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	<pubDate>Thu, 04 Feb 2010 21:34:05 +0000</pubDate>
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		<title>Simone antidroga «Preferite la vita»</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Feb 2010 21:34:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Appello ai giovani comaschi del cantante di “Sesso Gioia Rock ’n Roll”]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em></em><a href="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/02/simone.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1119" title="simone" src="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/02/simone-300x199.jpg" alt="simone" width="300" height="199" /></a>La droga impazza nel mondo della musica. Ma non solo in questo. «È un problema globale della società, non prendiamoci in giro con facili stereotipi. Non mettete in croce noi artisti, anche se alla parola “droga” si associano soprattutto musicisti, attori e registi».<br />
È il pensiero del cantante Simone Tomassini (nella foto), il giorno dopo l’esclusione di Morgan dal Festival di Sanremo dopo l’intervista a “Max” in cui ha dichiarato di fare abitualmente uso di crack (anche se</p>
<p>poi ha ritrattato). Un segreto di Pulcinella, quello della droga che devasta le sette note e il rock in particolare. «Venti anni fa poteva essere un prodotto d’élite, per chi aveva disponibilità economiche - precisa Simone - Oggi purtroppo non è più così, non è solo l’ambiente dello spettacolo ad essere invaso da sostanze stupefacenti, è la società intera. Pensiamo ai modelli negativi che in questo senso giungono dal mondo del calcio. Anche chi ha un reddito normale, può cadere nel vizio».<br />
Simone con il suo lavoro di musicista lancia un appello: scegliete la vita. «Nel 2006 ho anche inciso un disco al riguardo, “Sesso Gioia e Rock ’n Roll”, per dire che preferisco la vita alla droga, sostituendolo al celebre motto “sex &amp; drugs &amp; rock’n roll” (fu anche il titolo di una celebre canzone di Ian Dury, ndr). Insomma amo la vita e penso che quando capitano come a tutti cose belle o brutte sia meglio accettarle rimanendo sani di mente, ragionando sempre con la propria testa».<br />
Per Tomassini quindi è ora di smetterla con l’equazione rock=droga. «Il problema degli stupefacenti, insisto, ormai è globale e totale - dice - Li vendono fuori dalle scuole, li consumano d’abitudine nelle discoteche, ne fanno uso tutti, ovunque».<br />
Ma se fai parte del mondo del rock, come non cadere in tentazione? «Se hai successo, è facile essere avvicinati da consumatori e spacciatori. Ma contano gli amici che hai intorno, e conta soprattutto se sei forte, dentro. Certo, i miti del passato sono un monito. Jimi Hendrix è un genio di riferimento anche per me, come me era mancino. Ma probabilmente ha fatto una brutta fine perché era attorniato da gente pericolosa. E poi ci sono anche miti musicali positivi, che non hanno fatto uso di droga. Penso ad esempio a Frank Sinatra».<br />
Ma Simone come si difende, quindi? «Non sono mai stato avvicinato dal problema droga perché i miei colleghi musicisti evitano anche solo di parlarmene. Sanno che sono pulito. Che ho detto no in modo chiaro. Che a casa mia la droga non entra e non entrerà mai, e se un mio amico cade nel vizio è mio dovere tirarlo fuori, anche per le orecchie se è il caso».<br />
E, tornando alla musica, Simone conclude: «Morgan? Io da Sanremo l’avrei eliminato perché ormai non è più un cantante ma un professore di musica. Non credo molto nelle selezioni tv per nuovi musicisti come “Amici” e “X-Factor”. Preferisco pensare che alla musica si arrivi lavorando sodo. Sto scrivendo il disco nuovo, e ho in mente tanti progetti per i prossimi mesi. Preferisco rimboccarmi le maniche, altro che droga. Lo ribadirò lunedì prossimo alle 17.30, alla sala prove dell’ex ospedale San Martino di Como, per l’“Open day” di “Musica in Rete” in cui mi hanno invitato come testimonial per la presentazione della nuova sala prove. Darò un segno di positività, ribadirò che la musica è una cosa seria, e che non bisogna credere ai falsi modelli. Se hai talento, devi svilupparlo con tenacia, sudando. Io suono da quando avevo 5 anni, faccio da sempre concerti live, e credo più che mai oggi si debba ripartire dai fondamentali. Basta suonare con la base, basta karaoke. Meglio fare come i musicisti che ho visto di recente a New York: si consumano le dita sulle corde, prima di dirsi musicisti veri».</p>
<p><em>Lorenzo Morandotti per Il Corriere di Como<br />
</em></p>
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		<title>Una pagina del Corriere per annunciare il funerale del proprio figlio</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 09:23:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Davide è morto a 44 anni in un incidente stradale. Il padre dà appuntamento agli amici giovedì a Lambrate]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/01/rovelli.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1114" title="rovelli" src="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/01/rovelli-300x201.jpg" alt="rovelli" width="300" height="201" /></a>Ha acquistato una pagina intera a colori del <em>Corriere della Sera </em>(<a href="javascript:prvivi('/ViviMilano/cronache/articoli/2010/01/20/pop_funerali.xml',650,550)"><span style="text-decoration: underline;">guarda</span></a>) per annunciare il funerale del figlio, morto a 44 anni in un incidente stradale. Una grande foto al centro e un messaggio: «Hola Davide. Il mio angelo per sempre, papà». Segue l&#8217;annuncio per gli amici: «Per l&#8217;ultimo saluto a Davide ci troviamo domani, 21 gennaio, a Milano, cimitero di Lambrate, Sala multifunzioni dalle ore 9 alle 10.15». La pagina è gioiosa, a colori, con tante foto della vita avventurosa di Davide: con il parapendio, sulla mountain bike, su una moto a tre ruote e persino su un veicolo a vela.</p>
<p><strong>Impossibile rimanere indifferenti davanti a una pagina come questa. </strong>L&#8217;iniziativa è del noto impresario e manager musicale Enrico Rovelli, fondatore di Radio Music (progenitrice di Radio DeeJay) e in seguito di celebri locali milanesi come il Rolling Stone, il City Square e l’Alcatraz. Enrico Rovelli ha organizzato in Italia concerti di Bruce Springsteen, Bob Dylan, Queen, Police, Clash e U2, ed è stato manager di artisti come Patty Pravo e Vasco Rossi (dal 1983 al 1997). Aveva già perso un altro figlio, Billy, nel 1997.</p>
<p><strong>Il figlio Davide, imprenditore, è morto sabato notte in un incidente stradale</strong> verificatosi nei pressi di Merone (Co). Davide aveva trascorso la serata in un locale vicino a Erba, il noto «American Road». Alla guida della sua macchina sportiva, una Dodge Viper, all&#8217;altezza di un incrocio è uscito di strada, andando a sbattere contro un palo della luce nell&#8217;aiuola spartitraffico. Ha riportato un gravissimo trauma toracico-addominale ed è morto durante il trasporto in ospedale. In rete già si moltiplicano i messaggi di solidarietà, per esempio <a rel="nofollow" href="http://www.rockol.it/news-105243/Addio-a-Davide,-figlio-di-Enrico-Rovelli" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">sul sito di Rockol</span></a> e su <a rel="nofollow" href="http://www.funeras.it/necrologio_11569/necrologio-davide-rovelli.htm" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">un sito dedicato ai necrologi</span></a>.</p>
<p><!-- google_ad_section_end -->Sara Regina per Il Corriere della Sera</p>
