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Roma Padrona

Roma Padrona

schiavidiromaLeghista e romanista. E che leghista! Pierguido Vanalli è parlamentare e sindaco di Pontida, l’anima e il cuore stesso del Carroccio. Qualcosa non quadra. Lassù a Pontida, nella roccaforte padana, l’onorevole conserva una reliquia. Una bandiera della Roma con uno scudetto e due Coppitalia. «Era l’81, a Bergamo non si trovavano. La comprai a Gubbio».
Non è l’unico feticcio giallorosso, il sindaco-deputato conserva gelosamente anche una maglia di Totti. Stagione 2001/02, sopra è ricamato il terzo tricolore. La moglie e il figlio juventini se ne sono fatti una ragione, gli amici ancora no. L’amore romanista di Vanalli ha fatto un giro strano. Da bambino adorava Liedholm. Quando il Barone conquistò Roma, conquistò pure il giovane Pierguido. Che ha un difetto grosso, però. Ha un basso tasso di anti-lazialità. «La mia partita perfetta è Roma-Inter 2-1», dice. Non sopporta gli interisti. Da buon animale politico, li annusa e li sgama. All’ultimo Inter-Roma era a San Siro, ma il biglietto era di secondo anello. Con gli interisti. L’alternativa era la tribuna d’onore, privilegio di chi siede sugli scranni della Roma che conta. Vanalli ha optato per la terza via. Il compromesso storico non è stata una nuova alleanza tra Dc e Pci. Ma un salto in alto. Al terzo settore. Con i tifosi della Roma. Gli steward hanno acconsentito, Vanalli ha potuto sbandierare la sua passione. «Chissene frega della tribuna d’onore». Prendete nota: Pierguido Vanalli è un duro e puro della Lega. E pure della Roma.
L’onorevole leghista è un personaggio unico. Un Gronchi rosa del tifo giallorosso. Un mese fa era alla cena sociale del Roma club Montecitorio. Per un profeta di Roma ladrona è questa la normalità. «Si stupisce? Guardi che sono regolarmente iscritto al club. Quella sera c’era Toni. Ma a momenti applaudivano più me di lui». Per forza.
A Bergamo e dintorni lo considerano una pecora nera del tifo nerazzurro. Ma per il sindaco la Roma è un vanto. «A Montecitorio mi prendono in giro. Io gli rispondo: “meglio romanista che interista”». Non c’è niente da fare: se potesse sguainare lo spadone padano, l’Inter sarebbe la prima vittima di Vanalli. Il cui unico rammarico è non avere mai assaporato la Curva: «Eh già, mi manca la Sud. Non ci sono mai stato». Il deputato del Pd, il romano e romanista Roberto Giachetti, gli ha fatto una promessa: «Ti ci porto io, Piergui’». Di più: è un giuramento. E Vanalli ai giuramenti ci tiene. Perché proprio oggi ricorre l’843esimo anniversario di quello a Pontida contro Federico Barbarossa? Siete fuori strada. È il 1980, Liedholm insegna la zona, il Divino la detta, il Bomber la finalizza. «Quell’amore non l’ho mai tradito». Il romanista e leghista Vanalli l’ha giurato. L’ha giurato a se stesso. «Forza Roma!». Per sempre.

Daniele Galli per Il Romanista

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Stupro, botte e insulti nella scuola occupata

