Era ormai mezzogiorno passato e, a Roma, non si sentiva volare una mosca. Arrivato sotto la maestosa abitazione del Marchese venne ad accogliermi Ricciotto, il suo fedele collaboratore: “Shhh… parlate sottovoce, non s’è ancora svegliato!”, mi sussurrò appena, portandosi l’indice al naso. Gli risposi di si con un cenno della testa e mi accomodai su di una bellissima poltrona in una delle innumerevoli stanze di quella meravigliosa villa situata nel cuore della Capitale. I minuti scorrevano ma, del Marchese, nemmeno l’ombra. L’attesa era lunga e, complici la stanchezza accumulata la notte prima e la comodità di quella poltrona, gli occhi mi si chiusero e finii per addormentarmi. “S’è svejatoooooooooo!”. Quell’urlo mi svegliò di soprassalto, ma che succedeva? Nemmeno il tempo di strofinarmi gli occhi che Ricciotto entrò nella stanza: “Il Marchese si è svegliato, l’aspetta nella sua stanza per fare colazione con lei, venga, mi segua”. Percorremmo il lunghissimo corridoio che portava alla stanza da letto del Marchese, una volta entrato, Ricciotto, aprì le tende permettendo, così, alla luce del sole di fare il suo ingresso. “Te devi essere lo scribacchino che m’ha chiesto appuntamento, viè qua e mettite a sede che adesso ci servono la colazione”. Mi disse il Marchese, ancora coricato nel suo letto a baldacchino. “Sì, esatto, sono io il… giornalista… posso sedermi qui?”, gli domandai, indicando una sedia di fianco al letto. “No, lì no, che sei matto?”, esclamò facendomi fare un salto di mezzo metro. “Ahahah… ma certo che ti puoi sedere, te stavo a pijà pe ‘r culo… ehm… in giro. Dimmi un po’, cos’è che vorresti scrivere su di me?”. “Beh, Eccellenza – gli risposi sommessamente - vorrei farle un’intervista per un sito internet…”. Dopo avermi ascoltato si rivolse a Ricciotto: “Ricciò, ma non è che questo me stà a pijà pe ‘r culo? Ma che è sto coso, come se chiama? Sito de interni… non sarà mica qualche cosa di clandestino, magari contro lo Stato Pontificio? Sai, col Papa c’ho già abbastanza problemi.“. “No Eccellenza – lo tranquillizzai – diciamo che è un giornale che puo’ leggere chiunque, in tutto il mondo…”. Il Marchese cercò, senza però trovarla, una conferma nello sguardo del suo collaboratore allora, mentre si serviva la colazione, mi fece un cenno con la mano. “Va bene, sei giovane e te voglio dà fiducia, ma se me combini qualche cazzata finisci dritto dritto in galera! Cominciamo.”. Dopo quelle sue parole feci un lungo sospiro, cercando di rilassarmi e di fare mente locale per partire con il piede giusto.
Eccellenza…
Ma quale Eccellenza, questa è una cosa per i giovani, no? Allora chiamami Marchese…
Certo signor Marchese. Ha mai pensato di sposarsi?
Eh? Ma sei matto? Mica me vado a mette n’estranea in casa!
No, non sono matto, è che con questa intervista vorrei dare alla gente la possibilità di conoscere il suo aspetto più umano, insomma vorrei che parlassimo di Onofrio del Grillo…
Ah ah ah… questo invece mi piace, bravo! Vedi, nonostante io non sia più un ragazzino penso solo a godermi la vita, a divertirmi…
Eh già, questo lo sappiamo bene, lei è celebre per i suoi scherzi!
Lo so, ne faccio tanti. Ma non sono mai banali, hanno sempre una morale per chi li subisce, sai?
Ad esempio?
L’altra settimana corruppi giudici ed avvocati per far condannare un povero falegname, Aronne Biperno, a cui non avevo pagato il conto di alcune riparazioni. Dopo la sua condanna feci suonare a lutto tutte le campane di Roma… lo sai perché?
Beh, certo, per dimostrare che la giustizia era morta!
Bravo! Ammazza, mica te ce facevo così, bravo! Sì, insomma volevo lanciare un forte segnale a tutti, compreso il Santo Padre, perché capissero quanto la nostra società fosse ingiusta nei confronti dei più deboli.
Direi che ci è proprio riuscito! Sa, in questo periodo la giustizia è tornata di estrema attualità…
Ah sì, e perché?
Diciamo che è una lotta tra poteri, quello politico e quello della giustizia.
Male, quando si crea competizione tra i diversi poteri dello Stato allora vuoi dire che c’è qualcosa che non và, per come la vedo io i giudici si dovrebbero preoccupare dei processi e non di politica altrimenti, per dirla terra terra… nun ce se ce capisce più un cazzo! Sono stato chiaro?
Direi di sì!
Bene.
Marchese, lei è un uomo pubblico ed è famosissimo per essere un vero e proprio sciupa femmine. Ho fatto questa premessa perché un altro argomento di estrema attualità è diventato proprio questo, la vita privata dei politici. Lei trova che sia giusto valutare un uomo di Stato per quello che fa tra le lenzuola?
Ma che è sta stronzata? Un uomo di Stato deve essere valutato per come svolge il suo compito, per come serve il suo popolo. Putroppo da noi c’è tanta ipocrisia: sai quanti de giorno fanno i bacchettoni e de notte se lo vanno a pijà ‘nder cul…
…ehm, Marchese, è stato chiarissimo.
Eh certo, ma ste cose bisogna avere il coraggio di dirle. E poi scusa, che c’è di male se un uomo che c’ha mille responsabilità ogni tanto se vò annà a fa ‘na scopata? Uno ogni tanto se dovrà pure divertì, altrimenti impazzisce! A proposito, che ore sò?
Quasi le due Marchese…
Ahhhh… ma che sei matto? S’è fatto troppo tardi, mi devo preparare perché alle tre ho un appuntamento di grandissima importanza…
Ah, sì? Di cosa si tratta?
Devo andare a trovare una bellissima donna, un’attrice francese… nun voglio mica diventà matto!
Non si preoccupi Marchese, per lei non c’è pericolo!
In questo caso la premessa è d’obbligo: negli ultimi mesi, tranne in casi sporadici, ho accuratamente evitato di stare dietro alle cosiddette polemiche sulla relazione tra il gossip e la politica, schierandomi nettamente dalla parte di chi crede che ciò che accade sotto le lenzuola sia un fatto che riguardi esclusivamente la sfera privata di una persona, anche quando si tratta di un politico. Però, a mio modestissimo avviso, quella che stiamo per leggere è una questione ben diversa. A voi il giudizio. (FdS)
Stavo lavorando a tutt’altro quando mi chiamò Sylvie. Non so perché ma, di primo acchito, vedendo il suo numero sul display del telefonino mi preoccupai, pensando subito che potesse essere accaduto qualcosa di negativo. In fondo dall’ultima intervista non c’eravamo più sentiti, perché mai avrebbe dovuto chiamarmi? La telefonata fu telegrafica, parlammo giusto il tempo per fissare un appuntamento un’ora dopo in un bar a Cernobbio. C’era qualcosa di molto importante di cui voleva parlarmi. Dopo il primo quarto d’ora di ritardo cominciai a spazientirmi e, proprio quando mi decisi a chiamarla, mi si materializzò davanti, bellissima ma con gli occhi sempre coperti dai suoi occhialoni neri che, uniti al suo atteggiamento, assumevano la funzione di un vero e proprio muro: quello che le piaceva erigere tra sé ed i suoi interlocutori. Pensandoci bene la sua era una tattica molto intelligente, perché ogni sua concessione, anche la più banale, acquistava un valore incommensurabile. Confesso che immediatamente dopo questa breve riflessione il mio sguardo cadde sul suo seno, fasciato da un top bianco sotto al quale, ovviamente, non indossava nulla. “Embè? Sei venuto per guardarmi le tette o per sentire cosa ho da dirti?”.