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		<title>Avatar, le tre ragioni per non perdere un film capitale</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Jan 2010 21:03:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tre ragioni per non perdere Avatar. Della prima abbiamo detto ampiamente domenica: il protagonista è un ex-marine semiparalizzato che accetta di trasferire la propria mente nel corpo perfetto di un Na’vi, un gigantesco alieno dalla pelle blu, per infiltrarsi tra i nativi del pianeta Pandora. Nessuno aveva mai dato tanta evidenza fisica al sogno molto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="testoArticoloG"><a href="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/01/avatar.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1110" title="avatar" src="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/01/avatar-300x168.jpg" alt="avatar" width="300" height="168" /></a>Tre ragioni per non perdere <em>Avatar</em>. Della prima abbiamo detto ampiamente domenica: il protagonista è un ex-marine semiparalizzato che accetta di trasferire la propria mente nel corpo perfetto di un Na’vi, un gigantesco alieno dalla pelle blu, per infiltrarsi tra i nativi del pianeta Pandora. Nessuno aveva mai dato tanta evidenza fisica al sogno molto contemporaneo di vivere dentro un altro corpo, più forte e potente, che per giunta dà accesso a un universo ricchissimo e in tutto diverso dal nostro. Pochi l’hanno notato, curiosamente, ma è questo “trip” il cuore del film (millenni di paradisi artificiali, dall’oppio alla realtà virtuale, stanno lì a ricordarcelo). Che l’impresa richiedesse tutti gli artifici del 3 D è della “performance capture” è un paradosso solo apparente. Cameron ha aspettato anni pur di conferire massimo realismo a questo sogno folle e umanissimo, oggi incredibilmente vicino grazie ai progressi scientifici (protesi, chirurgia plastica, bioingegneria etc.).</span></p>
<p>Basterebbe questo a fare di <em>Avatar</em> un film capitale. Ma c’è una seconda ragione: il pianeta Pandora. L’équipe del film ha creato un mondo di enorme fascino e complessità, sia biologica che culturale (piante, animali, usanze, linguaggio) pescando suggestioni dai più diversi orizzonti ma prendendo il tutto molto sul serio. Ne esce un pianeta che è una specie di dio vivente dove ogni specie, indigeni, piante, animali, è mentalmente e perfino fisicamente connessa alle altre (come, lo scoprirete al cinema). Liquidare il tutto come scontato omaggio alla “moda” ecologista è davvero riduttivo.</p>
<p>Infine, la storia. È vero, <em>Avatar</em> non brilla per novità. È vero che quel pianeta da conquistare ad ogni costo è l’America dei pellirossa, il Vietnam, l’Iraq, tutto ciò che volete. Mentre l’impossibile amore fra il marine-avatar e la bella guerriera Na’vi che lo protegge e lo inizia al suo mondo evoca certamente Pocahontas. Ma Cameron riscrive fiabe e miti fondanti nella storia americana travasandoli in un mondo e un linguaggio nuovi. Conosciamo già i “cattivi”. Ma dei buoni che cavalcano creature alate connettendosi con loro fisicamente e mentalmente (ancora due corpi in simbiosi totale), non li avevamo ancora mai visti. Se Pandora non ci fosse bisognerebbe inventarla. Appunto.</p>
<p>Fabio Ferzetti per Il Messaggero</p>
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		<title>Usa, 007 e Seychelles: il lato oscuro di Di Pietro</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Jan 2010 20:25:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La biografia di Di Pietro costellata di incognite: i legami coi servizi segreti italiani e americani, il giallo della laurea, fino al frettoloso addio alla toga.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/01/di-pietro-antonio.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1106" title="OITTP-VILIPENDIO-DIPIETRO-BELPIETRO" src="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/01/di-pietro-antonio-300x209.jpg" alt="OITTP-VILIPENDIO-DIPIETRO-BELPIETRO" width="300" height="209" /></a>Se si vuole capire davvero la furibonda arrabbiatura di Antonio Di Pietro per il dossier che (secondo quanto da lui stesso rivelato) lo vorrebbe collegare all’universo dei servizi segreti, bisogna andare indietro di dieci anni e più. All’ultimo periodo italiano di Bettino Craxi, e poi al lungo crepuscolo ad Hammamet. È in quel periodo che il leader socialista rende sempre più esplicita la sua convinzione, maturata fin dagli esordi di Mani Pulite e poi rafforzatasi strada facendo: quella che l’origine dei suoi guai giudiziari stia da qualche parte nella nebulosa dei servizi segreti, e più direttamente nella frangia della nostra intelligence di obbedienza americana. La convinzione che Mani Pulite fosse stata - se non progettata - comunque oliata ed agevolata da Oltreoceano, da quella parte di establishment Usa deciso a chiudere i conti con l’anomalia italiana, con l’Andreotti del dialogo con gli arabi, con il Craxi dell’affronto di Sigonella.</p>
<p>Questa convinzione - ribadita implicitamente pochi giorni fa da Rino Formica, ex ministro socialista - passava necessariamente per una rivisitazione del personaggio Di Pietro. Non c’erano solo le Mercedes, i prestiti, le piccole magagne per cui Di Pietro verrà processato e assolto. C’erano dubbi ben più corposi, e che comportavano una rilettura integrale della biografia del magistrato milanese: una carriera solo in apparenza naif, e in realtà compiuta sotto l’egida degli apparati occulti dello Stato, di qua e di là dall’Atlantico. È una ipotesi che, oggi come allora, Di Pietro considera una calunnia senza capo né coda. E fornisce risposte - a volte precise, a volte meno - sui misteri, veri o presunti, della sua storia personale. Eccone una sintesi.</p>
<p>Il rientro in Italia Secondo le biografie autorizzate, Di Pietro emigra in Baviera nel 1971, a ventun anni, e rientra in Italia due anni dopo. Colpo di scena. Viene assunto dall’Aeronautica militare, e assegnato alla struttura che si occupa di controllare la sicurezza delle forniture ad alta tecnologia bellica delle nostre industrie. È una mansione da sempre svolta in parallelo con un reparto apposito del Sismi, l’Antiproliferazione. E comunque chi vi lavora deve godere di un lasciapassare di sicurezza che in quegli anni viene rilasciato proprio dagli 007. Come fa Di Pietro a ottenere immediatamente il nulla osta? La versione di Tonino è semplice: ho fatto un concorso come impiegato civile, l’ho vinto e sono entrato all’Aeronautica.</p>
<p>La laurea Il 19 luglio 1978 Di Pietro si laurea in Giurisprudenza alla Statale di Milano. Nel giro di trentuno mesi ha sostenuto ventidue esami, a un ritmo forsennato. Un esame che terrorizza tutti gli studenti di legge, «Istituzioni di diritto privato», lo sostiene e lo passa dopo appena un mese dall’esame precedente. Si laurea con una tesi in Diritto costituzionale, voto 108/110. «Lavoravo di giorno e studiavo di notte», è sempre stata la versione di Di Pietro: e d’altronde la sua incredibile capacità di lavoro è nota. Ma una serie di stranezze rafforzano i dubbi di chi ipotizza che il suo percorso accademico sia stato accompagnato da segnalazioni e raccomandazioni. Un appunto del centro Sisde di Milano sostiene che Di Pietro in quegli anni era in contatto con un diplomatico Usa in servizio nel nord Italia, e con una associazione vicina alla Cia. In una indagine riservata dei carabinieri dell’Anticrimine milanese si legge che il giorno in cui risulta avere sostenuto un esame, in realtà Di Pietro era fuori città: ma sono illazioni che resteranno prive di riscontro. Come pure i sospetti sul ruolo di Agostino Ruju, avvocato, legato ai nostri servizi segreti, che alla Statale fa l’assistente di Diritto costituzionale quando Di Pietro si laurea proprio in quella materia. A indicare Ruju come uomo dell’intelligence sarà Roberto Arlati, uno dei collaboratori più stretti del generale Dalla Chiesa. Peraltro sia Ruju che Arlati verranno arrestati da Di Pietro nel corso di Mani Pulite.</p>
<p>Al fianco di Dalla Chiesa? In una intervista a Paolo Guzzanti, la madre di Emanuela Setti Carraro racconta che Di Pietro lavorava agli ordini di suo suocero, il generale Dalla Chiesa, nella lotta al terrorismo. Non indica date precise, ma l’episodio dovrebbe essere precedente al 1980, quando Dalla Chiesa viene trasferito al comando della divisione Pastrengo: all’epoca, dunque, Di Pietro è ufficialmente ancora un dipendente civile dell’Aeronautica.</p>
