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Una pagina del Corriere per annunciare il funerale del proprio figlio

Una pagina del Corriere per annunciare il funerale del proprio figlio

rovelliHa acquistato una pagina intera a colori del Corriere della Sera (guarda) per annunciare il funerale del figlio, morto a 44 anni in un incidente stradale. Una grande foto al centro e un messaggio: «Hola Davide. Il mio angelo per sempre, papà». Segue l’annuncio per gli amici: «Per l’ultimo saluto a Davide ci troviamo domani, 21 gennaio, a Milano, cimitero di Lambrate, Sala multifunzioni dalle ore 9 alle 10.15». La pagina è gioiosa, a colori, con tante foto della vita avventurosa di Davide: con il parapendio, sulla mountain bike, su una moto a tre ruote e persino su un veicolo a vela.

Impossibile rimanere indifferenti davanti a una pagina come questa. L’iniziativa è del noto impresario e manager musicale Enrico Rovelli, fondatore di Radio Music (progenitrice di Radio DeeJay) e in seguito di celebri locali milanesi come il Rolling Stone, il City Square e l’Alcatraz. Enrico Rovelli ha organizzato in Italia concerti di Bruce Springsteen, Bob Dylan, Queen, Police, Clash e U2, ed è stato manager di artisti come Patty Pravo e Vasco Rossi (dal 1983 al 1997). Aveva già perso un altro figlio, Billy, nel 1997.

Il figlio Davide, imprenditore, è morto sabato notte in un incidente stradale verificatosi nei pressi di Merone (Co). Davide aveva trascorso la serata in un locale vicino a Erba, il noto «American Road». Alla guida della sua macchina sportiva, una Dodge Viper, all’altezza di un incrocio è uscito di strada, andando a sbattere contro un palo della luce nell’aiuola spartitraffico. Ha riportato un gravissimo trauma toracico-addominale ed è morto durante il trasporto in ospedale. In rete già si moltiplicano i messaggi di solidarietà, per esempio sul sito di Rockol e su un sito dedicato ai necrologi.

Sara Regina per Il Corriere della Sera

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2010: l’elenco dei miei desideri per l’Italia.

2010: l’elenco dei miei desideri per l’Italia.

italy___grunge_by_tonemappedEh sì, ogni anno che passa tirare le somme di quello che sta per concludersi diventa sempre più complicato forse perché, almeno per quanto mi riguarda, con il trascorrere del tempo divento sempre più esigente, soprattutto nei confronti di me stesso. Così, anziché scrivere un resoconto di ciò che è stato nel 2009, tenterò di fare un elenco delle cose che mi aspetto dal 2010. Massì, mi prendo la libertà di fare una sorta di lista della spesa anche perché, in fondo, sognare non solo non costa nulla ma è anche un ottimo esercizio, che inconsciamente ci spinge a lottare sempre e comunque per il massimo obbiettivo. Insomma, nessuno riuscirà mai a togliermi dalla testa che, se proprio dobbiamo metterci in gioco, tanto vale farlo puntando alla posta più alta. Sempre e comunque. A conferma di quanto vi ho appena detto, spesso e volentieri, quando qualcuno mi chiede “come và” amo rispondergli che se mi lamentassi sarei un ingrato e se mi esaltassi sarei uno che si accontenta. Fatta questa già lunga ma doverosa premessa posso cominciare a dare libero sfogo alla mia immaginazione, tentando di elencare tutto ciò che desidero (senza il condizionale) per l’anno che tra poche ore vedrà la luce. Desidero che il clima politico finalmente cambi, che il confronto sulle idee prenda il posto dell’astio e degli attacchi personali, da entrambe le parti. Desidero non sentirmi più dire frasi del tipo “non capisco come possa, una persona in gamba come te, stare da quella parte politica”. Desidero che il Presidente Fini torni a scaldare il cuore mio e del popolo della destra, riappropriandosi di argomenti che, sono sicuro, continuano ad essere parte integrante del suo dna politico ed umano. Desidero che il Presidente Berlusconi consegni il Partito nelle mani di una nuova classe dirigente, puntando convintamente sulla generazione dei trentenni, che dovranno essere messi nelle condizioni di affrontare e vincere la sfida di una vera e propria “Rivoluzione del merito”. Desidero che maggioranza ed opposizione, questa volta, facciano il possibile e l’impossibile per portare a compimento quel processo riformista di cui la nostra Italia ha terribilmente bisogno. Desidero che l’opposizione collabori, senza pregiudizi, con la maggiornanza per arrivare quanto prima alla soluzione della crisi economica puntanto, innanzitutto, alla salvaguardia dei posti di lavoro. Desidero che maggioranza e opposizione, nell’ottica di un reciproco riconoscimento, s’impegnino per arrivare ad una definitiva “Pacificazione nazionale” consegnando, in modo definitivo e inappellabile, le antiche divisioni ideologiche ai libri di storia. Desidero che i cosiddetti cattivi maestri della sinistra radicale vengano finalmente isolati, perché non possano più inculcare, specialmente nei più giovani, sentimenti negativi come quello che, ad esempio, spinge qualcuno a gridare il vergognoso slogan “1, 10, 100, 1000 Nassirya”. Desidero che gli oltre 9000 Soldati Italiani impegnati in Missioni di Pace in tutto il mondo siano onorati e rispettati da tutti gl’italiani. Desidero che tutti i rappresentanti delle Forze dell’Ordine siano onorati e rispettati da tutti gl’italiani. Desidero che la mentalità degli italiani diventi sempre meno provinciale e che, cioè, la finisca di anteporre interessi di bottega a quelli dell’intera comunità. Desidero che ogni italiano sia orgoglioso della sua Patria e che si commuova quando sente l’Inno o vede sventolare il Tricolore, sempre, non solo quando vinciamo i Mondiali di calcio. Desidero che a Como, la mia città, venga abbattuto al più presto quell’orrendo muro che oscura il Lungo Lago. Desidero, per me stesso, di continuare a migliorare in tutto ciò che faccio rimanendo sempre fedele a me stesso e guadagnandomi, sul campo, il ripetto e la stima delle persone che mi sono vicine e che credono in me. Desidero, infine, che questo 2010 regali ad ognuno di voi la forza di credere e lottare per inseguire ogni desiderio. E realizzarlo.

