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Gran Bretagna, i Conservatori in testa Cameron: “Possiamo governare”

Gran Bretagna, i Conservatori in testa Cameron: “Possiamo governare”

Londra – Secondo i primi exit poll i Conservatori di David Cameron sono in testa alle elezioni politiche in Gran Bretagna. Secondo l’exit poll di Ipsos Mori i Conservatori conquistano 307 seggi, senza maggioranza assoluta. L’exit poll assegna 255 seggi ai Laburisti e 59 ai Liberaldemocratici.

Parlamento “impiccato” Se le proiezioni dei seggi dell’exit poll saranno confermati, nessuno riuscirebbe a raggiungere la maggioranza assoluta di 326 seggi: né i Tory con i loro 307 seggi, né la somma di Labour e Lib-dem, che arriverebbero a 315. E’ questo il parlamento “hung”, “appeso” o “impiccato”, che era stato previsto.

Cameron: “Possiamo governare” Il leader dei Conservatori, David Cameron esulta e dice: “Vittoria decisiva, possiamo governare”.

Ma la prima mano spetta al Labour Se gli exit poll saranno confermati, i partiti dovranno negoziare la formazione del nuovo governo. Secondo la costituzione infatti, è il vecchio partito di governo, in questo caso i laburisti, ad avere il diritto di tentare per primo a formare un nuovo governo. Questo sistema è stato confermato anche dal ministro Peter Mandelson alla Bbc.

I risultati degli exit poll sono “molto strani” Lo ha detto il portavoce liberaldemocratico delle Finanze Vince Cable commentando il risultato deludente dei lib-dem agli exit poll, che assegnano al partito 59 seggi soltanto, quattro in meno rispetto ai 63 attuali.

Il ministro Johnson: “Tory meglio del previsto” I conservatori sembrano essere andati meglio di quanto prevedevano i sondaggi. Lo ha detto il ministro dell’Interno Alan Johnson commentando gli exit poll alla chiusura dei seggi. “Rispettiamo il volere degli elettori britannici”, ha affermato Johnson intervistato a Sky News. “Non abbiamo problemi a fare accordi o coalizioni”. Secondo Johnson tuttavia, è ancora prematuro dare per certo il risultato. Riguardo a cosa farà Gordon Brown se avrà ancora la possibilità di fare il primo ministro, Johnson ha detto che il premier “merita” almeno “di essere lui a prendere la decisione”.

Dopo tredici anni di governo laburista i britannici hanno votato per rinnovare la Camera dei Comuni e, sulla base dei risultati finali, dare le chiavi al nuovo inquilino di 10 Downing Street. A causa dell’incertezza sull’esito la Regina incontrerà il vincitore solo dopo le 13 di domani. I Tories di David Cameron, confermano le previsioni della vigilia ma il premier laburista Gordon Brown conserva quindi ancora una chance di restare al potere, se riuscisse a creare una coalizione con i Liberaldemocratici di Nick Clegg, il terzo incomodo che ora è l’ago della bilancia per la formazione di una maggioranza di governo.

Il vincitore sarà comunque chiamato a gestire un deficit di bilancio che ha raggiunto l’11% del Pil, e la richiesta di riforme politiche, dopo lo scandalo dello scorso anno sulle spese dei parlamentari che ha fortemente disgustato l’opinione pubblica.

Alta affluenza Alta l’affluenza alle urne in quelle che saranno ricordate come le elezioni più contese degli ultimi decenni in Gran Bretagna. A spingere molte persone a votare – in un Paese dove l’affluenza ai seggi di solito non supera il 65% – sarebbe stata questa campagna elettorale diversa da tutte le altre per via dell’entrata in gioco dei liberaldemocratici a fianco di laburisti e conservatori, sia per il fatto che, per la prima volta, i tre leader dei principali partiti si sono scontrati in diretta tv in tre dibattiti molto accesi.

Leader alle urne David Cameron è stato il primo tra i leader dei tre maggiori partiti a votare: accompagnato dalla moglie Samantha -al quinto mese di gravidanza, avvolta in una tunica viola e issata su tacchi alti- il leader conservatore ha votato alle 10.30 di mattina nel villaggio di Spelbury, a Witney (nell’Oxfordshire, Inghilterra meridionale) la circoscrizione per la quale è deputato. Cameron ha sorriso, si è fatto fotografare ed è apparso finalmente rilassato dopo la maratona di quasi 36 ore ininterrotte di campagna elettorale, con cui ha chiuso mercoledì sera la sua corsa. Poco dopo, alle 11.15, Gordon Brown, accompagnato dalla moglie Sarah, ha votato nella località scozzese di North Queensferry, nel collegio elettorale di Kirkcaldy e Cowdenbeath, nella circoscrizione elettorale di Fife per cui è deputato (in cravatta rossa, così come il cappotto della moglie). Quasi in contemporanea alle 11.25, nella circoscrizione di Sheffield, in Inghilterra settentrionale, in una chiesa metodista, ha depositato la sua scheda il leader Lib-Dem, Nick Clegg. Clegg, in cravatta dorata e accompagnato dalla moglie Miriam, che non può votare perchè è cittadina spagnola, ha salutato i cronisti e poi ha scherzato con loro: “Non credo che il mio voto sia un segreto”.

IL GIORNALE

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“Siamo in piazza, ci sparano addosso”

“Siamo in piazza, ci sparano addosso”

iranian-supporterTwitter, Skype, Facebook. L’informazione dall’Iran passa ormai soltanto attraverso le nuove tecnologie. Te ne accorgi quando tenti di metterti in contatto con i tuoi amici, la tua interprete, le persone che ogni volta che arrivi nel loro Paese rendono il tuo lavoro più facile e che manifestano una voglia enorme di comunicare. Un desiderio che, in momenti come questi, non si placa, ma esige maggiore attenzione. Dallo scorso settembre, infatti, la compagnia telefonica nazionale è controllata dai Guardiani della Rivoluzione attraverso la Etemad Mobin che fa capo ai Pasdaran. Difficile trovare, quindi, chi sia disposto a parlare. Meglio usare la classica chat, oppure cercare un intermediario, che faccia da ponte, come Maryam. La chiameremo così per assicurarne l’anonimato. Maryam vive in Italia e comunica quasi ogni giorno con i suoi amici in Iran. «Hanno paura di rilasciare interviste telefoniche ad occidentali perchè le linee sono sotto controllo», mi spiega. Qual è l’alternativa per non sacrificare la loro incolumità in nome di qualche informazione in più? «Mi faccio raccontare io, come se fosse una normale chiacchierata, e poi ti traduco. Così è meno pericoloso», assicura. In realtà, tutto non è così semplice, a partire dalla difficoltà nel prendere la linea fino alle interferenze. Vengo a conoscenza così di Parinaz. Anche lei è scesa in piazza, domenica a Teheran, insieme ai suoi amici.