<p>L’ingresso in magistratura Sul concorso con cui, due anni dopo la laurea, Di Pietro entra in polizia non ci sono ombre. Nei dossier craxiani ce ne sono invece, e corpose, sul modo in cui nel 1981 il commissario diventa magistrato, superando al primo colpo un concorso famoso per la sua asprezza. Ai giudici della commissione d’esame resta impressa una certa rozzezza espositiva del candidato. A presiedere la commissione c’è il giudice Corrado Carnevale che più tardi racconterà di essersi fatto commuovere dal curriculum dell’ex emigrante. Ma ancora più inconsueto è quanto accade tre anni dopo, quando il consiglio giudiziario di Brescia valuta l’«uditorato» (cioè l’apprendistato) di Di Pietro. È un giudizio molto severo, che conclude per l’inadeguatezza di Di Pietro a diventare magistrato. Ma il Csm ribalta tutto e promuove l’uditore Di Pietro. Tra i membri del Csm c’è allora Ombretta Fumagalli Carulli, una deputata Dc in ottimi rapporti con gli Usa, che diventerà uno dei primi fan delle indagini anti-corruzione a Milano. Ma Di Pietro ha dalla sua una dichiarazione al Csm del procuratore capo di Bergamo, Cannizzo, che appena un anno dopo cambia radicalmente il giudizio su di lui, aprendogli la strada al trasferimento alla Procura di Milano.</p>
<p>Il viaggio alle Seychelles È l’episodio più surreale, quello dove è più difficile collocare le tessere in un mosaico sensato. Ruota intorno a Francesco Pazienza, un faccendiere dai mille contatti, iscritto alla loggia P2, bene introdotto negli ambienti dei nostri servizi segreti. Nel 1984 Pazienza viene accusato di avere creato, insieme ad alcuni boss dell’intelligence, una sorta di servizio segreto parallelo, viene colpito da mandato di cattura e si rifugia alle Seychelles. Craxi, che allora è presidente del Consiglio, gli scatena contro il Sismi. Mentre i servizi cercano inutilmente di afferrarlo, alle Seychelles sbarca Di Pietro, sostituto procuratore a Bergamo, ufficialmente in viaggio di piacere. Di Pietro si mette sulla tracce di Pazienza, all’insaputa dei suoi capi. In una dichiarazione riportata dal giornalista Filippo Facci, l’allora capo del Sismi Fulvio Martini ipotizza che «Di Pietro lavorasse anche per il ministero degli Interni e avesse mantenuto legami con il precedente mestiere».</p>
<p>Il viaggio in America Nel 1985 Di Pietro arriva a Milano, in Procura. Inizia a scavare sul marcio nella pubblica amministrazione partendo dal caso delle «patenti facili». Tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992, con la testimonianza di Luca Magni e l’arresto di Mario Chiesa, dà il via all’operazione Mani Pulite. Nel giro di poche settimane viene sollevato il coperchio sulla inverosimile commistione tra business e politica che si è impadronito dell’ex «capitale morale». Tutta l’Italia tifa per Di Pietro. Ma a ottobre, nel pieno del tourbillon dell’inchiesta, il pm sparisce improvvisamente da Milano e vola negli Stati Uniti. Non si sa bene cosa faccia. Di certo partecipa all’interrogatorio di un imprenditore italiano, tale Grassetto. Poi svanisce, i cronisti italiani gli danno la caccia tra New York, Los Angeles, la Pennsylvania. Sui giornali si parla di una traccia che metterebbe in collegamento le indagini di Mani Pulite con i fondi americani di Cosa Nostra: non se ne saprà mai più nulla. Di Pietro fa una sola dichiarazione: «Siamo qui per alcuni incontri con giuristi e agenti dell&#8217; Fbi che ci devono spiegare come si fanno qui in America certe indagini». Ma si dice che venga ospitato anche da quelli della Kroll, la superagenzia di investigazioni private che da sempre lavora anche per l’intelligence a stelle e strisce.</p>
<p>Dimissioni dalla magistratura Qui i servizi segreti non c’entrano, ma siamo comunque nella categoria del «giallo». Il 6 dicembre ’94, dopo avere concluso la sua requisitoria nel processo Enimont, Di Pietro si toglie la toga e comunica al procuratore Borrelli la sua decisione di lasciare la magistratura. Nei giorni precedenti appariva provato psicologicamente, c’è chi racconta di averlo visto scoppiare a piangere all’improvviso, senza motivo, in ufficio. La spiegazione di Di Pietro è: sapevo che stavo per venire incriminato, dimettendomi ho evitato che a venire travolta fosse l’intera inchiesta e contemporaneamente ho potuto difendermi con maggiore libertà. I fatti gli daranno ragione, verrà assolto e Mani Pulite andrà avanti (anche se per poco). Eppure sono in diversi a pensare che anche la storia di quell’addio sia, in tutto o in parte, ancora da scrivere.</p>
<p>Luca Fazzo per Il Giornale</p>
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		<title>Cosa significa essere italiani? Dibattito sull&#8217;identità nazionale</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Jan 2010 10:28:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA["Orgoglio" e "Italia" non sono parolacce di cui vergognarsi. Lingua, storia, religione: il nostro Dna è straordinario. Per questo l'integrazione degli immigrati sarà lunga e non avverrà per legge.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/01/italia_by_ziorollo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1097" title="frecce tricolore" src="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/01/italia_by_ziorollo-300x200.jpg" alt="frecce tricolore" width="300" height="200" /></a>Che cosa significa essere italiani, oggi? Prima di tutto sentirsi italiani e contenti di esserlo. Il che non vuol dire churchillianamente, «sto con il mio Paese (o il mio popolo) giusto sbagliato che sia». Significa non denigrarsi, attività che ci è molto congeniale, e essere coscienti che la nostra storia e la nostra cultura fanno di noi un popolo molto speciale, quali che siano i problemi che dobbiamo affrontare – oggi – come nazione e Stato. Significa capire che in molti Paesi dell’Occidente possono esserci realtà, politiche e sociali, migliori di quelle di cui disponiamo noi: ma questo non significa che ovunque, tutto, sia meglio che da noi, meglio di noi. Continuando con questa autodenigrazione, così provinciale, finiremmo per ridurci psicologicamente proprio come quegli extracomunitari che sognano di arrivare in un Paese «altro», quale che sia.</p>
<p>Essere italiani, oggi, significa accettare l’evento epocale della globalizzazione sapendo che non la si può evitare, ma anche che non si deve farsene divorare. E che l’unico modo per mantenere la nostra identità è, appunto, volerne avere una, rispettarla, proteggerla. Significa continuare a subire l’Europa unita (perché l’abbiamo subita, non voluta) senza cedere all’appiattimento che l’Ue vuole imporre a tutti i popoli europei per formarne un altro, gigantesco e astratto, senza radici e senza coscienza di sé. Charles de Gaulle parlava di «una certa idea della Francia», che ai suoi occhi era «come la Santa Vergine di un affresco medioevale, votata ad un destino eminente ed eccezionale». La grandeur.</p>
<p>Dopo il fascismo, nessun italiano mediamente prudente oserebbe dire qualcosa del genere di noi/popolo e della nostra patria. L’ha fatto, di recente, un’italiana geniale quanto coraggiosa, Ida Magli: «Gli italiani hanno avuto e hanno intelligenza e creatività superiore a tutti gli altri popoli. Per questo sono stati e sono superiori» (Elogio agli italiani, Rizzoli, 2000). Naturalmente, la superiorità ci viene dalla nostra storia e da come ci ha formati e sviluppati, certo non da questioni biologiche di razza. Autodenigrarci, sport nazionale, per le quotidiane miserie della cronaca e della politica significa avere sguardo da miope, e ignorare i secoli di storia che hanno fatto – fanno – di noi un grande popolo. È lo stesso motivo per cui i francesi si sentono, e sono, un grande popolo. Loro, però, non giocano al ribasso, si compiacciono di sé e amano se stessi nella propria nazione (e per questo ci stanno antipatici).</p>