Ehm… scusa, ero sovrappensiero… certo che m’interessa sapere cos’hai da dirmi, altrimenti non sarei qui…
Bene. Vedi, quello di cui sto per parlarti è un argomento molto intimo ed imbarazzante, non solo per me. Per questo motivo me lo sono tenuta dentro per tanto tempo, mesi passati a rimuginare, a distruggermi interiormente perché non avevo il coraggio di parlarne con nessuno. Mi vergognavo, capisci?
Certo, in queste situazioni non avere nessuno con cui sfogarsi puo’ essere devastante. Però, di solito, questi sono argomenti che si confidano al fidanzato o alla migliore amica, perché hai scelto proprio noi?
Perché la gente deve sapere. Io sono molto sensibile ai temi sociali, m’interesso anche di politica, nel senso che leggo, ascolto… insomma, ho le mie idee e da mesi non si sente altro che parlare di tutte queste voci su fatti che dovrebbero appartenere alla sfera privata… sì, insomma, questo mi far star male, credimi.
Ti credo, ma cosa c’entra con quello che hai da dirmi?
C’entra, perché l’episodio che sto per raccontarti riguarda proprio questo genere di notizie, ed è vero, capisci? Mi è successo ormai qualche tempo fa e non riesco più a liberarmene, è come se fosse un fantasma. Che mi perseguita.
Caspita, adesso mi hai incuriosito, dimmi, cosa ti è successo?
In quel periodo ero a Como, e un giorno ricevo la telefonata di un gallerista di Roma, un mio amico, che di tanto in tanto vende qualcuno dei miei quadri. Mi disse che un politico molto importante voleva conoscermi perché le mie opere gli erano piaciute parecchio, e aveva intenzione di acquistarne più d’una.
E fino a qui non c’è nulla di strano…
Lo so, ma io per scelta non ho mai incontrato i miei clienti, addirittura non sanno nemmeno come mi chiamo…
Infatti non ho mai visto una tua opera ma, scusa, come fai?
Uso uno pseudonimo, solo alcuni galleristi (tutte persone fidate) sanno chi sono, addirittura alcuni li faccio contattare da terze persone, proprio perché non voglio svelare la mia identità.
Perché tutto questo? In fondo si tratta della tua arte.
Vuoi sapere qual è il problema? Il mio aspetto fisico!
Scusa? Ma se sei di una bellezza disarmante!
Grazie… ehm, ma il punto è che quando mi vedono tutti fanno i lumaconi, e immediatamente ci provano. La mia arte voglio venderla perché piace, non perché chi la compra spera di farsi una scopata con me. Così ho deciso di crearmi uno pseudonimo, che ovviamente non ti dirò, dietro al quale nascondermi. In tanti mi scrivono su Facebook, chiedendomi perché su internet non trovano i miei quadri o la mia rassegna stampa… ecco la risposta.
Non potevi essere più chiara. Ma torniamo al politico…
Questo mio amico mi convince ad incontrarlo perché, a suo dire, oltre a comprare diversi quadri, mi avrebbe aiutata organizzandomi mostre di alto livello, insomma, la cosa era molto interessante, così pensai che valesse la pena fare uno strappo alla regola, e decisi d’incontrarlo.
Interessante, continua…
Fissammo l’appuntamento un paio di giorni dopo, a Roma, in un ristorante molto carino, vicino a Montecitorio. Doveva esserci anche il gallerista ma, appena dieci minuti prima, mi mandò un sms con il quale mi disse che aveva avuto un imprevisto, così mi presentai da sola. Il politico in questione mi accolse benissimo e…
Senti, però devi dirmi chi è…
Eh eh, questo te lo puoi scordare!
Dai, almeno il partito…
Manco morta!
Va bene, ma qualcosa dovrai pur dirmi! Era uno dei tanti o un politico di livello assoluto?
Uno dei leaders nazionali, di quelli che vediamo a Porta a Porta o a cui i giornali dedicano i loro editoriali.
Però… per caso era un Ministro?
Sì.
E in che periodo l’hai conosciuto?
Senti Francesco, ma te mi ha preso per una cretina? Se ti dico il periodo in cui era Ministro ti ho detto tutto… t’interessa sapere cos’è successo o no?
Sempre il solito caratterino… dai, vai avanti.
Lui fu molto gentile, persona colta, affascinante… così accettai di continuare la conversazione in uno dei suoi appartamenti. Sapevo benissimo dove volesse andare a parare, ma confesso che la cosa non mi dispiaceva affatto, anzi! Durante il tragitto mi disse che per me aveva pensato ad un ruolo di primo piano nell’ambito della cultura, un grande progetto di cui io sarei stata la protagonista assoluta…
Certo, certo… non dirmi che ci hai creduto!
E perché non avrei dovuto? D’altra parte io, oltre ad essere un’artista, ho anche fatto studi specifici, conosco il mio valore, che ti credi? Comunque, lui diceva che l’età e la formazione erano i miei punti di forza, perché in quel momento tutti i partiti volevano puntare su giovani e donne, compreso il suo. Volevano volti nuovi, ed io potevo fare al caso loro.
Ti propose di candidarti?
Anche. Mi disse che se avessi accettato l’incarico nel partito, lo sbocco naturale sarebbe stato un posto in lista alle elezioni…
Ah ah, mi pare ovvio… e tu accettasti?
Assolutamente no! Non subito, almeno. Dimostrai interesse, questo sì, ma stetti attenta a non fami vedere troppo entusiasta, d’altra parte era stato lui a cercarmi, quindi, se davvero mi voleva, doveva sudare per convincermi, ti pare? Una volta a casa sua bevemmo qualcosa e chiacchierammo del più e del meno, fino a quando…
Fino a quando?
Non ci provò spudoratamente. Ed io ero molto, molto calda… hai capito in che senso, vero?
Ehmm… sì…
Non avevo dubbi. Così mi lasciai andare, nella speranza che lui fosse prestante come sembrava. Ma fu proprio in quel momento che successe l’inaspettato: si abbassò i pantaloni e mi chiese di… sì insomma, mi chiese di sculacciarlo…
Scusa?
Sì, voleva essere sculacciato! Mi disse che gli piaceva fare questi “giochini”, come farsi legare e farsi picchiare, mi mostrò anche alcuni “attrezzi”…
E tu?
Io l’ho insultato! Mi sono alzata e gli ho chiesto di riaccompagnarmi subito in albergo, e lui cominciò ad implorarmi di non dire nulla a nessuno, dicendomi che in cambio mi avrebbe dato qualsiasi cosa. Mi faceva talmente schifo che non lo ascoltai nemmeno, presi la mia borsa e uscii sbattendo la porta.
Dev’essere stata un’esperienza umiliante…
Lo è stata, ma non è finita qui, perché la sera stessa cominciò a tempestarmi di telefonate, all’inizio cercava di scusarsi, di fare il gentile, ma poi cominciò a chiedermi cose vomitevoli…
Del tipo?
Voleva che gli dicessi frasi sconce, che gli mandassi mie foto… diceva che se non l’avessi fatto avrebbe fatto in modo di farmela pagare… mi ricattava lo stronzo!
Non ho parole, credimi. Non hai mai pensato di denunciarlo?
Chi, lui? Mi avrebbero presa per una mitomane, e poi chissà da quale telefono mi chiamava, di certo non il suo. Così, per evitare altri problemi, cambiai numero, evidentemente lui capì, perché non si fece più sentire.
Capisco, è davvero molto triste quello che stai dicendo, immagino che tu abbia fatto molta fatica per superare lo shock.
