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I mercenari – The Expendables: l’ennesima impresa oltre i confini del corpo

I mercenari – The Expendables: l’ennesima impresa oltre i confini del corpo

Uomo di cinema
Il motivo per il quale Sylvester Stallone è un uomo di cinema estremamente interessante, nonostante i suoi film abbiano spesso scarsissimi valori di linguaggio cinematografico, è che esiste una forte sovrapposizione tra l’uomo-Stallone e i personaggi da lui interpretati. Come pochi (e come i migliori) Stallone vive il mondo della produzione cinematografica con una sincerità e un’immediatezza che non sempre emergono ma che, quando risultano evidenti, trasformano un’opera d’intrattenimento magari mediocre in un film toccante. Rocky Balboa (il film) ci ha mostrato con chiarezza quanta identificazione esista tra persona e personaggio e come Stallone abbia subìto il percorso di sconfitta e ritorno vittorioso più volte nella sua carriera, sempre fondando tutto sul corpo ma trionfando grazie ad un superamento dei suoi limiti e all’audacia del cuore.
E un’impresa impossibile era anche I mercenari: un film all-star proveniente da un’epoca passata, totalmente anacronistico, diretto e orchestrato da una star ormai in declino e distante decenni da un vero successo al botteghino. Ancora una volta inoltre Stallone ha dovuto superare i limiti del suo di corpo, non usando quasi per nulla le controfigure e tornando in forma all’età 65 anni.
In una bella e recente intervista ad Empire, Stallone stesso ha confessato di aver toccato il fondo arrivando ad un livello in cui gli venivano proposte solo produzioni straight-to-DVD, cioè l’ultima spiaggia. Questo lo ha spinto a tentare, ancora una volta, il tutto per tutto con un film d’altri tempi che poteva anche essere il suo ultimo fosse andato male ma se non altro sarebbe stato qualcosa in cui credeva. E come Rocky, ancora una volta dopo la batosta, Stallone ha puntato tutto su se stesso, si è rialzato, ha osato e ha vinto.

La poetica stalloniana
Unico tra le star del cinema d’azione anni ‘80 ad aver un modo proprio di intendere il suo cinema, un mondo cioè in cui il superuomo protagonista ha come primo nemico se stesso (sia per una fobia, che per un’insicurezza, che per un trauma) e la lotta per la sconfitta del villain della storia è solo una maniera per affrontare i propri limiti, Stallone ha fatto dell’ideale del superamento dei limiti e della sfida impossibile una caratteristica della sua carriera, sicuramente più rischiosa e audace di quelle dei suoi coevi reaganiani.
Si potrebbe anche dire che, tenendo Rocky (il primo) come matrice fondamentale, quasi tutto il suo cinema più personale (molti sono stati i film interpretati per esigenze alimentari, specie negli ultimi tempi), sia stato all’insegna del superamento della carne, paradosso interessante visto come egli stesso sia stato uno dei simboli del trionfo del corpo. Rocky che si sveglia alle 5 del mattino, mangia le uova e va a correre con il freddo è il simbolo perfetto di tutto questo: un essere umano che per dimostrare a se stesso di essere migliore di quanto non creda, di poter andare oltre quelli che ritiene dei limiti, si fissa un obiettivo impossibile e piega la carne del suo corpo attraverso la volontà per raggiungerlo.
Come spesso capita nel primo grande successo c’era già tutto quanto quello che sarebbe venuto, ma come più raramente accade nel primo grande successo di Stallone era inscritta anche la sua vita. I mercenari era un obiettivo impossibile, utile a Stallone per dimostrare a se stesso di potercela ancora fare, di essere ancora in grado di tornare nelle serie A piegando il suo corpo anziano oltre ogni dire. Come nella trama di Rocky Balboa, vincere o perdere importava relativamente. Occorreva farlo per trovare un senso.
Stallone come i superuomini da lui interpretati, sembrano fondare tutta la loro vita sul corpo ma non vincono mai con la forza dei muscoli, bensì sempre con la forza della mente (o forse è meglio dire del “cuore”, cioè della combattività e del sentimentalismo), che consente loro di superare prima il loro nemico interiore e poi i limiti della carne, per trionfare quindi su se stessi e di conseguenza nella storia.
In questo senso il “cattivo di turno” di ogni film stalloniano è quasi un macguffin, uno stratagemma utile a raccontare quella storia e quella risalita verso la luce. Ne sia emblema ancora una volta la saga di Rocky con il passaggio da nemico acerrimo a migliore amico di Apollo Creed. Il vero colore dei racconti stalloniani è infatti il buonismo, la pittura di un microcosmo in cui il male esiste ma è nettamente sovrastato dal bene, tanto che spessissimo in chiusura di pellicola il cattivo si ravvede in una catarsi che non disdegna le lacrime (e I mercenari in questo senso non fa eccezione, nè per la conversione nè per le lacrime). Probabilmente l’unica cosa che unisce Sylvester Stallone e Hayao Miyazaki.