<p>È esemplare quanto ha dichiarato il ministro dell’Immigrazione, dell’Integrazione e dell’Identità nazionale Eric Besson: la nazione «rappresenta un valore imprescindibile di fronte alle sfide poste dalla deriva dei nuovi integralismi, dallo sviluppo delle attuali forme di comunitarismo e di regionalismo, dalla costruzione progressiva dell’identità europea, dalla mondializzazione dell’economia». È così che un governo moderatamente di destra come quello francese non ha nessun imbarazzo a chiamare un ministero dell’«Identità nazionale», ben sapendo che l’espressione fu usata come cavallo di battaglia, tre decenni fa, dal deprecato xenofobo Jacques Le Pen. Con la stessa indifferenza ai luoghi comuni del politicamente corretto, Besson ha lanciato un grande dibattito su che cosa significa «essere francese oggi»: ovvero, anche, su come possa diventarlo un immigrato extracomunitario. Tutt’altro dibattito, si badi bene, da quello – piccino - in corso da noi: se concedere il voto alle amministrative, e quando dare la cittadinanza, e se nascere in Italia basti per essere italiani. Qui si tratta di integrazione fra culture, difficile da operare per legge. Lo scambio fra culture diverse è da sempre uno strumento di progresso. Confrontandosi e interagendo l’una con l’altra, la somma di esperienze, tradizioni e caratteristiche che chiamiamo «cultura» può arricchire i diversi gruppi. Grazie alla lingua, alla religione, alla storia comuni, a due guerre mondiali, al fascismo, alla Chiesa, alla televisione e ai centocinquanta anni trascorsi, possiamo dire di essere un popolo coeso, più unito di quanto sembri dalle differenze nord/sud.</p>
<p>Ma siamo anche un popolo abituato da secoli a considerare gli altri come diversi e ostili in quanto invasori e padroni, anche se apportatori di ordine, tranquillità e angherie da accettarsi per quieto vivere («Franza o Spagna purché se magna»). Siamo abituati a integrazioni «alte», con culture superiori alla nostra per ordinamento amministrativo, capacità militari, rapidità evolutiva, ma che abbiamo reso sempre poco influenti sul nostro modo di essere perché potevamo opporre loro una superiorità estetica e storica. Né, per mancanza di colonie a lungo tenute, siamo abituati a culture diverse da quelle europee, che nascono in gran parte dalla matrice latina, quindi da noi. All’improvviso, da pochi anni, ci troviamo a dover convivere – senza averlo scelto – con popoli che non conoscono e non riconoscono la nostra storia, la nostra religione, la nostra cultura.</p>
<p>Non occorre citare i fatti di Rosarno per capire che l’Italia e gli italiani sono turbati dalla grande trasformazione sociale dovuta alla massiccia immigrazione di gente di cultura e religione diversa. È un fenomeno che viviamo in ritardo rispetto all’Europa e che stiamo affrontando (meglio, non affrontando) in modo inadeguato, incerto, confuso. Non siamo aiutati, in questo frangente, da un mondo politico/intellettuale pochissimo analitico e propositivo, dominato da un buonismo insulso o da una ripulsa istintuale. Gli intellettuali, in particolare, ci mettono del loro dividendosi fra «arcitaliani» e «antitaliani»: entrambi i gruppi intenti a difendere una propria eccellenza – pro o contro – che finisce per essere la stessa cosa: perché gli «arci» sono anche «anti» e viceversa. E, fra una preposizione e l’altra, perdono la strada. Che è, poi, quella maestra di una definizione antica: un popolo è fatto dalla sua lingua, dalla sua storia, dalla sua religione.</p>
<p>La lingua si impara. Chi è bravo, alla svelta, chi lo è meno in parecchio tempo. Ma una cosa è parlare una lingua per essere in grado di comunicare, altra cosa è coglierne i profondi significati di senso. Anche la storia si impara, più facilmente, ma la «comunanza di storia» è fatta non di libri e date e avvenimenti, bensì di un sentire comune, formato evento dopo evento nei secoli, con le esperienze della vita quotidiana. Io sono, anche, quel che sono stati i miei trisnonni, di cui si è persa la memoria. Quanto alla religione, è il più difficile dei problemi, perché investe tutto il modo di essere, anche gli strati più profondi e inconsci del comportamento. Tant’è che un convertito – da qualsiasi religione a qualsiasi altra – rimane culturalmente cristiano, o ebreo, o musulmano.</p>
<p>A dimostrare che la religione è l’elemento più importante per la comprensione fra popoli (e ve lo dice un non credente) abbiamo esempi quotidiani, a centinaia di migliaia: il nostro rapporto con sudamericani e filippini (geograficamente lontanissimi) è molto più facile, immediato e meno spigoloso che con gli islamici provenienti da cento miglia oltre il Mediterraneo. I musulmani che vengono in Italia per motivi economici, aderiscono con più difficoltà – quando lo fanno - ai nostri modi di essere, alla nostra cultura, perché hanno storie e modelli forti, diversi dai nostri e per loro difficilmente rinunciabili. Infine, al di là dei problemi di lingua, storia, religione, ce n’è un altro. L’immigrato, perdiventare davvero italiano, dovrebbe avere – intimamente – il piacere di esserlo. Lo stesso che dobbiamo avere noi.</p>
<p>Giordano Bruno Guerri per Il Giornale <em></em></p>
<p><em>www.giordanobrunoguerri.it </em></p>
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		<title>Alemanno brucia sul tempo il governo</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 15:28:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il primo cittadino della Capitale annuncia tagli di tareiffe e imposte alle famiglie numerose con meno reddito. Riguardo la polverini commenta: "E' una romana di cuore, la sosterrò con tutte le mie forze"]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/01/alemanno.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-953" title="alemanno" src="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/01/alemanno-300x231.jpg" alt="alemanno" width="300" height="231" /></a>La montagna, la sua passione. Gianni Alemanno si gode le ultime ore di vacanza. Vacanza breve a Cortina. Niente arrampicate, appena un&#8217;ora di sci al giorno visto che il ginocchio gli dà qualche problema. Un dibattito con la Bindi e uno oggi con Rutelli a Cortinaincontra. E poi riposo. O in camera a studiare dossier.<br />
Insomma, il sindaco di Roma sta mettendo a punto l’agenda per il 2010, quello che ha già chiamato l’«anno della svolta». Un anno che rivedrà il primo cittadino della Capitale tornare a dire la sua sulla scena della politica nazionale (se quella romana può considerarsi locale). E finanche ad anticipare i temi del governo nazionale.</p>
<p><strong>Sindaco, il presidente Napolitano, nel suo discorso di fine anno, ha rilanciato le questioni economiche e soprattutto sociali. Sarà il tema dell&#8217;anno? </strong></p>
<p>«Sì, anche se le riforme istituzionali possono assicurare la governabilità per dare risposte sullo sviluppo, sulle scelte difficili. Sicuramente però dobbiamo fare un grande sforzo di competitività e di equità».</p>
<p><strong>In che senso? </strong></p>
<p>«Oggi continua ad esserci una società squilibrata. Il peso della crisi è ancora troppo concentrato sui lavoratori dipendenti e sulle piccole e medie imprese. Dobbiamo fare proprio una grande alleanza tra queste due categorie anche perché il ceto medio è quello che può cambiare l&#8217;Italia».</p>
<p><strong>E la competitività?</strong></p>
<p>«Dobbiamo riuscire a fare una politica industriale concentrata sulle imprese che possa superare i limiti della burocrazia, la stretta sul credito e liberare al massimo le risorse».</p>
<p><strong>Sta parlando di Roma?</strong></p>
<p>«Sto parlando di Roma ma anche di tutta Italia».</p>
<p><strong>Intanto il governo si appresta a fare una riforma del fisco. Che cosa spera di trovarci dentro?</strong></p>
