’anomalia italiana, con l’Andreotti del dialogo con gli arabi, con il Craxi dell’affronto di Sigonella.

Questa convinzione – ribadita implicitamente pochi giorni fa da Rino Formica, ex ministro socialista – passava necessariamente per una rivisitazione del personaggio Di Pietro. Non c’erano solo le Mercedes, i prestiti, le piccole magagne per cui Di Pietro verrà processato e assolto. C’erano dubbi ben più corposi, e che comportavano una rilettura integrale della biografia del magistrato milanese: una carriera solo in apparenza naif, e in realtà compiuta sotto l’egida degli apparati occulti dello Stato, di qua e di là dall’Atlantico. È una ipotesi che, oggi come allora, Di Pietro considera una calunnia senza capo né coda. E fornisce risposte – a volte precise, a volte meno – sui misteri, veri o presunti, della sua storia personale. Eccone una sintesi.

Il rientro in Italia Secondo le biografie autorizzate, Di Pietro emigra in Baviera nel 1971, a ventun anni, e rientra in Italia due anni dopo. Colpo di scena. Viene assunto dall’Aeronautica militare, e assegnato alla struttura che si occupa di controllare la sicurezza delle forniture ad alta tecnologia bellica delle nostre industrie. È una mansione da sempre svolta in parallelo con un reparto apposito del Sismi, l’Antiproliferazione. E comunque chi vi lavora deve godere di un lasciapassare di sicurezza che in quegli anni viene rilasciato proprio dagli 007. Come fa Di Pietro a ottenere immediatamente il nulla osta? La versione di Tonino è semplice: ho fatto un concorso come impiegato civile, l’ho vinto e sono entrato all’Aeronautica.

La laurea Il 19 luglio 1978 Di Pietro si laurea in Giurisprudenza alla Statale di Milano. Nel giro di trentuno mesi ha sostenuto ventidue esami, a un ritmo forsennato. Un esame che terrorizza tutti gli studenti di legge, «Istituzioni di diritto privato», lo sostiene e lo passa dopo appena un mese dall’esame precedente. Si laurea con una tesi in Diritto costituzionale, voto 108/110. «Lavoravo di giorno e studiavo di notte», è sempre stata la versione di Di Pietro: e d’altronde la sua incredibile capacità di lavoro è nota. Ma una serie di stranezze rafforzano i dubbi di chi ipotizza che il suo percorso accademico sia stato accompagnato da segnalazioni e raccomandazioni. Un appunto del centro Sisde di Milano sostiene che Di Pietro in quegli anni era in contatto con un diplomatico Usa in servizio nel nord Italia, e con una associazione vicina alla Cia. In una indagine riservata dei carabinieri dell’Anticrimine milanese si legge che il giorno in cui risulta avere sostenuto un esame, in realtà Di Pietro era fuori città: ma sono illazioni che resteranno prive di riscontro. Come pure i sospetti sul ruolo di Agostino Ruju, avvocato, legato ai nostri servizi segreti, che alla Statale fa l’assistente di Diritto costituzionale quando Di Pietro si laurea proprio in quella materia. A indicare Ruju come uomo dell’intelligence sarà Roberto Arlati, uno dei collaboratori più stretti del generale Dalla Chiesa. Peraltro sia Ruju che Arlati verranno arrestati da Di Pietro nel corso di Mani Pulite.

Al fianco di Dalla Chiesa? In una intervista a Paolo Guzzanti, la madre di Emanuela Setti Carraro racconta che Di Pietro lavorava agli ordini di suo suocero, il generale Dalla Chiesa, nella lotta al terrorismo. Non indica date precise, ma l’episodio dovrebbe essere precedente al 1980, quando Dalla Chiesa viene trasferito al comando della divisione Pastrengo: all’epoca, dunque, Di Pietro è ufficialmente ancora un dipendente civile dell’Aeronautica.

L’ingresso in magistratura Sul concorso con cui, due anni dopo la laurea, Di Pietro entra in polizia non ci sono ombre. Nei dossier craxiani ce ne sono invece, e corpose, sul modo in cui nel 1981 il commissario diventa magistrato, superando al primo colpo un concorso famoso per la sua asprezza. Ai giudici della commissione d’esame resta impressa una certa rozzezza espositiva del candidato. A presiedere la commissione c’è il giudice Corrado Carnevale che più tardi racconterà di essersi fatto commuovere dal curriculum dell’ex emigrante. Ma ancora più inconsueto è quanto accade tre anni dopo, quando il consiglio giudiziario di Brescia valuta l’«uditorato» (cioè l’apprendistato) di Di Pietro. È un giudizio molto severo, che conclude per l’inadeguatezza di Di Pietro a diventare magistrato. Ma il Csm ribalta tutto e promuove l’uditore Di Pietro. Tra i membri del Csm c’è allora Ombretta Fumagalli Carulli, una deputata Dc in ottimi rapporti con gli Usa, che diventerà uno dei primi fan delle indagini anti-corruzione a Milano. Ma Di Pietro ha dalla sua una dichiarazione al Csm del procuratore capo di Bergamo, Cannizzo, che appena un anno dopo cambia radicalmente il giudizio su di lui, aprendogli la strada al trasferimento alla Procura di Milano.

Il viaggio alle Seychelles È l’episodio più surreale, quello dove è più difficile collocare le tessere in un mosaico sensato. Ruota intorno a Francesco Pazienza, un faccendiere dai mille contatti, iscritto alla loggia P2, bene introdotto negli ambienti dei nostri servizi segreti. Nel 1984 Pazienza viene accusato di avere creato, insieme ad alcuni boss dell’intelligence, una sorta di servizio segreto parallelo, viene colpito da mandato di cattura e si rifugia alle Seychelles. Craxi, che allora è presidente del Consiglio, gli scatena contro il Sismi. Mentre i servizi cercano inutilmente di afferrarlo, alle Seychelles sbarca Di Pietro, sostituto procuratore a Bergamo, ufficialmente in viaggio di piacere. Di Pietro si mette sulla tracce di Pazienza, all’insaputa dei suoi capi. In una dichiarazione riportata dal giornalista Filippo Facci, l’allora capo del Sismi Fulvio Martini ipotizza che «Di Pietro lavorasse anche per il ministero degli Interni e avesse mantenuto legami con il precedente mestiere».