Stupro, botte e insulti nella scuola occupata

ex-scuola-occupata-8-marzoViolentata, picchiata, insultata anche da due donne perché si è ribellata alla richiesta sessuale in cambio della sua permanenza nell’ex scuola occupata «8 Marzo». Vittima un’italiana di 40 anni. Accusati un italiano e quattro nordafricani. Dopo gli arresti del settembre scorso di cinque membri del comitato di occupazione accusati di tentata estorsione, di aver gestito una sorta di racket interno, stavolta a far notizia è una presunta violenza sessuale denunciata da una sfrattata rifugiatasi nel complesso in via dell’Impruneta, alla Magliana.
E, stando alla sua testimonianza, a stuprarla sarebbe stato proprio uno dei cinque finito nei guai per le accuse di racket, Sandro Capuani, detto “Sandrone”, aiutato da quattro nordafricani. Ai carabinieri la donna ha raccontato una storia di terrore, da incubo. Ai primi di gennaio viene sfrattata dal suo appartamento alla Magliana. Non ha un lavoro stabile, si arrangia, la sua situazione è precipitata in fretta nell’emergenza. Sa che l’ex scuola «8 Marzo» è occupata da una quarantina di persone, soprattutto immigrati, e che a “sovrintendere” sono alcuni aderenti al centro sociale Macchia Rossa. Così si rivolge a Sandrone, 50 anni.
Lui si mostra cordiale, le dice che non c’è problema, può stabilirsi nell’ex scuola, ma spiega che momentaneamente lei dovrà dormire nel suo “appartamento” al primo piano dell’«8 Marzo»: non ci sono altre stanze disponibili. La donna trasloca. E per qualche giorno non succede niente di strano. I primi di febbraio va negli uffici anagrafici del XV Municipio per comunicare il suo nuovo indirizzo e ottenere il rilascio del certificato di residenza. La sera del 9 febbraio il fattaccio. La donna racconta. È nella stanza di Sandrone. Lui comincia a farle avacens, ad accarezzarla. Stando alla testimonianza, sarebbe stato più esplicito: «Se non vieni a letto con me esci fuori di qui». Lei si rifiuta, con energia. E lui avrebbe insistito, con forza. Lei si dimena, si ribella, grida. Ed è a questo punto che sarebbero entrati in scena gli altri quattro: entrano nella stanza di Sandrone e gli danno una mano. Tengono ferma la donna e nel mentre la palpeggiano. Le sfilano i pantaloni, qualcuno avrebbe anche rovistato nelle sue tasche prendendo gli euro che c’erano, mentre l’italiano avrebbe abusato della donna. Comincia lo stupro. Si sarebbe interrotto dopo un po’.
La donna, infatti, non ha mai smesso di ribellarsi, di urlare, attirando l’attenzione di altre persone dell’ex scuola. Riesce a divincolarsi, a riprendere le sue cose in fretta e a fuggire. Però nessuno l’aiuta. Anzi. Mentre fugge la prendono a calci e pugni, intervengono anche due immigrate che l’avrebbero insultata: «Vattene puttana». Lei corre, arriva in strada, corre ancora più forte. Prima chiama il 113 della polizia, poi il 112 dei carabinieri. La stazione di Villa Bonelli è a poche centinaia di metri dall’«8 Marzo». Ma i primi a soccorrerla sono i sanitari del 118: l’ambulanza la trova in strada e la porta all’ospedale San Camillo, dove i sanitari confermano la violenza sessuale e lo stato di choc psicologico.
Ora la donna si trova in una struttura protetta del Comune di Roma. I quattro, invece, sono stati denunciati a piede libero. In questa storia, la magistratura ha deciso di andare coi piedi di piombo. Ha evitato di prendere provvedimenti più duri, restrittivi della libertà personale, chiedendo ai carabinieri ulteriori conferme, maggiore certezza sulla dinamica dei fatti e soprattutto sulla credibilità della donna. Per cui non bastano il riconoscimento dei cinque da parte sua, l’accertamento medico e le testimonianze. La Procura vuole di più. L’ex scuola «8 Marzo» è già stata al centro di una inchiesta-pioniera sul presunta racket delle occupazioni. Che il Riesame non ha scalfito lasciando intatto l’impianto accusatorio.

Fabio Di Chio per il Tempo

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Una pagina del Corriere per annunciare il funerale del proprio figlio

Una pagina del Corriere per annunciare il funerale del proprio figlio

rovelliHa acquistato una pagina intera a colori del Corriere della Sera (guarda) per annunciare il funerale del figlio, morto a 44 anni in un incidente stradale. Una grande foto al centro e un messaggio: «Hola Davide. Il mio angelo per sempre, papà». Segue l’annuncio per gli amici: «Per l’ultimo saluto a Davide ci troviamo domani, 21 gennaio, a Milano, cimitero di Lambrate, Sala multifunzioni dalle ore 9 alle 10.15». La pagina è gioiosa, a colori, con tante foto della vita avventurosa di Davide: con il parapendio, sulla mountain bike, su una moto a tre ruote e persino su un veicolo a vela.

Impossibile rimanere indifferenti davanti a una pagina come questa. L’iniziativa è del noto impresario e manager musicale Enrico Rovelli, fondatore di Radio Music (progenitrice di Radio DeeJay) e in seguito di celebri locali milanesi come il Rolling Stone, il City Square e l’Alcatraz. Enrico Rovelli ha organizzato in Italia concerti di Bruce Springsteen, Bob Dylan, Queen, Police, Clash e U2, ed è stato manager di artisti come Patty Pravo e Vasco Rossi (dal 1983 al 1997). Aveva già perso un altro figlio, Billy, nel 1997.

Il figlio Davide, imprenditore, è morto sabato notte in un incidente stradale verificatosi nei pressi di Merone (Co). Davide aveva trascorso la serata in un locale vicino a Erba, il noto «American Road». Alla guida della sua macchina sportiva, una Dodge Viper, all’altezza di un incrocio è uscito di strada, andando a sbattere contro un palo della luce nell’aiuola spartitraffico. Ha riportato un gravissimo trauma toracico-addominale ed è morto durante il trasporto in ospedale. In rete già si moltiplicano i messaggi di solidarietà, per esempio sul sito di Rockol e su un sito dedicato ai necrologi.

Sara Regina per Il Corriere della Sera

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Como: «il muro sul lago verrà abbattuto»

Como: «il muro sul lago verrà abbattuto»

como muro«Il muro, che era previsto dal progetto, non ci sarà più; verrà abbattuto e sarà interamente sostituito da paratie mobili». Lo ha dichiarato oggi il sindaco di Como Stefano Bruni, sotto assedio nelle ultime ore, insieme all’assessore alle Grandi opere, Fulvio Caradonna, sul caso del muro costruito sul lungolago. «Nei prossimi giorni – ha detto il primo cittadino – saremo in grado di fornire i dettagli tecnici, ma il muro verrà abbattuto. Dovrà essere sostenuto un certo costo, tuttavia la Regione è con noi. Ho parlato questa mattina con Roberto Formigoni e il presidente sostiene questa ipotesi; è questa la priorità».