Alessandro Nardone

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Ho scritto una canzone, senza scorciatoie

Ho scritto una canzone, senza scorciatoie

simone-tomassini

Ebbene sì, dopo anni di attesa qualcuno ce l’ha fatta. A fare cosa? Beh, è semplice, a scrivere e cantare una canzone piena di valori e contenuti senza, però, buttarla in politica. Senza schierarsi, insomma. Certo, negli anni passati schierasi a sinistra ha fatto comodo a molti artisti, un po’ perché “faceva figo” e un po’ perché, diciamolo, qualche vantaggio arrivava sempre. Molto più difficile farcela con le proprie gambe, senza cercare spinte dai cosiddetti Santi in Paradiso. Proprio quello che ha fatto Simone, il giovane rocker comasco lanciato e prodotto da Enrico Rovelli însieme ad un certo Vasco Rossi, gente che di musica qualcosa ne capisce, non c’è che dire. Oltre a Vasco e Rovelli, un ruolo determinante è stato certamente giocato dalla sua famiglia (di cui Simone parla anche nella canzone) mettendolo, tutti insieme, al riparo dalle effimere illusioni dei primi successi. Eh sì, perché il mondo dello spettacolo sa essere spietato, specie con chi viene buttato da un momento all’altro in pasto al tritacarne mediatico, salvo poi finire nel dimenticatoio dopo qualche mese perché, tanto, ogni anno i reality sfornano personaggi nuovi, e quindi più appetibili. Lui no, ha seguito i consigli delle persone vicine evitando di sovraesporsi, mantenendo quello che oggi chiamano low profile, il basso profilo. Eppure, leggendo la sua già lunghissima biografia, ci si accorge che di cose ne ha già fatte parecchie: tre album, un singolo, un dvd live, un Sanremo, due Festivalbar e Music Farm, insomma, tanta roba, soprattutto se consideriamo che gente che ha fatto molto meno viene messa sullo stesso piano di artisti di livello nazionale ed internazionale. Marco Carta come gli U2, non scherziamo. A due anni da “Niente da perdere”, singolo che per settimane è stato in cima alle classifiche, Simone ritorna giocandosi l’accesso al Festival di Sanremo nella maniera più difficile ma, allo stesso tempo, più stimolante: dando al pubblico la possibilità di scegliere. Così, infatti, funziona il regolamento delle Nuove Generazioni del Festival della canzone Italiana, alle quali Simone si presenta con il pezzo di cui vi parlavo all’inizio, “Ho scritto una canzone”. Un brano per certi versi eccezionale perché, in soli tre minuti, riesce a fotografare perfettamente la nostra società d’oggi, regalando emozioni oggi assai rare proprio perché trasmesse parlando di temi come i senzatetto, le persone che fanno volontariato e la famiglia, tanto per fare qualche esempio. Insomma, una canzone talmente profonda e toccante che risulta difficile persino parlarne, descriverla. Non ci rimane, quindi, che metterci comodi, spegnere il telefono e goderci quella che è sicuramente destinata a diventare una delle canzoni simbolo della nostra amata Italia. Basta un click, buon ascolto.