Il viaggio in America Nel 1985 Di Pietro arriva a Milano, in Procura. Inizia a scavare sul marcio nella pubblica amministrazione partendo dal caso delle «patenti facili». Tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992, con la testimonianza di Luca Magni e l’arresto di Mario Chiesa, dà il via all’operazione Mani Pulite. Nel giro di poche settimane viene sollevato il coperchio sulla inverosimile commistione tra business e politica che si è impadronito dell’ex «capitale morale». Tutta l’Italia tifa per Di Pietro. Ma a ottobre, nel pieno del tourbillon dell’inchiesta, il pm sparisce improvvisamente da Milano e vola negli Stati Uniti. Non si sa bene cosa faccia. Di certo partecipa all’interrogatorio di un imprenditore italiano, tale Grassetto. Poi svanisce, i cronisti italiani gli danno la caccia tra New York, Los Angeles, la Pennsylvania. Sui giornali si parla di una traccia che metterebbe in collegamento le indagini di Mani Pulite con i fondi americani di Cosa Nostra: non se ne saprà mai più nulla. Di Pietro fa una sola dichiarazione: «Siamo qui per alcuni incontri con giuristi e agenti dell’ Fbi che ci devono spiegare come si fanno qui in America certe indagini». Ma si dice che venga ospitato anche da quelli della Kroll, la superagenzia di investigazioni private che da sempre lavora anche per l’intelligence a stelle e strisce.

Dimissioni dalla magistratura Qui i servizi segreti non c’entrano, ma siamo comunque nella categoria del «giallo». Il 6 dicembre ’94, dopo avere concluso la sua requisitoria nel processo Enimont, Di Pietro si toglie la toga e comunica al procuratore Borrelli la sua decisione di lasciare la magistratura. Nei giorni precedenti appariva provato psicologicamente, c’è chi racconta di averlo visto scoppiare a piangere all’improvviso, senza motivo, in ufficio. La spiegazione di Di Pietro è: sapevo che stavo per venire incriminato, dimettendomi ho evitato che a venire travolta fosse l’intera inchiesta e contemporaneamente ho potuto difendermi con maggiore libertà. I fatti gli daranno ragione, verrà assolto e Mani Pulite andrà avanti (anche se per poco). Eppure sono in diversi a pensare che anche la storia di quell’addio sia, in tutto o in parte, ancora da scrivere.

Luca Fazzo per Il Giornale

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Cosa significa essere italiani? Dibattito sull’identità nazionale

Cosa significa essere italiani? Dibattito sull’identità nazionale

frecce tricoloreChe cosa significa essere italiani, oggi? Prima di tutto sentirsi italiani e contenti di esserlo. Il che non vuol dire churchillianamente, «sto con il mio Paese (o il mio popolo) giusto sbagliato che sia». Significa non denigrarsi, attività che ci è molto congeniale, e essere coscienti che la nostra storia e la nostra cultura fanno di noi un popolo molto speciale, quali che siano i problemi che dobbiamo affrontare – oggi – come nazione e Stato. Significa capire che in molti Paesi dell’Occidente possono esserci realtà, politiche e sociali, migliori di quelle di cui disponiamo noi: ma questo non significa che ovunque, tutto, sia meglio che da noi, meglio di noi. Continuando con questa autodenigrazione, così provinciale, finiremmo per ridurci psicologicamente proprio come quegli extracomunitari che sognano di arrivare in un Paese «altro», quale che sia.

Essere italiani, oggi, significa accettare l’evento epocale della globalizzazione sapendo che non la si può evitare, ma anche che non si deve farsene divorare. E che l’unico modo per mantenere la nostra identità è, appunto, volerne avere una, rispettarla, proteggerla. Significa continuare a subire l’Europa unita (perché l’abbiamo subita, non voluta) senza cedere all’appiattimento che l’Ue vuole imporre a tutti i popoli europei per formarne un altro, gigantesco e astratto, senza radici e senza coscienza di sé. Charles de Gaulle parlava di «una certa idea della Francia», che ai suoi occhi era «come la Santa Vergine di un affresco medioevale, votata ad un destino eminente ed eccezionale». La grandeur.

Dopo il fascismo, nessun italiano mediamente prudente oserebbe dire qualcosa del genere di noi/popolo e della nostra patria. L’ha fatto, di recente, un’italiana geniale quanto coraggiosa, Ida Magli: «Gli italiani hanno avuto e hanno intelligenza e creatività superiore a tutti gli altri popoli. Per questo sono stati e sono superiori» (Elogio agli italiani, Rizzoli, 2000). Naturalmente, la superiorità ci viene dalla nostra storia e da come ci ha formati e sviluppati, certo non da questioni biologiche di razza. Autodenigrarci, sport nazionale, per le quotidiane miserie della cronaca e della politica significa avere sguardo da miope, e ignorare i secoli di storia che hanno fatto – fanno – di noi un grande popolo. È lo stesso motivo per cui i francesi si sentono, e sono, un grande popolo. Loro, però, non giocano al ribasso, si compiacciono di sé e amano se stessi nella propria nazione (e per questo ci stanno antipatici).

È esemplare quanto ha dichiarato il ministro dell’Immigrazione, dell’Integrazione e dell’Identità nazionale Eric Besson: la nazione «rappresenta un valore imprescindibile di fronte alle sfide poste dalla deriva dei nuovi integralismi, dallo sviluppo delle attuali forme di comunitarismo e di regionalismo, dalla costruzione progressiva dell’identità europea, dalla mondializzazione dell’economia». È così che un governo moderatamente di destra come quello francese non ha nessun imbarazzo a chiamare un ministero dell’«Identità nazionale», ben sapendo che l’espressione fu usata come cavallo di battaglia, tre decenni fa, dal deprecato xenofobo Jacques Le Pen. Con la stessa indifferenza ai luoghi comuni del politicamente corretto, Besson ha lanciato un grande dibattito su che cosa significa «essere francese oggi»: ovvero, anche, su come possa diventarlo un immigrato extracomunitario. Tutt’altro dibattito, si badi bene, da quello – piccino – in corso da noi: se concedere il voto alle amministrative, e quando dare la cittadinanza, e se nascere in Italia basti per essere italiani. Qui si tratta di integrazione fra culture, difficile da operare per legge. Lo scambio fra culture diverse è da sempre uno strumento di progresso. Confrontandosi e interagendo l’una con l’altra, la somma di esperienze, tradizioni e caratteristiche che chiamiamo «cultura» può arricchire i diversi gruppi. Grazie alla lingua, alla religione, alla storia comuni, a due guerre mondiali, al fascismo, alla Chiesa, alla televisione e ai centocinquanta anni trascorsi, possiamo dire di essere un popolo coeso, più unito di quanto sembri dalle differenze nord/sud.