Un’opera fuori dal tempo
Il superuomo è sempre esistito al cinema, anche ben prima della grande stagione dei supereroi fumettistici, erano gli uomini forti, era John Wayne, erano i detective duri, era James Bond, erano poi i protagonisti dei peplum e poi ancora Stallone e Schwarzenegger. Per almeno due decadi questi due attori più di tutti gli altri hanno incarnato la figura dell’uomo forte, il risolutore estremo e addirittura negli anni ‘80 in particolare hanno rappresentato la forza fisica prima di tutto. Poi quell’era (come tutte) è finita e, in maniera molto graduale, i superuomini sono diventati quelli con i superpoteri effettivi.
I mercenari arriva dunque già come un’opera fuori dal tempo, espressione di un immaginario collettivo che è proiettato indietro invece che avanti, che fa leva sul ricordo di un altro tipo di storie, di miti e quindi di cinema. Un’operazione nostalgia a modo suo, che rievoca non un’epoca della nostra vita ma un’epoca dei nostri racconti e dei nostri film.
Il solo annuncio del fatto che si sarebbe fatto un film simile (arrivato due anni fa, se non di più) ha generato interesse e dato il via ad una produzione di altri film pronti a sfruttare il ritorno della gang di uomini forti (G.I. Joe, A-Team o The Losers per fare qualche esempio), segno che Stallone (consciamente o no) ha intercettato un desiderio e una tendenza pronti a scoppiare, ma l’ha fatto senza inseguire nessuno, anzi ricalcando se stesso e la sua epoca. Tornando indietro invece che andando avanti.
E’ impossibile dire ora che effetto possa avere questo successo di I mercenari, se verrà imitato o se sarà un episodio isolato, tuttavia rimane un’operazione nostalgia tra le più strane e curiose della storia del cinema, un film molto più privato e personale di quello che possa sembrare che in controluce e per grande metafora racconta la vita del suo autore. Se non è cinema questo….

(Fonte MYmovies.it)

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Successo di vendite per “Ti odio da moirire”, il romanzo di Alessandro Nardone

Successo di vendite per “Ti odio da moirire”, il romanzo di Alessandro Nardone

Ad appena un anno dalla sua pubblicazione, sono oltre 6000 le copie vendute di “Ti odio da morire” (Arduino Sacco Editore), il romanzo d’esordio di Alessandro Nardone, giunto ormai alla sua terza ristampa.
Il giovane autore, ex consigliere comunale di Como, ha stupito tutti mercoledì scorso durante la sua partecipazione al salotto letterario ospitato dalla rassegna capitolina “All’Ombra del Colosseo”, ingaggiando una schermaglia amorosa, aspra ed incalzante, con Sylvie Giustinetti, la protagonista femminile del libro.
Nella trama del libro, in gran parte autobiografico, Sylvie è una femme fatale, misteriosa ed intrigante, una donna di una bellezza disarmante, dalla grande cultura e dai modi estremamente raffinati che tenta di soggiogare in ogni modo Francesco, il suo uomo.
Un lavoro editoriale avvincente, tra realtà e invenzione, retroscena e curiosità, in un verosimile e accattivante affresco della scena politica italiana, uno spaccato sulle difficoltà che incontrano i ragazzi della generazione dell’autore in campo affettivo e nel loro approccio generale alla vita.
Il pubblico ha assistito divertito allo scambio di battute pungenti tra i due, appassionandosi a questo gioco delle parti e rimanendo con il fiato sospeso fino alla fine sull’esito della querelle.
L’epilogo dell’incontro è stato dei più curiosi, infatti proprio mentre sta per rivelare il nome del politico che la molestò, Sylvie lascia cadere la maschera rivelando la sua vera identità, tra gli applausi della platea.
E’ l’attrice Cristina Parovel che ha magistralmente interpretato il ruolo di Sylvie in una caratterizzazione autentica del personaggio riuscendo a convincere nel contempo anche sui contenuti del libro.
Tra i suoi film ricordiamo alcune pellicole molto conosciute e apprezzate come “Paparazzi” di Neri Parenti o “Il cielo in una stanza” di Carlo Vanzina.
Di recente ha interpretato Catalina in “I love you, I love you” , il cortometraggio presentato all’ultimo Festival di Cannes.
Ospite d’eccezione della serata, la parlamentare Gabriella Carlucci, responsabile nazionale Dipartimento Spettacolo (PDL), e il giornalista del Tg5 Pierangelo Maurizio.

Corriere Romano

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Alessandro Nardone intervistato per il quotidiano ROMA di Napoli

Alessandro Nardone intervistato per il quotidiano ROMA di Napoli

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Casa e impiego? Ma se non riusciamo a trovare manco la ragazza

