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	<description>Network d'opinione e d'inchiesta</description>
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		<title>I mercenari &#8211; The Expendables: l&#8217;ennesima impresa oltre i confini del corpo</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 12:43:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come il suo Rocky, Stallone non si arrende mai.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/08/The-Expendables-Dominates-Weekend-Is-It-A-Sign.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1181" title="The-Expendables-Dominates-Weekend-Is-It-A-Sign" src="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/08/The-Expendables-Dominates-Weekend-Is-It-A-Sign-300x181.jpg" alt="" width="300" height="181" /></a>Uomo di cinema<br />
Il motivo per il quale Sylvester Stallone è un uomo di cinema estremamente interessante, nonostante i suoi film abbiano spesso scarsissimi valori di linguaggio cinematografico, è che esiste una forte sovrapposizione tra l&#8217;uomo-Stallone e i personaggi da lui interpretati. Come pochi (e come i migliori) Stallone vive il mondo della produzione cinematografica con una sincerità e un&#8217;immediatezza che non sempre emergono ma che, quando risultano evidenti, trasformano un&#8217;opera d&#8217;intrattenimento magari mediocre in un film toccante. Rocky Balboa (il film) ci ha mostrato con chiarezza quanta identificazione esista tra persona e personaggio e come Stallone abbia subìto il percorso di sconfitta e ritorno vittorioso più volte nella sua carriera, sempre fondando tutto sul corpo ma trionfando grazie ad un superamento dei suoi limiti e all&#8217;audacia del cuore.<br />
E un&#8217;impresa impossibile era anche I mercenari: un film all-star proveniente da un&#8217;epoca passata, totalmente anacronistico, diretto e orchestrato da una star ormai in declino e distante decenni da un vero successo al botteghino. Ancora una volta inoltre Stallone ha dovuto superare i limiti del suo di corpo, non usando quasi per nulla le controfigure e tornando in forma all&#8217;età 65 anni.<br />
In una bella e recente intervista ad Empire, Stallone stesso ha confessato di aver toccato il fondo arrivando ad un livello in cui gli venivano proposte solo produzioni straight-to-DVD, cioè l&#8217;ultima spiaggia. Questo lo ha spinto a tentare, ancora una volta, il tutto per tutto con un film d&#8217;altri tempi che poteva anche essere il suo ultimo fosse andato male ma se non altro sarebbe stato qualcosa in cui credeva. E come Rocky, ancora una volta dopo la batosta, Stallone ha puntato tutto su se stesso, si è rialzato, ha osato e ha vinto.</p>
<p>La poetica stalloniana<br />
Unico tra le star del cinema d&#8217;azione anni &#8216;80 ad aver un modo proprio di intendere il suo cinema, un mondo cioè in cui il superuomo protagonista ha come primo nemico se stesso (sia per una fobia, che per un&#8217;insicurezza, che per un trauma) e la lotta per la sconfitta del villain della storia è solo una maniera per affrontare i propri limiti, Stallone ha fatto dell&#8217;ideale del superamento dei limiti e della sfida impossibile una caratteristica della sua carriera, sicuramente più rischiosa e audace di quelle dei suoi coevi reaganiani.<br />
Si potrebbe anche dire che, tenendo Rocky (il primo) come matrice fondamentale, quasi tutto il suo cinema più personale (molti sono stati i film interpretati per esigenze alimentari, specie negli ultimi tempi), sia stato all&#8217;insegna del superamento della carne, paradosso interessante visto come egli stesso sia stato uno dei simboli del trionfo del corpo. Rocky che si sveglia alle 5 del mattino, mangia le uova e va a correre con il freddo è il simbolo perfetto di tutto questo: un essere umano che per dimostrare a se stesso di essere migliore di quanto non creda, di poter andare oltre quelli che ritiene dei limiti, si fissa un obiettivo impossibile e piega la carne del suo corpo attraverso la volontà per raggiungerlo.<br />
Come spesso capita nel primo grande successo c&#8217;era già tutto quanto quello che sarebbe venuto, ma come più raramente accade nel primo grande successo di Stallone era inscritta anche la sua vita. I mercenari era un obiettivo impossibile, utile a Stallone per dimostrare a se stesso di potercela ancora fare, di essere ancora in grado di tornare nelle serie A piegando il suo corpo anziano oltre ogni dire. Come nella trama di Rocky Balboa, vincere o perdere importava relativamente. Occorreva farlo per trovare un senso.<br />
Stallone come i superuomini da lui interpretati, sembrano fondare tutta la loro vita sul corpo ma non vincono mai con la forza dei muscoli, bensì sempre con la forza della mente (o forse è meglio dire del &#8220;cuore&#8221;, cioè della combattività e del sentimentalismo), che consente loro di superare prima il loro nemico interiore e poi i limiti della carne, per trionfare quindi su se stessi e di conseguenza nella storia.<br />
In questo senso il &#8220;cattivo di turno&#8221; di ogni film stalloniano è quasi un macguffin, uno stratagemma utile a raccontare quella storia e quella risalita verso la luce. Ne sia emblema ancora una volta la saga di Rocky con il passaggio da nemico acerrimo a migliore amico di Apollo Creed. Il vero colore dei racconti stalloniani è infatti il buonismo, la pittura di un microcosmo in cui il male esiste ma è nettamente sovrastato dal bene, tanto che spessissimo in chiusura di pellicola il cattivo si ravvede in una catarsi che non disdegna le lacrime (e I mercenari in questo senso non fa eccezione, nè per la conversione nè per le lacrime). Probabilmente l&#8217;unica cosa che unisce Sylvester Stallone e Hayao Miyazaki.</p>
<p>Un&#8217;opera fuori dal tempo<br />