Ma siamo anche un popolo abituato da secoli a considerare gli altri come diversi e ostili in quanto invasori e padroni, anche se apportatori di ordine, tranquillità e angherie da accettarsi per quieto vivere («Franza o Spagna purché se magna»). Siamo abituati a integrazioni «alte», con culture superiori alla nostra per ordinamento amministrativo, capacità militari, rapidità evolutiva, ma che abbiamo reso sempre poco influenti sul nostro modo di essere perché potevamo opporre loro una superiorità estetica e storica. Né, per mancanza di colonie a lungo tenute, siamo abituati a culture diverse da quelle europee, che nascono in gran parte dalla matrice latina, quindi da noi. All’improvviso, da pochi anni, ci troviamo a dover convivere – senza averlo scelto – con popoli che non conoscono e non riconoscono la nostra storia, la nostra religione, la nostra cultura.

Non occorre citare i fatti di Rosarno per capire che l’Italia e gli italiani sono turbati dalla grande trasformazione sociale dovuta alla massiccia immigrazione di gente di cultura e religione diversa. È un fenomeno che viviamo in ritardo rispetto all’Europa e che stiamo affrontando (meglio, non affrontando) in modo inadeguato, incerto, confuso. Non siamo aiutati, in questo frangente, da un mondo politico/intellettuale pochissimo analitico e propositivo, dominato da un buonismo insulso o da una ripulsa istintuale. Gli intellettuali, in particolare, ci mettono del loro dividendosi fra «arcitaliani» e «antitaliani»: entrambi i gruppi intenti a difendere una propria eccellenza – pro o contro – che finisce per essere la stessa cosa: perché gli «arci» sono anche «anti» e viceversa. E, fra una preposizione e l’altra, perdono la strada. Che è, poi, quella maestra di una definizione antica: un popolo è fatto dalla sua lingua, dalla sua storia, dalla sua religione.

La lingua si impara. Chi è bravo, alla svelta, chi lo è meno in parecchio tempo. Ma una cosa è parlare una lingua per essere in grado di comunicare, altra cosa è coglierne i profondi significati di senso. Anche la storia si impara, più facilmente, ma la «comunanza di storia» è fatta non di libri e date e avvenimenti, bensì di un sentire comune, formato evento dopo evento nei secoli, con le esperienze della vita quotidiana. Io sono, anche, quel che sono stati i miei trisnonni, di cui si è persa la memoria. Quanto alla religione, è il più difficile dei problemi, perché investe tutto il modo di essere, anche gli strati più profondi e inconsci del comportamento. Tant’è che un convertito – da qualsiasi religione a qualsiasi altra – rimane culturalmente cristiano, o ebreo, o musulmano.

A dimostrare che la religione è l’elemento più importante per la comprensione fra popoli (e ve lo dice un non credente) abbiamo esempi quotidiani, a centinaia di migliaia: il nostro rapporto con sudamericani e filippini (geograficamente lontanissimi) è molto più facile, immediato e meno spigoloso che con gli islamici provenienti da cento miglia oltre il Mediterraneo. I musulmani che vengono in Italia per motivi economici, aderiscono con più difficoltà – quando lo fanno – ai nostri modi di essere, alla nostra cultura, perché hanno storie e modelli forti, diversi dai nostri e per loro difficilmente rinunciabili. Infine, al di là dei problemi di lingua, storia, religione, ce n’è un altro. L’immigrato, perdiventare davvero italiano, dovrebbe avere – intimamente – il piacere di esserlo. Lo stesso che dobbiamo avere noi.

Giordano Bruno Guerri per Il Giornale

www.giordanobrunoguerri.it

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2010: l’elenco dei miei desideri per l’Italia.

2010: l’elenco dei miei desideri per l’Italia.

italy___grunge_by_tonemappedEh sì, ogni anno che passa tirare le somme di quello che sta per concludersi diventa sempre più complicato forse perché, almeno per quanto mi riguarda, con il trascorrere del tempo divento sempre più esigente, soprattutto nei confronti di me stesso. Così, anziché scrivere un resoconto di ciò che è stato nel 2009, tenterò di fare un elenco delle cose che mi aspetto dal 2010. Massì, mi prendo la libertà di fare una sorta di lista della spesa anche perché, in fondo, sognare non solo non costa nulla ma è anche un ottimo esercizio, che inconsciamente ci spinge a lottare sempre e comunque per il massimo obbiettivo. Insomma, nessuno riuscirà mai a togliermi dalla testa che, se proprio dobbiamo metterci in gioco, tanto vale farlo puntando alla posta più alta. Sempre e comunque. A conferma di quanto vi ho appena detto, spesso e volentieri, quando qualcuno mi chiede “come và” amo rispondergli che se mi lamentassi sarei un ingrato e se mi esaltassi sarei uno che si accontenta. Fatta questa già lunga ma doverosa premessa posso cominciare a dare libero sfogo alla mia immaginazione, tentando di elencare tutto ciò che desidero (senza il condizionale) per l’anno che tra poche ore vedrà la luce. Desidero che il clima politico finalmente cambi, che il confronto sulle idee prenda il posto dell’astio e degli attacchi personali, da entrambe le parti. Desidero non sentirmi più dire frasi del tipo “non capisco come possa, una persona in gamba come te, stare da quella parte politica”. Desidero che il Presidente Fini torni a scaldare il cuore mio e del popolo della destra, riappropriandosi di argomenti che, sono sicuro, continuano ad essere parte integrante del suo dna politico ed umano. Desidero che il Presidente Berlusconi consegni il Partito nelle mani di una nuova classe dirigente, puntando convintamente sulla generazione dei trentenni, che dovranno essere messi nelle condizioni di affrontare e vincere la sfida di una vera e propria “Rivoluzione del merito”. Desidero che maggioranza ed opposizione, questa volta, facciano il possibile e l’impossibile per portare a compimento quel processo riformista di cui la nostra Italia ha terribilmente bisogno. Desidero che l’opposizione collabori, senza pregiudizi, con la maggiornanza per arrivare quanto prima alla soluzione della crisi economica puntanto, innanzitutto, alla salvaguardia dei posti di lavoro. Desidero che maggioranza e opposizione, nell’ottica di un reciproco riconoscimento, s’impegnino per arrivare ad una definitiva “Pacificazione nazionale” consegnando, in modo definitivo e inappellabile, le antiche divisioni ideologiche ai libri di storia. Desidero che i cosiddetti cattivi maestri della sinistra radicale vengano finalmente isolati, perché non possano più inculcare, specialmente nei più giovani, sentimenti negativi come quello che, ad esempio, spinge qualcuno a gridare il vergognoso slogan “1, 10, 100, 1000 Nassirya”. Desidero che gli oltre 9000 Soldati Italiani impegnati in Missioni di Pace in tutto il mondo siano onorati e rispettati da tutti gl’italiani. Desidero che tutti i rappresentanti delle Forze dell’Ordine siano onorati e rispettati da tutti gl’italiani. Desidero che la mentalità degli italiani diventi sempre meno provinciale e che, cioè, la finisca di anteporre interessi di bottega a quelli dell’intera comunità. Desidero che ogni italiano sia orgoglioso della sua Patria e che si commuova quando sente l’Inno o vede sventolare il Tricolore, sempre, non solo quando vinciamo i Mondiali di calcio. Desidero che a Como, la mia città, venga abbattuto al più presto quell’orrendo muro che oscura il Lungo Lago. Desidero, per me stesso, di continuare a migliorare in tutto ciò che faccio rimanendo sempre fedele a me stesso e guadagnandomi, sul campo, il ripetto e la stima delle persone che mi sono vicine e che credono in me. Desidero, infine, che questo 2010 regali ad ognuno di voi la forza di credere e lottare per inseguire ogni desiderio. E realizzarlo.