LA PROTESTA – Sembrerebbe chiudersi, così, la diatriba che ha visto l’intera città sollevarsi contro il primo cittadino del capoluogo lariano per difendere il lungolago, dove da due anni è in costruzione un sistema di paratie mobili anti-esondazione. Il muro «dello scandalo», che domenica ha visto scendere in piazza esponenti politici e comaschi senza bandiera, doveva essere alto 25 centimetri e degradare poi nell’acqua. La barriera di cemento che ha rischiato di mandare a casa la giunta di centrodestra era una varian­te al progetto originale, com­piuta in corso d’opera e priva di apparenti giustificazioni. Il sindaco Bruni, Pdl, ha visto prima mon­tare l’ira dei comaschi con cen­tinaia di email inviate ai gior­nali locali, poi la manifestazione di piazza per chiederne l’abbattimento e infine l’affondo della Lega nord e di qualche esponente della maggioranza, schierati ufficialmente contro il progetto. Di fronte alla sollevazione popolare, Bruni si è dovuto arrendere: «Niente muro».

L’INCHIESTA – Il sistema anti-esondazione, del costo di 15 milioni di euro, è finanziato dalla Legge Valtel­lina perché rientra tra le opere giudicate necessarie dopo l’al­luvione del 1987. Il pm Simone Pizzotti nei giorni scorsi aveva aperto un fascicolo contro ignoti e disposto l’acquisizione della documentazione relativa al progetto, per accertare eventuali violazioni alle norme edilizie.

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Un nuovo scempio: Quel muro di Como che fa sparire il lago

Un nuovo scempio: Quel muro di Como che fa sparire il lago

muro-como«Oh, my God it’s terrible». Impeccabile sintesi. Già, è terribile. Appena depositata dal taxi davanti all’Hotel Metropole, la signora americana lascia precipitare a terra il suo, sfacciatamente pingue, trolley. E guarda sconsolata davanti a sé. Ci dovrebbe essere il lago, lì davanti. L’avevano garantito i suoi amici, che c’era, il lago. Che l’avrebbe avuto sotto il naso, giorno e notte, piazzandosi qui, in vacanza. E invece. Invece ci sono centocinquanta metri di una palizzata di legno, stile Tombstone periferia. E dietro la palizzata c’è un orribile muro di cemento alto due metri e mezzo. E, in mezzo, in una terra di nessuno, tra il muro e la palazzina, una savana di ruspe e trivelle, che sembrano persino esse stesse intimidite da quel po’ po’ di casino che stanno combinando.

Dietro si intravede ciò che resta del lago di Como. È l’ultimo scempio di cui andar davvero poco orgogliosi. Un’opera da quindici milioni di euro, sbandierata e dettagliata nei minimi particolari dall’amministrazione comunale in internet e sui manifesti che tappezzano la zona. Un pensiero gradito, ne siamo certi. Perché i cittadini e i turisti sappiano a che cosa andranno incontro loro e i loro nipoti. In buona sostanza il lago c’è, ma non si vede. O, meglio, bisogna sbirciarlo, come tanti boccheggianti pesci rossi di vergogna, che, come sto facendo io, appoggiano la testa negli oblò, che, ogni tot metri, permettono di vedere cosa sta accadendo. Mettetevi il cuore in pace, dunque. Niente passeggiate romantiche perché per un po’, almeno fino ai primi mesi del prossimo anno, più che un lungolago sarà un inguardabile percorso di guerra.

Ma chi invece si deve definitivamente mettere il cuore in pace sono gli automobilisti del pianeta che, transitando per Lungo Lario Trento, una sbirciatina al lago di Como gliela davano volentieri. Per prendere almeno una boccata di quell’ossigeno dell’anima che aiuta a sopravvivere anche se c’è coda. Il lago, passando in auto, non si vedrà mai più. Avete letto bene. Mai più. Vedrete solo il muro dello scempio. Solo quel muro di cemento. Ma, poco importa, perché per dirla con l’assessore ai Lavori Pubblici, Fulvio Caradonna, cui abbiamo chiesto lumi: «Gli automobilisti è meglio che tengano d’occhio la strada, anziché distrarsi a guardare il lago». Simpatica risposta. Spiccato sense of humour, che traspare anche dalla battuta che ci regala subito dopo: «Tanto i comaschi si lamenteranno sempre, perché ai comaschi non va mai bene niente».

Quindi, mugugno per mugugno, cominciamo col non farglielo vedere mai più il lago a chi passerà in auto. Anche se poi l’assessore, che è anche vicesindaco, dice che la strada un «domani verrà rialzata di dieci centimetri». Anche se poi ricorda e precisa che: «La questione del muro è inesistente. Alla fine non sarà certo alto due metri e mezzo, come è visibile al momento, ma circa un metro, come da progetto. Del resto deve essere ancora riempita la passeggiata e rialzata la pavimentazione». In compenso, esulta Caradonna, i pedoni, tra un fiorire di fioriere, anche queste sufficientemente contestate, «avranno un domani un lungolago coi fiocchi. Largo e spazioso che sarà servito a mascherare la delicata, vitale operazione, di mettere in sicurezza il lago per difendere la città dalle esondazioni».

