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Afghanistan, le salme rientrate in Italia Silenzio, lacrime e rabbia: “Sono eroi”

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Afghanistan, le salme rientrate in Italia Silenzio, lacrime e rabbia: “Sono eroi”


ciampino I feretri dei sei parà, avvolti nel tricolore, sono stati sbarcati dal C-130 e sono ora sulla pista dell’aeroporto di Ciampino dove vengono resi loro gli onori militari. L’aereo che ha trasportato in Italia i feretri dei militari – il capitano Antonio Fortunato, il sergente maggiore Roberto Valente, il caporal maggiore capo Massimiliano Randino e i caporal maggiori scelti Davide Ricchiuto, Giandomenico Pistonani e Matteo Mureddu – era decollato ieri pomeriggio dalla capitale afgana. Sulla pista dell’aeroporto romano le alte cariche dello Stato: il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il presidente del Senato, Renato Schifani, il presidente della Camera, Gianfranco Fini. Presente anche il ministro della Difesa Ignazio La Russa, accompagnato dai vertici militari.

La cerimonia All’interno del C-130 dell’Aeronautica sono entrati i paracadutisti che, a spalla, hanno trasportato le sei bare fino ai carri funebri, parcheggiati in un angolo della pista. I feretri passano davanti ad un picchetto della Folgore e ad una formazione interforze di cui fanno parte militari di tutte le Forze armate, crocerossine, appartenenti alle forze di polizia. Sul lato opposto i parenti, le autorità – con in testa il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano – e i vertici militari. Presenti anche due alti ufficiali afgani, frequentatori di corsi in Italia. Il presidente Napolitano ha reso omaggio alle salme dei sei parà. Su ciascuna bara il presidente ha poggiato la mano destra, inchinandosi. Quindi è rimasto ancora in silenzio davanti ai feretri avvolti nel tricolore. Poi l’ordinario militare per l’Italia, monsignor Vincenzo Pelvi, ha benedetto le salme: questo il primo atto delle breve cerimonia che è in corso a Ciampino. Dopo l’omaggio del capo dello Stato, è stato intonato il Silenzio e il picchetto schierato a Ciampino ha reso onore ai caduti.

I commilitoni Folta la rappresentanza dei berretti amaranto della Folgore. Tra di loro, il sergente maggiore Gianluca Spina, tornato solo una settimana fa da Kabul. “Io – racconta Spina – ero molto amico del capitano Antonio Fortunato. Lui è un eroe, morto per la Patria, ha dato la vita per qualcosa in cui credeva, è morto per tutti gli italiani”. Ora, aggiunge, “andremo avanti nel nostro lavoro con ancora maggiore convinzione, per rendere onore al suo ricordo”. All’aeroporto era presente anche il tenente della Folgore, Stefano Cozzella. “Provo – spiega – angoscia e dolore vedendo le famiglie distrutte per la perdita dei loro cari, ma anche rabbia per quello che è successo. Col capitano Fortunato – aggiunge – siamo stati insieme in missione in Bosnia, in Kosovo, in Albania, abbiamo condiviso tante cose e sapere che ora non c’è più mi rattrista moltissimo”.

Il basco del figlio Tra i parenti dei sei paracadutisti c’è anche Simone Francesco, di due anni – figlio del sergente maggiore Roberto Valente – in braccio alla madre e con il testa il basco amaranto della Folgore. All’aeroporto militare di Ciampino sono numerosi i familiari delle vittime che attendono che dal velivolo scendano i feretri. In un’area dell’aeroporto sono già sistemati i sei carri funebri che trasporteranno le bare all’Istituto di medicina legale dove verrà effettuata l’autopsia.

La camera ardente Una volta a Roma i corpi saranno sottoposti all’autopsia disposta dalla Procura della Repubblica che ha aperto un fascicolo sulla strage: una procedura che dovrebbe durare circa sei ore. Poi, nel tardo pomeriggio, verrà allestita la camera ardente presso l’ospedale militare del Celio: qui sarà vietato l’ingresso alla stampa che invece potrà assistere ai funerali solenni che si svolgeranno lunedì mattina alle 11 nella Basilica di San Paolo fuori le mura.