Tutti studenti come lei. Venticinque, ventisei, ventisette anni. «Eravamo nella zona di Vali Asr, all’incrocio con Enghelab, la zona dell’università Amir Kabir», racconta. «Gli agenti impedivano a tutti di unirsi. Ci siamo ritrovati in gruppetti sparsi, nel tentativo di aggregarci gli uni con gli altri. Nonostante gli agenti di polizia continuassero a puntare le armi all’altezza del viso». La sensazione è che, superato lo shock per le prime morti, durante gli scontri della scorsa estate, questa volta le persone avessero meno paura. La rabbia, invece, è cresciuta. Molto. Si vede anche dalla reazione dei manifestanti che hanno attaccato poliziotti e Basiji con qualunque cosa capitasse loro a portata di mano: sassi o vetri. La ragione è legata al fatto che «fare fuoco mel mese di Muharram, il primo mese del calendario islamico, uno dei quattro considerati sacri, è stata una violazione troppo forte; una provocazione evidente», aggiunge Maryam. «È vero, questa volta avevamo meno paura. Abbiamo acquisito maggior determinazione e sicurezza», conclude Parinaz, lanciando un assist a Fatemeh (altro pseudonimo), che come lei è stata per le strade di Teheran nelle ultime ore.

Con Fatameh ho appuntamento su Skype, alle 17 ora italiana, fissato grazie ad un sms che è riuscita a ricevere, nonostante il blocco delle comunicazioni. «Domenica è stato completamente differente», esordisce. «Teheran era nelle mani dei manifestanti e sono sicura che chi è al governo si è spaventato per questo. La gente combatteva davvero e per la prima volta è riuscita a mettere in fuga la polizia». Immagini che sono rimbalzate ovunque nel mondo, attraverso YouTube, Twitter e blog, a conferma dell’impossibilità di impedire la fuoriuscita di notizie nel villaggio globale. «Gli iraniani stanno diventando sempre più aggressivi e sono disposti a lottare per i loro diritti, pur sapendo che potrebbero essere uccisi per questo. Anche il nipote di Mousavi è morto, ma lui non è diverso da un altro martire. Questo è il prezzo da pagare per la libertà».

Che la gente sia molto più arrabbiata è convinta anche Zahra. Con lei ho un appuntamento su Facebook, per il classico botta e risposta via chat. Ma la connessione va e viene. «Userò i siti per forzare il blocco», mi aveva annunciato nel corso di una brevissima telefonata. Quello che riesce a comunicarmi ora sono ansia e paura, miste ad eccitazione. «Stiamo per esplodere. Nessuno teme più nulla: gas lacrimogeni, colpi di manganelli, prigione. Neanche la morte». E una emoticon, una faccetta stilizzata che piange, tipica del linguaggio breve degli sms, chiude la nostra conversazione.

Antonella Vicini per Il Tempo

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Berlusconi prepara il taglio delle tasse

Berlusconi prepara il taglio delle tasse

silvio-22Berlusconi ha già deciso. La campagna elettorale per le regionali, superato il nodo giustizia, avrà un tema centrale: abbassare le tasse, cavallo di battaglia del Cavaliere. Niente congresso del Ppe. Almeno per ieri. Oggi l’intervento di Silvio Berlusconi è già in programma. Il presidente del Consiglio sarebbe dovuto arrivare ieri sera anche per avere alcuni incontri di rilievo, uno dei quali era fissato con Pier Ferdinando Casini. Ma anche il leader dell’Udc ha fatto sapere che avrebbe disertato il vertice per restare sulle questioni politiche nazionali più urgenti. Niente Bonn.
E niente Roma, dove pure s’è parlato di una possibile tappa ieri mattina. Niente, il Cavaliere resta a Milano. Nella sua Milano. Nella reggia dorata di Arcore. Snobba la politica romana, non vuol sentire nemmeno nominare Fini, non vuole parlare con lui. Non lo vedrà questa settimana. E forse neppure la prossima anche se è previsto che intorno a metà mese il premier faccia tappa nella Capitale per l’ufficio di presidenza del Pdl e per decidere le ultime candidature per le Regionali. Proprio a queste sta lavorando negli ultimi giorni. Il premier sta ragionando sui candidati presidente e anche ai listini bloccati.
Nella sua testa c’è l’idea di sistemare la partita giustizia, tra processo breve, legittimo impedimento e lodo Alfano per via costituzionale, per poi buttarsi sulle elezioni che saranno come mai decisive. Se infatti il governo dovesse uscirne rafforzato, per Berlusconi la strada potrebbe intraprendere un bel tratto di discesa. L’idea del Cavaliere è di fare la prima parte della campagna elettorale sui temi della giustizia, spiegando anche la sua versione dei processi e delle inchieste che sta subendo o ha subito. Attaccare una parte dei pm. Ridicolizzare le ultima accuse dei pentiti di mafia. La seconda parte dovrebbe avere un unico tema centrale: le tasse. Abbassare le tasse, il vecchio cavallo di battaglia del Cavaliere.

La vera incompiuta di questa prima parte della legislatura. Qualcosa Berlusconi s’era lasciato scappare quando autorizzò Gianni Letta ad annunciare il prossimo taglio dell’Irap, una iniziativa che fece infuriare Tremonti. Ora che tutto si è ricomposto si sta mettendo a punto il piano vero e proprio. E questo lo si travederebbe anche dal fatto che il ministro dell’Economia non ha consentito che si mettessero le mani sugli introiti dello scudo fiscale, quasi quattro miliardi di euro. Il maxi taglio delle tasse dovrebbe essere anche più ad ampio raggio e dovrebbe agganciarsi ai primi segnale di ripresa che già si stanno avvertendo e che dovrebbero essere più robusti già a partire da gennaio. Dunque, non dovrebbe essere una sforbiciata solo all’imposta sulle attività produttive.
Più probabile che una parte possa cominciare a riguardare anche le imposte sui redditi e sul lavoro dipendente. Con l’intervento sul Fisco Berlusconi pensa di dare una svolta decisiva sulle Regionali. Nell’entourage del Cavaliere c’è ottimismo sul fatto che il centrodestra possa strappare almeno tre Regioni attualmente governate dal centrosinistra: il Lazio, la Campania e la Calabria. Più difficile la partita in Puglia e Piemonte dove l’intesa con l’Udc sarà determinante e dove, non a caso, le trattative sono più irte di ostacoli che altrove.