<p>«Non posso pensare che si chiuda questa legislatura senza aver fatto il quoziente familiare. E su questo fronte noi vogliamo dare un esempio».</p>
<p><strong>Un esempio? </strong></p>
<p>«Certo, sulla base di quanto ha già fatto il Comune di Parma. Ovvero studiare una rimodulazione di tutte le tariffe e di tutte le tasse locali sulla base del quoziente».</p>
<p><strong>E come si può fare?</strong></p>
<p>«Far pagare meno tasse e meno tariffe alle famiglie monoreddito ed a quelle numerose».</p>
<p><strong>E come funzionerà?</strong></p>
<p>«Abbiamo chiesto a tutti i capi dipartimenti interessati di studiare un sistema che per abbonamenti dei trasporti, asili nido, tariffe delle politiche sociali, dell&#8217;acqua, della luce, insomma in tutto quello che riguarda il Comune si valuti come contribuente l&#8217;intero nucleo familiare. Si valuti quanti redditi entrano e quanti sono i membri della famiglia. E in base a tutto ciò ci siano degli scaglioni modulati».</p>
<p><strong>Potrebbe essere pronto per quando? </strong></p>
<p>«Per il prossimo bilancio che stiamo per approvare».</p>
<p><strong>Quanto costerà?</strong></p>
<p>«Sarà un sistema di compensazioni con una diversa progressiività concentrata sulla famiglia. Non ci sarà certamente una riduzione del gettito perché non potremmo permettercelo».</p>
<p><strong>Senta sindaco, c&#8217;è un altra questione che era entrata nel dibattito politico e poi è sparita: la partecipazione. Che fine ha fatto? </strong></p>
<p>«Attenzione, anche qui stiamo per varare la nostra sperimentazione. Abbiamo lanciato l&#8217;idea di fare i consigli di sorveglianza delle municipalizzate con i rappresentanti dei lavoratori e anche dei consumatori. Questi consigli saranno sovrapposti ai consigli di amministrazione in modo che le scelte di fondo delle aziende siano condivise con dipendenti e utenti delle aziende comunali. E anche questo vuole essere un esempio, un messaggio, una spinta alla politica nazionale perché faccia queste riforme sociali».</p>
<p><strong>Dove vuole arrivare? Vuole dettare la linea al governo nazionale?</strong></p>
<p>«Roma vuole essere laboratorio. Sia per volontà politica sia per necessità. Sono convinto che i nostri problemi non si possono risolvere se non si fa un cambiamento di modello».</p>
<p><strong>Intanto lei ha fatto un po&#8217; da paciere tra Fini e Berlusconi.</strong></p>
<p>«Sicuramente faccio parte del partito delle colombe».</p>
<p><strong>Oddio, dopo quello dell&#8217;amore anche il partito delle colombe?</strong></p>
<p>«Ero e sono tra quelli che per il bene del Pdl, credendo nel progetto, ritenevano necessario cercare di smorzare i conflitti tra il leader e i co-leader del partito».</p>
<p><strong>Ma lei ha riattivato la fondazione Nuova Italia, entra sui temi nazionali con una linea sua, suggerisce riforme. Sta costruendo l&#8217;alternativa al &#8220;farefuturismo&#8221;, all&#8217;idea di Fini del centrodestra? </strong></p>
<p>«Su molti temi, e penso alla cittadinanza e al fine vita, io non la penso come il presidente della Camera. Elaborare delle idee e delle proposte è un modo per arricchire il dibattito ed evitare che tesi spesso unilaterali diventano motivo di conflitto dentro al partito».</p>
<p><strong>E cioé? </strong></p>
<p>«Insomma, non si tratta di essere solo pacieri. Ma si tratta anche di essere per l&#8217;unità del partito facendo proposte».</p>
<p><strong>Ma lei sta cercando di occupare lo spazio lasciato libero da Fini? </strong></p>
<p>«Certo, ma in modo propositivo. C&#8217;è una destra di valori, delle identità che deve avere delle risposte».</p>
<p><strong>Ma così lei è in concorrenza con Fini? </strong></p>
<p>«No, io la vedo in termini di complementarietà. Gianfranco resta il mio punto di riferimento fondamentale».</p>
<p><strong>E con Storace? Si sta avvicinando l&#8217;ora di un ritorno?</strong></p>
<p>«Penso che con Francesco si debba fare un ragionamento complessivo. Comunque sono d&#8217;accordo che debba rientrare a far della squadra del centrodestra».</p>
<p><strong>A proposito di rapporti difficili, come va con la Polverini?</strong></p>
<p>«Ho letto tante cose che sono totali invenzioni. Con Renata ho un rapporto di amicizia storico lungo più di un decennio. Amicizia vera e anche familiare, visto che anche con mia moglie c&#8217;è un legame forte. L&#8217;ho sostenuta nel suo percorso verso la segreteria dell&#8217;Ugl&#8230;».</p>
<p><strong>Sindaco, non è stata sempre rose e fiori tra voi&#8230;</strong></p>
<p>«Magari non ho condiviso tutte le posizioni che ha preso, in particolare quando ero ministro e il sindacato criticava il governo. Però l&#8217;ho sempre considerata una donna intelligente, una bella romana &#8220;di cuore&#8221; che può vincere questa partita».</p>
<p><strong>Ha detto tutto tranne una cosa: la sosterrà o no?</strong></p>
<p>«A parte il rapporto personale e il naturale schieramento con il centrodestra, bisogna pensare che se non dovessimo vincere alla Regione Lazio anche al Comune di Roma avremmo poi notevoli problemi. La sosterò con tutte le mie forze rispettando il ruolo istituzionale che ricopro: la sinistra stia tranquilla che non farò scorrettezze».</p>
<p><strong>Ma con questa sinistra si può avere un rapporto nuovo?</strong></p>
<p>«Confido nella concretezza di Bersani. E lo dico io che lo contestai all&#8217;epoca delle &#8220;lenzuolate&#8221;. La sinistra farà un salto di qualità quando si renderà conto che le due volte in cui ha già battuto Berlusconi l&#8217;ha fatto presentando alternative credibili e non utilizzando l&#8217;estremismo antiberlusconiano».</p>
<p><strong>C&#8217;è ancora un rapporto forte tra Roma e il governo nazionale o s&#8217;avvertono scricchiolii come il tira e molla sui finanziamenti? </strong></p>
<p>«Il mio rapporto con Berlusconi è diventato saldissimo. Sia come leader di partito che come presidente del Consiglio. Basta vedere quello che abbiamo ottenuto dalla Finanziaria: seicento invece che gli iniziali cinquecento milioni di euro. Ho sostenuto la riforma di Roma capitale e conto entro gennaio di avere il primo decreto applicativo del federalismo fiscale in modo da chiudere l&#8217;iter in autunno. Facciamo parlare i fatti piuttosto che le chiacchiere».</p>
<p>Fabrizio Dell&#8217;Orefice per Il Tempo</p>
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		<title>Parole da buttare. Il Dizionario 2009 è già carta straccia.</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jan 2010 19:57:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Da «Antiberlusconismo» a «Zero tituli»: ovvero l’italiano batte dove il dente duole...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/01/lingua-rolling.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-948" title="lingua-rolling" src="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/01/lingua-rolling-300x233.jpg" alt="lingua-rolling" width="300" height="233" /></a>ANTIBERLUSCONISMO<br />
Attività da svolgere in proprio o come dipendenti che assicura applausi e un ottimo reddito. Molto meglio che lavorare davvero. Meglio addirittura di fare i giornalisti.</p>
<p>ATEISMO<br />
La religione di Piergiorgio Odifreddi. L’unico dogma è: «Non avrai altro dio all’infuori di Piergiorgio Odifreddi».</p>
<p>BELÉN RODRÍGUEZ E FABRIZIO CORONA<br />
La coppia scoppia? No, la coppia si sdoppia. Marco Borriello e Nina Moric come inconsolabili single non sono credibili.</p>
<p>BIOLOGICO<br />
Prodotto fatto senza utilizzare additivi chimici, pesticidi, tecnologia&#8230; Insomma tipo una mela che invece di sembrare una mela sembra un’oliva però costa come un tartufo d’Alba.</p>
<p>BIOTESTAMENTO<br />
Come tutto ciò che si pregia del prefisso «bio-», è bello e buono. Ciò non toglie che per dargli un senso si deve morire&#8230;</p>
<p>CINEPANETTONE<br />
È più snob criticarlo o criticare chi lo critica? Ai posteriori l’ardua sentenza.</p>
<p>CLIMATOLOGO<br />