Alessandro Nardone

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Addio “compagno Fini”. Ora Gianfranco è sociale

Addio “compagno Fini”. Ora Gianfranco è sociale

GIANFRANCO FINI

Un Fini sociale. Che guarda alla famiglia. Ai giovani. A voler esser un pizzico maliziosi si potrebbe anche aggiungere un Fini che si concentra sugli italiani. Insomma, sarà un presidente della Camera diverso, che ridisegna le sue priorità. Non vuol dire che il cofondatore del Pdl abbia deciso di abbandonare le battaglie che hanno caratterizzato il suo anno politico che s’avvia a conclusione. Semplicemente, si tratta di rinnovare l’agenda, di introdurre nuovi elementi, nuovi contenuti. E sicuramente anche nuovi toni.

Il rapporto con Silvio Berlusconi si mantiene sereno.  Presto per dire che sia tornato saldo. Ma il fatto che i due, dal giorno della statuina vicino a piazza Duomo, oltre ad essersi visti si siano sentiti quattro volte al telefono, è segno che qualcosa è cambiato. Qualcosa di sostanziale. Certo, per ora oggetto dei colloqui sono stati soprattutto gli auguri per le festività. Convenevoli. Poco, quasi per nulla: è corsa lungo le cornette la politica. In ogni caso, il clima è cambiato. E forse più che la statuina a farlo mutare è stato il fuorionda con il quale era stato svelato un colloquio riservato tra il presidente della Camera e il procuratore della Repubblica di Pescara. Clima diverso e ora si cambiano anche gli argomenti.

Il Fini targato 2010 sarà molto più attento alle questioni economiche. E in particolare sociali. Per esempio, il principale inquilino di Montecitorio è deciso a chiedere che il governo applichi uno dei punti qualificanti del programma di governo: realizzi il quoziente familiare. Insomma, metta mano al sistema fiscale prevedendo aiuti alle famiglie. Nel piano presentato alle elezioni 2008, si parla esplicitamente di quoziente (come in Francia, dove i contribuenti vengono considerati anche come nucleo familiare), sebbene si citi la sua introduzione in via sperimentale. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti si sta muovendo su una strada analoga, ma diversa che preveda bonus in base ai figli che fanno parte della famiglia.

Di sicuro, Fini chiederà di accelerare questo processo. Altro tema che il presidente della Camera si appresta a lanciare riguarda il welfare. In particolare, la nuova bandiera sarà un sistema di stato sociale più inclusivo soprattutto per i giovani. D’altro canto, il welfare inclusivo era nel decalogo che ha compilato Fini nel suo libro «Il futuro delle libertà». E per capire che tipo di stato sociale immagini l’ex leader di An basta ricordare le sue parole del giugno scorso sulle garanzie: «Occorre correggere le anomalie delle frammentazioni e della disparità di trattamento che abbiamo ereditato dal passato. Lo sforzo deve essere quello di costruire un welfare inclusivo che non discrimini i precari rispetto ai garantiti. Un sistema più moderno che miri a tutelare il lavoratore nelle varie fasi della sua vita professionale oggi non più all’insegna necessariamente del posto fisso ed a tempo indeterminato.

In questo senso – ammoniva Fini – il sistema di ammortizzatori sociali deve coprire i nuovi rischi del mercato del lavoro, permettendo al lavoratore di affrontare i cambiamenti senza che questi si traducano inevitabilmente in negativi arretramenti delle sue condizioni di vita». Non mancheranno certamente gli appelli al dialogo e alle riforme condivise, e i moniti contro i voti di fiducia. Ma si parlerà meno di immigrati e anche la legge sulla cittadinanza verrà presto accantonata con la scusa della campagna elettorale incipiente. Fini appare deciso anche a riscoprire una sua battaglia un po’ messa da parte: quella a favore delle donne.

Sul sito della sua fondazione Farefuturo, da pochi giorni, compare un nuovo testo con il quale si annuncia che l’associazione «vuole promuovere una “rivoluzione della dignità” centrata sull’insostituibile ruolo sociale della donna, sul valore originale della sensibilità e dell’ingegno, su una vera politica delle pari opportunità, sulla riscoperta anche del ruolo materno». Più in generale, l’intera fondazione subirà una mutazione: meno futili provocazioni culturali e più analisi, più ricerca, più proposte (che poi dovrebbe essere l’obiettivo numero uno). Infatti sul web è l’intera pagina di presentazione dell’organizzazione ad essere stata riscritta. Al primo punto si legge: «L’egemonia del presente domina lo spazio del dibattito del nostro Paese. Soffriamo di un pericoloso schiacciamento sull’immediato del “tempo storico”: la cultura del sondaggio diventa l’unica premessa per azioni, strategie, leadership; il “mark to market” diventa sistema decisionale e cifra delle politiche pubbliche e delle scelte private. Farefuturo vuole promuovere una rinnovata cultura strategica».

Un capitolo a parte riguarda i rapporti internazionali. La fondazione del presidente della Camera ha stretto alleanze con quella dell’ex premier spagnolo Aznar (Faes) e con la fondazione Adenauer e alcuni eurodeputati che provengono da An hanno riscoperto un certo interesse nei loro confronti da parte degli esponenti della Cdu. Fini ne è consapevole e infatti vedrà i parlamentari di Strasburgo a lui più vicini subito dopo le feste, forse in un pranzo informale.

Poi verranno i viaggi all’estero. Due quelli più importanti. Il primo a Washington su invito della speaker della Camera Usa, Nancy Pelosi, per febbraio. Non esclude un incontro anche informale con Obama, sebbene non sia prassi che il presidente degli Stati Uniti riceva il presidente di un ramo del Parlamento italiano: sono al lavoro le diplomazie. Il secondo a Gerusalemme, sempre in febbraio: per Fini un ritorno.