Il superuomo è sempre esistito al cinema, anche ben prima della grande stagione dei supereroi fumettistici, erano gli uomini forti, era John Wayne, erano i detective duri, era James Bond, erano poi i protagonisti dei peplum e poi ancora Stallone e Schwarzenegger. Per almeno due decadi questi due attori più di tutti gli altri hanno incarnato la figura dell&#8217;uomo forte, il risolutore estremo e addirittura negli anni &#8216;80 in particolare hanno rappresentato la forza fisica prima di tutto. Poi quell&#8217;era (come tutte) è finita e, in maniera molto graduale, i superuomini sono diventati quelli con i superpoteri effettivi.<br />
I mercenari arriva dunque già come un&#8217;opera fuori dal tempo, espressione di un immaginario collettivo che è proiettato indietro invece che avanti, che fa leva sul ricordo di un altro tipo di storie, di miti e quindi di cinema. Un&#8217;operazione nostalgia a modo suo, che rievoca non un&#8217;epoca della nostra vita ma un&#8217;epoca dei nostri racconti e dei nostri film.<br />
Il solo annuncio del fatto che si sarebbe fatto un film simile (arrivato due anni fa, se non di più) ha generato interesse e dato il via ad una produzione di altri film pronti a sfruttare il ritorno della gang di uomini forti (G.I. Joe, A-Team o The Losers per fare qualche esempio), segno che Stallone (consciamente o no) ha intercettato un desiderio e una tendenza pronti a scoppiare, ma l&#8217;ha fatto senza inseguire nessuno, anzi ricalcando se stesso e la sua epoca. Tornando indietro invece che andando avanti.<br />
E&#8217; impossibile dire ora che effetto possa avere questo successo di I mercenari, se verrà imitato o se sarà un episodio isolato, tuttavia rimane un&#8217;operazione nostalgia tra le più strane e curiose della storia del cinema, un film molto più privato e personale di quello che possa sembrare che in controluce e per grande metafora racconta la vita del suo autore. Se non è cinema questo&#8230;.</p>
<p>(Fonte MYmovies.it)</p>
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		<title>«Scrivo al mio Paese e vi dico cosa farei»</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Aug 2010 14:07:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
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		<description><![CDATA[La lettera di Walter Veltroni]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/08/veltroni.jpg"><img src="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/08/veltroni-300x234.jpg" alt="" title="veltroni" width="300" height="234" class="alignleft size-medium wp-image-1178" /></a>Caro Direttore, scrivo al mio Paese. Scrivo agli italiani che tornano a casa, a quelli che non si sono mossi perché lavoravano o perché non possono lavorare. Scrivo agli imprenditori che fanno e rifanno i conti della loro azienda chiedendosi perché metà del loro lavoro di un anno debba andare a finanziare uno Stato che non riesce a finire da sempre la costruzione di un&#8217;autostrada come la Salerno-Reggio Calabria o che alimenta autentici colossi del malaffare come quelli emersi<br />
in questi mesi.</p>
<p>Scrivo ai lavoratori che sentono che si è aperto un tempo nuovo e difficile, in cui, per resistere alla pressione di una globalizzazione diseguale, dovranno rinegoziare e ritrovare un equilibrio nuovo tra diritti e lavoro. Scrivo ai nuovi poveri italiani, i ragazzi precari, che arrivano a metà della vita senza uno straccio di certezza, senza un euro per la pensione, senza un lavoro sicuro, senza una casa, senza la sicurezza di poter mettere al mondo dei figli. E senza che politica e sindacati si occupino di loro.<br />
Mi permetto di scrivere agli italiani solo perché sento di avere un minimo di titolo per farlo. In fondo due anni fa, un secolo di questo tempo leggero e bulimico, quasi quattordici milioni di italiani fecero una croce sul simbolo che conteneva il mio nome come candidato alla presidenza del Consiglio. Se un milione e mezzo dei 38 milioni di votanti avesse scelto il centrosinistra riformista invece di Berlusconi ora saremmo noi a guidare il Paese.</p>
<p>Ma non è successo, per tanti motivi. Come cercherò altrove di approfondire, credo più per ragioni profonde e storiche che per limiti di quella campagna elettorale che si concluse con il risultato elettorale più importante della storia del riformismo italiano. Non è successo e dopo alcuni mesi io mi feci da parte. Forse è questo l&#8217;altro titolo per il quale sento di potermi rivolgere al mio Paese. Sono stato tra i pochi che si sono fatti da parte davvero (caricandomi responsabilità certo non solo mie). Non ho chiesto alcun incarico, non ho fatto polemiche, non ho alimentato veleni. Ho semmai taciuto e ingoiato fiele, anche di fronte a varie vigliaccherie.</p>
<p>Cosa sta succedendo a noi italiani? Abbiamo trascorso la più folle e orrenda estate politica che io ricordi. Una maggioranza deflagrata, un irriducibile odio personale e politico tra i suoi principali contraenti, toni e giudizi che si scambiano non tra alleati ma tra i peggiori nemici. E poi dossier, colpi bassi, una orrenda aria putrida di ricatti e intimidazioni che ha messo in un unico frullatore informazione, politica e forse poteri altri costruendo un mix che non può non preoccupare chi considera la democrazia come un insieme di regole, di valori, di confini. Il Paese assiste attonito allo sfarinarsi della maggioranza solida che era emersa dalle urne, a ministri che sembrano invocare freneticamente la fine della legislatura, nuovi voti, nuovi conflitti laceranti. Mentre stanno per essere messe in circolo emissioni consistenti di titoli pubblici per finanziare il nostro abnorme debito pubblico chi governa questo Paese sembra dominato dal desiderio della instabilità. E, tutto, senza una parola di autocritica. Chi ha vinto le elezioni e ne provoca altre neanche a metà delle legislatura vorrà almeno dichiarare il proprio fallimento politico?</p>
<p>L&#8217;alleanza di centrodestra sembra immersa nello scenario dei Dieci piccoli indiani di Agatha Christie. Prima l&#8217;abbandono di Casini, ora la irreversibile crisi con Fini. Le forze più moderate hanno abbandonato uno schieramento sempre più dominato dalla logica puramente personale degli interessi di Berlusconi e dallo spirito divisivo di una Lega che alimenta ogni forma di egoismo sociale con lo sguardo solo al tornaconto elettorale immediato. Con effetti che già registriamo nel sentire diffuso e nei comportamenti. Un Paese che smarrisce il suo senso di comunità, la sua anima solidale, la sua coscienza unitaria finisce con lo sfarinarsi violentemente.</p>