I feriti Intanto sono rientrati in Italia i quattro militari italiani rimasti feriti nell’attacco di giovedì. Il loro arrivo è avvenuto intorno all’1.30 all’aeroporto Leonardo da Vinci di Fiumicino, con un volo dell’Alitalia. Il primo maresciallo dell’Aeronautica Felice Calandriello e i primi caporalmaggiori della Folgore Rocco Leo, Sergio Agostinelli e Ferdinando Buono sono stati trasportati all’ospedale militare del Celio, a Roma. Le loro condizioni di salute non sono preoccupanti: i quattro paracadutisti accusano però un forte stato di choc che consiglia di tenerli ancora sotto osservazione.

Il Giornale

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“Dopo otto anni abbiamo meno paura”

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“Dopo otto anni abbiamo meno paura”


world_trade_center_north_towerAd otto anni dall’11 settembre 2001 è possibile tirare un bilancio della guerra al terrorismo dichiarata dal presidente Usa George W. Bush all’indomani del tragico evento. La data sta ormai a indicare nel mondo intero uno spartiacque tra due periodi storici, come lo sono state il 5 agosto 1945 con la prima bomba atomica, e il 9 novembre 1989 con la caduta del Muro di Berlino.

“Prima” dell’11 settembre il terrorismo islamista non era considerato un potente fenomeno globale, come invece è stato ritenuto “dopo” con l’effetto di provocare un profondo ripensamento delle strategie politiche e militari internazionali delle grandi e medie potenze, non solo in Occidente. Durante la Guerra fredda (1947-1989) la priorità delle democrazie occidentali era lo scontro con l’Unione Sovietica. Con l’11 settembre la difesa dal e la lotta al terrorismo islamista sono divenuti gli imperativi che hanno impegnato le risorse morali e materiali dell’occidente mobilitando l’intelligence e gli apparati militari.

Per avere un’idea di come gli effetti si sono fatti sentire sulla vita quotidiana di centinaia di milioni di persone, basta pensare a quel che è cambiato negli aeroporti. Sul piano militare le campagne condotte dagli Stati Uniti in Afghanistan e Iraq hanno avuto esiti discutibili o ancora aperti. Se per un verso la guerra a Saddam ha avuto il benefico effetto di defenestrare un dittatore sanguinario, per un altro non è riuscita a pacificare la regione che resta tormentata. Probabilmente, nell’ottica della lotta al terrorismo, quella iniziativa di Bush Jr. è stata inutile e controproducente perché ha richiamato sul territorio diversi gruppi riconducibili al fondamentalismo islamista.

Per un altro verso la guerra d’Afghanistan che, diversamente dall’Irak, ha a che fare con Al Queda, dimostra dopo anni che il confronto con il fondamentalismo terrorista islamico non può essere affrontato soltanto con l’uso della forza militare ma richiede una strategia più complessa che punti anche sulla collaborazione economica e civile. Solo gli anni a venire diranno se ciò è possibile, e con quali risultati. Diversamente dalle imprese militari, è ormai indubbio che sul piano dell’intelligence e della prevenzione civile l’Occidente ha avuto finora ragione del terrorismo sul proprio territorio.

Dopo l’11 settembre a New York e gli altri tragici casi di Londra e Madrid, in America e in Europa non vi sono più stati significativi episodi terroristici di matrice islamista, segno che i servizi segreti, le polizie e gli altri apparati di sicurezza hanno funzionato attraverso un efficace coordinamento internazionale indispensabile per affrontare il fenomeno transnazionale. La presenza attiva di minoranze fondamentaliste e terroristiche in seno al miliardo e mezzo di islamici distribuiti sui tre continenti ha provocato un mutamento anche nei rapporti tra gli Stati. La Russia semiautoritaria, la Cina capital-comunista e l’India, in ragione delle loro minoranze etniche, e il Pakistan, a causa della presenza di veri e propri centri islamisti sovversivi, hanno dovuto collegarsi all’Occidente per combattere il terrorismo interno.