Casa e impiego? Ma se non riusciamo a trovare manco la ragazza

Di paradossi, la nostra società, ne ha da vendere. In ogni ambito. Riflettendoci, viene da pensare che, almeno per quanto riguarda il nostro Paese, siano tutti figli di quello che potremmo definire il paradosso primordiale, ovvero che in un tessuto sociale in possesso di un retaggio storico-culturale di tradizione millenaria si siano sostanzialmente smarriti, in gran parte, valori e punti di riferimento. Eppure, noi che almeno volendo ne avremmo a bizzeffe, ci siamo ridotti ad una costante mitizzazione di personaggi che, nel migliore dei casi, rappresentano il vuoto pneumatico. Mentre, paradosso nel paradosso, un Paese anagraficamente più giovane e teoricamente frammentato come gli Stati Uniti è riuscito a costruire, attorno alla sua seppur breve storia, una ben maggiore coesione nazionale, spesso capace di unire gran parte del suo popolo in un sincero sentimento di amor patrio. Figlio di dosi assai massicce di retorica, certo, ma pur sempre utile a cementare i pochi o tanti paletti che delimitano i confini socio culturali di quella che è unanimemente considerata la più grande democrazia del pianeta. Per quanto generica, questa premessa, getta le basi per arrivare all’argomento su cui voglio andare a parare, ovvero le oggettive difficoltà che riscontrano le ragazze ed i ragazzi della mia generazione nel relazionarsi tra loro. Ovviamente mi riferisco ai trentenni che, qualcuno potrebbe giustamente eccepire, sono da considerarsi donne e uomini, altro che ragazzi. Eccezione che, tecnicamente, non farebbe una piega, se solo non vivessimo in un paese incardinato su un sistema di chiara matrice gerontocratica, in cui se non hai cinquant’anni sei considerato troppo giovane e, quindi, inaffidabile. A tutti i livelli. Da ciò e dalla mancanza di valori di cui parlavo prima deriva, almeno in parte, quell’insicurezza di fondo che spinge tanto noi uomini quanto le donne di quella fascia d’età a giocare costantemente in difesa, atteggiamento che si traduce nella convinzione (spesso illusoria) che la chiave della nostra felicità vada cercata altrove. Sì, ma dove? Volendo semplificare, diciamo che tendenzialmente l’uomo e la donna vanno a caccia dell’altra metà del cielo imboccando sentieri diametralmente opposti. Infatti, mentre l’uomo si sente maggiormente attratto dalle ragazze più giovani, la donna è più stimolata dal maschio adulto. Nell’ambito di questo schema che sa molto di Quark e Piero Angela, risulta del tutto evidente che l’età del bivio sia quella dei fatidici trenta, vero e proprio spartiacque tra coloro che riusciranno a mettere su famiglia e chi, invece, è destinato a navigare per chissà quanto nel mare magnum dell’incertezza, quantomeno sentimentale. A detta di molti, quest’incomunicabilità cronica altro non è che il prodotto dell’eccesso di comunicazione dei giorni nostri. Altro paradosso, altra verità. Io stesso posso ormai considerarmi “dipendente” da internet, che consumo in dosi massicce soprattutto sotto forma di newtork sociale. Facebook, tanto per intenderci. Allora, già che c’ero, ieri sera ho pensato di fare buon viso a cattivo gioco sfruttando l’infernale marchingegno per chiedere direttamente ai miei amici virtuali cosa pensassero di quest’argomento. Risultato? Oltre quaranta messaggi (tra pubblici e privati) nel giro di dodici ore, di cui un buon 80% proveniente da rappresentanti del gentil sesso. Diciamo che, tutto sommato, esiste un comune sentire, ma con sfumature diverse, evidentemente figlie delle esperienze personali. Ad esempio, mentre Sissi afferma che “I dolori pregressi portano al congelamento delle emozioni che induce i trentenni a credere che non troveranno mai l’anima gemella”, Emanuela fa autocritica rispetto all’indipendenza delle donne: “Siamo diventate troppo indipendenti e probabilmente non sappiamo ancora come gestirla questa indipendenza o, forse, ci ha rese troppo aggressive e l’uomo non gradisce mettersi in competizione con noi”. Certo, Sissi ed Emanuela hanno focalizzato due elementi fondamentali nell’economia di questa discussione affermando, tra le righe, che noi uomini saremmo troppo poco coraggiosi, perchè spaventati dalle responsabilità che comporterebbe un rapporto con una nostra coetanea, mentre troveremmo molto più attraente la spensieratezza di una ventenne. Il ragionamento, per certi versi, ci puo’ anche stare ma cosa pensano, da par loro, i ragazzi? Il commento più diretto ed efficace è certamente quello di Filippo, che, di primo acchito, parrebbe tradire un punta di machismo: “Balle! Se una storia, intorno ai trenta non va, è perché io trentenne sfigato non mi metterò mai con te sfigata zitella, che hai tutto cadente: il culo, le tette, la faccia, l’umore, l’autostima e persino la conversazione. Io mi voglio mettere con le veline che vedo ogni sera in televisione! Giovani, sorridenti, alte, con tette sode e culi altissimi, perché le ho aspettate tanto tempo e ora me le merito!”. Una provocazione volutamente tranchant, quella di Filippo, ma fino ad un certo punto. Insomma, volendo provare a tirare le somme, è davvero così difficile, al giorno d’oggi, andare d’accordo tra trentenni? Non è che, forse forse, dovremmo tentare di essere tutti un po’ meno cervellotici? Molto probabilmente la verità assoluta non verrà mai a galla ma, se posso dire la mia, quella che più ci si avvicina è certamente Manuela, citando il titolo di un film: “La verità è che non gli piaci abbastanza”. Sicuri che, in fondo, non sia proprio così?