Peccato che, mentre Caradonna esulta, precisa e ricorda, siano state ieri le polemiche ad esondare. Tanto che il sindaco Stefano Bruni, dopo aver girato e rigirato tra le mani i progetti di un tempo e quelli di oggi, ampiamente stravolti anche per via dell’affidamento dei lavori ad altri tecnici, decida che no, così non si può fare e che il muraglione della nuova vergogna debba venire, se non abbattuto almeno smussato ampiamente. Almeno un bel taglio netto di cinquanta centimetri. Che cosa è accaduto? Una rapida, attendibile ricostruzione dei vari passaggi che hanno portato a dare il via ai lavori, consente di affermare che il trio di progettisti iniziale fosse stato interpellato per fornire un parere, non vincolante, sulle modifiche apportate al progetto originale. In una corrispondenza riservata, finita comunque agli atti, i tecnici, che avevano per primi firmato l’opera, avrebbero indicato come il nuovo disegno, pur mantenendo le caratteristiche strutturali del primo, ne avrebbe modificato sensibilmente il profilo architettonico. Come dire che l’erezione della grande muraglia in versione comasca, così com’è stata realizzata, si sarebbe potuta evitare, perché il progetto originale prevedeva un muretto più basso, qualcosa che offrisse un piano seduta per eventuali passanti, ma che non ostruisse la visione del lago a coloro che transitano sul lungo lago.

«Quel “muro“ è oggettivamente troppo alto – tuona in serata Bruni – e solo in parte serve per difenderci dalle esondazioni. Quindi, anche se è stato realizzato così per esclusive ragioni di sicurezza, in coerenza con il progetto iniziale, ho chiesto ai progettisti di abbassare l’altezza delle sedute, laddove è possibile, tornando alla concezione originaria. Il tema era già all’attenzione dei tecnici, ma proprio le segnalazioni dei cittadini che si sono affacciati in questi giorni lungo le finestre della palizzata di cantiere, hanno sollecitato una decisione in tal senso».

Ma gli automobilisti in transito, non si facciano illusioni il lago di Como sarà sempre nascosto. Dietro il muro, o il muretto delle perplessità.

Gabriele Villa per Il Giornale

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L’ultimo saluto dell’Italia ai Parà

L’ultimo saluto dell’Italia ai Parà

celioLa Basilica gremita per le solenni esequie e le massime autorità dello Stato, i parenti delle vittime,
i militari, ma anche gente comune. I funerali di Stato presieduti dall’ordinario militare monsignor Vincenzo Pelvi. All’interno della chiesa, a destra e a sinistra dell’altare, per consentire anche a chi è particolarmente lontano dall’altare di seguire le varie fasi della Messa. Il presidente del Consiglio recita il “mea culpa” durante le esequie. Il premier si batte il petto, durante la preghiera che dà inizio alla cerimonia funebre.

I PARA’ UCCISI IN AFGHANISTAN – Avvolte nel tricolore, le bare dei sei parà – il tenente Antonio Fortunato, il primo caporal maggiore Matteo Mureddu, il primo caporal maggiore Davide Ricchiuto, il sergente maggiore Roberto Valente, il primo caporal maggiore Gian Domenico Pistonami, il primo caporal maggiore Massimiliano Randino – sono state allineate ai piedi dell’altare. Ai due lati i parenti delle vittime.

Nella Basilica, gremita, siedono ai primi banchi il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il premier Silvio Berlusconi, i presidenti del Senato, Renato Schifani, e della Camera, Gianfranco Fini, e il presidente della Corte Costituzionale Francesco Amirante. Presenti anche ministri e sottosegretari e i vertici militari delle Forze Armate. Al rito funebre partecipano anche i quattro militari italiani – tre parà e un sottufficiale dell’Aeronautica – rimasti feriti nell’attentato.