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Esclusivo// ItalianPeople intervista il Marchese del Grillo: “Oggi c’è troppa ipocrisia”

Esclusivo// ItalianPeople intervista il Marchese del Grillo: “Oggi c’è troppa ipocrisia”

marchese del grilloEra ormai mezzogiorno passato e, a Roma, non si sentiva volare una mosca. Arrivato sotto la maestosa abitazione del Marchese venne ad accogliermi Ricciotto, il suo fedele collaboratore: “Shhh… parlate sottovoce, non s’è ancora svegliato!”, mi sussurrò appena, portandosi l’indice al naso. Gli risposi di si con un cenno della testa e mi accomodai su di una bellissima poltrona in una delle innumerevoli stanze di quella meravigliosa villa situata nel cuore della Capitale. I minuti scorrevano ma, del Marchese, nemmeno l’ombra. L’attesa era lunga e, complici la stanchezza accumulata la notte prima e la comodità di quella poltrona, gli occhi mi si chiusero e finii per addormentarmi. “S’è svejatoooooooooo!”. Quell’urlo mi svegliò di soprassalto, ma che succedeva? Nemmeno il tempo di strofinarmi gli occhi che Ricciotto entrò nella stanza: “Il Marchese si è svegliato, l’aspetta nella sua stanza per fare colazione con lei, venga, mi segua”. Percorremmo il lunghissimo corridoio che portava alla stanza da letto del Marchese, una volta entrato, Ricciotto, aprì le tende permettendo, così, alla luce del sole di fare il suo ingresso. “Te devi essere lo scribacchino che m’ha chiesto appuntamento, viè qua e mettite a sede che adesso ci servono la colazione”. Mi disse il Marchese, ancora coricato nel suo letto a baldacchino. “Sì, esatto, sono io il… giornalista… posso sedermi qui?”, gli domandai, indicando una sedia di fianco al letto. “No, lì no, che sei matto?”, esclamò facendomi fare un salto di mezzo metro. “Ahahah… ma certo che ti puoi sedere, te stavo a pijà pe ‘r culo… ehm… in giro. Dimmi un po’, cos’è che vorresti scrivere su di me?”. “Beh, Eccellenza – gli risposi sommessamente - vorrei farle un’intervista per un sito internet…”. Dopo avermi ascoltato si rivolse a Ricciotto: “Ricciò, ma non è che questo me stà a pijà pe ‘r culo? Ma che è sto coso, come se chiama? Sito de interni… non sarà mica qualche cosa di clandestino, magari contro lo Stato Pontificio? Sai, col Papa c’ho già abbastanza problemi.“. “No Eccellenza – lo tranquillizzai – diciamo che è un giornale che puo’ leggere chiunque, in tutto il mondo…”. Il Marchese cercò, senza però trovarla, una conferma nello sguardo del suo collaboratore allora, mentre si serviva la colazione, mi fece un cenno con la mano. “Va bene, sei giovane e te voglio dà fiducia, ma se me combini qualche cazzata finisci dritto dritto in galera! Cominciamo.”. Dopo quelle sue parole feci un lungo sospiro, cercando di rilassarmi e di fare mente locale per partire con il piede giusto.

Eccellenza…

Ma quale Eccellenza, questa è una cosa per i giovani, no? Allora chiamami Marchese…

Certo signor Marchese. Ha mai pensato di sposarsi?

Eh? Ma sei matto? Mica me vado a mette n’estranea in casa!

No, non sono matto, è che con questa intervista vorrei dare alla gente la possibilità di conoscere il suo aspetto più umano, insomma vorrei che parlassimo di Onofrio del Grillo…

Ah ah ah… questo invece mi piace, bravo! Vedi, nonostante io non sia più un ragazzino penso solo a godermi la vita, a divertirmi…

Eh già, questo lo sappiamo bene, lei è celebre per i suoi scherzi!

Lo so, ne faccio tanti. Ma non sono mai banali, hanno sempre una morale per chi li subisce, sai?

Ad esempio?

L’altra settimana corruppi giudici ed avvocati per far condannare un povero falegname, Aronne Biperno, a cui non avevo pagato il conto di alcune riparazioni. Dopo la sua condanna feci suonare a lutto tutte le campane di Roma… lo sai perché?

Beh, certo, per dimostrare che la giustizia era morta!

Bravo! Ammazza, mica te ce facevo così, bravo! Sì, insomma volevo lanciare un forte segnale a tutti, compreso il Santo Padre, perché capissero quanto la nostra società fosse ingiusta nei confronti dei più deboli.

Direi che ci è proprio riuscito! Sa, in questo periodo la giustizia è tornata di estrema attualità…

Ah sì, e perché?

Diciamo che è una lotta tra poteri, quello politico e quello della giustizia.