Fabrizio Dell’Orefice per Il Tempo

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Adesso Santoro intervisti il transessuale

Adesso Santoro intervisti il transessuale

marrazzoLe figlie di Marrazzo. È l’unico validissimo motivo che impedisca a Santoro di dedicare una puntata di “Annozero” all’autosospeso governatore del Lazio. Perché davanti alla televisione – come purtroppo è già accaduto – potrebbero trovarsi una bambina di otto anni, due ragazze e anche una moglie provata da un sisma affettivo per il quale non sembra esservi riparo né cura. Ma Mikhail dovrà dirlo esplicitamente. Mezza Italia si aspetta che – qualunque sia il tema di giovedì prossimo – lui apra la serata spiegando che non si occuperà della sordida vicenda del politico del Pdl «per tutelarne i familiari».
Nessuno, a quel punto, avrà alcunché da obiettare. In caso contrario ci aspettiamo una lunga intervista-confessione (non importa se in collegamento o in studio) con la strabordante Natalie, ospitata ovviamente a titolo gratuito, dopo l’approvazione della direzione di rete, del Cda Rai, della Vigilanza, dell’Authority e perfino del cavallo morente di Viale Mazzini. Quale migliore occasione per un programma di attualità se non tentare di scoprire chi si nasconde dietro il presunto ricatto, affondando le mani in quel verminaio in cui, sussurrano, nuotano molti altri vip e politici, qualcuno forse di sinistra? Che succulenta opportunità, per i reporter d’assalto di Mikhail, di intuire se si tratta di un “complotto ordito dall’alto” o di uno squallido tentativo di estorsione.
E se il video hard non fosse di qualità sufficiente per la messa in onda, si potrebbe ricorrere all’espediente di attori che ne recitino almeno il testo, con corollario di sottotitoli. Vorremmo anche ascoltare un esaustivo editoriale di Travaglio – con contraddittorio, all’occorrenza – nel quale dietro le presunte mele marce dell’Arma si adombri pure la longa manus dei servizi segreti, senza necessariamente arrivare allo stalliere di Arcore o al lettone di Putin: e non insinui che i carabinieri si sono trovati davanti Marrazzo culo e camicia con la “fidanzata” mentre cercavano il covo delle Br. Purtroppo gli inviati di “Annozero” non potranno interpellare Tarantini sul giro di coca di Via Gradoli, ma sapranno trovare altri insider.

E ci piacerebbe capire insieme a Ruotolo se quegli assegni a quattro zeri (mica i mille euro del tariffario di Patrizia) provenivano da conti personali del governatore o se – Dio non volesse – avevano una qualche altra origine. Saremmo lieti di sentir ripetere da Luxuria che «il Pd deve ricandidare Marrazzo alla Regione per non farsi accusare di essere un partito bacchettone», o di farci spiegare da qualche similCrepet che «si trasgredisce in quel modo perché il potere logora e l’inconscio cospira per farti scoprire». Qualche ex portavoce di governo potrebbe indicarci la strada. Ameremmo ascoltare una vibrante prolusione di Mikhail su quelle «debolezze private» e sui cavilli dell’autosospensione, pur rischiando di vederlo virare all’improvviso su deprecabilissime cene con ragazze allegre in abito nero leggero: «quelle sì, che sono affari di Stato».

Metta le manone sul tavolo per godersi Vauro e le sue vignette: una, fulminante, è già apparsa ieri sul “manifesto”. Si faccia satira, si disegni Marrazzo con l’apostrofo dopo la “M”, si coinvolga la Guzzanti nel ruolo di una transgender e Vergassola canti “la storia di Piero”. Santoro non si faccia soffiare il plastico della garconniere, chieda l’esclusiva con il protagonista, insegua lo share senza farsi troppi scrupoli. Altrimenti il trans passa di moda. Già stasera ce n’è uno al “Grande Fratello”.

Stefano Mannucci per Il Tempo

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Esclusivo// Caso Avvenire e libertà di stampa: 10 domande a Massimo D’Alema

Esclusivo// Caso Avvenire e libertà di stampa: 10 domande a Massimo D’Alema

10-domande-a-massimodalemaHo seguito con molta attenzione la vicenda che ha portato alle dimissioni l’ormai ex Direttore de L’Avvenire, Dino Boffo. Inutile dire che ho apprezzato moltissimo l’ennesima dimostrazione di coraggio da parte del Direttore Feltri e del suo Condirettore Sallusti che si sono presi la briga di pubblicare una notizia che, evidentemente, da tutti gli altri era ritenuta scomoda, troppo scomoda. Tant’è che la sua divulgazione ha scatenato un vero e proprio putiferio. Sì, perché stavolta i mestieranti della morale sono stati letteralmente smascherati e, quindi, colpiti nel vivo. Schiumano rabbia da tutti i pori, e c’è da capirli: scoperchiando il pentolone nel quale da anni rimestavano i trascorsi giudiziari di Boffo, Il Giornale ha dimostrato che questi signori non sono in possesso di alcun titolo per pontificare sui presunti (e sottolineo presunti) difetti morali di Berlusconi. Ma c’è chi non si da per vinto e, nonostante la palese evidenza dei fatti, si ostina a mistificare la realtà, sbraitando scompostamente che il Presidente Berlusconi, difendendosi dai continui e pretestuosi attacchi alla sua persona, stia attentando nientepopodimeno che alla “libertà di stampa”. Uno di questi è l’uomo di maggior peso politico all’interno del PD, Massimo D’Alema che ieri, in un’intervista al CorSera ha affrontato l’argomento esordendo così: “Si è creata una situazione pesante e allarmante: l’episodio del direttore dell’Avvenire segna uno spartiacque: un qualsiasi giornalista che abbia una notizia imbarazzante o fastidiosa per il presidente del Consiglio sa che da oggi in poi, se la pubblica, è a rischio di pesanti ritorsioni. Al fondo di questa barbarie c’è l’anomalìa italiana”. A questo punto, visto che nell’ultimo periodo va anche di moda, dal nostro piccolo ed insignificante sito internet chiediamo all’Onorevole D’Alema di chiarirci ulteriormente le idee, ponendogli dieci domande, semplici semplici:

1 Onorevole D’Alema, non ritiene che il Dottor Boffo non avrebbe avuto nulla da temere se avesse avuto la fedina penale pulita?