Fabrizio Dell’Orefice per Il Tempo

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Quando 20 anni fa volai a Berlino a picconare il Muro

Quando 20 anni fa volai a Berlino a picconare il Muro

muroA differenza di Marcello Veneziani, che come scriveva ieri su queste pagine non ne può più di sentir parlare dei mattoni e del cemento armato del Muro di Berlino, io vi parlerò proprio di quei mattoni e di quel cemento. Perché prenderli a picconate fu una grande festa, una gioia che anche Marcello ricorderebbe con emozione, se ci fosse stato. Il 9 novembre 1989, quando fu dato l’annuncio che i tedeschi dell’Est potevano passare dall’altra parte senza restrizioni – preludio alla Caduta – era un giovedì. Stavo lavorando al numero zero di un mensile che sarebbe apparso di lì a poco in edicola, Chorus. Ma, accidenti, più di vent’anni prima mi ero perso l’appuntamento con il Maggio francese (perché stavo preparando la maturità…) e stavolta volevo esserci a tutti i costi.

Ci fui. Viaggio di lusso, con un volo diretto Milano-Berlino, passaggio in albergo e via in taxi al Checkpoint Charlie, che già avevo attraversato anni prima, in visita desolata a quel confine fra due mondi: il nostro, che sembrava quasi felice, pur con tutti i suoi tormenti; l’«altro», palesemente infelice e con tormenti quotidiani inimmaginabili da noi. Stavolta trovai solo festa e festa e festa, da entrambi i lati: l’odioso Muro, simbolo della divisione ostile del mondo, sarebbe caduto. Stava già cadendo. Anch’io diventai un Mauerspet e me ne vanto. Per la verità, all’inizio non capivo cosa significasse quella parola che i tedeschi mi rivolgevano, fra l’ironico e il compiaciuto, ma ci volle poco: «Mauerspechte» vuol dire letteralmente «i picchi del muro», e io ero diventato un uccellino che, armato di becco/piccone d’acciaio, infierivo su quel Muro con un entusiasmo da fumetto, proprio come il picchio di Disney.

I «Mauerspechte» erano all’opera con scalpelli, picconi, badili e quant’altro potesse abbattere, staccare, spezzare, svellere. Pure l’inventiva commerciale si era già messa in moto e degli accorti venditori improvvisati – in genere turchi e italiani – mettevano a disposizione picconi, scalpelli e martelli di tutte le fogge e dimensioni. Altri si erano specializzati in borse robuste, per portare via il bottino. Comprai a prezzo altissimo un piccone davvero esagerato (niente come l’esaltazione rivoluzionaria abbatte i freni inibitori) e due grandi borse, a prezzi altissimi.

Ora si trattava di scegliere il punto in cui colpire, i dintorni erano ormai tutti come divorati da un mostro multibraccia e cementofago. Segui d’istinto (in questo caso l’esaltazione rivoluzionaria c’entrava poco, altri erano i motivi) un branchetto di carinissime ragazze spagnole e dopo qualche centinaio di metri ecco un punto ancora quasi intatto, decorato e splendido, un capolavoro di ricordi e sovrapposizioni emotive che per essere concluse aspettava soltanto me.

Il primo colpo fu un orgasmo. Il secondo, il terzo e tutti gli altri un dolore fortissimo alle mani, e nonostante il freddo notevole, grondavo sudore: ma che fa. Dopo poco avevo le borse piene di pezzi di muro, da sgrossare. Regalai il piccone a Luz, presi il numero del suo albergo e mi trascinai verso un taxi con un bottino di quasi cento chili, o così mi pareva. Un pezzo lo regalai al tassista, un altro al portiere, e prima di sera avevo eliminato il superfluo a martellate (con qualche dispiacere dell’inquilino di sotto) riducendo il tutto a un’unica borsa che – per il peso – mi sarebbe costata quasi quanto un biglietto aereo.

E poi, sciambola! Quella notte e le successive, a Berlino, furono un delirio di feste, balli, canti, amori a ripetizione, della durata fra i cinque minuti e l’alba (Ciao Luz, come stai? Dove sei? Cosa fai? Hai ancora il pezzo di muro che ti regalai, rosso, in cambio di uno tuo che conteneva una scritta fittissima in una lingua ignota?).

Negli ultimi vent’anni, ogni volta che ho voluto fare un regalo importante, ho donato un pezzo del mio Muro. Oggi me ne è rimasto solo uno, il più banale, un rettangolo grande come una pagnotta, blu e rosso. Lo conservo in una teca per regalarlo a mio figlio Nicola Giordano quando, il 9 novembre 2019, avrà quasi quattordici anni e potrò spiegargli come e perché uno dei momenti di grande felicità della mia vita fu quando ero un «Picchio del Muro». Può darsi, come sostiene Veneziani, che i problemi che avremo in quell’epoca siano nati anche allora, il 9 novembre 1989. Ma ben altri ce ne sarebbero stati, se quella divisione crudele fosse rimasta in piedi.

Giordano Bruno Guerri per Il Giornale

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Oltre il Muro: ora si può capire cos’è stato il comunismo

Oltre il Muro: ora si può capire cos’è stato il comunismo

berlinermauerNessuno, prima del novembre 1989, aveva previsto il crollo dell’Unione sovietica, quindi la fine della Guerra fredda con la liquefazioni di quella “Cortina di ferro” tra il mondo libero e quello comunista di cui aveva per primo parlato Winston Churchill a Fulton (Missouri) nel marzo 1946. Quell’evento storico, di cui oggi celebriamo la fausta ricorrenza, ha avuto importanti conseguenze non solo internazionali ma anche sull’Italia che vent’anni fa aveva ancora il maggiore partito comunista dell’Occidente che condizionava l’intera vita politica.
Il mondo, che era vissuto per quarant’anni nel rapporto di forze bipolari, per un verso aveva visto fronteggiarsi i due blocchi in conflitti locali (Corea, Vietnam…) combattuti per contenere l’espansione del comunismo, e per un altro si era adagiato nell’equilibrio del terrore che, grazie alla paura della catastrofe atomica, aveva mantenuto la pace soprattutto in Europa. Al di là delle conseguenze geopolitiche, la caduta del Muro significò specialmente la fine della più efferata utopia totalitaria, il comunismo, che aveva causato centinaia di milioni di morti in Unione Sovietica, in Cina e negli altri paesi comunistizzati come la Cambogia di Pol Pot.