Male, quando si crea competizione tra i diversi poteri dello Stato allora vuoi dire che c’è qualcosa che non và, per come la vedo io i giudici si dovrebbero preoccupare dei processi e non di politica altrimenti, per dirla terra terra… nun ce se ce capisce più un cazzo! Sono stato chiaro?

Direi di sì!

Bene.

Marchese, lei è un uomo pubblico ed è famosissimo per essere un vero e proprio sciupa femmine. Ho fatto questa premessa perché un altro argomento di estrema attualità è diventato proprio questo, la vita privata dei politici. Lei trova che sia giusto valutare un uomo di Stato per quello che fa tra le lenzuola?

Ma che è sta stronzata? Un uomo di Stato deve essere valutato per come svolge il suo compito, per come serve il suo popolo. Putroppo da noi c’è tanta ipocrisia: sai quanti de giorno fanno i bacchettoni e de notte se lo vanno a pijà ‘nder cul…

…ehm, Marchese, è stato chiarissimo.

Eh certo, ma ste cose bisogna avere il coraggio di dirle. E poi scusa, che c’è di male se un uomo che c’ha mille responsabilità ogni tanto se vò annà a fa ‘na scopata? Uno ogni tanto se dovrà pure divertì, altrimenti impazzisce! A proposito, che ore sò?

Quasi le due Marchese…

Ahhhh… ma che sei matto? S’è fatto troppo tardi, mi devo preparare perché alle tre ho un appuntamento di grandissima importanza…

Ah, sì? Di cosa si tratta?

Devo andare a trovare una bellissima donna, un’attrice francese… nun voglio mica diventà matto!

Non si preoccupi Marchese, per lei non c’è pericolo!

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Quando Marconi profetizzò il cellulare

Quando Marconi profetizzò il cellulare

marconiDi per sé Guglielmo Marconi non era propriamente quello che si definisce uno «scienziato». Marconi, semmai, era un «tecnologo»: pochissima teoria, molta sperimentazione. Per i suoi numerosi detrattori, quando era in vita, era addirittura poco più che un elettricista. Non aveva laurea, non aveva studiato in alcuna università, appena ventenne cominciò da autodidatta facendosi aiutare negli esperimenti dal maggiordomo e per giunta – orrore – brevettava e commercializzava i risultati delle sue scoperte.

Tecnicamente non si può definirlo neppure un genio, cioè una persona dotata di un’innata predisposizione alla creatività. Indro Montanelli, che non sarà stato uno storico della scienza ma sapeva cos’è il talento, diceva che Marconi non aveva una intelligenza superiore, ma possedeva la capacità di concentrarla tutta ed esclusivamente su una cosa sola (con risultati, quelli sì, geniali): nel suo caso, la comunicazione senza fili attraverso le onde radio. Campo che dominò, regalando all’umanità – lui che non era né scienziato né genio – l’invenzione probabilmente più decisiva del XX secolo.

Quello che è certo è che Marconi, il «Prometeo d’Italia», fu uno «spirito profetico». Detto in altro modo, uno che ci vedeva molto lungo. Piccolissimo, a otto-dieci anni d’età, aveva già la certezza, più che la fiducia, «di riuscire un giorno a far qualcosa di nuovo e di grande», come scrisse in una pagina autobiografica nel gennaio del 1937. E a proposito dei suoi maestri: «Si accorgeranno un giorno, osavo dire tra me, che non sono poi tanto sciocco quanto essi credono». Soprattutto ebbe sempre una precisa coscienza di quelle che sarebbero state le successive applicazioni della sua scoperta, destinate a ridisegnare la fisionomia del pianeta. A cento anni dall’assegnazione del premio Nobel – ottenuto nel 1909, quando il fisico bolognese aveva 35 anni – la «Fondazione Marconi», in occasione della mostra e del convegno che a giorni festeggeranno la ricorrenza, ha reso pubblico un documento apparso finora solo in maniera frammentaria su alcune riviste scientifiche, in inglese, lingua in cui fu redatto. Si tratta dello straordinario «testamento scientifico» di Guglielmo Marconi, ossia il testo del radiomessaggio che lo scienziato, per una conferenza sulla radiocomunicazione, trasmise da Roma a Chicago nel marzo del 1937, quattro mesi prima della morte, il 20 luglio, quando il mondo lo onorò con un tributo eccezionale: tutte le stazioni radio rimasero in silenzio per due minuti nei quali l’etere tornò a essere silenzioso come era stato fino alla sua rivoluzionaria invenzione. Uno scritto lucidamente profetico, in cui Marconi, sottolineando i limiti del broadcasting, cioè della comunicazione «a senso unico», preconizza il point-to-point, la radiocomunicazione mobile: «Noi abbiamo raggiunto nella scienza ed arte delle radiocomunicazioni uno stadio in cui le espressioni dei nostri pensieri possono essere trasmesse e ricevute istantaneamente e simultaneamente dai nostri simili, praticamente in ogni punto del globo – scrive il celebre fisico -. La radiodiffusione, tuttavia, con tutta l’importanza che ha raggiunto e i vasti campi inesplorati che restano ancora aperti, non è secondo me la parte più significativa delle comunicazioni moderne, in quanto è una comunicazione “a senso unico”. Un’importanza assai maggiore è legata, a mio parere, alla possibilità fornita dalla radio di scambiare comunicazioni ovunque i corrispondenti possano essere situati, sia nel mezzo dell’oceano, che sul pack ghiacciato del Polo, nelle piane del deserto oppure sopra le nuvole in aeroplano!». Quello che facciamo, oggi, con il cellulare.