<p>Quella che stiamo vivendo è una profonda crisi del nostro sistema. Era la mia ossessione quando guidavo il Pd. Mi angoscia l&#8217;idea che la democrazia rischi sotto la pressione delle spinte populistiche e dei conservatorismi di varia natura. E la crisi di questi mesi rafforza una distanza siderale tra la vita politica e i reali bisogni dei cittadini e della nazione. Berlusconi forza costantemente e pericolosamente i confini immaginando di vivere in un regime che non esiste. Se ci fosse un semipresidenzialismo lui certo non potrebbe disporre, ciò che è già una insopportabile anomalia oggi, di giornali e tv con i quali promuovere se stesso e randellare i suoi avversari. Ma neanche quella che su questo giornale è stata giustamente definita la «repubblica acefala» può fare sentire al Paese che il sistema politico tempestivamente ascolta, comprende, decide. Indeterminatezza di tempi, modalità, sedi di decisione hanno accompagnato anche altre stagioni politiche.</p>
<p>Questo è il rischio che corriamo, l&#8217;alternativa tra una monarchia livida e una pura difesa dell&#8217;esistente. E tra i cittadini rischia di rafforzarsi l&#8217;idea che di fronte alla velocità del nostro tempo, dei suoi repentini mutamenti sociali e finanziari, a essere più «utile» sia un sistema che decide, qualsiasi esso sia. Il rischio è che si faccia strada, anche in Occidente, quella suggestione di «democrazia autoritaria» che è già una realtà in sistemi, come quello russo o, in forma diversa, in quello cinese, che stanno segnando il tempo della fine dei blocchi. La possibilità che la società globale porti con sé un principio di disunità e che questo reclami poteri centrali forti e semplificati è molto di più di un rischio. Rimando per una analisi più compiuta al volume di John Kampfner Libertà in vendita o al bellissimo lavoro di Alessandro Colombo La disunità del mondo. In una società globale una democrazia che non decide è destinata a soccombere. Ma in una società globale la suggestione autoritaria si scontra con una irrefrenabile esigenza di libertà, libertà di sapere, dire, pensare.</p>
<p>Dunque l&#8217;unica strada che i veri democratici devono percorrere è quella di una repubblica forte e decidente. Ma questa comporta profonde e coraggiose innovazioni, nei regolamenti delle Camere, nell&#8217;equilibrio dei poteri tra governo e Parlamento, nelle leggi elettorali, nella riduzione dell&#8217;abnorme peso della politica, nella soppressione di istituzioni non essenziali. Bisogna semplificare e alleggerire, bisogna considerare il tempo delle decisioni come una variante non più secondaria. E, soprattutto, l&#8217;Italia, tutta, deve ingaggiare una lotta senza quartiere alla criminalità che succhia ogni anno 130 miliardi di euro alle risorse del Paese. Non basta che si arrestino i latitanti. La mafia è politica, è finanza. La mafia compra e condiziona. La mafia invade tutto il territorio e credo che ora, guardando le cronache di Milano o di Imperia, ci si accorga finalmente che non è un problema della Kalsa di Palermo o una invenzione di Roberto Saviano, ma una spaventosa realtà che altera il mercato, distorce la concorrenza, limita la libertà delle persone.</p>
<p>Le culture di progresso non possono declinare solo un verbo: difendere. Agli italiani non sembra di vivere in un Paese da conservare così come è. Un Paese che non ha una università tra le prime cento del mondo (dopo averle inventate), che ha una metà, meravigliosa, di sé sotto il condizionamento di poteri criminali, che ha evasione altissima e altissima pressione fiscale, che ha una amministrazione barocca e il primato dei condoni, che scarta come un cavallo l&#8217;ostacolo ogni volta che deve sfidare sondaggi e corporazioni. Un Paese fermo, che ha bisogno di correre. Che ha bisogno di politica alta, ispirata ai bisogni della nazione. Non è retorica. Parri, De Gasperi, Moro, Ciampi, Prodi e altri hanno dimostrato che si può stare a Palazzo Chigi per servire gli italiani. Bene o male, ma servire gli italiani. Non se stessi.</p>
<p>Spero che si concluda rapidamente l&#8217;era Berlusconi. Ma forse con una visione opposta a quella di alcuni protagonisti della vita politica italiana. Spero che finisca questo tempo non per tornare a quello passato. Non per mettere la pietra al collo al bipolarismo e riportare l&#8217;orologio ai giorni in cui pochi leader decidevano vita e morte dei governi, quasi sessanta in cinquanta anni, come l&#8217;andamento del debito pubblico testimonia in modo agghiacciante. Anche perché quei partiti avevano storie grandi che affondavano nel Risorgimento o nelle lotte bracciantili e quei leader avevano fatto, insieme, la Resistenza o la Ricostruzione. Berlusconi è stato un limite drammatico per il bipolarismo, perché la sua anomalia (una delle tante, troppe della storia italiana) ha costretto dentro recinti innaturali, pro o contro, una dialettica politica che avrebbe potuto e dovuto esprimersi nelle forme tipiche della storia del moderno pensiero politico occidentale. Senza Berlusconi in Italia potremo finalmente avere un vero bipolarismo, schieramenti fondati sulla comunanza dei valori e dei progetti, capaci di riconoscersi e legittimarsi reciprocamente in un Paese con una politica più lieve e perciò più veloce ed efficiente nella capacità di decisione del suo sistema democratico. Solo così sarà possibile affrontare, in un clima civile, l&#8217;indifferibile esigenza di ammodernamento costituzionale per dare alla democrazia la capacità di guidare davvero la nuova società italiana. Se saremo invece tanto cinici da pensare che il declino di Berlusconi possa aprire la strada a un nuovo partitismo senza partiti e alla sottrazione ai cittadini del potere di decidere il governo, finiremo con l&#8217;allungare l&#8217;agonia del berlusconismo e l&#8217;autunno italiano.</p>