Alessandro Nardone per L’Ordine del 25 maggio 2010

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Donne, la razza nemica

Donne, la razza nemica

massimo finiLe donne sono una razza nemica. Bisognerebbe capirlo subito. Invece ci si mette una vita, quando non serve più. Mascherate da “sesso debole” sono quello forte. Attrezzate per partorire sono molto più robuste dell’uomo e vivono sette anni di più, anche se vanno in pensione prima. Hanno la lingua biforcuta. L’uomo è diretto, la donna trasversale. L’uomo è lineare, la donna serpentina. Per l’uomo la linea più breve per congiungere due punti è la retta, per la donna l’arabesco. Lei è insondabile, sfuggente, imprevedibile. Al suo confronto il maschio è un bambino elementare che, a parità di condizioni, lei si fa su come vuole. E se, nonostante tutto, si trova in difficoltà, allora ci sono le lacrime, eterno e impareggiabile strumento di seduzione, d’inganno e di ricatto femminile. Al primo singhiozzo bisognerebbe estrarre la pistola, invece ci si arrende senza condizioni.Sul sesso hanno fondato il loro potere mettendoci dalla parte della domanda, anche se la cosa, a ben vedere, interessa e piace molto più a lei che a lui. Il suo godimento – quando le cose funzionano – è totale, il nostro solo settoriale, al limite mentale (“Hanno sempre da guadagnarci con quella loro bocca pelosa” scrive Sartre). La donna è baccante, orgiastica, dionisiaca, caotica, per lei nessuna regola, nessun principio può valere più di un istinto vitale. E quindi totalmente inaffidabile. Per questo, per secoli o millenni, l’uomo ha cercato di irreggimentarla, di circoscriverla, di limitarla, perché nessuna società regolata può basarsi sul caso femminile. Ma adesso che si sono finalmente “liberate” sono diventate davvero insopportabili.Sono micragnose, burocratiche, causidiche su ogni loro preteso diritto. Han perso, per qualche carrieruccia da segretaria, ogni femminilità, ogni dolcezza, ogni istinto materno nei confronti del marito o compagno che sia, e spesso anche dei figli quando si degnano ancora di farli. Stan lì a “chiagne” ogni momento sulla loro condizione di inferiorità e sono piene zeppe di privilegi, a cominciare dal diritto di famiglia dove, nel 95% dei casi di separazione, si tengono figli e casa, mentre il marito è l’unico soggetto che può essere sbattuto da un giorno all’altro sulla strada. E pretendono da costui, ridotto a un bilocale al Pilastro, alla Garbatella, a Sesto San Giovanni, lo stesso tenore di vita di prima.Non fan che provocare, sculando in bikini, in tanga, in mini (“si vede tutto e di più” cantano gli 883), ma se in ufficio le fai un’innocente carezza sui capelli è già molestia sessuale, se dopo che ti ha dato il suo cellulare la chiami due volte è già stalking, se in strada, vedendola passare con aria imperiale, le fai un fischio, cosa di cui dovrebbero essere solo contente e che rimpiangeranno quando non accadrà più siamo già ai limiti dello stupro. Basta. Meglio soddisfarsi da soli dietro una siepe.

Massimo Fini

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Avatar, le tre ragioni per non perdere un film capitale

Avatar, le tre ragioni per non perdere un film capitale

avatarTre ragioni per non perdere Avatar. Della prima abbiamo detto ampiamente domenica: il protagonista è un ex-marine semiparalizzato che accetta di trasferire la propria mente nel corpo perfetto di un Na’vi, un gigantesco alieno dalla pelle blu, per infiltrarsi tra i nativi del pianeta Pandora. Nessuno aveva mai dato tanta evidenza fisica al sogno molto contemporaneo di vivere dentro un altro corpo, più forte e potente, che per giunta dà accesso a un universo ricchissimo e in tutto diverso dal nostro. Pochi l’hanno notato, curiosamente, ma è questo “trip” il cuore del film (millenni di paradisi artificiali, dall’oppio alla realtà virtuale, stanno lì a ricordarcelo). Che l’impresa richiedesse tutti gli artifici del 3 D è della “performance capture” è un paradosso solo apparente. Cameron ha aspettato anni pur di conferire massimo realismo a questo sogno folle e umanissimo, oggi incredibilmente vicino grazie ai progressi scientifici (protesi, chirurgia plastica, bioingegneria etc.).

Basterebbe questo a fare di Avatar un film capitale. Ma c’è una seconda ragione: il pianeta Pandora. L’équipe del film ha creato un mondo di enorme fascino e complessità, sia biologica che culturale (piante, animali, usanze, linguaggio) pescando suggestioni dai più diversi orizzonti ma prendendo il tutto molto sul serio. Ne esce un pianeta che è una specie di dio vivente dove ogni specie, indigeni, piante, animali, è mentalmente e perfino fisicamente connessa alle altre (come, lo scoprirete al cinema). Liquidare il tutto come scontato omaggio alla “moda” ecologista è davvero riduttivo.

Infine, la storia. È vero, Avatar non brilla per novità. È vero che quel pianeta da conquistare ad ogni costo è l’America dei pellirossa, il Vietnam, l’Iraq, tutto ciò che volete. Mentre l’impossibile amore fra il marine-avatar e la bella guerriera Na’vi che lo protegge e lo inizia al suo mondo evoca certamente Pocahontas. Ma Cameron riscrive fiabe e miti fondanti nella storia americana travasandoli in un mondo e un linguaggio nuovi. Conosciamo già i “cattivi”. Ma dei buoni che cavalcano creature alate connettendosi con loro fisicamente e mentalmente (ancora due corpi in simbiosi totale), non li avevamo ancora mai visti. Se Pandora non ci fosse bisognerebbe inventarla. Appunto.

Fabio Ferzetti per Il Messaggero

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Parole da buttare. Il Dizionario 2009 è già carta straccia.

Parole da buttare. Il Dizionario 2009 è già carta straccia.

lingua-rollingANTIBERLUSCONISMO
Attività da svolgere in proprio o come dipendenti che assicura applausi e un ottimo reddito. Molto meglio che lavorare davvero. Meglio addirittura di fare i giornalisti.

ATEISMO
La religione di Piergiorgio Odifreddi. L’unico dogma è: «Non avrai altro dio all’infuori di Piergiorgio Odifreddi».

BELÉN RODRÍGUEZ E FABRIZIO CORONA
La coppia scoppia? No, la coppia si sdoppia. Marco Borriello e Nina Moric come inconsolabili single non sono credibili.

BIOLOGICO
Prodotto fatto senza utilizzare additivi chimici, pesticidi, tecnologia… Insomma tipo una mela che invece di sembrare una mela sembra un’oliva però costa come un tartufo d’Alba.