Mezzi rudimentali a disposizione ma dotato di intuito straordinario, studi irregolari alle spalle ma visione chiarissima davanti a sé, Marconi seppe scorgere ben oltre la curvatura terrestre superata dal segnale radio che il 12 dicembre 1901 lanciò dalla stazione di Poldhu, in Cornovaglia, a quella di St. John, nell’isola di Terranova, dall’altra parte dell’Oceano, aprendo una nuova era delle comunicazioni. Marconi, poco meno di un secolo fa, vide con precisione quello che noi abbiamo iniziato a sognare confusamente appena l’altro ieri. «La peculiarità dell’uomo, la caratteristica che segna la sua differenza e la sua superiorità sugli altri esseri viventi, a parte la divinità della sua origine e del suo fine ultimo – scrive Marconi nel suo testamento – consiste, penso, nella capacità di scambiare con i suoi simili pensieri, sensazioni, desideri, ideali, preoccupazioni ed anche lamentele!». Esattamente tutti i sentimenti che miliardi di persone si scambiano ogni giorno da un telefonino all’altro, da un punto all’altro della Terra. Sperando che lo scienziato «dominatore degli spazi» si riveli profetico anche nel suo ultimo appello: «Nella radio abbiamo uno strumento appropriato per unire i popoli del mondo, per far sentire le loro voci, le loro necessità e le loro aspirazioni. Il significato di questo moderno mezzo è così del tutto rivelato: una larga via di comunicazione per il miglioramento delle nostre reciproche relazioni è oggi a nostra disposizione; dobbiamo solo seguirne il corso in uno spirito di tolleranza e di comprensione solidale, pronti a utilizzare le conquiste della scienza e dell’ingegno umano per il bene comune».

Luigi Mascheroni per Il Giornale

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Aimee Mullins: Splendidamente abile

Aimee Mullins: Splendidamente abile

aimeeQuando il dottor Hugh Herr, lo scattista Oscar Pistorius e io siamo menzionati nello stesso articolo, probabilmente è perché abbiamo una condizione medica comune: siamo tre esseri umani cui sono state amputate le gambe al di sotto del ginocchio. Ma soprattutto abbiamo in comune un’altra cosa e cioè il modo in cui affrontiamo le difficoltà. Condividiamo il sogno di un potenziale infinito, perché vediamo una possibilità laddove gli altri vedono una limitazione. Possiamo distinguere tra il fatto oggettivo di essere degli amputati dalla sensazione, tutta soggettiva, di essere o meno dei “disabili”.

LA PERCEZIONE DELLA DISABILITA’ e di quello stato di “figli di un dio minore” che comporta sono a un punto di svolta, perché la visione di ciò che è possibile non è più patrimonio solo di pochi ma è accettata da un pubblico sempre più vasto. Il dibattito sulle protesi è cambiato; le realtà del potenziamento corporeo hanno smesso di essere fantascienza e sono sempre più prerogativa della scienza. Una scienza pronta a dialogare con chi voglia esplorare l’interazione tra i propri desideri e il proprio corpo. Artisti e scultori, stilisti, grafici della comunicazione, ingegneri aerospaziali, designer di mobili, artisti del make-up per effetti speciali… A prendere parte alla scoperta del potenziale della prostetica sono invitati talenti provenienti dalle discipline più diverse. E se l’obiettivo più ampio è quello di facilitare la mobilità e la vita di ogni giorno per milioni di disabili, non possiamo dimenticare il potere del sogno, il valore dell’immaginazione collettiva che porta alle grandi innovazioni. I benefici, in definitiva, li avvertono tutti. C’è una sorta di effetto cascata al contrario, per cui un passo in avanti compiuto nel campo specifico del design e dell’innovazione tecnologica a beneficio dei disabili, comporta avanzamenti nel campo del design tradizionale per l’intera popolazione. Come gli occhiali da vista e le protesi articolari in titanio.