Scienziato che a tempo pieno altera i dati e a tempo perso genera panico durante i summit internazionali.</p>
<p>COLLABORATORE DI GIUSTIZIA<br />
Persona che ogni tanto parla e ogni tanto sta zitta. E nessuno sa perché. Il motivo è cosa loro (e dei giudici che gli credono a prescindere).</p>
<p>DIGITALE<br />
Una volta era una pianta cara ai poeti (digitale purpurea) e ai malati di cuore. Ora è tutto ciò che ha a che fare con un computer e non capiamo.<br />
DIGITALE TERRESTRE<br />
Ridateci l’analogico pedestre. Magari con le gemelle Kessler al posto dei fratelli Vanzina.</p>
<p>DIZIONARIO BIOGRAFICO DEGLI ITALIANI<br />
Costa un po’ meno del Ponte di Messina, ma andando avanti così verrà realizzato molto dopo.</p>
<p>EGEMONIA CULTURALE DELLA SINISTRA<br />
Crollata con il Muro di Berlino, è molto rimpianta a destra: era l’alibi perfetto per giustificare i propri fallimenti.</p>
<p>EINAUDI<br />
Non è più quella di una volta.</p>
<p>EMARGINATO<br />
Avete notato? In Italia tutti gli scrittori dicono di essere emarginati, soprattutto quelli che non hanno successo perché mediocri.</p>
<p>EQUOSOLIDALE<br />
Se fosse semplicemente equo e solidale sarebbe un baratto: qualcosa in cambio di qualcos’altro. Essendo «equo solidale» è un’ipocrisia: qualcosa in cambio della coscienza a posto.</p>
<p>ESCORT<br />
Signorina che si chiude nel vostro bagno con un cellulare e rivela al mondo di che colore avete gli asciugamani (poi la Repubblica titola che è un colore scandaloso).</p>
<p>ETICA<br />
È ridotta a parodia di se stessa, a un’etichetta, nel senso che la si appiccica dappertutto.<br />
EXPO<br />
Esposizione universale che abbiamo strappato per miracolo ai turchi e di cui a Milano si parla molto. Tipo: «Nel mio condominio dobbiamo rifare una grondaia per fare bella figura all’Expo». Eppure non tutti i progetti sono di così alto livello.</p>
<p>FUTURO<br />
La verità è dietro di noi.</p>
<p>GIUSTIZIA<br />
Il sofista Trasimaco sosteneva che era solo ciò che è utile ai potenti. Ora sarebbe costretto a dire che è solo ciò che è utile ai giudici o a qualche giornale (molto democratico).</p>
<p>GRADISCA<br />
O un Comune con seimila abitanti (Gradisca d’Isonzo) o un libro di cui hanno venduto trenta copie equivalenti, monetariamente, al costo di dieci minuti in compagnia della escort che lo ha scritto.</p>
<p>GREMBIULE<br />
Tipico abitino fascista che le maestre impongono ai bambini e i ministri alle maestre: democrazia è sporcarsi con i pennarelli.<br />
INTELLIGHENZIA<br />
Scomparsa da decenni. Termine ormai utilizzato solo da chi avrebbe voluto farne parte.</p>
<p>ISTITUZIONI<br />
In loro difesa si combinano le peggiori porcate.</p>
<p>LIBERTÀ DI STAMPA<br />
Fa rimpiangere la censura.<br />
LODO<br />
Chi si loda s’imbroda, è vero, ma anche chi condanna ha le sue belle gatte da pelare.</p>
<p>MEDIATICO<br />
Una seduta spiritica con l’anima dei sociologi morti, quelli di cui non si sente più alcuna Eco.<br />
MONITO<br />
Chi non riesce a lanciare una riproduzione del Duomo (vedi alla voce «Souvenir») lanci almeno un monito. Che è sempre meglio che lanciare un monitor&#8230;</p>
<p>MULTIRAZZIALE<br />
Aggettivo da appiccicare a «società» e a tutto ciò che è bello e auspicabile. E chi non la pensa così è stronzo (tanto per essere educati e tolleranti).</p>
<p>MURO DI BERLINO<br />
Ne abbiamo parlato così tanto che viene da pensare che non l’abbiamo mai abbattuto davvero (non c’è comunista che non giuri di avergli dato una bella picconata).</p>
<p>PANDEMIA<br />
Un pandemonio (o tempesta) in un bicchier d’acqua. La prossima volta, nel bicchiere mettiamoci una spremuta d’arancia. La cara, vecchia vitamina C, ricordate?</p>
<p>PAPELLO<br />
«Da un chimico/ il papello ha poi portato/ e lui/ dopo averlo analizzato/ ha rilasciato un certificato/ in cui diceva /dichiaro così:/ Non è un papello/ ma un crine di cavallo/ uscito dal paltò/ si può sbagliare/ soltanto avendo in cuore/ la gelosia d’amor».<br />
PAPI<br />
Ormai le ragazzine chiamano così il genitore per ricattarlo.</p>
<p>PAPIRO DI ARTEMIDORO<br />
Documento probabilmente finto su cui si fa una discussione forse eterna certamente noiosa. Altri dizionari riportano definizioni più sintetiche, tipo: «Ma chi se ne frega!» o «Canfora te venisse&#8230;».</p>
<p>PENSIERO DEBOLE<br />
Un’idea del filosofo Vattimo che quest’anno ha finalmente capito a chi rivolgersi per vederla attuata. È corso da Antonio Di Pietro.</p>
<p>PREDELLINO<br />
Quasi tutti i politici italiani ne vorrebbero uno ma poi si chiedono: «Se ci salgo io fa lo stesso effetto?». E la risposta purtroppo è: no. Allora si accontentano di una poltrona.</p>
<p>PREMIO LETTERARIO<br />
Il posto giusto per procurare un attacco isterico ad Antonio Scurati.<br />
PROVOCAZIONI<br />
Quelle «intelligenti» nascondono sempre un’orgia di conformismo.</p>
<p>RIPRESA<br />
Ha sempre a che fare con i motori. Il guaio è che c’è sempre qualcuno al quale slitta la frizione. Lui resta illeso, ma vanno a sbattere gli altri.</p>
<p>RONDE<br />
Una volta c’erano quelle del piacere. Adesso ci sono quelle del dispiacere. Occorre aggiungere altro?</p>
<p>SALOTTI LETTERARI<br />
Nessuno dotato di due dita di cervello vorrebbe mai passarci una serata. Tipico degli intellettuali di destra lamentarsi di esserne esclusi.</p>
<p>SAVIANO<br />
Un onesto cronista spesso scambiato per Gesù, Buddha o Maometto. Lui però non ha una croce, ha una scorta.</p>
<p>SOCIAL NETWORK<br />
Sembrava difficile inventare qualcosa di peggio dell’opinione pubblica. E invece&#8230;</p>
<p>SOUVENIR<br />
Arma da lancio che ha sostituito nella mitologia comunista la P38.<br />
STATO DI POLIZIA<br />
Qualunque stato in cui non governi il Pd o sia vietata la diffamazione a mezzo stampa.</p>
<p>TRANS<br />
Notizia del 23 dicembre su tutti i giornali: «La Ue mette al bando i trans». Disperazione in Parlamento. Ma per fortuna si trattava solo dei grassi idrogenati dei biscotti.</p>
<p>TWITTER<br />
Andiamoci piano, con questo «giornalismo partecipativo». Noi della casta, anzi, castina, non vorremmo prenderlo nel cesto e finire nel cestino.</p>
<p>UTILIZZATORE FINALE<br />
Espressione a doppio taglio, ha un che di pratico e ultimativo. Più ultimativo che pratico.</p>
<p>WELTHANSCHAUUNG<br />
Ogni intellettuale deve averne una. Molti l’hanno persa ma non è educato mettersi a urlare in un salotto letterario qualsiasi o in un convegno: «Qualcuno ha visto dove è finita la mia Welthanschauung?».</p>
<p>ZERO TITULI<br />
L’irascibile Mou, a furia di masticare invettive, sta diventando come la famosa e omonima caramella: stucchevole. Meglio la Coppa.</p>
<p>Il Giornale</p>
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		<title>2010: l&#8217;elenco dei miei desideri per l&#8217;Italia.</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Dec 2009 01:02:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[ 