L’OMELIA – Mons. Vincenzo Pelvi nella sua omelia li ha chiamati per nome, uno ad uno. “Antonio, Davide, Giandomenico, Massimiliano, Matteo, Roberto”, l’ordinario militare. “La tua vita a servizio della pace – ha detto, rivolto a ciascuno dei parà uccisi a Kabul – è motivo di consolazione e di gioia per il nostro paese che vive un grande dolore per la tua tragica scoparsa”. Per mons. Pelvi, oggi, “il popolo italiano è unito dal senso di umano turbamento di questo momento ma anche dall’ammirazione” per il sacrificio dei parà. “Se uno Stato non è in grado di proteggere da violazioni granvi e continue dei diritti umani e dalle conesguenze delle crisi, la Comunità Internazionale è chiamata a intervenire”. Nell’omelia, l’arcivescovo castrense si e’ rivolto ai sei para’ della Folgore dando loro del “tu” e ricordandone alcuni tratti della loro personalita’: “tu, Antonio, gigante buono, sempre pronto ad aiutare i piu’ piccoli e indifesi, non ti risparmiavi nel donare parole di gioia a chiunque incontravi. Con la tua dedizione ci consegni un’Italia piu’ coraggiosa, piu’ generosa, piu’ libera. Hai scelto di vivere per una passione per l’altro uomo, chiunque sia e dovunque si trovi, per il suo valore infinito: ecco la tua vocazione che lasci come fiaccola al tuo piccolo Martin”. “Tu, Davide – ha continuato – giovane solare e simpatico. Amo pensare, ora, alla coerenza della tua vita, frutto di una motivazione interiore che ti ha plasmato l’esistenza. Tu resti sempre un pacificatore, che ha creduto nella persuasione della parola rispettosa e nei gesti delicati e fattivi”. “Giandomenico, – ha proseguito mons. Pelvi nel suo dialogo personale con i parà – tutti ti conoscono come persona discreta, educata e tranquilla, con una fede semplice e sincera. Hai confidato sempre in Dio, che ti ha dato un cuore retto e magnanimo. Ti sei distinto per l’innato bisogno di aiutare gli altri, con le virtù proprie di ogni cristiano. La tua è una chiara lezione di pace evangelica nella insanguinata storia dei nostri giorni”. “Massimiliano – sono ancora le paroel del presule – non ti sei mai tirato indietro dinanzi ad ogni urgenza e di fronte al bisogno, nessuno potrà mai dimenticare la tua fede in Dio e una fedeltà senza compromessi all’amore del prossimo”. “Matteo – ha detto ancora Pelvi – sei stato sempre accogliente e ti accorgevi ogni giorno di quella parte dell’umanità, lacerata e offesa, dove ci sono persone umiliate a causa della malattia e dell’esclusione. Eri capace di grandi rinunce, convinto che il bene e’ piu’ forte e piu’ importante del male”. “Tu, Roberto – ha aggiunto – avevi compreso che una politica di odio, di eliminazione di coloro che si oppongono a noi porta solo ad una sconfitta. Sei stato in Afghanistan, percio’, per gettare le fondamenta, su cui le generazioni future potranno costruire una comunità internazionale pacifica. Difendevi cosi’ il tuo piccolo Simone, la tua famiglia, il tuo Paese, l’umanita’ intera”. “Care famiglie, grazie – ha poi concluso mons. Pelvi rivolgendosi ai familiari delle vittime – avete insegnato ad Antonio, Davide, Giandomenico, Massimiliano, Matteo, Roberto, il lessico della pace, fino all’eroismo della carita’, del dono della vita per il bene di altre famiglie. Nessun militare caduto per il proprio dovere e’ eroe da solo: lo e’ inscindibilmente con la sua famiglia e la sua Patria”.

L’ULTIMO SALUTO DI MARTIN – Il piccolo Martin, sette anni, figlio di Antonio Fortunato, uno dei militari uccisi a Kabul, è corso verso la bara del padre per accarezzarla e rendere l’estremo saluto al papà. Ai solenni funerali del padre indossa il baschetto rosso dei paracadutisti.

LA PREGHIERA – L’ex parà costretto su un sedia a rotelle dopo essere rimasto ferito in Somalia, adesso onorevole, Gianfranco Paglia legge la preghiera del paracadutista. Al suo fianco il piccolo Martin, figlio del capitano Antonio Fortunato. Un lungo applauso accompagna l’uscita delle bare dalla Basilica.

Il Tempo

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Afghanistan, le salme rientrate in Italia Silenzio, lacrime e rabbia: “Sono eroi”

Afghanistan, le salme rientrate in Italia Silenzio, lacrime e rabbia: “Sono eroi”

ciampino I feretri dei sei parà, avvolti nel tricolore, sono stati sbarcati dal C-130 e sono ora sulla pista dell’aeroporto di Ciampino dove vengono resi loro gli onori militari. L’aereo che ha trasportato in Italia i feretri dei militari – il capitano Antonio Fortunato, il sergente maggiore Roberto Valente, il caporal maggiore capo Massimiliano Randino e i caporal maggiori scelti Davide Ricchiuto, Giandomenico Pistonani e Matteo Mureddu – era decollato ieri pomeriggio dalla capitale afgana. Sulla pista dell’aeroporto romano le alte cariche dello Stato: il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il presidente del Senato, Renato Schifani, il presidente della Camera, Gianfranco Fini. Presente anche il ministro della Difesa Ignazio La Russa, accompagnato dai vertici militari.

La cerimonia All’interno del C-130 dell’Aeronautica sono entrati i paracadutisti che, a spalla, hanno trasportato le sei bare fino ai carri funebri, parcheggiati in un angolo della pista. I feretri passano davanti ad un picchetto della Folgore e ad una formazione interforze di cui fanno parte militari di tutte le Forze armate, crocerossine, appartenenti alle forze di polizia. Sul lato opposto i parenti, le autorità – con in testa il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano – e i vertici militari. Presenti anche due alti ufficiali afgani, frequentatori di corsi in Italia. Il presidente Napolitano ha reso omaggio alle salme dei sei parà. Su ciascuna bara il presidente ha poggiato la mano destra, inchinandosi. Quindi è rimasto ancora in silenzio davanti ai feretri avvolti nel tricolore. Poi l’ordinario militare per l’Italia, monsignor Vincenzo Pelvi, ha benedetto le salme: questo il primo atto delle breve cerimonia che è in corso a Ciampino. Dopo l’omaggio del capo dello Stato, è stato intonato il Silenzio e il picchetto schierato a Ciampino ha reso onore ai caduti.