Guarda, io non sono certo una santa, anzi, sono una persona molto disinibita, sessualmente potrei definirmi una libertina. Adoro il sesso e lo faccio senza pormi troppe domande, se un uomo mi piace me lo scopo, mi diverto, e poi amici come prima. Però quella persona riuscì a farmi vivere, per la prima volta, un senso di squallore assoluto. Pensa che per mesi non ne volli sapere di voi uomini…
Beh, adesso non generalizzare, non siamo mica tutti così!
Anche perché, in tal caso, la razza umana si sarebbe estinta da quel dì…
Senti, adesso l’hai superata?
Non del tutto, ma la nostra chiacchierata di oggi mi servirà molto, finalmente mi sono tolta questo peso, e sto già meglio.
Questo mi rende felice, davvero. Sicura di non voler fare giustizia fino in fondo dicendo il nome del politico?
No, la sua punizione peggiore è guardarsi allo specchio e fare i conti con la sua coscienza e, prima o dopo, questo accadrà.
Bene Sylvie, direi che la nostra chiacchierata puo’ dirsi conclusa e che tu confermi di essere un personaggio sempre più interessante, grazie.
Grazie a te… ah, guarda che se continui così me le consumi…
Cosa?
Le tette, o sei strabico o non hai smesso per un attimo di guardarmele! E poi dici che voi uomini non siete tutti uguali… mah…
Sono costretto a darti ragione però, se ne avessi l’opportunità, stai pur certa che non ti chiederei certo di sculacciarmi, cara Sylvie.
Francesco De Simone
Siamo gente abituata a dire ciò che pensa, anche a costo di andare controcorrente. Anzi, ammetto che la cosa non ci dispiace affatto, certo, a volte è davvero faticoso, ma serve per farti un fisico bestiale, con due spalle larghe così. Altrettanto cercheremo di fare oggi, tentando di rimanere fedeli a noi stessi e cercando, per quanto ci sarà possibile, di rendere giustizia alla figura di Michael Jackson che, da tre giorni a questa parte, è tirato per la giacchetta da un capo all’altro del globo. Una celebrazione nella quale tutti cercano d’infilarsi: chi facendo commenti scontati, chi raccontando aneddoti poco credibili, insomma, tutti cercano d’inzuppare il pane nell’abbondante sugo mediatico con il quale si cerca d’ingolosire un pubblico vastissimo. D’altronde il concetto è semplice: i giornali aumentano le tirature, le televisioni fanno audience ed i personaggi che ne parlano ottengono visibilità. Qualcuno potrebbe puntare il dito contro di noi dicendo che stiamo facendo la stessa identica cosa, ma si sbaglierebbe di grosso perché, cari signori, il fatto è che erano anni che non parlavate di Michael Jackson, se non per pubblicare qualche foto che ne ritraeva le pessime condizioni fisiche. Insomma, ve ne siete serviti, lo avete sputtanato, ignorato e adesso che è passato a miglior vita… lo incensate. Beh, noi non ci stiamo a questi giochini, cerchiamo di volare un po’ più alto. Quindi, anche oggi che non c’è più, non abbiamo alcuna difficoltà a dire che ci sono degli aspetti della personalità di Michael Jackson che non ci sono mai piaciuti, a partire dalla sua smania di schiarirsi la pelle fino ad arrivare ai certi suoi atteggiamenti. Su quest’ultimo punto è bene chiarire, perché non ci riferiamo alle accuse di pedofilia, dalle quali è stato scagionato in un regolare processo, ma ad alcuni comportamenti come quello di “sventolare” un neonato dalla finestra che, in tutta onestà, riteniamo quantomeno riprovevoli. Non degni del personaggio. Per questo abbiamo deciso di distinguerci, lavorando di fantasia, per fare un’ultima, schietta, chiacchierata con lui, il Re del Pop.
Michael, hai visto che clamore? Adesso tutti parlano di te, di colpo tutti sono diventati tuoi fan o tuoi amici…
Più grande è la star, più grandi sono gli scoop. Più diventavo famoso e più circolavano voci di notizie false. Oggi tutti cercano di approfittare della mia morte per legare il loro nome al mio, per farsi pubblicità gratuita. Ovviamente mi riferisco alla maggior parte delle cosiddette “star”, non ai miei fan, che adoro ed ai quali devo tutto. Devo ammettere che in questi giorni mi sto facendo parecchie risate, perché leggo interviste a personaggi che dicono di essere stati miei carissimi amici e che, in realtà, non ho mai conosciuto di persona. Gli amici, quelli veri, soffrono in silenzio.
Allora la nostra impressione era giusta… bene, Michael, hai toccato un altro argomento molto importante, ovvero il fatto che su di te siano state dette e scritte parecchie falsità. Però, converrai con noi che più di una volta, con i tuoi comportamenti, hai lasciato intendere che la tua vita non fosse propriamente… ehm, normale…
Credimi, la camera iperbarica, le lavande gastriche… sono tutte bugie, la gente si meraviglierebbe di vedere con quanta normalità ho vissuto.
Certo, però tutte quelle operazioni…
Hai ragione, ma d’altra parte quelli sono eccessi che ho pagato in prima persona, se mai facendo del male a me stesso, e non certo al mio prossimo. E poi ci sono persone che affermano che uso creme sbiancanti, ma non è vero, ho la vitiligine.
Ah, questo non lo sapevo. Allora, visto che stiamo facendo chiarezza su alcune questioni, vuoi dirci se hai qualche rimpianto?
Quando avevo 11 o 12 anni ero sotto contratto con la Motown ed ero in studio per registrare delle canzoni. Ero costretto a registrare perché in estate avrebbe dovuto partire un tour. Ma proprio di fronte agli studi c’era un campo giochi ed io sentivo come i bambini urlavano. Giocavano a tennis o a palla… a volte sarei andato così volentieri a giocare con loro… ma non potevo!
Capisco… so che sto per toccare un altro tasto spiacevole, ma è direttamente collegato a ciò che hai appena detto: il tuo rapporto con i bambini, ti va di parlarne?
Certo! A volte le persone domandano, perché è sempre insieme a bambini? Prima ero sempre insieme ad adulti! Gli altri bambini potevano giocare. Quando loro alla sera andavano a dormire io dovevo esibirmi nei locali notturni, a volte fino alle 3 del mattino… poi toccava alla spogliarellista. Noi avevamo molte esibizioni, ma non avevamo amici, per tutto il tempo non dovevamo fare altro che lavorare… lavorare e lavorare! Non abbiamo neppure festeggiato il Natale, c’erano feste per compleanni perché siamo stati cresciuti nel credo del Testimoni di Jeova…ora recupero tutto. La natura mi ha premiato per tutto quello a cui ho dovuto rinunciare. Per questo motivo quando la gente veniva a Neverland poteva vedere animali e giostre. Tutte cose che non ho mai avuto. Ad ogni angolo trovate dei distributori di dolciumi e questo è divertente!
Parliamo di Neverland, un posto fantasmagorico in cui hai ospitato un sacco di bambini, di cui la maggior parte afflitti da problemi fisici o mentali.
I Bambini ed io siamo sulla stessa lunghezza d’onda, converso volentieri con loro perché non mi giudicano, non ne hanno bisogno, vogliono solo divertirsi un po’. Mi sento molto in collegamento con i bambini, li capisco, proprio perché da bambino ho rinunciato a molte cose. Quando entrano nella stanza mi si apre il cuore. Mi piace il rumore…mio Dio, sono così allegri!
Parliamo dell’episodio accaduto in Germania, in cui hai “sventolato” uno dei tuoi neonati da un balcone…
No, ma io tenevo mio figlio molto stretto. Ho visto di quelle cose…gente che buttava in aria i figli e che li riprendeva dopo un salto, ma il mio gesto è stato spontaneo…lo tenevo stretto e sicuro. Il tutto è durato qualche secondo, ma nei filmati lo hanno fatto apparire come una mezza eternità. Non fanno neppure vedere i fan, mi presentano come un idiota che fa penzolare il figlio come un pazzo…
Ok Michael… ti è mai capitato di sentirti solo?