<p>In questa estate orrenda non per caso la frase più citata dai leader politici è stata «Mi alleo anche con il diavolo pur di&#8230;». Lo ha detto Calderoli parlando del Federalismo, lo hanno detto alcuni leader del centrosinistra parlando della necessità di una santa alleanza contro Berlusconi. Io rimango dell&#8217;idea che invece le uniche alleanze credibili, prima e dopo le elezioni, siano quelle fondate su una reale convergenza programmatica e politica. In fondo il repentino declino del centrodestra conferma proprio questo. È giusto semmai che, in caso di crisi di governo, si cerchino soluzioni capaci di fronteggiare per un breve periodo l&#8217;emergenza finanziaria e sociale e di riformare la legge elettorale dando forma, per esempio attraverso i collegi uninominali e le primarie per legge, a un moderno e maturo bipolarismo. Perché poi, alle elezioni prodotte dal dissolvimento della destra, si presenti uno schieramento alternativo capace di assicurare all&#8217;Italia quella stagione di vera innovazione riformista che questo nostro Paese non ha mai conosciuto. Perché questo Paese deve uscire dall&#8217;incubo dell&#8217;immobilità che perpetua rendite e povertà. Deve conoscere un tempo di radicale, profondo cambiamento. È questo, da decenni, il frutto dell&#8217;alternanza nei diversi Paesi europei.</p>
<p>Il nostro è un meraviglioso Paese. Amare l&#8217;Italia e gli italiani dovrebbe essere una precondizione per partecipare alla vita politica. Chiunque alzi gli occhi nella Cappella Palatina di Palermo o nella galleria di Diana di Venaria Reale non può non sentire tutto intero l&#8217;orgoglio di essere figlio di questo Paese e della sua straordinaria e travagliata storia. Lo stesso orgoglio che si prova pensando agli italiani che lavorano per la nazione, imprenditori od operai, insegnanti o poliziotti. Per questo il nostro Paese merita di più. Merita di più dei dossier e dei veleni. Di più della politica ridotta a interesse di un leader. Di più delle alleanze con il diavolo. Il nostro Paese deve smettere di vivere dominato solo da passioni tristi. È difficile. È possibile.</p>
<p>Walter Veltroni</p>
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		<title>Senza Fini la destra non ha più alibi: ora torni ad essere se stessa</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Aug 2010 23:18:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“Quello che mi aspetto è un sussulto, uno scatto d’orgoglio che parta soprattutto dai giovani, ma che coinvolga anche tutta la classe dirigente, attraverso il quale si abbia il coraggio di rivendicare, una volta per tutte e con estrema chiarezza, quelle istanze e quei valori nei quali la Destra si è sempre riconosciuta”]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/08/fini-saluta.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1172" title="fini saluta" src="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/08/fini-saluta-300x210.jpg" alt="" width="300" height="210" /></a>Non esistono separazioni piacevoli, nemmeno al termine dei rapporti   più logori e sfiancanti. Tutt’al più, una volta superata l’iniziale fase   dell’irrazionalità, ci si deve sforzare di uscire dalla sbornia   post-rottura e, così, riacquistare la lucidità necessaria per compiere   un’analisi obbiettiva dell’accaduto, utile a comprendere anche e   soprattutto i propri errori dei quali, spesso e volentieri, non ci   rendiamo conto perché, quando si litiga, tendiamo a focalizzare tutta la   nostra attenzione su quelli commessi dall’altro. Questa sorta di   introspezione è molto utile se si vogliono, responsabilmente, evitare   spiacevoli strascichi che, magari, vedono coinvolti anche amici e   familiari. Non esiste cosa peggiore che farsi la guerra in famiglia.   Esattamente quello che sta accadendo nella “famiglia” della Destra   Italiana, che esce con le ossa rotte da un lento ma inesorabile processo   di separazione durato circa dodici anni, ovvero da quando Fini, con un   partito che, forte delle sue posizioni, alle politiche del ’96  raggiunse  il suo massimo storico, pensò bene d’inciuciare col  democristianissimo  Mario Segni, dando vita (?) al disastroso  esperimento dell’elefantino.  Il risultato lo conosciamo tutti: trend  positivo invertito e – 6%   rispetto alle politiche. Ergo, Alleanza  Nazionale perse la sua spinta  propulsiva e, con essa, ogni velleità di  “sorpasso” sugli alleati di  Forza Italia, stabilizzando il proprio peso  elettorale attorno al 12%.  Da allora, fu un susseguirsi di  esternazioni, con le quali Fini ha  sottoposto la base del partito ad un  quotidiano sfilacciamento,  costringendo, in molti casi, dirigenti e  militanti a vivere nel  paradosso di doversi letteralmente vergognare  della propria storia e  delle proprie idee. Una situazione resa ancora  più umiliante ed  incomprensibile dal fatto che, contestualmente, la  Lega di Bossi  costruiva i suoi successi elettorali facendo suoi i temi  che Fini  gettava a mare. Insomma, cornuti e mazziati, ma tenuti insieme  da un  senso d’appartenenza fuori dal comune e dalla speranza che,  quantomeno,  dietro alle prese di posizione dell’allora Presidente di  Alleanza  Nazionale ci fosse un disegno politico ben preciso. Detto  questo, per  onestà intellettuale, dobbiamo avere il coraggio di  ammettere che in  molti, troppi casi, con il nostro silenzio fummo  corresponsabili di  quanto stava accadendo dentro al partito. Su questo  punto non ci sono  scuse, soltanto rimpianti. Sì, perché di fronte a  spettacoli avvilenti  come quello avvenuto ieri pomeriggio alla Camera,  trovo umanamente  comprensibile pensare che, forse, se fossimo stati  tutti un po’ più  decisi nel contrastare certe prese di posizione, se  avessimo avuto le  palle  per dire chiaro e tondo che così non si poteva  andare avanti,  beh, forse Fini avrebbe preso coscienza dei suoi  errori. Forse, chissà.  