BIOTESTAMENTO
Come tutto ciò che si pregia del prefisso «bio-», è bello e buono. Ciò non toglie che per dargli un senso si deve morire…

CINEPANETTONE
È più snob criticarlo o criticare chi lo critica? Ai posteriori l’ardua sentenza.

CLIMATOLOGO
Scienziato che a tempo pieno altera i dati e a tempo perso genera panico durante i summit internazionali.

COLLABORATORE DI GIUSTIZIA
Persona che ogni tanto parla e ogni tanto sta zitta. E nessuno sa perché. Il motivo è cosa loro (e dei giudici che gli credono a prescindere).

DIGITALE
Una volta era una pianta cara ai poeti (digitale purpurea) e ai malati di cuore. Ora è tutto ciò che ha a che fare con un computer e non capiamo.
DIGITALE TERRESTRE
Ridateci l’analogico pedestre. Magari con le gemelle Kessler al posto dei fratelli Vanzina.

DIZIONARIO BIOGRAFICO DEGLI ITALIANI
Costa un po’ meno del Ponte di Messina, ma andando avanti così verrà realizzato molto dopo.

EGEMONIA CULTURALE DELLA SINISTRA
Crollata con il Muro di Berlino, è molto rimpianta a destra: era l’alibi perfetto per giustificare i propri fallimenti.

EINAUDI
Non è più quella di una volta.

EMARGINATO
Avete notato? In Italia tutti gli scrittori dicono di essere emarginati, soprattutto quelli che non hanno successo perché mediocri.

EQUOSOLIDALE
Se fosse semplicemente equo e solidale sarebbe un baratto: qualcosa in cambio di qualcos’altro. Essendo «equo solidale» è un’ipocrisia: qualcosa in cambio della coscienza a posto.

ESCORT
Signorina che si chiude nel vostro bagno con un cellulare e rivela al mondo di che colore avete gli asciugamani (poi la Repubblica titola che è un colore scandaloso).

ETICA
È ridotta a parodia di se stessa, a un’etichetta, nel senso che la si appiccica dappertutto.
EXPO
Esposizione universale che abbiamo strappato per miracolo ai turchi e di cui a Milano si parla molto. Tipo: «Nel mio condominio dobbiamo rifare una grondaia per fare bella figura all’Expo». Eppure non tutti i progetti sono di così alto livello.

FUTURO
La verità è dietro di noi.

GIUSTIZIA
Il sofista Trasimaco sosteneva che era solo ciò che è utile ai potenti. Ora sarebbe costretto a dire che è solo ciò che è utile ai giudici o a qualche giornale (molto democratico).

GRADISCA
O un Comune con seimila abitanti (Gradisca d’Isonzo) o un libro di cui hanno venduto trenta copie equivalenti, monetariamente, al costo di dieci minuti in compagnia della escort che lo ha scritto.

GREMBIULE
Tipico abitino fascista che le maestre impongono ai bambini e i ministri alle maestre: democrazia è sporcarsi con i pennarelli.
INTELLIGHENZIA
Scomparsa da decenni. Termine ormai utilizzato solo da chi avrebbe voluto farne parte.

ISTITUZIONI
In loro difesa si combinano le peggiori porcate.

LIBERTÀ DI STAMPA
Fa rimpiangere la censura.
LODO
Chi si loda s’imbroda, è vero, ma anche chi condanna ha le sue belle gatte da pelare.

MEDIATICO
Una seduta spiritica con l’anima dei sociologi morti, quelli di cui non si sente più alcuna Eco.
MONITO
Chi non riesce a lanciare una riproduzione del Duomo (vedi alla voce «Souvenir») lanci almeno un monito. Che è sempre meglio che lanciare un monitor…

MULTIRAZZIALE
Aggettivo da appiccicare a «società» e a tutto ciò che è bello e auspicabile. E chi non la pensa così è stronzo (tanto per essere educati e tolleranti).

MURO DI BERLINO
Ne abbiamo parlato così tanto che viene da pensare che non l’abbiamo mai abbattuto davvero (non c’è comunista che non giuri di avergli dato una bella picconata).

PANDEMIA
Un pandemonio (o tempesta) in un bicchier d’acqua. La prossima volta, nel bicchiere mettiamoci una spremuta d’arancia. La cara, vecchia vitamina C, ricordate?

PAPELLO
«Da un chimico/ il papello ha poi portato/ e lui/ dopo averlo analizzato/ ha rilasciato un certificato/ in cui diceva /dichiaro così:/ Non è un papello/ ma un crine di cavallo/ uscito dal paltò/ si può sbagliare/ soltanto avendo in cuore/ la gelosia d’amor».
PAPI
Ormai le ragazzine chiamano così il genitore per ricattarlo.

PAPIRO DI ARTEMIDORO
Documento probabilmente finto su cui si fa una discussione forse eterna certamente noiosa. Altri dizionari riportano definizioni più sintetiche, tipo: «Ma chi se ne frega!» o «Canfora te venisse…».

PENSIERO DEBOLE
Un’idea del filosofo Vattimo che quest’anno ha finalmente capito a chi rivolgersi per vederla attuata. È corso da Antonio Di Pietro.

PREDELLINO
Quasi tutti i politici italiani ne vorrebbero uno ma poi si chiedono: «Se ci salgo io fa lo stesso effetto?». E la risposta purtroppo è: no. Allora si accontentano di una poltrona.

PREMIO LETTERARIO
Il posto giusto per procurare un attacco isterico ad Antonio Scurati.
PROVOCAZIONI
Quelle «intelligenti» nascondono sempre un’orgia di conformismo.