Con la fine del comunismo qualcuno parlò anche di “fine delle ideologie”, nell’illusione che non vi fossero più conflitti ideologici, cosa che ben presto risultò falsa con l’insorgenza del fondamentalismo islamico portatore di tragico terrorismo. In Italia, la fine del comunismo sovietico ebbe effetti altrettanto profondi di quelli prodotti nella Germania divisa in due e nelle cosiddette “democrazie popolari” dell’Europa orientale. Nel 1989, a distanza di 45 anni dalla guerra, il Partito comunista Italiano non aveva ancora compiuto una svolta revisionista come era accaduto altrove, perfino nella socialdemocrazia tedesca che negli anni Cinquanta si era de-marxistizzata a Bad Godesberg, Togliatti prima, e Berlinguer poi, erano sempre stati ambigui nei confronti dell’ideologia comunista e della natura dell’Unione sovietica.

L’uomo sbarcato a Salerno nel 1943 con in tasca le direttive di Stalin, aveva ingannato gli italiani, e in specie l’intellighenzia di sinistra, con il miraggio della “via italiana al socialismo” che certo era una prospettiva diversa dal socialismo della fame dell’Urss, ma che restava pur sempre nell’ambito della comune famiglia totalitaria comunista, come si comprese quando “il migliore” sostenne a spada tratta la sanguinosa repressione di Budapest del 1956, e il suo successore condannò la rivolta di Praga del 1968. Anche il mite Enrico Berlinguer, che pure era consapevole delle nequizie sovietiche, non ne prese mai veramente le distanze nette, tanto che qualche anno prima della caduta del Muro senza ironia parlò “solo dei tratti illiberali” del più spaventoso autoritarismo del XX secolo. Nel corso degli ultimi venti anni, le successive trasformazioni del PCI in PDS, DS e PD ad opera di Occhetto, D’Alema, Fassino e Veltroni (alcuni dei quali dichiararono con humour di non essere mai stati comunisti) hanno tutte risentito della mancanza di atti risoluti di rottura compiuti a tempo debito con il legame ideologico e politico col comunismo sovietico.
Nessuno di loro ha mai davvero accettato la lucida analisi di Anna Harendt che, a cavallo della seconda guerra mondiale, aveva magistralmente accomunato i caratteri totalitari di nazismo e comunismo. Non voglio certo dire che i comunisti italiani sono stati per anni equivalenti a quelli sovietici, ma la mancanza di chiarezza nel riconoscere nel presente e nel passato la fondamentale distinzione tra l’utopia comunista e i principi liberali su cui si sono rette le democrazie occidentali, ha avuto a lungo nefasti effetti sul sistema politico italiano che ancora oggi ne risente. C’è da augurarsi che l’anniversario della caduta del Muro sia non solo occasione di retoriche rievocazioni, ma induca anche a quella riflessione storica e politica sul significato del comunismo nel mondo e in Italia che per tanti anni è stata, se non ignorata, certamente sottostimata.

Massimo Teodori per il Tempo

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Tramonto rosso, la sinistra scompare

Tramonto rosso, la sinistra scompare

zapateroNel Duemila governavano dieci Paesi su quindici. Soltanto nell’ultimo lustro mentre l’Europa si allargava, la caduta dei socialisti, socialdemocratici e riformisti è stata come la pioggia di stelle nella notte di San Lorenzo. Uno dopo l’altro la sinistra ha cominciato a perdere governi nazionali. Sono otto i Paesi in cui i socialisti erano al governo e sono passati all’opposizione. Il primo fu la Polonia, nel 2005. L’anno dopo toccò a Repubblica Ceca e Svezia, e qui fu una delle più cocenti delusioni della sinistra visto che

Stoccolma è stato sempre considerato un modello di governo da importare anche altrove. Ma anche Olof Palme è ormai un ricordo. Ma la parentesi scandinava non era solo un caso della storia. Perché l’anno successivo, e siamo al 2007, sarebbe stato anche il caso della Finlandia. Nel 2008 cade anche l’Italia, dove Prodi aveva vinto appena due anni prima e in Lituania. Quest’anno è già toccato in Bulgaria e ora in Germania. Una batosta dopo l’altra. Gli intellettuali della sinistra si interrogano. Ogni volta spuntano sentenze improbabili, discettano su soluzioni che poi puntualmente naufragano nell’urna. Perché? Le risposte sono molteplici. Quel che è sicuro è che la sinistra in tutta Europa dovrebbe avvantaggiarsi in un periodo di crisi, come sempre accaduto nella storia. Stavolta non è così, gli elettori premiano la destra, le destre europee che danno la sensazione di avere più attinenza con la realtà, di essere più vicine alle questioni concrete, di recepire meglio il desiderio di sicurezza che serpeggia nel Continente.
Sicurezza in senso lato, non si tratta di essere solo legalità ma anche bisogno di non sentire regredire la propria condizione. Così appena quattro anni fa i partiti, ovvero all’inizio del 2005, i partiti socialisti erano al governo in posizione dominante ancora in nove stati membri dell’Unione Europea: Germania, Regno Unito, Spagna, Portogallo, Svezia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria. A cui andrebbe aggiunta anche la Bulgaria, a quell’epoca non ancora entrata a fare parte dell’Ue. I partiti di sinistra erano anche presenti come socio minoritario nelle coalizioni al governo in Belgio, Lussemburgo, Finlandia, Cipro ed Estonia. Oggi il quadro si è rovesciato.
I socialisti restano al governo in posizione dominante in Regno Unito, e Spagna, gli ultimi due Paesi di un certo rilievo. E poi in Portogallo, Austria, Slovacchia e Slovenia. Sono nella coalizione di governo ma in minoranza in Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Cipro, Estonia, Ungheria e Romania. Ma anche qui il dato va letto. In Inghilterra il cambio di guarda a vantaggio dei Tories ormai viene dato per certo: si voterà l’anno prossimo. E nel 2010 si apriranno le urne di nuovo in Svezia, dove le previsioni per la sinistra sono nere. E anche Zapatero scricchiola. Già senza maggioranza in Parlamento da marzo dopo avere perso l’appoggio dei nazionalisti baschi del Pnv, il premier socialista spagnolo è ora sottoposto al tentativo del Partido Popular di Mariano Rajoy, vincitore del voto europeo con il 42,23% contro il 38,51% al Psoe, di dargli la spallata finale in attesa del voto che ci sarà nel 2012. E quello sarà l’anno in cui si voterà anche in Francia dove i socialisti appaiono a pezzi. Lo slittamento non conosce soste.
Perché i socialisti in alcuni casi non sono più neanche la principale forza dell’opposizione. In Polonia i socialisti (ex comunisti) sono la terza forza, proprio come in Irlanda dove i laburisti da sempre è solo il terzo partito più grande. A Cipro è il partito comunista a detenere il posto di principale forza della sinistra. Particolare anche l’Estonia dove i socialdemocratici rappresentano solo il quarto partito più grande (ma partecipano al governo in una coalizione di centrodestra). In Lettonia il Partito socialdemocratico non è neanche più rappresentato in Parlamento. Insomma, avanti così e la sinistra sarà una specie in via estinsione. Roba da Wwf.