Certo, ora che la frittata è fatta tutti questi  ragionamenti lasciano il  tempo che trovano ma, vivaddio, si dovrà pur  aprire una riflessione  seria su una frattura che, in un sol colpo, ha  sancito la fine di un  percorso lungo oltre sessant’anni ed ha ammaccato  vistosamente la  carrozzeria del Popolo della Libertà. Sarebbe grave se  quanto avvenuto  ci lasciasse indifferenti, perché vorrebbe dire che  viviamo in uno stato  di sostanziale apatia, per non dire comatoso,  assuefatti a subire  passivamente qualsiasi cosa venga detta o fatta.  Ecco, quello che mi  aspetto è un sussulto, uno scatto d’orgoglio che  parta soprattutto dai  giovani, ma che coinvolga anche tutta la classe  dirigente, attraverso il  quale si abbia il coraggio di rivendicare, una  volta per tutte e con  estrema chiarezza, quelle istanze e quei valori  nei quali la Destra si è  sempre riconosciuta. Badate bene, a scanso di  equivoci, con questo non  intendo certo dire che dovremmo riappropriarci  di certi rituali  nostalgici, ma rispettarli anziché rinnegarli  spudoratamente, perché  fanno parte della nostra storia. No, non credo  che dovremmo sbandierare  posizioni razziste o xenofobe – che, per  inciso, non hanno mai fatto  parte del dna della Destra Italiana – ma  essere fermi nel tutelare la  sicurezza dei cittadini, nel contrastare  il fenomeno dell’immigrazione  clandestina e di difendere, senza se e  senza ma, la nostra Identità  Nazionale e le nostre tradizioni da chi  non le rispetta. Come non  dovremmo assumere posizioni cosiddette  “clericali” a prescindere, ma  nemmeno mettere in discussione il  concetto irrinunciabile di sacralità  della vita e le indiscutibili  radici cristiane sulle quali fioriscono le  nostre tradizioni e la  nostra storia. Allo stesso modo, e qui passiamo  ad un argomento forse  meno alto ma altrettanto importante, nessuno si è  mai sognato di  affermare che dovremmo essere un manipolo di cagnolini  scodinzolanti ai  piedi di Berlusconi (come dice adesso qualcuno che,  evidentemente, di  scodinzolii se ne intende) ma leali e costruttivi nei  confronti del  governo, degli elettori che ci hanno dato fiducia e,  soprattutto, di  noi stessi, che ci siamo buttati anima e cuore nel  progetto del partito  unico del centrodestra, quella “casa comune” in  nome della quale,  appena due anni fa, abbiamo abbandonato la nostra.  Insomma, e qui  concludo, non dovremmo far altro che tornare ad essere  noi stessi. Il  tradizionale appuntamento di Atreju è ormai alle porte,  facciamo tutti  in modo che non diventi l’ennesima occasione persa.</p>
<p>Alessandro Nardone</p>
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		<title>Successo di vendite per “Ti odio da moirire”, il romanzo di Alessandro Nardone</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Aug 2010 10:14:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ad appena un anno dalla sua pubblicazione, sono oltre 6000 le copie vendute di “Ti odio da morire” (Arduino Sacco Editore), il romanzo d’esordio di Alessandro Nardone, giunto ormai alla sua terza ristampa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/08/alessandro-nardone.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1167" title="alessandro nardone" src="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/08/alessandro-nardone-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Ad appena un anno dalla sua pubblicazione, sono oltre 6000 le copie vendute di “Ti odio da morire” (Arduino Sacco Editore), il romanzo d’esordio di Alessandro Nardone, giunto ormai alla sua terza ristampa.<br />
Il giovane autore, ex consigliere comunale di Como, ha stupito tutti mercoledì scorso durante la sua partecipazione al salotto letterario ospitato dalla rassegna capitolina “All’Ombra del Colosseo”, ingaggiando una schermaglia amorosa, aspra ed incalzante, con Sylvie Giustinetti, la protagonista femminile del libro.<br />
Nella trama del libro, in gran parte autobiografico, Sylvie è una femme fatale, misteriosa ed intrigante, una donna di una bellezza disarmante, dalla grande cultura e dai modi estremamente raffinati che tenta di soggiogare in ogni modo Francesco, il suo uomo.<br />
Un lavoro editoriale avvincente, tra realtà e invenzione, retroscena e curiosità, in un verosimile e accattivante affresco della scena politica italiana, uno spaccato  sulle difficoltà che incontrano i ragazzi della generazione dell’autore in campo affettivo e nel loro approccio generale alla vita.<br />
Il pubblico ha assistito divertito allo scambio di battute pungenti tra i due, appassionandosi a questo  gioco delle parti e rimanendo con il fiato sospeso fino alla fine sull’esito della querelle.<br />
L’epilogo dell’incontro è stato dei più curiosi, infatti proprio mentre sta per rivelare il nome del politico che la molestò, Sylvie lascia cadere la maschera rivelando la sua vera identità, tra gli applausi della platea.<br />
E’ l’attrice Cristina Parovel che ha magistralmente interpretato il ruolo di Sylvie in una caratterizzazione autentica del personaggio riuscendo a convincere nel contempo anche sui contenuti del libro.<br />
Tra i suoi film ricordiamo alcune pellicole molto conosciute e apprezzate come “Paparazzi” di Neri Parenti o “Il cielo in una stanza” di Carlo Vanzina.<br />
Di recente ha interpretato Catalina in “I love you, I love you” , il cortometraggio presentato all’ultimo Festival di Cannes.<br />
Ospite d’eccezione della serata, la parlamentare Gabriella Carlucci, responsabile nazionale Dipartimento Spettacolo (PDL), e il giornalista del Tg5 Pierangelo Maurizio.</p>
<p><a href="http://www.corriereromano.it" target="_blank">Corriere Romano</a></p>