I commilitoni Folta la rappresentanza dei berretti amaranto della Folgore. Tra di loro, il sergente maggiore Gianluca Spina, tornato solo una settimana fa da Kabul. “Io – racconta Spina – ero molto amico del capitano Antonio Fortunato. Lui è un eroe, morto per la Patria, ha dato la vita per qualcosa in cui credeva, è morto per tutti gli italiani”. Ora, aggiunge, “andremo avanti nel nostro lavoro con ancora maggiore convinzione, per rendere onore al suo ricordo”. All’aeroporto era presente anche il tenente della Folgore, Stefano Cozzella. “Provo – spiega – angoscia e dolore vedendo le famiglie distrutte per la perdita dei loro cari, ma anche rabbia per quello che è successo. Col capitano Fortunato – aggiunge – siamo stati insieme in missione in Bosnia, in Kosovo, in Albania, abbiamo condiviso tante cose e sapere che ora non c’è più mi rattrista moltissimo”.

Il basco del figlio Tra i parenti dei sei paracadutisti c’è anche Simone Francesco, di due anni – figlio del sergente maggiore Roberto Valente – in braccio alla madre e con il testa il basco amaranto della Folgore. All’aeroporto militare di Ciampino sono numerosi i familiari delle vittime che attendono che dal velivolo scendano i feretri. In un’area dell’aeroporto sono già sistemati i sei carri funebri che trasporteranno le bare all’Istituto di medicina legale dove verrà effettuata l’autopsia.

La camera ardente Una volta a Roma i corpi saranno sottoposti all’autopsia disposta dalla Procura della Repubblica che ha aperto un fascicolo sulla strage: una procedura che dovrebbe durare circa sei ore. Poi, nel tardo pomeriggio, verrà allestita la camera ardente presso l’ospedale militare del Celio: qui sarà vietato l’ingresso alla stampa che invece potrà assistere ai funerali solenni che si svolgeranno lunedì mattina alle 11 nella Basilica di San Paolo fuori le mura.

I feriti Intanto sono rientrati in Italia i quattro militari italiani rimasti feriti nell’attacco di giovedì. Il loro arrivo è avvenuto intorno all’1.30 all’aeroporto Leonardo da Vinci di Fiumicino, con un volo dell’Alitalia. Il primo maresciallo dell’Aeronautica Felice Calandriello e i primi caporalmaggiori della Folgore Rocco Leo, Sergio Agostinelli e Ferdinando Buono sono stati trasportati all’ospedale militare del Celio, a Roma. Le loro condizioni di salute non sono preoccupanti: i quattro paracadutisti accusano però un forte stato di choc che consiglia di tenerli ancora sotto osservazione.

Il Giornale

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I blog sono in crisi? È la rete, bellezza.

I blog sono in crisi? È la rete, bellezza.

blog-blogging-blogosfera-web-20In tempi di appelli più o meno credibili in nome del valore (sacrosanto, intendiamoci) della “libertà di stampa” occorre, a mio modestissimo avviso, aprire una breve riflessione su un aspetto del quale nessuno, fin’ora, ha tenuto debitamente conto, ovvero la vera e propria rivoluzione in atto sul web. Per consentire anche ai meno appassionati di comprendere l’estrema importanza di quest’argomento, parto da una dichiarazione che Ezio Mauro – Direttore di Repubblica - ha rilasciato qualche giorno fa rispondendo all’inchiesta con cui Il Giornale ha scoperto che gran parte dei firmatari dell’appello promosso on line dal quotidiano di De Benedetti fossero, in realtà, inesistenti. Qualche esempio? Tra i firmatari compaiono migliaia di nomi pittoreschi come Vorrei Cheparlaste o Bruce Lagodigarda, tanto per citarne un paio.

Bene, ad un fatto oggettivamente incontestabile Mauro ha risposto con un luogo comune ormai stantio: “La rete è democrazia”. Vero, per molti aspetti lo è, ma va anche detto che esistono innumerevoli esempi di quanto si sia abusato dell’estrema libertà messa a disposizione dal web, utilizzandola a proprio uso e consumo, nella stragrande maggioranza dei casi per insultare il nemico di turno nascondendosi comodamente dietro l’anonimato di un nickname. Negli ultimi anni il web è stato letteralmente invaso da milioni di blog che, il più delle volte, si trasformavano in veri e propri vomitatoi, all’interno dei quali chiunque poteva dare libero sfogo ai suoi istinti (per lo più animaleschi) repressi.