RIPRESA
Ha sempre a che fare con i motori. Il guaio è che c’è sempre qualcuno al quale slitta la frizione. Lui resta illeso, ma vanno a sbattere gli altri.

RONDE
Una volta c’erano quelle del piacere. Adesso ci sono quelle del dispiacere. Occorre aggiungere altro?

SALOTTI LETTERARI
Nessuno dotato di due dita di cervello vorrebbe mai passarci una serata. Tipico degli intellettuali di destra lamentarsi di esserne esclusi.

SAVIANO
Un onesto cronista spesso scambiato per Gesù, Buddha o Maometto. Lui però non ha una croce, ha una scorta.

SOCIAL NETWORK
Sembrava difficile inventare qualcosa di peggio dell’opinione pubblica. E invece…

SOUVENIR
Arma da lancio che ha sostituito nella mitologia comunista la P38.
STATO DI POLIZIA
Qualunque stato in cui non governi il Pd o sia vietata la diffamazione a mezzo stampa.

TRANS
Notizia del 23 dicembre su tutti i giornali: «La Ue mette al bando i trans». Disperazione in Parlamento. Ma per fortuna si trattava solo dei grassi idrogenati dei biscotti.

TWITTER
Andiamoci piano, con questo «giornalismo partecipativo». Noi della casta, anzi, castina, non vorremmo prenderlo nel cesto e finire nel cestino.

UTILIZZATORE FINALE
Espressione a doppio taglio, ha un che di pratico e ultimativo. Più ultimativo che pratico.

WELTHANSCHAUUNG
Ogni intellettuale deve averne una. Molti l’hanno persa ma non è educato mettersi a urlare in un salotto letterario qualsiasi o in un convegno: «Qualcuno ha visto dove è finita la mia Welthanschauung?».

ZERO TITULI
L’irascibile Mou, a furia di masticare invettive, sta diventando come la famosa e omonima caramella: stucchevole. Meglio la Coppa.

Il Giornale

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Ho scritto una canzone, senza scorciatoie

Ho scritto una canzone, senza scorciatoie

simone-tomassini

Ebbene sì, dopo anni di attesa qualcuno ce l’ha fatta. A fare cosa? Beh, è semplice, a scrivere e cantare una canzone piena di valori e contenuti senza, però, buttarla in politica. Senza schierarsi, insomma. Certo, negli anni passati schierasi a sinistra ha fatto comodo a molti artisti, un po’ perché “faceva figo” e un po’ perché, diciamolo, qualche vantaggio arrivava sempre. Molto più difficile farcela con le proprie gambe, senza cercare spinte dai cosiddetti Santi in Paradiso. Proprio quello che ha fatto Simone, il giovane rocker comasco lanciato e prodotto da Enrico Rovelli însieme ad un certo Vasco Rossi, gente che di musica qualcosa ne capisce, non c’è che dire. Oltre a Vasco e Rovelli, un ruolo determinante è stato certamente giocato dalla sua famiglia (di cui Simone parla anche nella canzone) mettendolo, tutti insieme, al riparo dalle effimere illusioni dei primi successi. Eh sì, perché il mondo dello spettacolo sa essere spietato, specie con chi viene buttato da un momento all’altro in pasto al tritacarne mediatico, salvo poi finire nel dimenticatoio dopo qualche mese perché, tanto, ogni anno i reality sfornano personaggi nuovi, e quindi più appetibili. Lui no, ha seguito i consigli delle persone vicine evitando di sovraesporsi, mantenendo quello che oggi chiamano low profile, il basso profilo. Eppure, leggendo la sua già lunghissima biografia, ci si accorge che di cose ne ha già fatte parecchie: tre album, un singolo, un dvd live, un Sanremo, due Festivalbar e Music Farm, insomma, tanta roba, soprattutto se consideriamo che gente che ha fatto molto meno viene messa sullo stesso piano di artisti di livello nazionale ed internazionale. Marco Carta come gli U2, non scherziamo. A due anni da “Niente da perdere”, singolo che per settimane è stato in cima alle classifiche, Simone ritorna giocandosi l’accesso al Festival di Sanremo nella maniera più difficile ma, allo stesso tempo, più stimolante: dando al pubblico la possibilità di scegliere. Così, infatti, funziona il regolamento delle Nuove Generazioni del Festival della canzone Italiana, alle quali Simone si presenta con il pezzo di cui vi parlavo all’inizio, “Ho scritto una canzone”. Un brano per certi versi eccezionale perché, in soli tre minuti, riesce a fotografare perfettamente la nostra società d’oggi, regalando emozioni oggi assai rare proprio perché trasmesse parlando di temi come i senzatetto, le persone che fanno volontariato e la famiglia, tanto per fare qualche esempio. Insomma, una canzone talmente profonda e toccante che risulta difficile persino parlarne, descriverla. Non ci rimane, quindi, che metterci comodi, spegnere il telefono e goderci quella che è sicuramente destinata a diventare una delle canzoni simbolo della nostra amata Italia. Basta un click, buon ascolto.