Certo, per esempio quando ero in un albergo e nella strada c’erano migliaia di fan che mi chiamavano, pernottavano in sacchi a pelo e mi dicevano quanto mi amavano, ma io non potevo uscire, mi sentivo prigioniero e così mi sentivo solo. A volte mi veniva da piangere. Fuori c’è così tanto amore, ma ugualmente uno si sente prigioniero e solo. Se andavo in una libreria o semplicemente quando uscivo e andavo in una discoteca, anche se non le amavo particolarmente… sai, quando comperavo un libro, mi domandavano subito: perché comperi quel libro? Perché Michael Jackson compera questo, perché legge proprio questo libro…se entro in una discoteca, appena mi vedevano suonavano solo la mia musica, come se io volessi ascoltare solo la mia musica… e volevano che io ballassi… praticamente è di nuovo spettacolo … praticamente non potevo andare da nessuna parte, era sempre la stessa storia.
Capisco, ti sentivi condannato a non poterti godere gli aspetti più semplici della tua vita. Cambiamo argomento, passiamo a Peter Pan. Ne hai parecchie statue, cosa ti affascina e cosa significa per te questa figura?
Peter Pan per me è molto importante ed è nel mio cuore. Rappresenta la gioventù, i bambini che non vogliono diventare adulti. Il sogno di volare…è la magia dei bambini… io vedo sempre ancora il mondo con gli occhi di un bambino e per me è molto importante.
Tu non vuoi diventare adulto?
Io sono Peter Pan.
No, non lo sei, tu sei Michael Jackson.
Nel cuore sono Peter Pan.
Vuoi dire che dai bambini ottieni quell’amicizia e quella ispirazione, che non riesci ad avere dagli adulti?
Sì, è proprio vero, è proprio così! I bambini non mi hanno mai imbrogliato, gli adulti invece mi hanno abbandonato. Guarda cosa hanno fatto gli adulti con il mondo!
Ma perché certe cose non le hai mai dette prima?
Non ne ho idea, dimmelo tu… anche adesso che non ci sono più vogliono continuamente farmi passare per pazzo…
Michael, perché quest’atteggiamento nei tuoi confronti? Sì, insomma è mai possibile che tu, a parte la tua splendida musica nella tua vita non ne abbia combinata una giusta?
No, no, non ha importanza cosa fai, c’è sempre qualcuno che deve dire la sua opinione. Anche se tu hai solo buone intenzioni, trovi sempre qualche cretino che ti vuole distruggere. Invece tutto quello che vuoi è regalare al mondo un po’ di amore ed un po’ di gioia. Questo è tutto.
Hai ragione Michael, almeno ora, guardandoli da lassù, potrai fregartene e ridere di loro. Addio.
ItalianPeople
A notte, quando a Teheran sono già le 23 le vedette di Twitter diffondono messaggi angoscianti e raccapriccianti. «Caricano i cadaveri sui camion, è un mattatoio, un essere umano non può comportarsi così, preghiamo Dio di salvarci si spara ad Aazad Street. A Lalezar Street e a Baharestan Street ci sono morti e sangue ovunque, colpivano la gente con la scure, come macellai. Dobbiamo scappare hanno preso uno di noi, dobbiamo fare in fretta». È l’ultimo appello dalle piazze del massacro, l’ultimo urlo dalle piazze di Teheran trasformate stando a questi frammentari e inverificabili brandelli di notizia in nuove Tienanmen. Il primo allarme scatta quattro ore prima quando la telefonata di una ragazza in lacrime trasmessa dalla Cnn e irrompe nell’etere. «È un massacro, ci bastonano come animali», urla con voce rotta dal pianto spiegando in inglese di avere 20 anni e di trovarsi nella zona intorno al Majlees, il parlamento iraniano.
«Tentano di buttarci giù da un ponte sopraelevato, colpiscono chiunque, c’è una donna coperta di sangue dalla testa ai piedi, l’hanno ridotta così sotto gli occhi di suo marito, le forze di sicurezza ci sparano addosso, la gente li implora di fermarsi, ma loro non ci ascoltano, continuano a sparare, ci vogliono tutti morti». Dopo quella telefonata è il caos, un caos comunicativo e mediatico che rende difficile valutare l’entità degli scontri. A dar retta ai messaggi diffusi dai vari attivisti di twitter gli incidenti si concentrano nella zona del parlamento intorno alla piazza e alla fermata del metrò di piazza Baharestan, vicino al Parlamento. «La gente sta portando i feriti a casa per assisterli», scrive uno. «Attenti agli elicotteri, guidano i basiji dall’alto», avverte un altro. In quella piazza mattatoio un gruppetto di 200 dimostranti sarebbe stato fermato dalla polizia e da consistenti gruppi di miliziani basiji in moto armati di bastoni elettrici e spranghe.
Chi siano gli organizzatori della protesta e chi la guidi non si sa. Il sito di Mir Hussein Moussavi accenna ad una manifestazione convocata nella zona del parlamento, ma si dissocia dagli organizzatori e raccomanda calma e moderazione. Di certo chi ha sfidato polizia e milizie fronteggia uno schieramento invalicabile e spietato. «È un inferno», scrive un testimone riferendo di una ragazza uccisa da diversi colpi di arma da fuoco e di un totale di almeno tre o quattro morti. «La piazza è piena di sangue», annota un altro messaggio che da i dimostranti in fuga verso un’altra piazza. Molte notizie risultano difficilmente confermabili. «Le ambulanze caricano i feriti e li portano nel deserto per lasciarli morire». Esagerazioni, forse, che danno l’idea della situazione di confusione in cui è sprofondata Teheran, una metropoli di 12 milioni di abitanti dove solo il regime sa, forse, cosa stia succedendo. L’impossibilità di verificare e controllare dopo la cacciata di tutti i giornalisti stranieri e la messa al bando o l’arresto di quelli locali lascia spazio, secondo alcuni messaggi alla disinformazione. «La voce della ragazza alla Cnn era troppo pulita e limpida, impossibile trovare una linea telefonica così pulita dall’Iran», annota un twitter sospettoso. Secondo la tv americana almeno altre due fonti confermerebbero però la «selvaggia violenza» delle forze dell’ordine.
«Ci stavano aspettando», racconta un altra voce trasmessa dalla Cnn. «Avevano armi e tenute antisommossa. È stato come cadere in una trappola. Ho visto molta gente con braccia, gambe e teste rotte. C’era sangue dappertutto e gas lacrimogeni come in guerra». Infine nella notte l’ennesimo affronto. «La famiglia di Neda, la ragazza uccisa sabato simbolo della repressione, è stata portata via da casa dalle forze di sicurezza».