Fabrizio dell’Orefice e Bruno Tiozzo

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Il terrorismo non deve vincere

Il terrorismo non deve vincere

FRATELLI D'ITALIA.Squilla il telefonino, guardo il numero: è uno dei miei amici della Folgore che si trova con gli altri a Kabul. Le poche notizie che riesce a dare sono agghiaccianti. Oggi è una tragica giornata, ho perso degli amici, sono morti i miei ragazzi. Tutto ciò non deve intimorirci, il terrorismo non può e non deve vincere. Il dovere di tutti noi è di restare vicini ai nostri soldati, dimostrare che il loro sacrificio non sarà vano.

I soldati italiani conoscono i rischi cui vanno incontro e per questo sono addestrati, purtroppo non esiste difesa contro chi in maniera subdola, da veri vigliacchi, attenta alla loro vita mettendo ordigni o facendosi saltare in aria. Chi, in questi momenti chiede maggiore sicurezza, parla per il solo gusto di farlo. Chi in queste ore cercherà un colpevole lo farà per il solo piacere di criticare senza capire che non ha senso. Ora più che mai i nostri soldati devono sentire la vicinanza di tutta la nazione. Operare in un paese straniero, rischiare la vita ogni giorno e poi leggere o sentire che da alcune parti viene messo in dubbio l’efficacia del proprio operato è deprimente, sconfortante per chi rischia in prima persona.

Prima di giudicare andiamo sul campo, rendiamoci realmente conto dell’aiuto che i nostri militari danno ad una popolazione più sfortunata di noi e solo dopo possiamo dare un giudizio. Verrà fuori il discorso della sicurezza dei nostri mezzi: il Lince in questo momento è il mezzo più sicuro. Se poi una macchina carica con 150 chili di esplosivo ti viene contro non vi è difesa possibile.

Oggi ci sarà chi chiederà il ritiro del contingente italiano senza capire che sarebbe una sconfitta per tutti: i nostri soldati non amano le sconfitte. Conosco molto bene tutti i ragazzi che operano in quel territorio, se si potesse chiedere loro se restare o rientrare la risposta sarebbe unica: restiamo, FOLGORE.

Gianfranco Paglia, Medaglia d’oro al valor militare

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Kabul, attacco gli italiani: 6 vittime, 4 feriti

Kabul, attacco gli italiani: 6 vittime, 4 feriti

kabul1Sei militari italiani morti sull’asfalto di Kabul. Quattro in condizioni gravi. Dieci civili afgani che hanno perso la vita, 55 i feriti. All’altezza di Massoud Circle, sulla strada per l’aeroporto. Un’esplosione potente e un’alta colonna di fumo nero nel quartiere diplomatico. Un kamikaze alla guida di un’autobomba. Stando a un portavoce dell’Isaf, la forza internazionale di assistenza per la sicurezza guidata dalla Nato, la deflagrazione è avvenuta lungo la strada che conduce all’aeroporto internazionale, la stessa attaccata lo scorso 8 settembre da un kamikaze talebano che uccise tre civili. Colpiti i due mezzi Lince italiani che erano di scorta a un mezzo diretto allo scalo di Kabul.

Morti e feriti Un bilancio parziale parla di sei morti e quattro feriti, in condizioni gravi, tra i militari italiani. Questa la dinamica: l’autobomba avrebbe distrutto il primo Lince della colonna uccidendo i cinque militari a bordo. Quasi distrutto anche il secondo con una vittima e quattro soldati in gravi condizioni. I morti sono quattro caporal maggiore, un sergente maggiore e il tenente che comandava i due Lince. Appartengono tutti alla al 186esimo reggimento della Folgore che erano di stanza a Kabul. Uno dei sei soldati italiani uccisi sembra fosse appena arrivato a Kabul, probabilmente oggi stesso. Il convoglio colpito stava trasportando dall’aeroporto di Kabul al quartier generale di Isaf alcuni militari che erano tornati da una licenza: due di questi sarebbero tra le vittime. Dei quattro militari feriti, tre sono dell’Esercito e uno dell’Aeronautica.

La Folgore Il 186esimo reggimento paracadutisti Folgore, al quale appartengono le sei vittime dell’attentato di Kabul, costituisce una delle componenti di arma base della Brigata. È composto da un reggimento, una compagnia per il supporto logistico e un battaglione paracadutisti, il quinto El Alamein, pedina operativa dell’unità. È alimentato da volontari in ferma breve e in servizio permanente. Il reggimento è di stanza a Siena. Nato nel 1941 a Tarquinia (Viterbo), il 186esimo si ricostituisce ufficialmente il 16 settembre 1992 e fino al dicembre di quell’anno è stato impegnato nell’operazione “Vespri siciliani”, prima di essere trasferito in Somalia per partecipare alla missione Ibis. Da allora ha partecipato ha numerose operazioni di ordine pubblico in Italia e di peace keeping all’estero. La bandiera di guerra del 186esimo reggimento Folgore è decorata di una medaglia d’oro al valor militare conquistata in Africa Settentrionale e una medaglia d’argento al valore dell’Esercito per la missione Ibis in Somalia, dove il Reggimento, coinvolto negli scontri del 2 luglio 1993, perse il paracadutista Pasquale Baccaro, decorato di medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

Conferma della Difesa Sono “almeno sei” le vittime dell’attentato compiuto oggi a Kabul. Lo sottolineano fonti della difesa precisando però che si stanno raccogliendo in questi minuti i dettagli dell’accaduto e che quindi non si può specificare al momento quanti militari italiani abbiano perso la vita in conseguenza della deflagrazione dell’ordigno che ha investito due veicoli italiani lungo la strada tra la capitale afgana e l’aeroporto. Anche sul numero complessivo delle vittime, oltre che sulla nazionalità, non ci sono certezze e non si può neanche escludere che il bilancio sia destinato a salire ulteriormente.

Rivendicazione Un portavoce dei talebani, Zabiullah Mujahid, ha rivendicato l’attentato in cui sono rimasti uccisi i militari italiani. In un messaggio sms il portavoce ha riferito che un uomo di nome Hayutullah si è fatto esplodere contro il convoglio militare dell’Isaf, nel centro della capitale. Il corrispondente della televisione satellitare al Jazeera, Zeina Khodr, ha detto che i talebani hanno rivendicato l’attacco affermando che esso è stato fatto “con lo scopo di dimostrare che nessuno può considerarsi al sicuro in Afghanistan”.