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		<title>Alessandro Nardone presenta il romanzo al Colosseo, arriva anche Sylvie. Il video</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 09:15:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sylvie Giustinetti ha scelto il Parco Celio di Roma, ed i Salotti letterari de "All'ombra del Colosseo", per uscire, finalmente, allo scoperto ed accusare pubblicamente Alessandro Nardone. Il giovane autore, ex consigliere comunale di Como, ha stupito tutti, ingaggiando una schermaglia amorosa aspra ed incalzante, con Sylvie, la protagonista femminile del suo libro. Ha moderato (o almeno ci ha provato) Pierangelo Maurizio (TG5).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="275" height="194" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/bOjsArrNbVM&amp;hl=it_IT&amp;fs=1?color1=0x2b405b&amp;color2=0x6b8ab6" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="275" height="194" src="http://www.youtube.com/v/bOjsArrNbVM&amp;hl=it_IT&amp;fs=1?color1=0x2b405b&amp;color2=0x6b8ab6" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>Alessandro Nardone intervistato per il quotidiano ROMA di Napoli</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Jun 2010 14:44:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il suo romanzo e le difficoltà relazionali tra trentenni. Intervista di Mariagrazia Poggiagliolmi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/06/ALESSANDRO-NARDONE-INTERVISTA.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-1157" title="ALESSANDRO NARDONE - INTERVISTA" src="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/06/ALESSANDRO-NARDONE-INTERVISTA-784x1024.jpg" alt="" width="470" height="614" /></a></p>
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		<title>Casa e impiego? Ma se non riusciamo a trovare manco la ragazza</title>
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		<pubDate>Wed, 26 May 2010 23:40:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I maschi subiscono (precocemente) il fascino delle ragazzine, le femmine inseguono quelli più maturi ma alla fine restano "zitelle": il posto fisso manca anche in amore]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/05/5853c18300d63c3d4ea4f356a1c59e03.jpg"><img src="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/05/5853c18300d63c3d4ea4f356a1c59e03-300x200.jpg" alt="" title="trentenni" width="300" height="200" class="alignleft size-medium wp-image-1154" /></a>Di paradossi, la nostra società, ne ha da vendere. In ogni ambito. Riflettendoci, viene da pensare che, almeno per quanto riguarda il nostro Paese, siano tutti figli di quello che potremmo definire il paradosso primordiale, ovvero che in un tessuto sociale in possesso di un retaggio storico-culturale di tradizione millenaria si siano sostanzialmente smarriti, in gran parte, valori e punti di riferimento. Eppure, noi che almeno volendo ne avremmo a bizzeffe, ci siamo ridotti ad una costante mitizzazione di personaggi che, nel migliore dei casi, rappresentano il vuoto pneumatico. Mentre, paradosso nel paradosso, un Paese anagraficamente più giovane e teoricamente frammentato come gli Stati Uniti è riuscito a costruire, attorno alla sua seppur breve storia, una ben maggiore coesione nazionale, spesso capace di unire gran parte del suo popolo in un sincero sentimento di amor patrio. Figlio di dosi assai massicce di retorica, certo, ma pur sempre utile a cementare i pochi o tanti paletti che delimitano i confini socio culturali di quella che è unanimemente considerata la più grande democrazia del pianeta. Per quanto generica, questa premessa, getta le basi per arrivare all’argomento su cui voglio andare a parare, ovvero le oggettive difficoltà che riscontrano le ragazze ed i ragazzi della mia generazione nel relazionarsi tra loro. Ovviamente mi riferisco ai trentenni che, qualcuno potrebbe giustamente eccepire, sono da considerarsi donne e uomini, altro che ragazzi. Eccezione che, tecnicamente, non farebbe una piega, se solo non vivessimo in un paese incardinato su un sistema di chiara matrice gerontocratica, in cui se non hai cinquant’anni sei considerato troppo giovane e, quindi, inaffidabile. A tutti i livelli. Da ciò e dalla mancanza di valori di cui parlavo prima deriva, almeno in parte, quell’insicurezza di fondo che spinge tanto noi uomini quanto le donne di quella fascia d’età a giocare costantemente in difesa, atteggiamento che si traduce nella convinzione (spesso illusoria) che la chiave della nostra felicità vada cercata altrove. Sì, ma dove? Volendo semplificare, diciamo che tendenzialmente l’uomo e la donna vanno a caccia dell’altra metà del cielo imboccando sentieri diametralmente opposti. Infatti, mentre l’uomo si sente maggiormente attratto dalle ragazze più giovani, la donna è più stimolata dal maschio adulto. Nell’ambito di questo schema che sa molto di Quark e Piero Angela, risulta del tutto evidente che l’età del bivio sia quella dei fatidici trenta, vero e proprio spartiacque tra coloro che riusciranno a mettere su famiglia e chi, invece, è destinato a navigare per chissà quanto nel mare magnum dell’incertezza, quantomeno sentimentale. A detta di molti, quest’incomunicabilità cronica altro non è che il prodotto dell’eccesso di comunicazione dei giorni nostri. Altro paradosso, altra verità. Io stesso posso ormai considerarmi “dipendente” da internet, che consumo in dosi massicce soprattutto sotto forma di newtork sociale. Facebook, tanto per intenderci. Allora, già che c’ero, ieri sera ho pensato di fare buon viso a cattivo gioco sfruttando l’infernale marchingegno per chiedere direttamente ai miei amici virtuali cosa pensassero di quest’argomento. Risultato? Oltre quaranta messaggi (tra pubblici e privati) nel giro di dodici ore, di cui un buon 80% proveniente da rappresentanti del gentil sesso. Diciamo che, tutto sommato, esiste un comune sentire, ma con sfumature diverse, evidentemente figlie delle esperienze personali. Ad esempio, mentre Sissi afferma che “I dolori pregressi portano al congelamento delle emozioni che induce i trentenni a credere che non troveranno mai l’anima gemella”, Emanuela fa autocritica rispetto all’indipendenza delle donne: “Siamo diventate troppo indipendenti e probabilmente non sappiamo ancora come gestirla questa indipendenza o, forse, ci ha rese troppo aggressive e l’uomo non gradisce mettersi in competizione con noi”. Certo, Sissi ed Emanuela hanno focalizzato due elementi fondamentali