Gian Micalessin per Il Giornale
Confesso che mi sentivo intimorito da quest’intervista, proprio così: dopo aver letto “Ti odio da morire”, solo l’idea d’incontrare Sylvie mi metteva i brividi. Per questo motivo, ho deciso di non omettere assolutamente nulla del nostro dialogo, proprio perché era mia intenzione scrivere un articolo che servisse ai lettori per comprendere qualcosa di più della complessa personalità di Sylvie. Ci sarò riuscito? Questo dovrete giudicarlo da voi leggendo l’intervista io, se non altro, posso garantirvi che il ritratto che ne esce conferma in pieno l’inquietudine, ma anche il fascino che Sylvie ha dimostrato, con “Ti odio da morire”, di essere in grado di emanare. Il contatto avvenne nei giorni scorsi tramite Facebook, attraverso il quale le scrissi un messaggio molto formale, al quale mi rispose con il tono misterioso che la contraddistingue, anche nelle affermazioni più semplici e banali. Sì perché, Sylvie Giustinetti ha la dote di riuscire a dare importanza a qualsiasi cosa dica o faccia, enfatizzandola con quel personalissimo atteggiamento snob di chi ti ha appena detto solo ciò che aveva voglia di dirti, né una parola in più né una in meno. La giornata era stupenda, così fissammo l’appuntamento in uno dei tanti bar che si affacciano in riva al lago, dove la trovai ad aspettarmi con il volto fasciato dai suoi immancabili occhiali da sole neri, proprio come i suoi capelli a caschetto, la cui perfezione sembrava addirittura valorizzata dal leggero alito di vento che pareva accarezzarli con la maestria del più esperto dei coiffeur. “Ben arrivato”, mi disse con tono stizzito, riuscendo a farmi sentire in colpa per il mio ritardo, per il quale mi scusai dicendole che ero stato trattenuto qualche minuto in più dal direttore del giornale. Una volta seduto cominciai a scrutarla, cercando di cogliere nella sua gestualità qualche particolare che potesse essermi utile nel corso dell’intervista, ma lei era molto brava a non lasciar trasparire le sue emozioni. “Allora, adesso posso sapere il motivo di quest’incontro?”, mi domandò con tono di sfida. “Certo – le risposi prontamente – perché vorrei intervistarti per Italian People…”, lei sussultò in una piccola risata, sorseggiò il suo succo d’ananas e annuì, senza proferire parola, così continuai spiegandole il motivo per il quale intendevo farle qualche domanda:
Vedi Sylvie, con l’uscita di “Ti odio da morire” hai incuriosito ed affascinato molta gente, che si domanda chi sei e cosa si nasconda dietro a molti dei tuoi atteggiamenti…
Guarda, mi va bene essere intervistata, anche se non capisco il motivo di tutta questa curiosità nei miei confronti. E non voglio che si parli della storia di “Ti odio da morire”, perché per me è una ferita ancora aperta e ci sto male, troppo male.
Una ferita che sta appassionando parecchi lettori…
Senti, per me potrebbero leggerlo pure un milione di persone, ma non me ne frega niente delle loro fantasie morbose, hai capito? Non ne voglio parlare e basta, e se non ti sta bene mi alzo e ti saluto!
Ok, scusa, ci ho provato, sai, è il mio mestiere… allora cominciamo parlando di te…
Hai da accendere?
Ehm, veramente non fumo, ho smesso…
Nessuno smette per sempre, la voglia di fumare ti tornerà presto, vedrai…
Sembrerà assurdo ma Sylvie aveva ragione perché, proprio mentre la osservavo accendersi la sigaretta con uno dei fiammiferi che aveva chiesto al cameriere, mi venne una voglia matta di accendermene una. Lei, a giudicare dal suo sorriso, intuì.
Allora, ne vuoi una?
No, grazie Sylvie, te l’ho detto, ho smesso…. certo che sei davvero brava a cambiare argomento!
Diciamo che sono poche le cose in cui non sono brava.
Però, modesta!
La modestia non m’interessa, non fa assolutamente parte del mio modo di essere, credo che sia un mero espediente attraverso il quale i mediocri cercano di creare consenso attorno alla loro mediocrità. Se ci rifletti non è altro che il trionfo dell’ipocrisia: perché mai uno che è veramente bravo dovrebbe sminuirsi? Per mettersi sullo stesso piano di chi è meno bravo di lui? E perché mai dovrebbe farlo? Te lo dico io perché, perché viviamo in un mondo di mediocri di successo, ecco perché.
Mediocri di successo… questo è vero, ce ne sono tanti in giro. Con queste parole lasci trasparire una personalità davvero interessante, sì insomma, hai tutta l’aria di essere una ragazza eccezionalmente gradevole e di avere molte cose da dire… allora perché questo fittissimo alone di mistero attorno a te?
Senti, non so te ma io non mi diverto a dare in pasto la mia vita a chiunque, soprattutto dopo la dolorosa esperienza del romanzo, di cui non voglio parlare. Anche perché sono sicura che domani, leggendo quest’intervista, molta gente si farà un’idea sbagliata di me, non perché tu non sia in grado di fare il tuo lavoro, ma parchè è francamente impossibile descrivere la mia personalità in modo definitivo.
Da ciò che dici sembrerebbe che nemmeno Sylvie conosca bene Sylvie…
Puo’ darsi, d’altra parte che noia sarebbe se avessimo tutto chiaro di fronte a noi, se non esistesse il beneficio del dubbio? Io mi conosco profondamente, ma ammetto che ci sono lati del mio carattere con i quali non ho ancora confidenza e che, in certe circostanze, mi fanno molta paura. Anzi, ti dirò di più, molte volte mi è successo di combattere una o più lotte interiori contro me stessa, contro quei miei… chiamiamoli “angoli bui” e di rendermi conto che questi mi spingevano a comportarmi come forse, e dico forse, non avrei mai voluto fare. D’altronde la vita di una persona è composta di diverse fasi, no? Evidentemente questa è la fase in cui devo dedicarmi a conoscere me stessa.
Impresa ardua, non c’è dubbio. A questo punto, guardandomi bene dall’addentrarmi nello specifico di “Ti odio da morire”, mi sembra d’intuire che sei consapevole del fatto che quelli che definisci “angoli bui” del tuo carattere, se non gestiti, oltre a te, danneggino chi ti sta intorno.
Certo, puo’ essere, perché no. Come puo’ essere che in passato sia già capitato, me ne rendo perfettamente conto, non sono mica matta! A te non è mai capitato di fare del male a qualcuno che amavi profondamente?
Sì, mi è capitato, ma non l’ho mai fatto di proposito…
Ed il fatto che non lo facessi con l’intento di farla soffrire, secondo te, cambia qualcosa? È come se uno che va sempre in giro a trecento all’ora, una volta schiantato, dicesse che non correva con l’intenzione di ammazzarsi… grazie al cavolo! Dimmi, come l’hai fatta soffrire, la tradivi?
Ehmm… scusa?
Sì, mi hai capito benissimo Ale… posso chiamarti Ale, vero? Ti scopavi qualcun’altra quando stavi insieme a lei? Sì, è così, ti si legge negli occhi… e ti dirò di più, pur amandola l’idea di tradirla ti eccitava da matti, la trasgressione era diventata un tarlo incessante del quale non riuscivi a liberarti, ti sentivi come una bomba ad orologeria, e saresti esploso da un momento all’altro… Dimmi Ale, hai mai provato a lasciarti andare, a dare libero e completo sfogo a tutte le tue fantasie sessuali? Dovresti provare, è bello…
Mentre parlava si tolse gli occhialoni neri e, una volta pronunciata l’ultima parola, s’inumidì le sue splendide labbra con un leggero movimento della lingua. Con le sue insinuazioni mi aveva catapultato in uno stato che mescolava soggezione ed eccitazione. Era la seconda volta nel giro di pochi minuti. Deglutii nervosamente e, nel risponderle, cercai di non tradire il mio stato d’animo. Anche se ormai era evidente che lei avesse capito perfettamente, ed era altrettanto evidente quanto la divertisse giocare al gatto con il topo.
Se proprio t’interessa in vita mia non ho mai tradito, e poi sei tu l’intervistata, non io.
M’interessa eccome…
Sì certo. Bene, direi che c’è abbastanza materiale per l’intervista… la pubblicheremo già domani (oggi, ndr), grazie ancora Sylvie.