La procura di Roma La procura di Roma ha aperto un fascicolo in relazione all’attentato compiuto stamani a Kabul. Il procuratore aggiunto Pietro Saviotti, coordinatore del pool antiterrorismo della procura di Roma, ha aperto un fascicolo, così come avvenuto in analoghi casi in passato, ipotizzando il reato di attentato con finalità di terrorismo. Il magistrato attende nelle prossime ore un rapporto dalle autorità militari italiane e dai Ros sull’accaduto.

Altri attentati Il sito dell’attentato sorge tra l’altro non lontano dal palazzo presidenziale, nel quale poco prima il presidente uscente Hamid Karzai aveva tenuto una conferenza stampa sulle controverse elezioni del 20 agosto. La capitale dell’Afghanistan di recente è stata teatro di numerosi attacchi suicidi: oltre a quello contro lo scalo aereo, il mese precedente era stato preso d’assalto addirittura il quartier generale dell’Isaf, in piena città; sette gli afghani rimasti uccisi nell’occasione.

Roma – Appena giunta la notizia dell’attentato alle truppe italiane in Afghanistan i presidenti di Camera e Senato hanno sospeso le sedute. La presidente di turno del Senato Rosi Mauro ha sospeso la seduta dell’aula di Palazzo Madama in attesa di avere notizie dal governo sull’attentato a Kabul che avrebbe fatto sei vittime, tra cui alcuni militari italiani. Anche la Camera ha sospeso i suoi lavori “in segno di lutto e solidarieta” con i militari italiani per l’attentato in Afghanistan, “in attesa che il governo riferisca”.

La Russa: “Vigliacchi, non ci fermeranno” “Devo purtroppo confermare la perdita di sei soldati del 186esimo reggimento della folgore che erano di stanza a kabul dove il nostro contingente opera con circa 450 militari”, ha detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, riferendo al Senato le notizie ufficiali sull’attentato ai militari in Afghanistan. “Agli infami e vigliacchi aggressori che hanno colpito in maniera subdola – ha detto il ministro – va la nostra ferma convinzione che non ci fermeremo” e, in accordo con le istituzioni internazioni, “questa missione continuerà”. Gli italiani, ha spiegato, viaggiavano su due mezzi Lince e sono stati “oggetto di un attentato suicida, a causa di uno scontro volutamente provocato da un altro mezzo imbottito di esplosivo”. Sui due lince viaggiavano “Dieci 10 soldati italiani, che hanno tutti subìto conseguenze. Sei hanno perso la vita e quattro sono rimasti feriti. I feriti non versano in imminente pericolo di vita – ha aggiunto – ma queste notizie devono essere confermate”. La Russa ha detto che il ministero della Difesa ha “i nomi delle vittime, ma poichè le famiglie non sono state tutte avvertite” non li ha resi noti. I morti sono quattro caporal maggiore, un sergente maggiore e il tenente che comandava i due Lince.
Poi ha aggiunto, parlando con i giornalisti: “Nelle comunicazioni in Aula al Senato non avevo gli elementi che purtroppo adesso ho per aggiungere al cordoglio profondo e sentito già espresso anche il cordoglio altrettanto sentito nei confronti di 4 vittime delle forze afghane e dare notizia che ci sono anche 25 feriti afghani, prevalentemente civili. Anche a loro a alle loro famiglie va il massimo cordoglio. Non l’ho fatto prima perché la notizia non era ancora pervenuta nella sua completezza”.

Il dolore di Berlusconi Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha espresso il suo profondo cordoglio personale e quello dell’intero Governo al Capo di Stato Maggiore della Difesa generale Camporini e al generale Castellano che comanda il nostro contingente a Kabul. Il Governo italiano- si legge in una nota- è vicino alle famiglie delle vittime, condivide il loro dolore in questo tragico momento ed esprime la sua solidarietà a tutti i componenti della missione italiana in Afghanistan impegnata a sostegno della democrazia e della libertà in questo sfortunato paese.

Fini “Le nostre forze armate hanno pagato un ulteriore tributo di sangue a difesa della democrazia in Afghanistan. La Camera si stringe intorno alle famiglie delle vittime e a tutte le forze armate»”. Lo ha detto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, intervenendo in aula a Montecitorio. Fini ha annullato tutti gli impegni previsti per oggi.

Schifani “Il presidente del Senato Renato Schifani, nell’esercizio delle funzioni di Presidente della Repubblica Italiana, esprime il più profondo dolore e cordoglio per la morte dei soldati italiani caduti oggi in un attentato terroristico a Kabul”. Lo si legge in una nota di Palazzo Madama. “Il sacrificio di questi eroi – sottolinea Schifani – costituisce un ulteriore doloroso contributo che i nostri militari, con grande coraggio e professionalità, continuano a dare per difendere la democrazia, la pace e la sicurezza internazionale. L’Italia si inchina davanti a questi nostri ragazzi e si stringe commossa intorno alle loro famiglie”. Schifani esprime inoltre il sincero augurio di pronta guarigione ai militari feriti nel tragico agguato. Il presidente è in diretto contatto con il ministero della Difesa e con il Quirinale al fine di tenere informato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano su questa drammatica vicenda.

Frattini “I soldati italiani hanno pagato un prezzo alto per la libertà e la sicurezza dell’Afghanistan, dell’Italia e dell’Europa”, commenta Frattini. In ogni caso, per il ministro degli Esteri bisogna “restare per dimostrare che l’orgoglio dell’Italia è sempre alto”.

D’Alema “Profondo cordoglio” per le vittime italiane a Kabul viene espresso dall’ex ministro degli Esteri Massimo D’Alema al Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Vincenzo Camporini. “Voglio manifestare – afferma Massimo D’Alema – tutta la mia vicinanza alle famiglie dei militari uccisi e solidarietà alle nostre Forze Armate impegnate contro il terrorismo e per la pacificazione dell’Afghanistan”.

Cicchitto “Esprimo il più grande cordoglio, anche a nome dei deputati del Pdl, per la morte dei nostri soldati avvenuta, in seguito ad un attentato terroristico a Kabul, nell’adempimento del loro dovere”. Così in una nota Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl. “Desidero comunicare, altresì – aggiunge – tutta la mia solidarietà ai familiari dei caduti e la vicinanza ai nostri soldati impegnati in Afghanistan per la difesa della democrazia in quel Paese e della libertà del popolo afghano e per la lotta al terrorismo islamico”.

Parisi “Mentre sull’attacco di Kabul attendiamo con trepidazione le doverose informazioni da parte del governo, una cosa sola è fuori discussione. Tutto il paese è unito attorno ai nostri soldati, al loro coraggio, all’ansia e al dolore delle loro famiglie. Del resto parleremo dopo, essendo chiaro che troppe sono le cose delle quali dobbiamo discutere”. Lo afferma l’esponente ulivista Arturo Parisi.