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“Sono l’islamico Mohamed, la maestra mi nega il presepe”

“Sono l’islamico Mohamed, la maestra mi nega il presepe”

nativita Salve, sono Mohamed Venez-Janiì, bambino musulmano di anni dieci. Stamattina ero contento di andare a scuola perché dovevamo andare a vedere il presepe e a festeggiare con i canti di Natale. Invece stamattina la maestra ha detto che per rispetto nei miei confronti si resta in classe e non si festeggia Natale. Gesù Bambino è troppo offensivo per noi islamici, ha detto, la Madonna vergine, devota e madre, è un insulto ai diritti delle donne, i Re Magi sono tre offese alla Costituzione repubblicana, gli Angeli sono una presa in giro dei trans, il bue e l’asinello sono un’offesa ai diritti degli animali ridotti a termosifoni della grotta, e il panettone è un insulto consumista alla fame nel mondo. Ma il Natale tutto, ha detto, mortifica quelli come me, che non sono cristiani, ci offende e ci prende pure in giro perché ci riduce nel presepe a beduini, pastori e cammellieri. Ma la maestra non sa che per noi islamici beduini non è un’offesa, e nemmeno pastori e cammellieri. Mio zio è cammelliere e ha pure le capre e io da grande volevo fare il beduino. Comunque Natale non si festeggia per rispetto mio.

La maestra della classe accanto, più furba, ha trasformato il Natale in festa della luce: io non lo so, perché vengo da lontano, ma forse a Natale si festeggia la santa natività dell’Enel. La maestra del piano di sotto, invece, non ha fatto festeggiare e ha spogliato l’albero di tutte le palle luminose perché quattro ladri hanno rubato l’insegna ad Auschwitz; ma non ho capito che c’entra con Gesù Bambino.
Non vi dico la rabbia che mi ha preso quando ci ha detto che non si andava più a cantare «Tu scendi dalle stelle» e non si mangiava più il panettone per rispetto di noi islamici. E non solo mi sono arrabbiato perché ci hanno tolto una bella mattinata di festeggiamenti, ma questa cosa che non si festeggia perché ci sono io musulmano mi ha fatto odiare per la prima volta da tutti i miei compagni di classe perché hanno capito che a causa mia e della mia famiglia non si festeggia Natale e non si canta ma si interroga e si fanno i compiti. Mi hanno preso per uno che piange e si arrabbia se gli altri festeggiano, non ama il Bambinello e detesta la Madonna come il Panettone.

Dicono che vengo dalla Rabbia saudita. Non mi invitano più alle feste perché pensano che io sono contrario e gliela tiro. Vedono me, mia madre Fatima e mio padre Alì, come guastafeste e anche un poco terroristi. E invece non è vero: a me piace Natale e a casa mia di solito a Natale si mangia l’Agnellone perché pure per noi è una mezza festa, mi è simpatico il Bambinello, la gente intorno al presepe è tutta delle parti mie, non c’è nemmeno un personaggio padano o inglese. Tutti mediorientali come me. Salvo gli angeli che sono come le hostess degli aerei, vivono in cielo e non hanno una terra loro.

Questa storia che si deve rispettare me che sono islamico mi ha stufato. Il giorno prima della festa di tutti i santi, la mia maestra ha detto che non dobbiamo festeggiare perché si offendono non solo gli islamici, gli ebrei e i non credenti ma pure i protestanti. Poi, d’accordo con il capo d’istituto, ci ha riuniti tutti intorno alla cattedra e ha tolto dal muro il crocifisso. Ha detto che quel segno lì, sperduto sul muro a fianco alla lavagna, che non avevo mai notato, offendeva me e tutti quelli che come me non credono e non pregano per Cristo. A me è dispiaciuto vedere quel poveretto magro magro e già sofferente, pieno di sangue e con quei chiodi conficcati nelle mani e nei piedi, finire in una busta di plastica e andare chissà dove; raccolta differenziata, almeno spero. I miei amici dicevano: ma che ti ha fatto Gesù Cristo, che ha fatto alla tua famiglia? E io non sapevo cosa dire perché non mi aveva fatto niente, non mi offendeva affatto, mi faceva pena. Mio padre ne aveva parlato pure bene, diceva che era un profeta, comunque una brava persona. E non ce l’aveva con noi musulmani né tifava per gli americani anche perché quando c’era lui, non c’erano ancora né l’Islam né l’America.

Ma ora che la maestra ha tolto il crocifisso, l’albero, il presepe, la festa di Natale, i canti e le preghiere perché offendevano me, una mia amichetta ha detto: ma perché sei così incazzuso e ti offendi per ogni cosa che abbiamo e festeggiamo noi? Ma io non mi offendo affatto, è lei, la maestra, che dice così. Ho paura che ci toglieranno pure Pasqua perché offende noi musulmani. Ho paura che si inventeranno qualcosa per toglierci pure le vacanze dell’estate e diranno che non si fanno perché noi musulmani odiamo il mare e preferiamo il deserto. Bugia, a me piace il mare. Io non so perché voi italiani vi vergognate di fare le cose che avete sempre fatto, di far vedere agli altri le cose che vi piacciono da sempre; non volete farci capire che pure voi avete un dio, solo che lo chiamate e lo vedete in altro modo. Ho l’impressione che questa maestra – che legge la Repubblica ma siccome è pluralista, come dice lei, porta a volte in classe l’Unità, Il fatto e Il manifesto – trova la scusa che c’è in classe l’islamico ma è lei che non sopporta il Natale.

Forse perché s’annoia, forse perché da bambina perdeva a tombola, forse perché il marito la trova racchia, o non so, perché detesta la Croce, il Papa e tutti i suoi dipendenti. A me il presepe piace; mi piace meno quel panzone vestito di rosso, Babbo Natale, che mi sembra un pagliaccio carico di vizi, pensa solo a ingrassare e a farci ingrassare e mi fa pure paura perché è travestito. Anzi una volta ho chiesto alla maestra come si dice di uno che ama i bambini? E lei mi ha detto «pedofilo».