Figurati Ale, è stato un vero piacere, a presto…
Spero di no, cara Sylvie, anche se non nascondo che la cosa m’intrigherebbe. Da morire…
ItalianPeople
Trovai quel biglietto da visita tra le pagine del libro che avevo finito di leggere in aereo, al mio rientro dai Caraibi, lo scorso dicembre. Quanto lo lessi pensai subito ad uno scherzo ma, con il passare delle settimane, quel biglietto continuava a stuzzicare la mia fantasia fino a quando, una notte, provai a chiamare quel numero. Beh, non ci crederete ma ad una settimana esatta di distanza sono partito alla volta degli Stati Uniti per intervistare lui, Tyler Durden. L’appuntamento era per l’una di pomeriggio al 537 di Paper Street, a Bradford. Scesi dal taxi e mi trovai di fronte ad una casa decadente, semi distrutta, che si addiceva perfettamente al personaggio. Feci i tre scalini e mi avvicinai alla porta, ovviamente il campanello non funzionava così aprii e, dopo essermi guardato attorno, provai a chiamare Tyler. “Vieni giù sono in cantina!”, mi gridò. M’incamminai lungo il corridoio fino a quando non vidi una lampadina penzolante che illuminava le scale che portavano alla cantina, mentre scendevo sentivo sotto i miei piedi lo scricchiolio del legno ormai usurato dal tempo, pochi passi ancora e me lo trovai di fronte: “Ehi, ce l’hai fatta a trovarmi, bravo!”.
Beh, veramente è molto strana questa cosa, sì voglio dire, sembra quasi che sia stato tu a trovare me…
E che differenza fa? Comunque è così, ero anch’io su quell’aereo e ti ho osservato, devo ammettere che all’inizio non ti avrei dato due soldi: tutto preciso, ordinato, vestiti firmati… poi ho visto che ti sei messo a prendere appunti, ed ho pensato che fossi uno scrittore o qualcosa del genere…
Diciamo di sì, scrivere mi piace molto… e con questo?
È proprio questo il punto, vedi migliaia di persone scrivere sull’aereo, colletti bianchi che fanno i loro conti del cazzo e invece tu… tu mentre scrivevi avevi un sorriso, si vedeva che ti piaceva da morire quello che stavi facendo, è per questo che ti ho lasciato il mio biglietto nel libro, perché volevo che scrivessi quello che penso del mondo, che lo facessi con quello spirito…
Grazie per la fiducia, in molti ti avrebbero pagato profumatamente per intervistarti…
Fanculo i soldi! I principi base di questa società li respingo, soprattutto il valore dei beni materiali…
Però senza i soldi, senza quei beni non potremmo sopravvivere, non credi?
Non è così, quante delle cose che possiedi hanno un’importanza vitale? Beh, te lo dico io, nessuna… la verità è che la pubblicità ci mette di fronte stereotipi del cazzo come macchine e vestiti, e noi passiamo la vita a fare lavori che odiamo per comprarci cazzate che non ci servono.
Concettualmente non hai tutti i torti, però come la mettiamo con l’economia, i posti di lavoro…
Omicidi, crimini, la “crisi economica” che i politici usano per spaventarci. Queste cose non mi spaventano. Quello che mi spaventa sono le celebrità sulle riviste, la televisione con cinquecento canali, il nome d’un tizio sulle mie mutande, i farmaci per capelli, il viagra, poche calorie.
Posto il fatto che certe derive nichiliste mi spaventano ed in certi casi mi raccapricciano, non pensi di essere troppo… radicale? Sì, insomma, i ragazzi e le ragazze della nostra generazione hanno bisogno di un obbiettivo da inseguire, devono avere la possibilità di migliorarla questa società! Non credi di essere un po’ troppo disfattista?
Il problema è che siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la grande guerra né la grande depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita, siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinto che un giorno saremmo diventati miliardari, miti del cinema, rock stars. Ma non è così. E lentamente lo stiamo imparando. E ne abbiamo veramente le palle piene.
Su quest’ultimo tuo passaggio sono d’accordo, in fin dei conti con la fine del novecento e la “de ideologizzazione” della politica sono anche andati via via scemando alcuni valori nei quali riconoscersi, per i quali lottare. Con questo non voglio certo dire di rimpiangere ideologie totalitarie come il nazismo ed il comunismo, ci mancherebbe, dico soltanto che oggi viviamo l’estremo opposto.
Fuochino, fuochino.. eh eh sei ancora più sveglio di quanto pensassi! Il problema è che la società ti fa crescere mettendoti in testa che tu sei il lavoro che fai, i soldi che hai in banca, i tuoi vestiti firmati, la tua auto ma in realtà… non sei altro che la canticchiante merda del mondo!
Ah ah ah, non male come metafora! Dalle tue parole devo dedurre che sei contento della crisi economica che stiamo attraversando, che certa finanza speculativa stia pagando il conto…
Già amico, vedi, quello che io auspico è il crollo verticale della finanza intera. Pensaci bene, se crollasse la finanza verrebbero azzerati anche i debiti, quindi il mondo potrebbe ripartire da zero e ritrovare il riallineamento economico!
Ripartire tutti da zero… non male come prospettiva! Senti, so che del Fight Club non vuoi parlare, quindi torno all’argomento di prima facendoti una domanda su quello che sta accadendo in Italia, dove il gossip sta prendendo il sopravvento su politica e buonsenso…
Penso che il gossip sia merda, merda bella e buona, che i potenti di turno sbattono in faccia a chi gli piscia sulle scarpe. Quando vogliono toglierti di mezzo vanno su internet, cercano qualche tua foto, pagano qualche stronzo per dire le cose peggiori sul tuo conto ed il gioco è fatto… i media la fanno da padrone, amico, questo mettitelo bene in testa!
Beh, viviamo nell’era della comunicazione, oggi ha più potere un conduttore di talk show o il direttore di un giornale piuttosto che un governatore o un ministro… però in qualche modo dovremmo pur governare questo fenomeno, e tentare di migliorare noi stessi e la nostra vita, o dovremmo subire passivamente?
Fanculo i conduttori di talk show! E fanculo i politici! Stanno lucidando le maniglie sul Titanic. Va tutto a fondo, bello. Perciò vaffanculo tu e il tuo divanetto a strisce bianche e nere dell’Ikea. Io dico: non essere mai completo. Io dico: smettila di essere perfetto. E io dico: dai, evolviamoci, le cose vadano come devono andare. Per me, eh! Forse potrei sbagliarmi. Forse è una terribile tragedia.
Spero che ti sbagli, ma fino ad un certo punto, un po’ di pulizia ci vorrebbe, sono d’accordo, ma non vorrei certo perdere tutto quello che mi sono conquistato con le mie forze!
Ciò che possiedi finisce col possederti, è solo dopo aver perso tutto che siamo liberi di fare qualsiasi cosa.
Questo è vero Tyler, d’altronde a questo mondo cos’abbiamo da perdere, se non la vita?