Eh sì, ogni anno che passa tirare le somme di quello che sta per concludersi diventa sempre più complicato forse perché, almeno per quanto mi riguarda, con il trascorrere del tempo divento sempre più esigente, soprattutto nei confronti di me stesso. Così, anziché scrivere un resoconto di ciò che è stato nel 2009, tenterò [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--[endif]--> <!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span lang="IT-CH"><a href="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2009/12/italy___grunge_by_tonemapped.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-944" title="italy___grunge_by_tonemapped" src="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2009/12/italy___grunge_by_tonemapped-300x178.jpg" alt="italy___grunge_by_tonemapped" width="300" height="178" /></a>Eh sì, ogni anno che passa tirare le somme di quello che sta per concludersi diventa sempre pi</span><span lang="IT-CH">ù</span><span lang="IT-CH"> complicato forse perché, almeno per quanto mi riguarda, con il trascorrere del tempo divento sempre pi</span><span lang="IT-CH">ù</span><span lang="IT-CH"> esigente, soprattutto nei confronti di me stesso. Cos</span><span lang="IT-CH">ì, anziché scrivere un resoconto di ci</span><span style="font-family: Arial;" lang="IT-CH">ò</span><span lang="IT-CH"> che è stato nel 2009, tenter</span><span style="font-family: Arial;" lang="IT-CH">ò</span><span lang="IT-CH"> di fare un elenco delle cose che mi aspetto dal 2010. Mass</span><span style="font-family: Arial;" lang="IT-CH">ì</span><span lang="IT-CH">, mi prendo la libertà di fare una sorta di lista della spesa anche perché, in fondo, sognare non solo non costa nulla ma è anche un ottimo esercizio, che inconsciamente ci spinge a lottare sempre e comunque per il massimo obbiettivo. Insomma, nessuno riuscirà mai a togliermi dalla testa che, se proprio dobbiamo metterci in gioco, tanto vale farlo puntando alla posta pi</span><span style="font-family: Arial;" lang="IT-CH">ù</span><span lang="IT-CH"> alta. Sempre e comunque. A conferma di quanto vi ho appena detto, spesso e volentieri, quando qualcuno mi chiede “come và” amo rispondergli che se mi lamentassi sarei un ingrato e se mi esaltassi sarei uno che si accontenta. Fatta questa già lunga ma doverosa premessa posso cominciare a dare libero sfogo alla mia immaginazione, tentando di elencare tutto ci</span><span style="font-family: Arial;" lang="IT-CH">ò</span><span lang="IT-CH"> che desidero (senza il condizionale) per l’anno che tra poche ore vedrà la luce. Desidero che il clima politico finalmente cambi, che il confronto sulle idee prenda il posto dell’astio e degli attacchi personali, da entrambe le parti. Desidero non sentirmi più dire frasi del tipo “non capisco come possa, una persona in gamba come te, stare da quella parte politica”. Desidero che il Presidente Fini torni a scaldare il cuore mio e del popolo della destra, riappropriandosi di argomenti che, sono sicuro, continuano ad essere parte integrante del suo dna politico ed umano. Desidero che il Presidente Berlusconi consegni il Partito nelle mani di una nuova classe dirigente, puntando convintamente sulla generazione dei trentenni, che dovranno essere messi nelle condizioni di affrontare e vincere la sfida di una vera e propria “Rivoluzione del merito”. Desidero che maggioranza ed opposizione, questa volta, facciano il possibile e l’impossibile per portare a compimento quel processo riformista di cui la nostra Italia ha terribilmente bisogno. Desidero che l’opposizione collabori, senza pregiudizi, con la maggiornanza per arrivare quanto prima alla soluzione della crisi economica puntanto, innanzitutto, alla salvaguardia dei posti di lavoro. Desidero che maggioranza e opposizione, nell’ottica di un reciproco riconoscimento, s’impegnino per arrivare ad una definitiva “Pacificazione nazionale” consegnando, in modo definitivo e inappellabile, le antiche divisioni ideologiche ai libri di storia. Desidero che i cosiddetti cattivi maestri della sinistra radicale vengano finalmente isolati, perché non possano pi</span><span style="font-family: Arial;" lang="IT-CH">ù</span><span lang="IT-CH"> inculcare, specialmente nei pi</span><span style="font-family: Arial;" lang="IT-CH">ù</span><span lang="IT-CH"> giovani, sentimenti negativi come quello che, ad esempio, spinge qualcuno a gridare il vergognoso slogan “1, 10, 100, 1000 Nassirya”. Desidero che gli oltre 9000 Soldati Italiani impegnati in Missioni di Pace in tutto il mondo siano onorati e rispettati da tutti gl’italiani. Desidero che tutti i rappresentanti delle Forze dell’Ordine siano onorati e rispettati da tutti gl’italiani. Desidero che la mentalità degli italiani diventi sempre meno provinciale e che, cioè, la finisca di anteporre interessi di bottega a quelli dell’intera comunità. Desidero che ogni italiano sia orgoglioso della sua Patria e che si commuova quando sente l’Inno o vede sventolare il Tricolore, sempre, non solo quando vinciamo i Mondiali di calcio. Desidero che a Como, la mia città, venga abbattuto al più presto quell’orrendo muro che oscura il Lungo Lago. Desidero, per me stesso, di continuare a migliorare in tutto ciò che faccio rimanendo sempre fedele a me stesso e guadagnandomi, sul campo, il ripetto e la stima delle persone che mi sono vicine e che credono in me. Desidero, infine, che questo 2010 regali ad ognuno di voi la forza di credere e lottare per inseguire ogni desiderio. E realizzarlo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span lang="IT-CH">Alessandro Nardone<br />
</span></p>
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		<title>Addio &#8220;compagno Fini&#8221;. Ora Gianfranco è sociale</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Dec 2009 12:13:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Svolta sociale del presidente della Camera: meno battaglie per gli immigrati, spazio agli italiani. E si prepara a volare negli Usa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2009/12/gian-fini.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-941" title="GIANFRANCO FINI" src="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2009/12/gian-fini-300x198.jpg" alt="GIANFRANCO FINI" width="300" height="198" /></a></p>
<p>Un Fini sociale. Che guarda alla famiglia. Ai giovani. A voler esser un pizzico maliziosi si potrebbe anche aggiungere un Fini che si concentra sugli italiani. Insomma, sarà un presidente della Camera diverso, che ridisegna le sue priorità. Non vuol dire che il cofondatore del Pdl abbia deciso di abbandonare le battaglie che hanno caratterizzato il suo anno politico che s&#8217;avvia a conclusione. Semplicemente, si tratta di rinnovare l&#8217;agenda, di introdurre nuovi elementi, nuovi contenuti. E sicuramente anche nuovi toni.</p>
<p>Il rapporto con Silvio Berlusconi si mantiene sereno.  Presto per dire che sia tornato saldo. Ma il fatto che i due, dal giorno della statuina vicino a piazza Duomo, oltre ad essersi visti si siano sentiti quattro volte al telefono, è segno che qualcosa è cambiato. Qualcosa di sostanziale. Certo, per ora oggetto dei colloqui sono stati soprattutto gli auguri per le festività. Convenevoli. Poco, quasi per nulla: è corsa lungo le cornette la politica. In ogni caso, il clima è cambiato. E forse più che la statuina a farlo mutare è stato il fuorionda con il quale era stato svelato un colloquio riservato tra il presidente della Camera e il procuratore della Repubblica di Pescara. Clima diverso e ora si cambiano anche gli argomenti.</p>
<p>Il Fini targato 2010 sarà molto più attento alle questioni economiche. E in particolare sociali. Per esempio, il principale inquilino di Montecitorio è deciso a chiedere che il governo applichi uno dei punti qualificanti del programma di governo: realizzi il quoziente familiare. Insomma, metta mano al sistema fiscale prevedendo aiuti alle famiglie. Nel piano presentato alle elezioni 2008, si parla esplicitamente di quoziente (come in Francia, dove i contribuenti vengono considerati anche come nucleo familiare), sebbene si citi la sua introduzione in via sperimentale. Il ministro dell&#8217;Economia Giulio Tremonti si sta muovendo su una strada analoga, ma diversa che preveda bonus in base ai figli che fanno parte della famiglia.</p>
<p>Di sicuro, Fini chiederà di accelerare questo processo. Altro tema che il presidente della Camera si appresta a lanciare riguarda il welfare. In particolare, la nuova bandiera sarà un sistema di stato sociale più inclusivo soprattutto per i giovani. D&#8217;altro canto, il welfare inclusivo era nel decalogo che ha compilato Fini nel suo libro «Il futuro delle libertà». E per capire che tipo di stato sociale immagini l&#8217;ex leader di An basta ricordare le sue parole del giugno scorso sulle garanzie: «Occorre correggere le anomalie delle frammentazioni e della disparità di trattamento che abbiamo ereditato dal passato. Lo sforzo deve essere quello di costruire un welfare inclusivo che non discrimini i precari rispetto ai garantiti. Un sistema più moderno che miri a tutelare il lavoratore nelle varie fasi della sua vita professionale oggi non più all&#8217;insegna necessariamente del posto fisso ed a tempo indeterminato.</p>