Il cardinal Bagnasco “Grande vicinanza” e “grande dolore”. Così il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, ha commentato la notizia della morte dei nostri militari mentre partecipava ad un incontro con le scuole liguri, ha aggiunto: “Esprimo vicinanza ai familiari e a tutti i compagni dei militari morti. Cristianamente, una preghiera per le loro anime”.

La Lega “Il gruppo della Lega Nord al Senato esprime il più forte e sincero cordoglio per la morte di questi ragazzi ad opera di terroristi talebani. In questo momento di grande doloro ci stringiamo intorno alle famiglie dei militari caduti nell’ adempimento del loro dovere, il mantenimento della pace e della democrazia in quel paese”. Lo ha dichiarato il capogruppo della Lega Nord in commissione Difesa del Senato, Giovanni Torri.

L’Idv “Esprimiamo – affermano il leader Idv Antonio Di Pietro ed i capigruppo di Camera e Senato Massimo Donadi e Felice Belisario – a nome dei gruppi parlamentari di Italia dei Valori, il nostro più sentito cordoglio alle famiglie dei soldati italiani vittime del vile attentato odierno in Afghanistan e ci stringiamo al loro dolore”. “Insistiamo – sostiene l’Idv – come stiamo già facendo da mesi, sulla necessità che il governo avvii al più presto in sede Nato e Onu un confronto con i nostri partner sul senso e sulla natura di questa missione e che da subito si apra in Parlamento un confronto per stabilire i tempi e i modi di una exit strategy”.

Rutelli “Oggi più che mai sono valide le ragioni di una efficace presenza in Afghanistan, nell’ambito della alleanza internazionale nella quale siamo impegnati per la sicurezza e la ricostruzione del paese”. Lo ha detto il Presidente del Comitato parlamentare per la Sicurezza della Repubblica Francesco Rutelli esprimendo la “totale solidarietà e vicinanza alle famiglie dei militari”.

Solidarietà Ue “È una tragedia che colpisce tutti”, dice il vicepresidente della Commissione europea, Antonio Tajani esprimendo la “solidarietà dell’esecutivo Ue” all’Italia e alle forze armate.

Il Giornale

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“Dopo otto anni abbiamo meno paura”

“Dopo otto anni abbiamo meno paura”

world_trade_center_north_towerAd otto anni dall’11 settembre 2001 è possibile tirare un bilancio della guerra al terrorismo dichiarata dal presidente Usa George W. Bush all’indomani del tragico evento. La data sta ormai a indicare nel mondo intero uno spartiacque tra due periodi storici, come lo sono state il 5 agosto 1945 con la prima bomba atomica, e il 9 novembre 1989 con la caduta del Muro di Berlino.

“Prima” dell’11 settembre il terrorismo islamista non era considerato un potente fenomeno globale, come invece è stato ritenuto “dopo” con l’effetto di provocare un profondo ripensamento delle strategie politiche e militari internazionali delle grandi e medie potenze, non solo in Occidente. Durante la Guerra fredda (1947-1989) la priorità delle democrazie occidentali era lo scontro con l’Unione Sovietica. Con l’11 settembre la difesa dal e la lotta al terrorismo islamista sono divenuti gli imperativi che hanno impegnato le risorse morali e materiali dell’occidente mobilitando l’intelligence e gli apparati militari.

Per avere un’idea di come gli effetti si sono fatti sentire sulla vita quotidiana di centinaia di milioni di persone, basta pensare a quel che è cambiato negli aeroporti. Sul piano militare le campagne condotte dagli Stati Uniti in Afghanistan e Iraq hanno avuto esiti discutibili o ancora aperti. Se per un verso la guerra a Saddam ha avuto il benefico effetto di defenestrare un dittatore sanguinario, per un altro non è riuscita a pacificare la regione che resta tormentata. Probabilmente, nell’ottica della lotta al terrorismo, quella iniziativa di Bush Jr. è stata inutile e controproducente perché ha richiamato sul territorio diversi gruppi riconducibili al fondamentalismo islamista.

Per un altro verso la guerra d’Afghanistan che, diversamente dall’Irak, ha a che fare con Al Queda, dimostra dopo anni che il confronto con il fondamentalismo terrorista islamico non può essere affrontato soltanto con l’uso della forza militare ma richiede una strategia più complessa che punti anche sulla collaborazione economica e civile. Solo gli anni a venire diranno se ciò è possibile, e con quali risultati. Diversamente dalle imprese militari, è ormai indubbio che sul piano dell’intelligence e della prevenzione civile l’Occidente ha avuto finora ragione del terrorismo sul proprio territorio.

Dopo l’11 settembre a New York e gli altri tragici casi di Londra e Madrid, in America e in Europa non vi sono più stati significativi episodi terroristici di matrice islamista, segno che i servizi segreti, le polizie e gli altri apparati di sicurezza hanno funzionato attraverso un efficace coordinamento internazionale indispensabile per affrontare il fenomeno transnazionale. La presenza attiva di minoranze fondamentaliste e terroristiche in seno al miliardo e mezzo di islamici distribuiti sui tre continenti ha provocato un mutamento anche nei rapporti tra gli Stati. La Russia semiautoritaria, la Cina capital-comunista e l’India, in ragione delle loro minoranze etniche, e il Pakistan, a causa della presenza di veri e propri centri islamisti sovversivi, hanno dovuto collegarsi all’Occidente per combattere il terrorismo interno.

Al tempo stesso i cosiddetti paesi “islamici moderati” come l’Egitto e, per altri versi, l’Arabia Saudita, sono stati anch’essi spinti ad appoggiarsi agli americani per resistere più efficacemente alla pressione fondamentalista interna. Un altro fattore emerso dopo l’11 settembre è la proliferazione nucleare che ha aperto una duplice questione di sicurezza interna e internazionale. In primo luogo la potenziale nuclearizzazione di paesi come l’Iran ha sconvolto l’equilibrio nella regione e di conseguenza minaccia la sicurezza di Israele. In seconda istanza la fabbricazione di ordigni atomici da parte di iraniani, nordcoreani, siriani e altri simili Stati dà origine a un pericolo ancora più grave: la diffusione di materiale atomico miniaturizzato anche a gruppi terroristi non statali in grado di farne ovunque un uso ricattatorio.