2 Onorevole D’Alema, puo’ affermare, senza timore di essere smentito, che la documentazione pubblicata da Il Giornale sia falsa e che ci troviamo, quindi, effettivamente di fronte ad una “patacca”, come scritto dalla maggior parte degli organi di stampa a Voi notoriamente vicini?

3 Onorevole D’Alema, una volta verificata l’autenticità di tale documentazione e considerata l’entità e la tipologia del reato per cui il Tribunale di Terni lo ha condannato, trova deontologicamente e culturalmente corretto che il Dottor Boffo abbia espresso, dalle colonne del suo giornale, giudizi morali nei confronti del Presidente del Consiglio per fatti attinenti alla sua sfera privata?

4 Onorevole D’Alema, per quale motivo Il Giornale non avrebbe dovuto pubblicare la notizia?

5 Onorevole D’Alema, non crede che affermare, come fa Lei, che Il Giornale non avrebbe dovuto pubblicare una notizia (per altro documentata) costituisca, di fatto, una limitazione della libertà di stampa?

6 Onorevole D’Alema, perché commentando la pubblicazione di atti giudiziari come la condanna di Boffo parla di “episodio allarmante” e, invece, ritiene “un problema vero” i pettegolezzi con i quali, da mesi, gli organi di stampa notoriamente a Lei vicini tentano di screditare il Presidente del Consiglio?

7 Onorevole D’Alema, in merito alle inchieste in cui è stato coinvolto il Suo partito in Puglia ha tentato di minimizzare affermando: “ho l’impressione che vi sia una grande esagerazione. Almeno nei titoli di alcuni giornali”. Ora, perché quando il Presidente Berlusconi si difende da attacchi giornalistici basati non su atti giudiziari, ma sul cosiddetto gossip, lo accusate di voler attentare alla libertà di stampa?

8 Onorevole D’Alema, non le sembra di usare due pesi e due misure attaccando gli organi di stampa quando si occupano di notizie che, oltretutto, si basano su atti giudiziari e non su semplici pettegolezzi, che riguardano il suo partito?

9 Onorevole D’Alema, per avvalorare la Sua tesi secondo cui il Presidente Berlusconi, con le querele, starebbe attentando alla libertà di stampa, ha dichiarato che: “quando sono diventato presidente del Consiglio ho rimesso tutte le querele”. Ci permettiamo, però, di farle notare che la sua nota querela al vignettista Giorgio Forattini (per la quale perse il posto a La Repubblica ed a cui, non contento, chiese un risarcimento di 3 miliardi delle vecchie lire) risale all’ottobre del 1999, quando Lei rivestiva la carica di Presidente del Consiglio e giudicò una vignetta: “Gravemente lesiva della mia reputazione”. Ora, pur tenendo conto che dopo qualche tempo ritirò la querela, non pensa che il comportamento che ha tenuto in quella circostanza non le conferisca alcun titolo per poter dichiarare, riferendosi al caso Avvenire: “Un qualsiasi giornalista che abbia una notizia imbarazzante o fastidiosa per il presidente del Consiglio sa che da oggi in poi, se la pubblica, è a rischio di pesanti ritorsioni”?

10 Onorevole D’Alema, il 18 luglio scorso, il quotidiano Il Riformista riprese una nostra finta intervista nella quale un personaggio di fantasia dichiarava che: “un noto politico mi propose di candidarmi, in cambio voleva essere sculacciato”, inserendola in un articolo intitolato “Santo e puttaniere”, ovviamente riferito al Presidente Berlusconi. Non crede che il fatto di manipolare a proprio uso e consumo e, quindi, di pubblicare una notizia senza nemmeno verificarne l’attendibilità sia sintomatico di quanto, alcuni organi di stampa a Voi notoriamente vicini, siano disposti a dare credito a chiunque pur di screditare il Presidente Berlusconi?

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“Basta Forza Italia e An. Facciamo il vero partito”

“Basta Forza Italia e An. Facciamo il vero partito”

berlusconi-pdlLunghe dormite. I figli. Qualche vecchio amico come Salvatore Ligresti ed Ernesto Pellegrini. Qualche fedelissimo come Guido Podestà. Un’occhiata alla situazione nelle aziende con il giro dei direttori. Silvio Berlusconi si chiude ad Arcore. Poca politica per il momento. Una tappa in un centro commerciale a sondare l’aria che tira. Un giro a Lesmo, trantamila metri quadri con tanto di parco dove si sta completando la sede dell’Università liberale, il grande progetto a cui lavora oramai da un paio d’anni. Gli resta di andare a far visita al Milan, era in programma ieri ma poi è saltata. E di andare a Villa Campari, l’ultimo suo gioiellino sul Lago Maggiore, dove aveva pensato di trascorrere qualche giorno di vacanza.
Insomma, il Berlusconi degli ultimi giorni è soprattutto un Berlusconi a riposo. A dieta, che sta cercando di recuperare le forze. L’unico sforzo veramente politico è stato quello di preparare la conferenza stampa di domani sui risultati del governo. S’è fatto stendere una nota su quello che è stato fatto in questi quindici mesi. Quattro pagine fitte di impegni mantenuti. L’abolizione dell’Ici, i rifiuti di Napoli, il piano anticrisi, l’intervento sulle banche, l’Iva di cassa fino all’ultimo aggiornamento con la moratoria sulle piccole imprese. Berlusconi si compiace a rileggersi quella sfilza di provvedimenti, ripete che ai giornalisti vuole pronunciare quella sequela impressionante. Forse ci sarà qualche anticipazione sull’autunno. Forse. Il vero capitolo aperto è il partito.
A un deputato del Pdl con cui ha avuto un colloquio di recente ha spiegato: «I tre coordinatori hanno lavorato bene, in una fase complessa. È vero che ora bisogna cambiare». Cambiare come? Intanto non a breve. Denis Verdini è in vacanza, a Cuba, tornerà tra una settimana ed è assai improbabile che il Cavaliere decida senza parlare con lui. Il punto a cui Berlusconi tiene di più in questo momento è fare davvero il partito unico. Una parola che gli è stata sentita pronunciare è «omogeinizzare». Basta con l’assurda regola del 70% delle posizioni a Forza Italia e il 30% ad An. È una regola che poteva funzionare nella fase iniziale, nella fase di avvio. Il premier storce il naso quando vede l’organigramma del Pdl con tutti i settori nei quali si alternano rigorosamente i responsabili dei due partiti fondatori. «Non ha più senso», ha più volte detto. E qui si aprono più questioni.
La soluzione che circola con più insistenza è quella di fare un coordinatore unico. Ma per farlo intanto bisogna cambiare lo statuto e per cambiare lo statuto bisogna raggiungere un accordo preventivo con Fini. Quindi è necessario individuare un nome, e qui si naviga nel buio. La formula al momento non sembra appassionare il Cav che piuttosto sembra più interessato a dare una rinfrescata con qualche giovane a cui far scalare posizioni. Idee. Idee in libertà. Ma quando Berlusconi è ad Arcore qualcosa sta per accadere. Fu così l’anno scorso quando a Villa San Maertino prese corpo il piano anti-crisi economica. E fu così due anni fa quando qui venne partorito il partito unico. Quest’estate sarà l’estate dell’organizzazione della formazione politica, del radicamento sul territorio, della messa in moto del grande motore azzurro. I nomi saranno la conseguenza.