<p>In questo senso - ammoniva Fini - il sistema di ammortizzatori sociali deve coprire i nuovi rischi del mercato del lavoro, permettendo al lavoratore di affrontare i cambiamenti senza che questi si traducano inevitabilmente in negativi arretramenti delle sue condizioni di vita». Non mancheranno certamente gli appelli al dialogo e alle riforme condivise, e i moniti contro i voti di fiducia. Ma si parlerà meno di immigrati e anche la legge sulla cittadinanza verrà presto accantonata con la scusa della campagna elettorale incipiente. Fini appare deciso anche a riscoprire una sua battaglia un po&#8217; messa da parte: quella a favore delle donne.</p>
<p>Sul sito della sua fondazione Farefuturo, da pochi giorni, compare un nuovo testo con il quale si annuncia che l&#8217;associazione «vuole promuovere una “rivoluzione della dignità” centrata sull&#8217;insostituibile ruolo sociale della donna, sul valore originale della sensibilità e dell&#8217;ingegno, su una vera politica delle pari opportunità, sulla riscoperta anche del ruolo materno». Più in generale, l&#8217;intera fondazione subirà una mutazione: meno futili provocazioni culturali e più analisi, più ricerca, più proposte (che poi dovrebbe essere l&#8217;obiettivo numero uno). Infatti sul web è l&#8217;intera pagina di presentazione dell&#8217;organizzazione ad essere stata riscritta. Al primo punto si legge: «L&#8217;egemonia del presente domina lo spazio del dibattito del nostro Paese. Soffriamo di un pericoloso schiacciamento sull&#8217;immediato del “tempo storico”: la cultura del sondaggio diventa l&#8217;unica premessa per azioni, strategie, leadership; il “mark to market” diventa sistema decisionale e cifra delle politiche pubbliche e delle scelte private. Farefuturo vuole promuovere una rinnovata cultura strategica».</p>
<p>Un capitolo a parte riguarda i rapporti internazionali. La fondazione del presidente della Camera ha stretto alleanze con quella dell&#8217;ex premier spagnolo Aznar (Faes) e con la fondazione Adenauer e alcuni eurodeputati che provengono da An hanno riscoperto un certo interesse nei loro confronti da parte degli esponenti della Cdu. Fini ne è consapevole e infatti vedrà i parlamentari di Strasburgo a lui più vicini subito dopo le feste, forse in un pranzo informale.</p>
<p>Poi verranno i viaggi all&#8217;estero. Due quelli più importanti. Il primo a Washington su invito della speaker della Camera Usa, Nancy Pelosi, per febbraio. Non esclude un incontro anche informale con Obama, sebbene non sia prassi che il presidente degli Stati Uniti riceva il presidente di un ramo del Parlamento italiano: sono al lavoro le diplomazie. Il secondo a Gerusalemme, sempre in febbraio: per Fini un ritorno.</p>
<p>Fabrizio Dell&#8217;Orefice per Il Tempo</p>
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		<title>&#8220;Siamo in piazza, ci sparano addosso&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Dec 2009 22:45:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il racconto dei ragazzi dell'Onda verde per le strade di Teheran. Per parlare con i giovani iraniani vengono sfruttati Twitter, Skype e sms.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2009/12/iranian-supporter.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-935" title="iranian-supporter" src="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2009/12/iranian-supporter-300x197.jpg" alt="iranian-supporter" width="300" height="197" /></a>Twitter, Skype, Facebook. L&#8217;informazione dall&#8217;Iran passa ormai soltanto attraverso le nuove tecnologie. Te ne accorgi quando tenti di metterti in contatto con i tuoi amici, la tua interprete, le persone che ogni volta che arrivi nel loro Paese rendono il tuo lavoro più facile e che manifestano una voglia enorme di comunicare. Un desiderio che, in momenti come questi, non si placa, ma esige maggiore attenzione. Dallo scorso settembre, infatti, la compagnia telefonica nazionale è controllata dai Guardiani della Rivoluzione attraverso la Etemad Mobin che fa capo ai Pasdaran. Difficile trovare, quindi, chi sia disposto a parlare. Meglio usare la classica chat, oppure cercare un intermediario, che faccia da ponte, come Maryam. La chiameremo così per assicurarne l&#8217;anonimato. Maryam vive in Italia e comunica quasi ogni giorno con i suoi amici in Iran. «Hanno paura di rilasciare interviste telefoniche ad occidentali perchè le linee sono sotto controllo», mi spiega. Qual è l&#8217;alternativa per non sacrificare la loro incolumità in nome di qualche informazione in più? «Mi faccio raccontare io, come se fosse una normale chiacchierata, e poi ti traduco. Così è meno pericoloso», assicura. In realtà, tutto non è così semplice, a partire dalla difficoltà nel prendere la linea fino alle interferenze. Vengo a conoscenza così di Parinaz. Anche lei è scesa in piazza, domenica a Teheran, insieme ai suoi amici.</p>
<p>Tutti studenti come lei. Venticinque, ventisei, ventisette anni. «Eravamo nella zona di Vali Asr, all&#8217;incrocio con Enghelab, la zona dell&#8217;università Amir Kabir», racconta. «Gli agenti impedivano a tutti di unirsi. Ci siamo ritrovati in gruppetti sparsi, nel tentativo di aggregarci gli uni con gli altri. Nonostante gli agenti di polizia continuassero a puntare le armi all&#8217;altezza del viso». La sensazione è che, superato lo shock per le prime morti, durante gli scontri della scorsa estate, questa volta le persone avessero meno paura. La rabbia, invece, è cresciuta. Molto. Si vede anche dalla reazione dei manifestanti che hanno attaccato poliziotti e Basiji con qualunque cosa capitasse loro a portata di mano: sassi o vetri. La ragione è legata al fatto che «fare fuoco mel mese di Muharram, il primo mese del calendario islamico, uno dei quattro considerati sacri, è stata una violazione troppo forte; una provocazione evidente», aggiunge Maryam. «È vero, questa volta avevamo meno paura. Abbiamo acquisito maggior determinazione e sicurezza», conclude Parinaz, lanciando un assist a Fatemeh (altro pseudonimo), che come lei è stata per le strade di Teheran nelle ultime ore.</p>
<p>Con Fatameh ho appuntamento su Skype, alle 17 ora italiana, fissato grazie ad un sms che è riuscita a ricevere, nonostante il blocco delle comunicazioni. «Domenica è stato completamente differente», esordisce. «Teheran era nelle mani dei manifestanti e sono sicura che chi è al governo si è spaventato per questo. La gente combatteva davvero e per la prima volta è riuscita a mettere in fuga la polizia». Immagini che sono rimbalzate ovunque nel mondo, attraverso YouTube, Twitter e blog, a conferma dell&#8217;impossibilità di impedire la fuoriuscita di notizie nel villaggio globale. «Gli iraniani stanno diventando sempre più aggressivi e sono disposti a lottare per i loro diritti, pur sapendo che potrebbero essere uccisi per questo. Anche il nipote di Mousavi è morto, ma lui non è diverso da un altro martire. Questo è il prezzo da pagare per la libertà».</p>
<p>Che la gente sia molto più arrabbiata è convinta anche Zahra. Con lei ho un appuntamento su Facebook, per il classico botta e risposta via chat. Ma la connessione va e viene. «Userò i siti per forzare il blocco», mi aveva annunciato nel corso di una brevissima telefonata. Quello che riesce a comunicarmi ora sono ansia e paura, miste ad eccitazione. «Stiamo per esplodere. Nessuno teme più nulla: gas lacrimogeni, colpi di manganelli, prigione. Neanche la morte». E una emoticon, una faccetta stilizzata che piange, tipica del linguaggio breve degli sms, chiude la nostra conversazione.</p>
<p>Antonella Vicini per Il Tempo</p>
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