Babbo Natale allora è pedofilo. Perché non lo mettete in galera? Ma poi non dite che lo fate per rispetto del bambino islamico. Smettetela perché se andiamo avanti così, nessuno mi invita più a giocare insieme. Non avete capito che a forza di rispettarmi, mi state escludendo da ogni vostra festa. Comunque ora che non ci sente la maestra dico la parolaccia: Buon Natale.

Marcello Veneziani per Il Giornale

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Stallone ancora supereroe: «Muscoli ma anche sacrificio»

Stallone ancora supereroe: «Muscoli ma anche sacrificio»

ITALY-FILM-FESTIVAL-STALLONENon capita tutti i giorni di dare vita a un personaggio il cui nome nel tempo entra nel linguaggio comune e finisce con l’indicare un modo d’essere, nell’incarnare, se si vuole, una filosofia. Quando accade, si è di fronte a uno spirito creatore e al tempo stesso a un classico, e come tale bisogna riverirlo e trattarlo. Negli anni Sessanta, Sylvester Stallone inventò Rocky e la sua epopea, negli Ottanta fu la volta di Rambo e ha perfettamente ragione Marco Müller, il direttore della Mostra del cinema di Venezia, a definirlo, nel premiarlo, «il re dei cineasti fuori norma», «il cineasta maverik per eccellenza», dove il termine inglese, intraducibile, indica bizzarria e originalità. Il premio in questione, Jaeger-Le Coultre Glory to the Filmaker Award, prima di lui era andato al giapponese Takeshi Kitano, all’ iraniano Abbas Kiarostami, alla francese Agnés Varda, tre nomi che grondano intellettualità da tutte le vocali e da tutte le consonanti. Che ai loro si aggiunga ora quello di Stallone, che ad un occhio superficiale dalle stesse gronda solo sudore, è un ulteriore elemento maverik su cui vale la pena soffermarsi.
Nato nel 1946, di famiglia modesta, Stallone è stato fin da ragazzo un cervello pensante in un corpo ingombrante. Aveva uno di quei Q.I. (i quozienti d’intelligenza che negli States servono a selezionare gli allievi più notevoli) che lasciano esterrefatti gli insegnanti, e un fisico abituato alla fatica. Ha messo il primo al servizio della sua fantasia e del suo talento, ha usato il secondo per mantenersi nella vita. Ha studiato Arte drammatica all’Università di Miami e ha lavorato nell’hard-core, ovvero il cinema porno, ha riempito quaderni di sceneggiature rifiutate e ha fatto l’off Broadway in produzioni marginali e in ruoli secondari… «Ero uno che aveva fame, voleva sfondare, avevo il complesso d’inferiorità tipico di chi si sente incompreso. Sotto questo aspetto, Rocky è un po’ il mio alter ego, è uno che sente di potercela fare, basta soltanto che la vita si decida ad offrirgli una chance».
L’occasione è arrivata che Stallone aveva già trent’anni, quando molti produttori decisero che il racconto da lui scritto su un piccolo malavitoso che è anche un discreto pugile e al quale viene offerta la possibilità di combattere per il titolo mondiale, potesse trasformarsi in film, a patto però che ci fosse una star nel ruolo principale. Tenne duro, rifiutò di vendere il soggetto, ottenne che fosse lui stesso l’interprete. Alla regia approderà due anni dopo, con Taverna Paradiso, un dramma familiare nella New York del secondo dopoguerra, che già nella gara notturna sui tetti con cui si apre dimostra una sorprendente originalità.
Mentre la saga di Rocky Balboa si dipana, con lui anche come regista, Stallone crea quel fenomeno di storia del costume che si chiama Rambo, il reduce di una guerra che nessuno vuole ricordare, l’immagine di un’America che tutti vogliono dimenticare. «Da ragazzo ero affascinato da quelle figure che hanno in sé dignità e orgoglio. Ulisse e Robin Hood, il ranger solitario dei film western appartengono a una mitologia adolescenziale che ti segna. L’eroe non è mai quello che non ha paura di niente, ma quello che conosce la paura e sa vincerla perché in palio c’è qualcosa che la trascende e trascende la vita stessa: il rispetto di sé, l’amore per gli altri. L’etica di Rambo, se si vuole, è il sacrificio, non il muscolo. Il Rambo Director’s Cut che presento a Venezia, nasce proprio dall’esigenza di ridare al personaggio quella complessità che nella versione prodotta era stata sacrificata in nome dell’azione».
Nel futuro di Stallone ci sono molte regie, quella di The Expendables, «una storia sul prezzo che la gente paga per salvare gli altri», dove figurano in tanti camei attori come Bruce Willis, Dolph Lundgren, Mickey Rourke e Arnold Schwarzenegger, un remake di Il giustiziere della notte reso celebre da Charles Bronson, il progetto di portare sullo schermo i romanzi di Wilbur Smith e la vita di Edgar Allan Poe. «Io mi considero uno scrittore e un regista. Credo anzi che il regista sia un lavoro talmente privilegiato che bisognerebbe farlo gratis. Mi rendo conto di avere un volto, un fisico e ormai un’età che mi limitano, ma va bene così. Quando ho cominciato, la dittatura degli Studios andava incrinandosi ed era possibile un cinema indipendente, più vicino alle storie della gente. Credo che oggi siamo nella medesima situazione. Ci sono corsi e ricorsi storici, nel cinema come nella vita. Bisogna saper aspettare. Nel mio caso, come dimostra anche questo premio, ne è valsa la pena».

Stenio Solinas per Il Giornale

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