Fabrizio Dell’Orefice per Il Tempo

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Pdl, il doppio lavoro diventa la regola

Pdl, il doppio lavoro diventa la regola

LIDO DI MILANOE ora tocca al Pdl. Un partito senza regole dove ognuno pensa di applicare quelle che ci sono a modo suo. A suo piacimento. E soprattutto c’è chi, vedendo Silvio Berlusconi costretto a parare i colpi del Guardian, impegnato a controllare le dichiarazioni di Noemi e Gino Flaminio di turno, ne ha approfittato. Forse oltre il limite della decenza. Che cos’è successo? Prendiamo il caso di Milano. Guido Podestà è stato eletto quasi per il rotto della cuffia – e Dio solo sa che cosa il partito abbia fatto per farlo vincere – presidente della Provincia di quella che è la seconda area metropolitana del Paese. Ebbene, che cosa fa Podestà dopo essere stato eletto? Va da Berlusconi e gli chiede se può mantenere anche l’incarico di coordinatore regionale del Pdl. Solo per un po’. Un pochino solo. L’autunno prossimo si dimette. Ora, siccome ‘cca nisciuno è fesso è chiaro che dopo l’estate nessuno porrà la questione, poi arriva Natale. E Natale è Natale. Quindi il nuovo anno e non si può cambiare più perché le Regionali sono alle porte. E così Podestà si mantiene il cadreghino, la poltroncina come si dice in lumbard, il tempo necessario per mettere bocca nelle prossime elezioni in Lombardia in vista del lustro che porterà all’Expo 2015. Il Cavaliere, si sa, è uno che non sa dire di no a nessuno. Neanche a Patrizia. E così ha concesso la miniproroga a Podestà. Sia chiaro, il suo predecessore Mariastella Gelmini si dimise un minuto dopo aver assunto l’incarico di ministro. Nessuno glielo chiese. Lo fece per una questione di correttezza istituzionale perché non è una gran cosa prendersi sulle spalle un importante incarico istituzionale e mantenere anche quello al partito. Ma c’è chi ha pensato di peggio. Cosimo Sibilia è stato appena eletto presidente della Provincia di Avellino, è la prima volta che il centrodestra conquista un ente in Irpinia. Dunque dovrebbe dimostrare al massimo di avere una marcia in più rispetto al passato. Ma Sibilia ha già fatto capire che resterà anche senatore. Doppio incarico. E doppio stipendio da nababbo. Tranquilli, c’è chi è caduto ancora più in basso. Il neopresidente della Provincia di Napoli, Luigi Cesaro, ha già fatto sapere che guiderà l’ente, resterà deputato e rimarrà pure coordinatore provinciale del Pdl. Evviva, e chi più ne ha più ne metta. E infatti è stato già superato da Edmondo Cirielli, appena eletto presidente della Provincia di Salerno, e che vuole rimanere parlamentare e pure presidente della commissione Difesa. Triplo incarico e tripla voce in entrata sul conto corrente, visto che la guida di un organismo parlamentare prevedere anche una piccola aggiuntina di quialche migliaio di euro sul salario, un telefono a spese della Camera, l’auto di servizio, un bell’ufficio. Formalmente non esiste l’incompatibilità, esisterebbe il buon gusto e la decenza istituzionale. Proviamola a immaginare una settimana dell’onorevole presidente Cirielli. Lunedì mattina a Salerno a studiare la sagra della mozzarella di Pontacagnano, il pomeriggio alla Camera per il Dpef. Martedì mattina votazioni a Montecitorio in aula, il pomeriggio a presiedere la discussione sul nuovo piano strategico-missilistico. Mercoledì mattina votazioni e pomeriggio question time. Giovedì audizione del ministro sull’Afghanistan. Venerdì tra il convegno sul rilancio della rassegna musicale di Ravello e la formazione professionale per il turismo di Paestum e la Certosa di Padula. Cirielli è una persona per bene. E questo comportamento stride con la persona e con la sua storia. Visto che proviene dalle fila della destra sociale di Alemanno. Già, Alemanno. Un anno fa, quando formò la sua giunta, impose che chi ne entrava a far parte si sarebbe occupato solo di quello. Di fatto escludendo tre dei suoi più fidati collaboratori: Augello, Piso e Rampelli che preferirono restare deputati. Una scelta dolorosa. Ma è stata una scelta di stile di cui Roma gliene dà atto. Oggi il primo cittadino della Capitale si ritrova con Alfredo Antoniozzi rieletto eurodeputato. Antoniozzi è anche assessore alla Casa, Patrimonio e Progetti speciali. Insomma, non proprio deleghe di cui occuparsene nel week end. Se si pongono queste questioni ai vertici del Pdl, c’è chi la butta a ridere (e che ridere): anche nel Pd hanno il problema del doppio incarico, stupratore e dirigente di partito. E c’è chi laconicamente risponde: il pesce puzza dalla testa. Dei tre coordinatori nazionali, La Russa e Bondi sono anche ministri. Vero, ma è anche vero che un conto è decidere a tre e un conto è decidere da soli. E poi quella del triumvirato era una scelta transitoria. Comunque sia, Berlusconi farebbe bene a metterci le mani. Stabilendo regole certe per tutti. Regole chiare. E che siano un esempio anche per il Paese.

Fabrizio Dell’Orefice per Il Tempo

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Bianchini all’assessore: «Il violentatore? Tranquille, ci penso io»

Bianchini all’assessore: «Il violentatore? Tranquille, ci penso io»

presunto_stupratore_370468210«Tranquilla, ci pensiamo noi a presidiare il territorio». Mail spedita da Luca Bianchini, coordinatore del circolo del Torrino del Pd, all’assessore provinciale Patrizia Prestipino. Che racconta: «Si era sparsa la voce che lo stupratore seriale potesse essere del XII Municipio, avevo spedito una mail a tutti i militanti chiedendo di fare attenzione.