Tirando le fila in un bilancio complessivo, è realistico affermare che oggi l’Occidente è in grado di difendersi molto meglio di quanto non lo fosse otto anni fa; ma, al tempo stesso, è indubbio che nel mondo intero sono cresciuti i pericoli delle forze del terrore, siano esse arroccate in alcuni Stati come l’Iran e la Somalia, o diffuse in gruppi che per le loro azioni criminali si celano dietro lo schermo ideologico dell’islamismo.

Massimo Teodori per Il Tempo

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Il giornale di Murdoch intercettava i Vip

Il giornale di Murdoch intercettava i Vip

rupert-murdoch-newspapersPolitici, sportivi, dive del cinema. Erano finiti in centinaia, forse in migliaia, nel mirino del nuovo modo di fare giornalismo inventato dai reporter del gruppo Murdoch: lo spionaggio telefonico, l’intercettazione abusiva, la sostituzione di persona. Basta con gli appostamenti interminabili, la caccia alle fonti più informate, i ferrivecchi del mestiere di cronista. Per gli scoop dei giornalisti di Rupert Murdoch esistevano soluzioni più spicce.
Lo scandalo esplode in Gran Bretagna con una rivelazione di un giornale concorrente, il progressista Guardian, fa irruzione sulla scena politica e irrompe in tempo reale su tutti i media del mondo. Inevitabile: perché se le cose stanno come dice il Guardian, il caso solleva tematiche planetarie sul rapporto tra media, tecnologia, deontologia. E perché a finire sul banco degli imputati è il più grande gruppo mediatico del mondo, quello che controlla Sky, il Times, il Wall Street Journal. E il News of the World, la corazzata della stampa popolare britannica. È lì, al News of the World, che il nuovo modo di fare giornalismo era diventato la norma.
Le avvisaglie dello scandalo si erano avute nel gennaio 2007, quando un reporter del quotidiano, Clive Goodman, specializzato nelle storie sulla famiglia reale, e l’investigatore privato Glenn Mulcaire, erano finiti in carcere per avere intercettato illegalmente il telefono di un membro dello staff di Buckingham Palace. All’epoca, quello di Goodman era stato liquidato come un caso isolato, anche se era costato il posto al direttore del News, Andy Coulson. Ma ieri il Guardian rilancia con pesantezza impressionante. Altri giornalisti del News of the World hanno impiegato gli stessi metodi. Tra le duemila e le tremila persone sono state spiate. E Rupert Murdoch per mettere a tacere lo scandalo ha già dovuto pagare un milione di sterline in risarcimenti extragiudiziali a tre personaggi finiti nel mirino dei suoi cronisti.
A Londra lo scandalo è enorme. Il Parlamento apre una inchiesta immediata, annunciando la convocazione per martedì di quattro dirigenti di primo piano del gruppo Murdoch. A rendere incandescente la faccenda c’è il fatto che Coulson, l’ex direttore del News, adesso è il portavoce di David Cameron, il giovane e brillante leader conservatore avviato a diventare il prossimo primo ministro.
La polizia metropolitana fa un po’ di pasticci: prima annuncia l’apertura di una inchiesta, poi spiega che in realtà una inchiesta non è necessaria. «Goodman e Mulcair avevano come obiettivo centinaia di persone ma hanno effettivamente usato la tecnica di intercettazione verso un piccolo gruppo di persone – dice il vicecapo della Metropolitan Police, John Yates – nella maggioranza dei casi non è stato dimostrato che l’intercettazione sia stata realizzata». Ma la polizia finisce a sua volta sotto accusa, si ipotizza che voglia insabbiare il caso per coprire le sue negligenze nel caso del 2007.
Tecnicamente le operazioni di intelligence dei cronisti di Murdoch apparivano piuttosto semplici. A venire intercettate non erano le conversazioni sui telefoni cellulari ma i messaggi, sia di testo che in voce, scambiati attraverso i portatili. Dai messaggi e dai cellulari gli hacker del gruppo Murdoch arrivavano a penetrare una serie di banche dati riservate come i registri delle tasse, i file della sicurezza sociale, la documentazione bancaria, le bollette telefoniche. Una mole di materiale riservato più che sufficiente – come si può intuire – a ricostruire nei dettaglia la vita privata del soggetto sotto tiro.
Non è, va detto, il primo caso in cui la stampa britannica viene scoperta a utilizzare i servizi di investigatori privati. Nel 2003 nello studio dell’investigatore Stephen Whittamore vennero trovati 13mila documenti raccolti su richiesta di giornalisti. Tra i clienti di Whittamore c’era quasi l’intero mondo dei media britannici, dai «popolari» fino al Times e a Marie-Claire. Ma il caso del News of the World sfonda un nuovo argine: mai prima c’era stata una così invasiva (e illegale) incursione tecnologica nella vita delle persone.
Lo scandalo rischia di travolgere giornalisti che ricoprono figure chiave nell’impero di Murdoch. È il gruppo di giornalisti che martedì verrà convocato a Westminster, e che si troverà a dover dare spiegazioni non facili. In testa al gruppo c’è una donna: Rebekah Wade – 40 anni, capelli rossi, intelligente e aggressiva, passione per le minigonne e i tacchi alti – in procinto di diventare il capo delle operazioni di Murdoch nel Regno Unito, che dirigeva News of the World all’epoca in cui si sarebbero verificati i fatti. Ma è chiaro che la tempesta non potrà risparmiare Murdoch, perché la decisione di pagare un milione di sterline – ovvero 1,8 milioni di euro – per tacitare le vittime difficilmente può essere stata presa a sua insaputa. E rischia ora di ritorcersi contro di lui la dichiarazione che rilasciò nel febbraio 2007 al sito MediaGuardian: «Se stiamo parlando di intercettazioni illegali da parte di un investigatore privato, questo non fa parte della nostra cultura in nessuna parte del mondo. E men che meno in Gran Bretagna».
Le vittime, intanto, affrontano la scoperta di essere state spiate. Boris Johnson, il sindaco conservatore di Londra, per adesso non sembra agitarsi più di tanto: «Tutte le grandi storie hanno fonti non immacolate, bisogna capire volta per volta se le informazioni sono state acquisite illegalmente, e se in ogni caso potevano essere divulgate». Ma l’ex vice-primo ministro, John Prescott, anche lui schedato, scrive una lettera di fuoco al leader conservatore David Cameron chiedendogli la testa del suo portavoce: «Lei è l’unico – gli dice – a essersi dichiarato “assolutamente rilassato” su questa vicenda».
In serata, il gruppo di Murdoch rompe il silenzio con un singolare comunicato in cui rivendica la correttezza del proprio operato ma spiega che «obblighi di riservatezza» impediscono al gruppo di replicare alle accuse del Guardian. Murdoch da parte sua si è limitato a commentare: «Se è successo io non ne sono a conoscenza».

Luca Fazzo per Il Giornale

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