ItalianPeople
Stavo preparando quest’intervista da mesi, ormai, ma nessuno si era più fatto vivo. Avere un contatto con Morpheus è già di per se difficilissimo, incontrarlo di persona, poi, è quasi impossibile. Ma, grazie a qualche conoscenza nel mondo degli hackers, sono riuscito fargli arrivare il mio messaggio, con il quale gli chiedevo un’intervista per ItalianPeople. Mi hanno risposto che si sarebbe fatto vivo lui ma, fino ad ora, di suoi segnali nemmeno l’ombra. Erano ormai le due di notte, ed io stavo ancora davanti al mio MacBook, intento a scrivere un pezzo, quando si aprì la finestra della chat di Facebook, che tengo sempre in modalità offline, com’era possibile? Istintivamente la chiusi, ma si riaprì subito. Cercai di leggere chi fosse, ma non c’era scritto nulla, nemmeno il nome dell’utente. “Toc toc… ciao Alessandro, so che mi stavi aspettando…”, scrisse il cursore sul mio monitor. Strabuzzai per un attimo gli occhi, non ero sicuro che fosse lui, allora rimasi sul vago: “Veramente non aspetto nessuno…”. “Ah no? Prima di contattarti ti ho seguito per un po’, sai? Volevo essere sicuro che scrivessi senza vincoli da parte di nessuno… se vuoi ancora intervistarmi esci di casa e segui il Bianconiglio…”. Stop, la finestra della chat si chiuse, fine della comunicazione. Era Morpheus! M’infilai un paio di scarpe ed uscii di casa, continuavo a guardarmi intorno in cerca di un segnale, ma niente. Questa storia cominciava ad innervosirmi, così decisi di accendermi una sigaretta, dopo il primo tiro mi voltai e vidi passare una ragazza che portava una maglietta nera con il logo di Playboy in bianco… era il Bianconiglio! Cominciai a seguirla tenendomi a qualche metro di distanza perché non mi vedesse fino a quando, all’improvviso, un tizio che veniva dal senso opposto al mio mi sussurrò qualcosa all’orecchio e mi diede un telefonino, dopo di che si dileguò. Fissai il telefono che, dopo nemmeno un secondo, cominciò a squillare: “Pronto… chi parla?”, risposi con voce tremante. “Sono io, Morpheus, ti darò le indicazioni per raggiungermi, non dire niente, limitati a fare ciò che ti dico”. Ubbidii, seguendo alla lettera le sue indicazioni, che mi portarono in un vicolo dove non ero mai stato prima, di fronte ad un portone d’acciaio. Sblamm. Il portone si spalancò facendo un rumore inquietante, ad attendermi c’erano due uomini completamente vestiti di nero che, senza dirmi nulla, sbatterono contro il muro e mi perquisirono. “È pulito, puo’ andare”, esclamò uno di loro. L’altro mi afferrò per un braccio e mi portò all’ingresso di una stanza: “Lui è qui, prova a fare qualche brutto scherzo e sei un uomo morto!” mi disse, mantenendo una calma allarmamnte. Il cigolio della porta che si apriva trafisse i mille pensieri che mi attraversavano la mente, non feci in tempo a realizzare cosa stesse accadendo che me lo trovai di fronte: era lui, Morpheus. Se ne stava seduto su una vecchia poltrona bordeaux e mi fissava, tenendo le mani conserte all’altezza del mento. “È stata una lunga attesa vero Alessandro? Sei il benvenuto, prego, accomodati” mi disse, accompagnando il suo invito con un cenno della mano. Mi sedetti immediatamente su un’altra poltrona in similpelle, proprio di fronte a lui che, da dietro i suoi occhialini scuri, studiava ogni mio movimento: “Hai lo sguardo di qualcuno che muore dalla voglia di sapere, bene, è per questo che sei stato scelto”, mi disse. “Scelto? Da chi?”, gli risposi timidamente. “Ah ah, non penserai di essere qui per caso? Sono stato io a fare in modo che tu arrivassi a me, perché voglio che sia tu a far sapere alla gente che cosa è Matrix, perché la gente deve sapere, e deve aprire gli occhi. Dimmi Alessandro, a parte questo, sai esattamente perché ti trovi qui?”
Ehm, veramente no…
Perché, seppur inconsapevolmente, hai sempre saputo che c’era qualcosa che non tornava, e più passava il tempo e più ci pensavi, così ha cominciato ad informarti, cercando su internet persone che avessero la tua stessa sensazione, e da loro hai sentito parlare di…
…di Matrix, ma che cos’è?
Matrix è ovunque, intorno a te: è l’aria che respiri, la ragazza con cui hai fatto l’amore l’altra notte, i tuoi amici, il tuo gatto… Matrix è il mondo che ti è stato propinato per nasconderti la verità…
Quale verità?
Che siamo tutti schiavi, Alessandro. La nostra vita, i nostri sentimenti… nulla di questo è reale, perfino noi, adesso, siamo generati da un software che ci da l’illusione di essere qui, in carne ed ossa… so che è difficile da accettare, ma è così.
Certo che è difficile! Sì, insomma, come puoi affermare che questo non è reale, che le gioie ed i dolori vissuti da milioni di persone sono solo il frutto di un semplice software?
Giusta osservazione. Ma poniamo il fatto che tu stia dormendo, caro Alessandro, riusciresti a distinguere il sogno dalla realtà?
Beh, presumo di no…
Bene, e se da quel sogno non dovessi più svegliarti come faresti a distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è? Matrix è proprio questo, un sogno dal quale non possiamo svegliarci. Ed è bene che la gente lo sappia.
Morpheus, posto il fatto che io ti creda, quanti lettori pensi che prenderebbero sul serio il mio articolo una volta uscito?
Tutto dipende da quanto ci crede chi lo scrive, nella vita per essere convincenti bisogna credere in ciò che si afferma, e se tu sarai disposto a credermi, beh, allora darai la possibilità di sapere a molta più gente di quanto tu possa immaginare. Se sarai credibile metterai il primo mattone per costruire una nuova libertà, la libertà dalla schiavitù alla quale le macchine costringono noi umani da oltre mille anni!
Mille anni? Nel 1000 Dopo Cristo le macchine ancora non esistevano…
Altra osservazione arguta, infatti la rivoluzione delle macchine risale al 2089…
Ma, Morpheus, noi siamo nel 2009!
Ah ah, questo è quello che ti fanno credere le macchine, con Matrix! Alessandro, la realtà è che oggi viviamo nell’anno 3121.
Nel 3121…
Lo so che ti senti estremamente disorientato, ma è così.
E com’è il mondo nel 3121?
Questo non puoi saperlo Alessandro, causerebbe danni irreparabili al tuo io, con conseguenze devastanti su tutto l’impianto sul quale gira Matrix, una sorta di bug letale…
Beh, farebbe saltare Matrix, sarebbe meglio, no?
No, perché se la tua mente muore in Matrix… muore anche il tuo corpo nella reatà. Non posso dirti altro Alessandro, ora sta a te rendere di dominio pubblico ciò che ti ho spiegato… nel frattempo continua a tenere gli occhi aperti.
Vorrei tanto, soprattutto dopo quello che mi hai appena rivelato, caro Morpheus.
ItalianPeople
PHILADELFIA – Non mi vergogno ad ammettere che il cuore mi batte a mille, ed ho uno strettissimo nodo in gola. Non per un appuntamento con la ragazza dei miei sogni, ma perché mi trovo a Philadelfia e sto facendo gli ultimi passi verso “Adriana’s”, il ristorante di Rocky Balboa, lo Stallone Italiano, con cui ho appuntamento per quest’intervista. Dopo aver dato un’occhiata all’orologio mi accorgo di essere in anticipo di oltre mezz’ora, allora decido di fermarmi un attimo per schiarire le idee, che erano totalmente offuscate… sì insomma, da li a poco mi sarei trovato di fronte il mito in persona ed avevo paura di bloccarmi e di non riuscire a pronunciare nemmeno una parola! “Ehi, serve aiuto?” Mi sentii dare un buffetto sulla spalla e, terrorizzato, mi girai di scatto, non potevo crederci era lui, Rocky, ed era proprio di fronte a me, che mi guardava accennando uno dei suoi inconfondibili sorrisi. “Tu devi essere Alessandro, vero?”. Come immaginavo l’emozione quasi m’impediva di parlare ma, dopo qualche secondo, mi feci forza e gli risposi: “Ehm, sì sì, sono io…”. A quel punto Rocky si sciolse in una risata e mi appoggiò una mano sulla spalla: “Tranquillo, tranquillo, non voglio prenderti a pugni… ah ah ah! Adesso però andiamo dentro, così ci mangiamo qualcosa e facciamo la nostra chiacchierata… ah, qui abbiamo la cucina italiana migliore di tutta Philadelfia, lo sai?”. Una volta entrati cominciai ad osservare le foto ed i trofei che riempivano le pareti del ristorante, era uno spettacolo unico, che riuscì ad emozionarmi ulteriormente. In quegli istanti mi sentivo intorpidito, non riuscivo a ancora a realizzare il fatto di trovarmi insieme a Rocky, che era in una forma stupefacente. Senta signor Balboa, mi spiega come fa a tenersi così in forma? “Beh, è facile, ho un sistema tutto mio: mi diverto a prendere a cazzotti tutti i ragazzi che, invece di chiamarmi Rocky, mi chiamano signor Balboa, ecco come faccio!”. Dopo un attimo di smarrimento scoppiai a ridere, smaltendo gran parte della tensione che avevo accumulato nelle giornate che avevano preceduto l’intervista, grazie alla spontaneità di Rocky cominciavo a sentirmi a mio agio, così mi versai un bicchiere d’acqua e mi schiarii la voce. “Sai Alessandro, sono proprio curioso di sapere perché hai fatto tutta questa strada per intervistare me, sì insomma, ormai comincio ad essere… come si dice… un po’ datato…”, disse con un tono di voce quasi paterno ma, stranamente, lo interruppi, non facendogli nemmeno finire la frase e cominciando, forse involontariamente, l’intervista.