Ecco, lui mi aveva risposto: “Tranquilla, ci penso io…”». Altro flash da piazza del Sole, dove Bianchini vestiva i panni dell’impegno politico, mentre il suo lato oscuro intanto pensava al prossimo stupro. Quando si parlava di sicurezza, di crimini, di violenze a Roma, Bianchini era quasi radicale, credeva nella linea della fermezza. Se qualcuno in passato nel Pd aveva sottovalutato l’emergenza sicurezza a Roma, Bianchini no, Bianchini aveva sempre creduto nella linea della severità. S’inseguono i paradossi, una tragica ironia, in questa storia del coordinatore del circolo Pd che in casa conserva il cd con le immagini di violenze sulle donne, che trascorre le serate a cercare una nuova vittima nelle periferie romane: c’è un manifesto nel circolo, annuncia un dibattito con alcuni leader romani – Milana, Prestipino e Zingaretti. Coordina: Luca Bianchini. Il tema? “In tanti per salvare l’Italia”.

«Fra noi donne del circolo c’è uno sgomento maggiore, la storia di Bianchini dimostra che uno stupratore non ha nazionalità, spesso è un insospettabile. Tutte, io per prima, abbiamo un ricordo: lui che ci accompagna a casa. Ma come facevi a capirlo? A chi oggi polemizza, a Marino, chiedo: come facevamo a vedere il lato oscuro di Bianchini?», dice Paola Vaccari, coordinatrice del Pd del XII Municipio (zona Eur e Torrino di Roma). Quante volte nel Partito democratico si è ricamato sulla necessità di coinvolgere la società civile, di dare spazio a chi s’impegna senza chiedere nulla in cambio, ai trentenni? Ecco, Luca Bianchini, 33 anni, rientra in questa descrizione. Il circolo di piazza del Sole nasce all’inizio del decennio come circolo della Margherita. Il padre di Bianchini è molto attivo nel comitato di quartiere e porta il figlio con sè, «un bravo ragazzo, ha tanta voglia di impegnarsi».

E Luca Bianchini è sempre lì: lavora alla società Metropolitane e, sia pure a fatica, porta avanti gli esami di legge, ma riesce a passare le sue giornate al circolo, anche quando diventa Ulivo e Pd. Non sarà un esempio di profondità politica, di analisi, forse non diventerà il nuovo Veltroni o il nuovo Rutelli, però Bianchini va d’accordo con tutti e non si tira mai indietro. Così, quando qualche mese fa Gerry Mottola, il coordinatore del circolo, lascia per impegni personali, si fa una rapida votazione e tutti sono d’accordo. Il coordinatore del circolo è Luca. E’ giovane, è disponibile, è impegnato, non ha mai chiesto una poltrona, sembra il ritratto del perfetto militante del nuovo Pd dal volto pulito. Sembra. «Se c’era da fare volantinaggio, se bisognava girare per il quartiere lui era sempre disponibile. Siamo tutti increduli», ripete Antonio Scelzi, consigliere del XII Municipio del Pd.

Fa male questa storia, in un Partito democratico romano lacerato dalle spaccature verso il congresso, con il segretario comunale Riccardo Milana, ex Margherita, messo in mezzo per questa storia di Bianchini. Con Ignazio Marino che impietoso parla di «questione morale». Gli altri del Pd romano, anche quelli da sempre non teneri con Milana, lo difendono, dicono no alle strumentalizzazioni. Ma tornano alla mente le frasi, i comunicati, i proclami di tutti i leader locali del Pd contro il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, perché aveva fallito sul tema della sicurezza, perché gli stupri a Roma continuavano. Ecco, sarà più difficile ora incalzare Alemanno sapendo che lo stupratore seriale partiva ogni sera proprio da un circolo del Pd. E’ fin troppo facile per esponenti del Pdl non avvezzi al fioretto attaccare, come ha fatto ieri il consigliere comunale Fabrizio Santori: «Il Pd guarda la pagliuzza di Alemanno, ma non vede la trave nei propri occhi».

Ieri il circolo di piazza del Sole era chiuso, due vetrine al piano terra di una sfilza di palazzi. Paola Vaccari, coordinatrice del Pd del XII Municipio: «Noi andiamo avanti. Questa storia ci insegna che la violenza non ha nazionalità. Ci siamo battuti sempre in difesa delle donne e contro i pregiudizi, continuiamo a farlo».

Mauro Evangelisti per Il Messaggero

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Se anzichè Obama fosse stato Berlusconi? Apriti cielo.

Se anzichè Obama fosse stato Berlusconi? Apriti cielo.

obama-lato-bLo scatto è di quelli simpatici, Obama e Sarkò  che non rimangono indifferenti di fronte al “lato B” di un’avvenente delegata brasiliana. Foto immediatamente ripresa dai più cliccati blog statunitensi, che ci scherzano su, com’è giusto che sia. Esattamente come accadde in Francia quando, a quel buongustaio di Sarkozy, cadde l’occhio sul decoltè della meravigliosa modella israeliana Bar Rafaeli. Ma cosa sarebbe successo se, anzichè Obama, quella foto avesse ritratto Berlusconi? Apriti cielo. Con ogni probabilità Repubblica avrebbe mandato alle stampe un’edizione straordinaria, pubblicando la foto incriminata a tutta pagina, magari con quel bel titolo a nove colonne che da mesi hanno pronto, tenuto in naftalina in attesa di trovare uno straccio di prova che incastrasse il Premier: “Berlusconi colto sul fatto, avevamo ragione noi”. Già me li vedo certi soloni, a stracciarsi le vesti in televisione, ad urlare allo scandalo ed alla “reputazione dell’Italia compromessa”, al fallimento del G8. E poi, beh, non mancherebbe tutto lo stuolo degli intellettuali radical chic in piazza, a chiedere le dimissioni di un Presidente del Consiglio “indegno”. E Di Pietro? Oltre ad una pagina sull’Herald Tribune arriverebbe a comprarne una anche su Ciociaria Oggi per gridare, con ancora più veemenza, allo scandalo ed alla nostra democrazia che è “in grave pericolo”. Santoro e Travaglio farebbero pressioni fortissime sulla Rai per organizzare una 24 ore di Annozero (ovviamente tutta incentrata sullo “scandalo”) nella quale, udite udite, ricostruirebbero la scena del crimine ingaggiando Belen Rodriguez per farle interpretare la delegata brasiliana. Ma, per loro sfortuna, in quella foto c’è Obama e allora domani tutti assisteremo ad una vera e propria “riabilitazione del culo” leggendo teorie su quanto sia chic e in girarsi a guardare il fondoschiena di una bella ragazza. Purchè non ci si chiami Silvio Berlusconi.

Alessandro Nardone

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