nell’economia di questa discussione affermando, tra le righe, che noi uomini saremmo troppo poco coraggiosi, perchè spaventati dalle responsabilità che comporterebbe un rapporto con una nostra coetanea, mentre troveremmo molto più attraente la spensieratezza di una ventenne. Il ragionamento, per certi versi, ci puo’ anche stare ma cosa pensano, da par loro, i ragazzi? Il commento più diretto ed efficace è certamente quello di Filippo, che, di primo acchito, parrebbe tradire un punta di machismo: “Balle! Se una storia, intorno ai trenta non va, è perché io trentenne sfigato non mi metterò mai con te sfigata zitella, che hai tutto cadente: il culo, le tette, la faccia, l’umore, l’autostima e persino la conversazione. Io mi voglio mettere con le veline che vedo ogni sera in televisione! Giovani, sorridenti, alte, con tette sode e culi altissimi, perché le ho aspettate tanto tempo e ora me le merito!”. Una provocazione volutamente tranchant, quella di Filippo, ma fino ad un certo punto. Insomma, volendo provare a tirare le somme, è davvero così difficile, al giorno d’oggi, andare d’accordo tra trentenni? Non è che, forse forse, dovremmo tentare di essere tutti un po’ meno cervellotici? Molto probabilmente la verità assoluta non verrà mai a galla ma, se posso dire la mia, quella che più ci si avvicina è certamente Manuela, citando il titolo di un film: “La verità è che non gli piaci abbastanza”. Sicuri che, in fondo, non sia proprio così?</p>
<p>Alessandro Nardone per L&#8217;Ordine del 25 maggio 2010</p>
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		<title>Gran Bretagna, i Conservatori in testa Cameron: &#8220;Possiamo governare&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 06 May 2010 22:02:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Secondo gli exit poll i Tories alle elezioni politiche conquisterebbero 307 seggi senza però ottenere la maggioranza assoluta, 255 seggi ai Laburisti e 59 ai Liberaldemocratici che calano di 4 seggi. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/05/cameron.jpg"><img src="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/05/cameron-300x222.jpg" alt="" title="cameron" width="300" height="222" class="alignleft size-medium wp-image-1150" /></a>Londra &#8211; Secondo i primi exit poll i Conservatori di David Cameron sono in testa alle elezioni politiche in Gran Bretagna. Secondo l&#8217;exit poll di Ipsos Mori i Conservatori conquistano 307 seggi, senza maggioranza assoluta. L&#8217;exit poll assegna 255 seggi ai Laburisti e 59 ai Liberaldemocratici.</p>
<p>Parlamento &#8220;impiccato&#8221; Se le proiezioni dei seggi dell&#8217;exit poll saranno confermati, nessuno riuscirebbe a raggiungere la maggioranza assoluta di 326 seggi: né i Tory con i loro 307 seggi, né la somma di Labour e Lib-dem, che arriverebbero a 315. E&#8217; questo il parlamento &#8220;hung&#8221;, &#8220;appeso&#8221; o &#8220;impiccato&#8221;, che era stato previsto.</p>
<p>Cameron: &#8220;Possiamo governare&#8221; Il leader dei Conservatori, David Cameron esulta e dice: &#8220;Vittoria decisiva, possiamo governare&#8221;.</p>
<p>Ma la prima mano spetta al Labour Se gli exit poll saranno confermati, i partiti dovranno negoziare la formazione del nuovo governo. Secondo la costituzione infatti, è il vecchio partito di governo, in questo caso i laburisti, ad avere il diritto di tentare per primo a formare un nuovo governo. Questo sistema è stato confermato anche dal ministro Peter Mandelson alla Bbc.</p>
<p>I risultati degli exit poll sono &#8220;molto strani&#8221; Lo ha detto il portavoce liberaldemocratico delle Finanze Vince Cable commentando il risultato deludente dei lib-dem agli exit poll, che assegnano al partito 59 seggi soltanto, quattro in meno rispetto ai 63 attuali. </p>
<p>Il ministro Johnson: &#8220;Tory meglio del previsto&#8221; I conservatori sembrano essere andati meglio di quanto prevedevano i sondaggi. Lo ha detto il ministro dell&#8217;Interno Alan Johnson commentando gli exit poll alla chiusura dei seggi. &#8220;Rispettiamo il volere degli elettori britannici&#8221;, ha affermato Johnson intervistato a Sky News. &#8220;Non abbiamo problemi a fare accordi o coalizioni&#8221;. Secondo Johnson tuttavia, è ancora prematuro dare per certo il risultato. Riguardo a cosa farà Gordon Brown se avrà ancora la possibilità di fare il primo ministro, Johnson ha detto che il premier &#8220;merita&#8221; almeno &#8220;di essere lui a prendere la decisione&#8221;.</p>
<p>Dopo tredici anni di governo laburista i britannici hanno votato per rinnovare la Camera dei Comuni e, sulla base dei risultati finali, dare le chiavi al nuovo inquilino di 10 Downing Street. A causa dell’incertezza sull’esito la Regina incontrerà il vincitore solo dopo le 13 di domani. I Tories di David Cameron, confermano le previsioni della vigilia ma il premier laburista Gordon Brown conserva quindi ancora una chance di restare al potere, se riuscisse a creare una coalizione con i Liberaldemocratici di Nick Clegg, il terzo incomodo che ora è l&#8217;ago della bilancia per la formazione di una maggioranza di governo.</p>
<p>Il vincitore sarà comunque chiamato a gestire un deficit di bilancio che ha raggiunto l’11% del Pil, e la richiesta di riforme politiche, dopo lo scandalo dello scorso anno sulle spese dei parlamentari che ha fortemente disgustato l’opinione pubblica.</p>
<p>Alta affluenza Alta l’affluenza alle urne in quelle che saranno ricordate come le elezioni più contese degli ultimi decenni in Gran Bretagna. A spingere molte persone a votare &#8211; in un Paese dove l’affluenza ai seggi di solito non supera il 65% &#8211; sarebbe stata questa campagna elettorale diversa da tutte le altre per via dell’entrata in gioco dei liberaldemocratici a fianco di laburisti e conservatori, sia per il fatto che, per la prima volta, i tre leader dei principali partiti si sono scontrati in diretta tv in tre dibattiti molto accesi.</p>