Forse stiamo andando oltre la visione darwiniana dell’evoluzione umana: gli umani possono farsi architetti della propria identità disegnando un corpo che prenda il posto degli adattamenti graduali tipici della natura. Eppure fu proprio Darwin lo studioso che, scrivendo di evoluzione circa 150 anni fa, illustrò anche una verità relativa all’essere umano: «A sopravvivere non è la specie più forte, né la più intelligente. È quella che meglio si adatta ai cambiamenti».
“Svantaggio” è semplicemente un altro modo di definire un cambiamento. La nostra società tende a dare al concetto una connotazione negativa, come una “difficoltà”, ma noi potremmo farci il regalo di ri-immaginare lo svantaggio come “un cambiamento al quale non ci siamo ancora adattati”.

Fa parte della natura umana il fermarsi bruscamente, lo smettere di funzionare, il non voler correre rischi nei momenti di sfortuna. Fa parte della nostra natura il voler conservare lo statu quo, anche se questo ci limita o addirittura ci danneggia. Tuttavia gli innovatori compiono qualcosa d’altro: si addestrano a reagire alle difficoltà in modo diverso da quello solitamente imposto dai condizionamenti.

In tutti i gruppi socioeconomici, culturali o anagrafici, ciascuno è sottoposto a sfide, cambiamenti, e quindi difficoltà, e penso sia corretto dire che le difficoltà provocano a tutti un senso di disagio. Ma se per molti questo comporta una sconfitta, un blocco, per altri – gli innovatori, i rivoluzionari, i provocatori – quel disagio porta una crescita, la preziosa opportunità di scoprire un potenziale. Gli innovatori, si parli qui di sport, scienza o affari, accettano le sfide e non tendono a sfuggirle. Imparano, insomma, a sentirsi a proprio agio dentro al disagio. Il seme dell’ispirazione spesso germoglia nel suolo fertile delle avversità, specie quando questo suolo è arricchito da ricerche e tecnologie all’avanguardia e da elementi nutritivi antichi come la poesia e l’ispirazione.

Che significato ha l’evoluzione prostetica per una come me, una che porta la sua passione per l’esplorazione nel mondo dello sport, della moda, dell’arte, del design, del cinema? Da un punto di vista materiale significa avere tante paia di gambe, per soddisfare bisogni specifici: gambe da corsa, gambe da nuoto, gambe di “vetro”, gambe effetto medusa, gambe per indossare scarpe con o senza tacco, gambe che mi fanno alta 1 e 85, gambe di legno intagliate a mano e di design, gambe con caviglie a propulsione. Da un punto di vista più generale, significa che il dibattito sociale sul progresso della prostetica si fa sostenitore di una potenziale rivoluzione nel pensiero comune e sarà questa a precedere ogni cambiamento autentico.


In questo discorso è di importanza fondamentale l’anarchia dell’espressione artistica, purché la sua apparente frivolezza venga usata come strumento per minare i preconcetti su cosa dovrebbe essere una protesi. Questo approccio alleggerisce il peso storico della marginalizzazione delle minoranze. E significa anche che un arto prostetico non deve più essere la rappresentazione di una perdita o un semplice tentativo di replicare un tratto umano: in un perfetto sogno a occhi aperti, può essere tutto ciò che vogliamo e perfino andare oltre le funzioni umane.

Bisogna ora tracciare una distinzione tra l’idea dell’essere umani e quella di umanità. La prima descrive le nostre caratteristiche fisiche; l’altra le nostre possibilità emotive, l’energia che ci fa sentire connessi a tutti gli altri esseri viventi.

Per abbracciare l’umanità collettiva dobbiamo riconoscere di essere universalmente connessi l’uno all’altro nelle lotte, nelle “disabilità”, nelle qualità che ci rendono “diversi”. La nostra umanità svela una relazione sorprendente: quelle che sono percepite come carenze sono combustibile per la creatività. Dobbiamo accettare questa unione e gioirne; se pensiamo che ogni disabilità umana ha lo scopo di nutrire la creatività e ispirare grandezza, siamo in grado di realizzarci a dispetto di qualunque difficoltà.

Possiamo sfruttare il potere della robotica e della bionica e riscoprire l’aspetto cruciale del “gioco”, riconoscere la forza dell’“arte” come artificio per modificare le percezioni, in modo che i progressi della prostetica permettano a gente un tempo considerata “dis-abile” di diventare “super-abile”. Tutto questo progettando da soli il proprio corpo. Nuove identità potranno continuare a crearsi, facendoci scegliere il modo di presentarci alla società, suscitando così dibattiti appassionanti. Io sono convinta che questi dibattiti valga la pena affrontarli. Aimee Mullins, aprile 2009

Post scriptum:
Quando scrivo ho sempre al mio fianco il fido dizionario dei sinonimi. Dopo aver finito di correggere questo articolo mi è venuto in mente che non ero mai andata a vedere alla voce “disabile” per scoprire quali sinonimi mi avrebbe offerto. Non ero preparata all’impatto emotivo provocato da quel che avrei trovato.