Le vittime? Beh, anche in questo caso il repertorio è vastissimo ma il principio è sempre lo stesso: mi stai antipatico? Ti odio? Ti diprezzo? O, più semplicemente, sono accecato dall’invidia? Bene, in assenza del coraggio necessario per affrontarti e dirtelo in faccia e, soprattutto, non volendo correre il rischio di beccarmi una denuncia per diffamazione, mi apro un bel blog e ti sputtano sul web. Facile, no? In molti si erano illusi che l’onda potesse essere cavalcata, financo per creare un partito politico, salvo poi prendere atto di aver preso una grossa cantonata.

Era, infatti, inevitabile che prima o poi la tendenza s’invertisse, sostanzialmente per due motivi. Il primo è che l’utente medio di internet è sempre più informato e quest’aspetto lo porta a prediligere un’informazione attendibile e di qualità. Il risultato è che i blog di cui parlavo pocanzi, i vomitatoi, scompaiono mentre i blog di livello non soltanto accrescono quotidianamente le loro visite ma, cosa ancora più importante, fanno opinione. Probabilmente l’esempio più eclatante è l’americano Huffington Post, che si avvale della collaborazione quotidiana di oltre 3000 bloggers le cui inchieste, negli anni, sono state tanto attendibili ed efficaci da renderlo il sito d’informazione più influente anche all’interno della Casa Bianca. Il secondo motivo è l’avvento dei Social Network come Facebook e Twitter, che hanno avuto il grande merito d’introdurre il concetto di microblogging ovvero, come si fa quando si aggiorna il proprio stato, sintetizzare il proprio pensiero in una frase lunga poco più di 140 caratteri, proprio come un sms. Si calcola che attualmente siano oltre 250 milioni le persone che hanno aperto un profilo su Facebook, e che lo usano quotidianamente per condividere con i propri conoscenti opinioni, foto, video e quant’altro.

La differenza sostanziale è che, in un Social Network, gli utenti che tentano di mantenere l’anonimato vengono esclusi dal resto della comunità, proprio perché in palese conflitto con il concetto stesso di social networking. Questo significa che se qualche buontempone decide di fare qualcosa che prevarichi la libertà altrui, viene messo nelle condizioni di andarsene, insomma, si auto esclude. Senza considerare che, proprio alla luce di questo motivo, i calunniatori di professione sono più facilmente perseguibili. Una rivoluzione positiva, dunque, che va nella direzione di una sempre maggiore “socializzazione” della rete, che dovremo essere bravi a sfruttare stando sempre attenti, però, alle informazioni che decidiamo di darle in pasto.

Alessandro Nardone

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«Borsellino e i mandanti occulti? Una farsa per coprire i giudici»

«Borsellino e i mandanti occulti? Una farsa per coprire i giudici»

attentato_via_damelio1__n1Lino Jannuzzi, ex senatore, giornalista ed esperto di cose di mafia, questo diciassettesimo anniversario della strage di via D’Amelio è pieno di strane storie: il misterioso 007 con la faccia da mostro, l’oscuro mister X che fece l’ultima telefonata dall’hotel Villa Igiea, il ruolo dei servizi deviati…
«È una vergogna farsesca. Dopo 17 anni hanno scoperto di avere sbagliato tutto con i processi, e alzano il polverone dei mandanti occulti per distogliere l’attenzione dall’errore».
Sbagliato tutto?
«Le nuove dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza hanno demolito la loro costruzione. In qualsiasi Paese la stampa avrebbe detto che era stato commesso un errore madornale, i giudici che hanno sbagliato sarebbero stati processati, almeno si sarebbe fatta una commissione parlamentare d’inchiesta per capire come sia stato possibile un simile errore che ha coinvolto nei vari gradi di giudizio decine di magistrati».
Quindi un modo per distrarre l’attenzione?
«Il movente, la molla del polverone è sicuramente questa. Sulla strage di via d’Amelio hanno fatto ben tre processi – il Borsellino uno, due e ter, con relativi pronunciamenti in appello e Cassazione – puntando tutto su un personaggio come Vincenzo Scarantino, meccanico semianalfabeta, con problemi di droga e esonerato al servizio militare per schizofrenia. Possibile che la grande Cosa nostra affidasse a un simile individuo il compito di trasportare la macchina con l’esplosivo? Era chiaro che erano in errore, io queste cose le scrissi ripetutamente su Il Foglio, Panorama e il Giornale. E siamo stati pure querelati. Ora il pentito Gaspare Spatuzza ha dimostrato in maniera irrefutabile, portando prove, che è stato lui e non Scarantino a occuparsi della macchina usata per l’attentato. Questo fa crollare tutto, si dovrà procedere, probabilmente, alla revisione».
In questi giorni si parla con insistenza del coinvolgimento dei servizi segreti…
«Non è una novità, ci provarono già all’inizio, tentando di trascinare in questa storia Bruno Contrada, che per fortuna sua era su una barca con 10 persone e riuscì a smentire la sua presenza in via D’Amelio».
E ora c’è il misterioso 007 con la faccia da mostro che comparirebbe sulle scene di tanti altri misteri palermitani…
«È mai credibile la farsa dell’agente segreto mostro, i servizi hanno scelto uno con una malformazione facciale per farlo notare da tutti? Ma via, andiamo, il vero mostro è questa antimafia pirandelliana. Ora saranno costretti pure a cercare uno 007 con la faccia sfasciata…».
E il misterioso personaggio che era ospitato a Villa Igiea e da cui il 19 luglio del 1992 sarebbe partita l’ultima telefonata prima della strage?
«Stessa farsa, fa parte della storia dei servizi e del mito dei mandanti occulti che inseguono da dieci anni. Hanno provato in tutti i modi a puntare su Berlusconi e su Marcello Dell’Utri, li hanno indagati per strage ben quattro anni, due in più di quelli possibili. Ma alla fine si sono dovuti arrendere».
Ieri ha parlato della strage di via D’Amelio Totò Riina, per dire che la mafia non c’entra e che si deve guardare altrove.
«Riina ovviamente ne approfitta, chi non lo farebbe? La pista indicata da Spatuzza porta lontano da lui».
Tra le novità di questi giorni ci sono anche le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco del sacco di Palermo. Che ne pensa?
«Non hanno creduto al padre, Vito Ciancimino, mafioso di tutto rispetto che ha chiesto invano di essere ascoltato dalla commissione Antimafia, e ora invece credono al figlio, un bamboccione che va in giro con le auto di lusso e che, avendo già una condanna per riciclaggio, tenta di salvare il salvabile del suo patrimonio? Non ha senso. E non hanno senso troppe cose in questa storia, a cominciare dalla lettera strappata, il biglietto tagliato a metà indirizzato a Berlusconi per chiedergli una rete tv. Ma per che cosa, per trasmettere Il Padrino o I Soprano?».
Secondo lei perché Borsellino fu ammazzato?
«La strage di via D’Amelio presenta degli aspetti di mistero, ma solo nell’ambito di Cosa nostra. Borsellino era disperato per la morte di Falcone e cercava di capire, era concentrato sulla famosa inchiesta sugli appalti, altro che trattativa tra Stato e mafia che qualcuno adesso sostiene che lui aveva scoperto».