<p>Leader alle urne David Cameron è stato il primo tra i leader dei tre maggiori partiti a votare: accompagnato dalla moglie Samantha -al quinto mese di gravidanza, avvolta in una tunica viola e issata su tacchi alti- il leader conservatore ha votato alle 10.30 di mattina nel villaggio di Spelbury, a Witney (nell’Oxfordshire, Inghilterra meridionale) la circoscrizione per la quale è deputato. Cameron ha sorriso, si è fatto fotografare ed è apparso finalmente rilassato dopo la maratona di quasi 36 ore ininterrotte di campagna elettorale, con cui ha chiuso mercoledì sera la sua corsa. Poco dopo, alle 11.15, Gordon Brown, accompagnato dalla moglie Sarah, ha votato nella località scozzese di North Queensferry, nel collegio elettorale di Kirkcaldy e Cowdenbeath, nella circoscrizione elettorale di Fife per cui è deputato (in cravatta rossa, così come il cappotto della moglie). Quasi in contemporanea alle 11.25, nella circoscrizione di Sheffield, in Inghilterra settentrionale, in una chiesa metodista, ha depositato la sua scheda il leader Lib-Dem, Nick Clegg. Clegg, in cravatta dorata e accompagnato dalla moglie Miriam, che non può votare perchè è cittadina spagnola, ha salutato i cronisti e poi ha scherzato con loro: &#8220;Non credo che il mio voto sia un segreto&#8221;. </p>
<p>IL GIORNALE</p>
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		<title>&#8220;VADA A FARSI FOTTERE!&#8221;. D&#8217;ALEMA SBROCCA CON SALLUSTI</title>
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		<pubDate>Wed, 05 May 2010 14:57:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pungolato da Alessandro Slluti, il Lider Massimo perde le staffe e si cimenta in uno spettacolo che sa tanto di tramonto, l'immagine perfetta di una sinistra senza più credibilità]]></description>
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		<title>Il Cavaliere è tecnologico: si allena due ore su Facebook</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 08:37:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Berlusconi ha trascorso il sabato sera a esplorare il social network. E' sempre più convinto che Internet sia la nuova frontiera della politica.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/04/premier_fb.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1144" title="premier_fb" src="http://www.italianpeople.info/wp-content/uploads/2010/04/premier_fb-300x224.jpg" alt="premier_fb" width="300" height="224" /></a>Sta per iniziare l’era di «Silvio 3.0». Dopo aver avviato  l’esplorazione della frontiera Internet nel 1995 e aver incoraggiato la  creazione della prima community dedicata a un politico con  forzasilvio.it, il presidente del Consiglio sta pensando a una terza  fase di approccio multimediale: quella del coinvolgimento diretto. Nella  serata di sabato scorso, infatti, il premier ha dedicato oltre due ore  ad aggiornarsi insieme ai responsabili della comunicazione Internet del  Pdl sulle ultime novità e proposte del web, in particolar modo sul  social networking. Silvio Berlusconi di fronte a un monitor è un evento  fuori dal comune anche se da anni, periodicamente, il Cavaliere si  dedica alle tecnologie come veicolo di proposta politica.(<strong><a href="http://www.facebook.com/silvioberlusconifanclub">clicca per  iscriverti al fan club del presidente del Consiglio su Facebook</a></strong>).</p>
<p>A colpirlo, secondo quanto si apprende, è stato il successo delle ultime  iniziative. Il messaggio audio sulla pagina Facebook del Giornale ha  ottenuto una vasta eco mediatica. Anche i cinque videomessaggi  elettorali (due per il sito dei Promotori della libertà e tre per pdl.it  e forzasilvio.it) hanno avuto un impatto molto forte. Il «segreto» che  il presidente Berlusconi ha compreso già da tempo è la forza del viral  marketing che tradotto in italiano suonerebbe più o meno come  «passaparola». In buona sostanza, tutti i contenuti che il Cavaliere ha  affidato ad Internet, in particolar modo dopo l’aggressione del 13  dicembre, si sono moltiplicati in mille rivoli perché la rete dà la  possibilità a tutti gli utenti di condividerli su blog e siti o di  inviarli via mail, consentendone una diffusione capillare che con  quotidiani e tv sarebbe più complicata.</p>
<p>Insomma, il Cavaliere è sempre più convinto dell’importanza dei social  network (Facebook e affini). «Forzasilvio.it ha raggiunto 240mila utenti  registrati in dieci mesi &#8211; spiega Antonio Palmieri, responsabile  Internet del Pdl &#8211; ed è un successo paragonabile a quello di  my.barackobama.com negli Usa, che ha toccato quota 1,5 milioni di  iscritti dopo un anno e mezzo di campagna elettorale». E se il  presidente americano utilizza la propria community per coinvolgere i  suoi elettori, anche Berlusconi ha fatto lo stesso. Su forzasilvio.it  sono già arrivati oltre 6mila opinioni di simpatizzanti sulle riforme:  per esempio, se eleggere direttamente il premier o il presidente della  Repubblica e quanti parlamentari tagliare.</p>
<p>Non è l’unica iniziativa. Per la prima volta nella storia italiana un  premier risponderà direttamente alle domande dei cittadini: fino alla  mezzanotte di domani su forzasilvio.it sarà possibile inviare quesiti, e  a dieci replicherà Berlusconi in persona. «È un rapporto diretto,  immediato &#8211; sottolinea Palmieri &#8211; che al presidente piace molto perché  gli consente una disintermediazione sia dai canali istituzionali sia  dagli stessi media tradizionali. Non a caso L’amore vince sempre  sull’invidia e sull’odio, realizzato con i messaggi giunti dopo  l’aggressione di Tartaglia, è il primo esempio di libro di un politico  scritto dai suoi stessi sostenitori».</p>
<p>Il Cavaliere ha compreso perfettamente che i suoi successi elettorali  sono dovuti a una maggioranza silenziosa che sul web parla ad alta voce.  E con la quale vuole tenersi costantemente in contatto. «In Parlamento  molti ironizzavano sui videomessaggi paragonandolo a Osama nel bunker,  ora si sono ricreduti», conclude sarcasticamente soddisfatto Palmieri.</p>
<p>Gian Maria De Francesco per Il Giornale</p>
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