Datato? Rocky, ma tu sei un mito, anzi, che dico, sei il mito! Intere generazioni, in tutto il mondo, sono innamorate della tua storia e, soprattutto, di te e dei valori che rappresenti.
No no, non esagerare, io non sono un mito, sono solo una persona normale, proprio come te, come tuo padre o… tuo fratello, con i miei pregi e i miei difetti. Certo, la boxe mi ha dato una grande opportunità, quella di poter dimostrare che anch’io avevo qualcosa da dare, che non ero solo un… “bullo di periferia”, come pensavano in tanti…
Beh, stavolta la battuta la faccio io: hai tappato la bocca a molti e non solo sul ring!
Ah ah, buona questa! Hai ragione, e posso garantirti che nella vita di un uomo questa è una delle soddisfazioni maggiori, dico sul serio. Certo, poi contano tantissimo anche le vittorie sul ring, ma sono solo una conseguenza delle vittorie che riusciamo a sudarci nella vita. Perché il successo va e viene, ma se ti comporti bene e riesci a dare sempre l’esempio, ad essere sempre te stesso, la gente continuerà a volerti bene anche quando i riflettori si saranno spenti, mentre se ti comporti male…
La gente si dimenticherà subito di te.
Esatto, proprio così! E lo sai perché? Perché potrai anche aver ottenuto qualche successo, ma se in quello che fai non ci metti davvero il cuore, la gente prima o poi se ne accorge, e tu non gli avrai lasciato nessuna traccia di te, mi spiego?
Benissimo Rocky, hai centrato in pieno il motivo per cui la gente ti ama così tanto: perché, oltre ad essere un grandissimo campione, hai un gran cuore, dote assai rara al giorno d’oggi. Insomma, tu hai dimostrato a tutto il mondo che ognuno di noi, se ci mette il cuore, ha la possibilità di raggiungere grandi traguardi, di realizzare un sogno. Dove trovi tutta questa forza?
Dove la trovo? Nell’affetto della gente ed in quello della mia famiglia, di mio figlio e di Adriana, anche se purtroppo non è più tra noi. Ma per me è come se lo fosse: pensa che tutte le mattine cerco d’inventare una delle mie barzellette sceme, perché so che ascoltandole, anche da lassù, si fa delle grandi risate. Vedi, per me l’affetto è energia, ed io riesco a convogliarla nei miei pugni, nella boxe come tu, sicuramente, farai scrivendo un articolo per il tuo giornale. Se non avessi dei buoni amici ed una famiglia a cui voler bene cosa ti spingerebbe ad andare avanti? Sicuramente non i soldi, e nemmeno il successo. Soldi e successo valgono zero senza l’amore.
Mentre prendo appunti entra un tizio che, dopo essersi versato un bicchiere di whiskey, si siede al tavolo con noi, guardandomi con aria schifata. “E questo chi è? Non sarà mica dell’ufficio delle tasse?”, domandò a Rocky. “Ma no Paulie, è un amico venuto dall’Italia per intervistarmi, non fare il maleducato e fagli fare il suo lavoro in pace!”. A quel punto Paulie si alzò, andando a sedersi davanti alla televisione, che dava una trasmissione sportiva. “Lui è Paulie, mio cognato, scusalo, ha un caratteraccio ma non è cattivo…”.
Figurati! Senti Rocky, stavamo parlando dell’amore e del fatto che valga di più rispetto alle cose materiali, che idea ti sei fatto della società in cui viviamo? Sì, insomma, al giorno d’oggi pare che conti molto di più apparire ed avere un conto in banca sostanzioso piuttosto che avere qualcosa da dire.
Se devo essere sincero non mi piace per niente. Accendi la televisione e vedi che trasmette modelli vuoti, senza alcun significato ed il dramma è che molti giovani non lo capiscono, e pensano che se non hai una bella macchina o un paio di scarpe firmate non vali niente. Beh, non è vero! Io non ho studiato, però ho imparato che la vita è molto di più e come tale deve essere vissuta, fregandosene dei soldi e delle belle macchine. Quelle, eventualmente, saranno la conseguenza del nostro lavoro, ma non possono essere l’obbiettivo.
Sono perfettamente d’accordo. Senti, adesso voglio passare a quella che avevo pensato come la parte iniziale della nostra intervista, i tuoi successi sul ring, la tua carriera di pugile. In Italia sei considerato una vera e propria bandiera, non solo per le tue origini, ma anche per il tuo soprannome di cui siamo orgogliosissimi: lo Stallone Italiano, come l’hai inventato?
Anch’io sono orgoglioso delle mie origini italiane! Il soprannome l’ho inventato io, ormai oltre trent’anni fa, ero a casa e stavo cenando, quando mi venne in mente e pensai subito che fosse carino…
Carino? Ormai è un’icona! So che i successi sono tutti belli ed indimenticabili, però ognuno di noi vive dei momenti che riescono a distinguersi rispetto agli altri, a quale delle tue vittorie sei più affezionato?
Magari ti deluderò, ma sono particolarmente affezionato ad una sconfitta, al mio primo incontro con Apollo Creed, sì perché, come ti dicevo prima, fu proprio quella la notte in cui riuscii a dimostrare, soprattutto a me stesso, che nella vita potevo fare qualcosa. Infatti non finirò mai di ringraziare Apollo per avermi dato la possibilità di salire sul ring insieme a lui, che era e rimarrà sempre il più grande di tutti.
Tu ed Apollo siete poi diventati grandi amici, e lo hai ricordato combattendo il match del secolo contro un Ivan Drago che sembrava imbattibile…
Già, purtroppo quella vittoria non lo riportò in vita, ma servì per mantenere vivo il suo ricordo, per dimostrare al mondo intero che non morì invano, perché era un combattente vero, e lo fu fino alla fine.
Rocky, stiamo parlando da oltre un’ora e, fosse per me, andrei avanti all’infinito, ma non voglio annoiarti, quindi ti farò la fatidica ultima domanda: se dovessi mandare un messaggio agli italiani, cosa ti sentiresti di dirgli?
Che siete un gran popolo, di cui sono orgoglioso di far parte, anche se sono nato negli USA. Dovete essere orgogliosi della vostra patria, una terra che tutto il mondo v’invidia e per questo dovete sforzarvi di essere positivi, anche in un momento di crisi economica come questo che, sono sicuro, supererete brillantemente. Poi vorrei spendere una parola anche per tutte le persone che hanno perso la casa per via del terremoto, ho visto le immagini in televisione e mi hanno profondamente colpito, beh, a tutta quella gente va il mio affetto, sono sicuro che si rialzeranno.
D’altronde tu sei un esempio per tutti loro, nella vita ti sei rialzato un sacco di volte…
E, finché Dio mi darà la forza, continuerò a rialzarmi… non ho ancora sentito la campana!
Nemmeno noi. Grazie di esistere, caro Rocky.
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