Mariateresa Conti per Il Giornale

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Why not, la Cassazione: comportamenti illeciti di pm Catanzaro e Salerno

Why not, la Cassazione: comportamenti illeciti di pm Catanzaro e Salerno

de-magistris«L’illeicità del comportamento dei magistrati di Salerno non legittimava l’illecita reazione dei magistrati di Catanzaro». Questo un passo delle motivazioni con le quali la Corte di cassazione ha confermato oggi i provvedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati Verasani, Nuzzi, Apicella, Iannelli e Garbati al centro di uno scontro originato dalle inchieste Why not e Poseidone avocate all’ex pm Luigi De Magistris. Condotte definite dai supremi giudici «illecite aggressioni» che hanno dato luogo «ad una rissa, che è prevista come delitto a carico di tutti i partecipi».

In particolare, il Csm aveva sospeso dalle funzioni il procuratore di Salerno Luigi Apicella e trasferito d’ufficio il pg di Catanzaro Enzo Jannelli, il sostituto Alfredo Garbati e i due pm di Salerno Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani.

Nelle 62 pagine di motivazioni della sentenza un capitolo è dedicato anche alla conferenza stampa indotta da Iannelli: «Non competeva a Iannelli censurare il comportamento dei magistrati che si presentavano come suoi antagonisti». Un comportamento che, secondo la Cassazione, ha portato ad una palese «lesione dei diritti dei magistrati salernitani che come tutti i cittadini hanno diritti tutelabili anche quando versano nell’illecito».

«Non vi è alcuna contraddizione» nella motivazione dell’ordinanza del Csm che ha disposto i trasferimenti dei magistrati delle Procure di Salerno e Catanzaro e questo perché «l’illecito commesso dai magistrati salernitani non può legittimare la reazione altrettanto illecita dei magistrati calabresi».

In particolare, scrivono i upremi giudici nella sentenza, Iannelli e Garbati «hanno aperto ex novo un procedimento a carico dei magistrati salernitani per «farsi ragione da se. Hanno piegato la giurisdizione a un interesse proprio in relazione a un preteso torto subito». Hanno perciò compiuto un atto «di ritorsione nei confronti di chi li aveva sottoposti a procedimento penale ed è evidente che il magistrato del pubblico ministero sottoposto a procedimento penale non può reagire sottoponendo a sua volta a procedimento penale il magistrato che indaga a suo carico».

Gli scontri avvenuti tra i magistrati delle Procura di Salerno e quelli della Procura generale di Catanzaro hanno portato alla «rappresentazione di una magistratura rissosa, disastrosa per l’immagine delle istituzioni della Repubblica», dice ancora la Cassazione. «Illegittime interferenze» sono da addebitarsi, scrivono i supremi giudici, sia alla procura di Salerno che a quella di Catanzaro, in particolare tramite un provvedimento giudiziario di sequestro avanzato dalla procura di Salerno definito «correttamente abnorme» dalla Sezione disciplinare del Csm. Correttamente, secondo i Supremi giudici, hanno censurato la «grave negligenza e la mancanza di ponderazione di effetti estranei alle logiche e alle finalità della giurisdizione» con l’atto di sequestro abnorme avanzato alla Procura di Salerno, un comportamento «del tutto arbitrario nella tecnica redazionale dei provvedimenti controversi».

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