«Disabile: storpio, impotente, incapace, rovinato, impedito, menomato, ferito, sciancato, zoppo, mutilato, esaurito, spossato, indebolito, impotente, castrato, paralizzato, handicappato, senile, decrepito, costretto a letto, finito, spacciato, esaurito; vedi anche ferito, incapace, debole. Contrari. Sano, forte, capace».

Stavo leggendo l’elenco ad alta voce e dopo “sciancato” la voce mi si è incrinata: ho dovuto riprendermi dal trauma della violenza di queste parole. Ho controllato l’anno di pubblicazione; il mio dizionario Webster aveva avuto una prima edizione all’inizio degli anni Ottanta. Era l’epoca in cui stavo per cominciare ad andare all’asilo e a farmi un’idea della relazione con gli altri bambini e il mondo circostante, della mia esistenza al di fuori del nucleo familiare. Sono davvero contenta di non aver usato un dizionario dei sinonimi, all’epoca.

È qui il punto cruciale di questo scritto: sono nata in un mondo che percepiva quelli come me come del tutto privi di prospettive positive, mentre io oggi sono famosa per le possibilità e le opportunità offerte dalla mia vita e dalle sue avventure. Ho consultato l’edizione 2009 del dizionario, certa di trovare una revisione degna di nota. Ed ecco la versione “aggiornata” di questa voce: «Voce: Disabile Funzione: Aggettivo Testo: privato della capacità di esercitare una o più delle naturali attività corporee (“Quell’uomo disabile non era in grado di salire le scale senza aiuto”). Sinonimi: handicappato, inabile. Termini collegati: cieco, sordo, muto; storpio, zoppo, paralitico, tetraplegico; immobile, immobilizzato; malato, affetto, sofferente, non sano, non robusto, inadatto. Quasi contrari: vispo, baldo, in forma, in salute, sano, robusto, integro. Contrari: abile, non disabile». È ora di aggiungere sinonimi, in modo che siano comprensibili tutti i nuovi significati. E non è solo una questione semantica.

Aimee Mullins (amullins@wired.com) è atleta, modella e attrice (Cremaster 3, World Trade Center, Five little pigs). Il suo sito ufficiale è www.aimeemullins.com

Wired

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Angeli e Demoni: le bombe di antimateria funzionano davvero?

Angeli e Demoni: le bombe di antimateria funzionano davvero?

Angeli e demoniIl libro di Dan Brown Angeli e Demoni lo scorso mercoledì 13 maggio è arrivato sul grande schermo.  Se vi siete persi il mega-bestseller , la trama è incentrata sul piano di far saltare il Vaticano usando una bomba di antimateria, un piccolo meccanismo della potenza di una testata nucleare. In un film thriller sembra che la cosa possa funzionare ma le bombe di antimateria potrebbero qualcosa di più di semplice fiction?

In linea di principio l’antimateria potrebbe essere il migliore degli esplosivi. La materia e l’antimateria, infatti, quando vengono a contatto si annichiliscono reciprocamente rilasciando energia, secondo la famosa formula di Enstein. Questo ci dice che mezzo chilo di antimateria è equivalente a circa 19 megatonnellate di TNT. Così, in teoria, potremmo creare delle bombe tascabili capaci di devastare una città. C’è la piccola questione del “contenimento”, l’antimateria deve essere tenuta in condizioni di vuoto perfetto e non deve venire in contatto con le pareti del container  in cui si trova. Ma una volta risolto questo, non appena hai la tua antimateria puoi uscire fuori e provocare un disastro.

E poi c’è un grosso problema. In Angeli e Demoni, l’antimateria viene rubata dal CERN (European  Organization for Nuclear research). Ed è proprio vero, lì gli scienziati producono realmente antimateria. Ma solo in quantità submicroscopiche. “Se sommiamo tutta l’antimateria che abbiamo prodotto in oltre trent’anni di fisica dell’antimateria al CERN, e siamo generosi, potremmo arrivare a dieci miliardesimi di grammo” ha detto al New Scientist Rolf Landua, del CERN. “ Anche se questa quantità ci esplodesse sulla punta delle dita non sarebbe più pericolosa che accendere un cerino.

Il loro sito chiarisce che non ci sono piani di creare un’arma. “Ci vorrebbero miliardi di anni per produrre quantità di materie sufficienti a costruire una bomba con lo stesso effetto distruttivo di una tipica bomba ad idrogeno, come ne esistono ormai oltre diecimila” dice il sito.  “Ora il pubblico in qualche modo si aspetta una bomba di antimateria ma noi sappiamo da molto tempo che non può essere realizzata in pratica”.

Il CERN si occupa di ricerca pacifica. E quindi è comprensibile che non vogliano che nessuno dei loro studi sia preso per usi militare. Magari però stanno solo cercando di minimizzare, giusto un pochino, il potenziale delle armi ad antimateria nel lungo periodo.

Attualmente per produrre antimateria si spara un raggio di particelle ad alta energia su un bersaglio (questa è una delle cose che il CERN può fare con i propri acceleratori di particelle giganti). Ma ci sono metodi molto più efficienti di questo. Uno studio della NASA consiglia la produzione di antimateria attraverso la generazione spontanea di una coppia di particelle-anitiparticelle associate a campi di vuoto. L’interesse della NASA deriva dal fatto che l’antimateria potrebbe diventare il miglior combustibile per i propri razzi. Invece che usare antimateria – che anche secondo loro sarebbe troppo costoso – la NASA ha esplorato la cosiddetta Antimatter Initiated Microfusion, usando una piccolissima quantità di antimateria come scintilla per far partire una reazione nucleare. Per alimentare un velivolo spaziale con AIM servirebbe una quantità compresa tra uno e i cento microgrammi di antimateria, a seconda della missione.

Questo studio della NASA suggerisce che si potrebbe produrre antimateria in tali quantità. Il costo, secondo le loro stime, sarebbe di 62,5 milioni di dollari per microgrammo (… mi piace quel “,5”). Tuttavia secondo loro un impianto apposito per la produzione di antimateria, che potrebbe costare dai tre ai dieci miliardi di dollari, potrebbe abbattere i costi dell’antimateria fino a 25 mila dollari per microgrammo.

Secondo i miei calcoli, un microgrammo equivarrebbe a circa 46 chili di esplosivo, che potrebbe essere definita una quantità tatticamente utile. (Per esempio, il piccolo missile Spike, una testata da mezzo chilo potrebbe essere reso molte volte più potente di un Hellfire che è venti volte più grande, una strategia utile per obiettivi importanti.)

IL progetto “Revolutionary Technology” dell’Air Force, l’aviazione Americana,  ha mostrato interesse a quest’applicazione, circa cinque anni fa. IL Broad Area Announcement del 2004 ha espresso interesse per diverse tecnologie innovative per le munizioni, tra cui anche la  “Positron Energy Conversion and Advanced Energetics” (Conversione energetica avanzata). Un positrone è l’antimateria equivalente di un elettrone, e forse la particella di antimateria può semplice da produrre e conservare.

Quando ho fatto domane sulle ricerca dell’ Air Force sull’antimateria, sono stati ben attenti a non menzionare le armi: “ Questa tecnologia potrebbe avere svariate applicazioni – come ad esempio un nuovo sistema di propulsione, alimentatori satellitari ultraleggeri, motori a high specific impulse, e misurazioni di precisione – anche se queste applicazioni potrebbero arrivare in un futuro piuttosto lontano, fra trenta anni o anche di più” mi ha detto un portavoce.

I positroni possono essere conservati in una Penning Trap una sorta di bottiglia magnetica. (L’Air Force ha acquistato una nuova “trappola” di nuvole di positroni a dicembre, ma solo come meccanismo per esaminare i difetti nei semiconduttori). Tuttavia simili “trappole” sono soggette a perdite e non consentono di immagazzinare i positroni indefinitamente. C’è anche il problema di cosa potrebbe accadere se l’alimentatore si fermasse. La trappola smetterebbe di lavorare e tutti i positroni andrebbero a toccare le pareti del container: boom.  Poi c’è la questione di quanti positroni si possano immagazzinare. Allo stato attuale per immagazzinare un microgrammo di positroni servirebbe una Penning Trap di dimensioni sbalorditive.

Un rapporto del 2004 del National Research Council ha rivelato che per utilizzare i positroni come esplosivo occorrerebbero densità energetiche molto maggiori. Lo studio ha sconsigliato di fare grossi investimenti in tecnologie così immature e ad alto rischio.

Ma naturalmente questo era prima che Angeli e Demoni diventasse così famoso. Presto tutti conosceranno il potenziale distruttivo di un quarto di grammo di antimateria. Dopo aver visto il film, sappiamo che ci sarà sicuramente qualche politico o capo del Pentagono che dirà “Queste bombe di antimateria sono fantastiche, dove le prendiamo?”.

David Hambling per Wired

Online editing di Giorgia Scaturro

Photo Credit: Sony Pictures
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