Al tempo stesso i cosiddetti paesi “islamici moderati” come l’Egitto e, per altri versi, l’Arabia Saudita, sono stati anch’essi spinti ad appoggiarsi agli americani per resistere più efficacemente alla pressione fondamentalista interna. Un altro fattore emerso dopo l’11 settembre è la proliferazione nucleare che ha aperto una duplice questione di sicurezza interna e internazionale. In primo luogo la potenziale nuclearizzazione di paesi come l’Iran ha sconvolto l’equilibrio nella regione e di conseguenza minaccia la sicurezza di Israele. In seconda istanza la fabbricazione di ordigni atomici da parte di iraniani, nordcoreani, siriani e altri simili Stati dà origine a un pericolo ancora più grave: la diffusione di materiale atomico miniaturizzato anche a gruppi terroristi non statali in grado di farne ovunque un uso ricattatorio.

Tirando le fila in un bilancio complessivo, è realistico affermare che oggi l’Occidente è in grado di difendersi molto meglio di quanto non lo fosse otto anni fa; ma, al tempo stesso, è indubbio che nel mondo intero sono cresciuti i pericoli delle forze del terrore, siano esse arroccate in alcuni Stati come l’Iran e la Somalia, o diffuse in gruppi che per le loro azioni criminali si celano dietro lo schermo ideologico dell’islamismo.

Massimo Teodori per Il Tempo

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La Russa: «In Afghanistan i Tornado possono sparare»

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La Russa: «In Afghanistan i Tornado possono sparare»


ignaziolarussa2«Rivolgo un ap­pello ai magistrati affinché il tempo di sequestro dei blinda­ti ‘Lince’ sia ridotto al mini­mo », dice Ignazio La Russa. In un’intervista al Corriere , il ministro della Difesa affronta alcuni degli aspetti più contro­versi e delicati della missione militare in Afghanistan, della quale i sigilli giudiziari ai mez­zi italiani danneggiati dalle bombe talebane sono un indi­ce. Fino a che punto si può far finta che una missione chia­mata «di pace» non sia in un territorio di guerra? A quali norme devono essere sottopo­sti i nostri militari? Quanti ri­belli sono stati uccisi dai sol­dati italiani? Tra il codice mili­tare di pace applicato attual­mente e quello militare di guerra che venne impiegato in Iraq, il ministro del Popolo della libertà indica una terza strada: «Serve un codice per le missioni internazionali sul quale è possibilissima un’inte­sa con l’opposizione».

I capi del parco macchine del contingente italiano in Afghanistan hanno detto al nostro inviato Lorenzo Cre­monesi che a undici Lince colpiti dai ribelli sono stati messi sigilli giudiziari: per renderli «a disposizione» della Procura di Roma tenu­ta a indagare. Ministro, con­ferma?
«Sì. Non ho il numero esat­to, ma l’articolo è corretto. Dal governo Prodi in poi, tran­ne la parentesi dell’Iraq, il co­dice che si applica non è quel­lo militare di guerra, bensì il codice militare di pace. Se ci sono morti e feriti è come se questo avvenisse in una nor­male esercitazione. Tant’è che stiamo correndo ai ripari».

Verso dove?
«Io non me la sentivo di ap­poggiare un ritorno al codice militare di guerra. Alcuni del Pdl, con un emendamento, me lo chiedevano. Ho detto: lasciate stare, si creano più po­lemiche. Per farli desistere ho impiegato un argomento: nel­le commissioni Difesa del Par­lamento è possibilissima un’intesa con l’opposizione per un codice militare specifi­co per le missioni internazio­nali. Né di pace né di guerra».

Qui sta il punto. All’origi­ne dei sigilli ai Lince non è l’ambiguità in base alla qua­le, per farla apparire nei limi­ti dell’articolo 11 della Costi­tuzione, la missione italiana viene presentata come pacifi­ca mentre agisce in quella che gli alleati definiscono una guerra?
«Non è tanto per l’ambigui­tà. E’ per la scelta fatta dal Par­lamento di applicare il codice militare di pace. So che il mio predecessore al ministero, Ar­turo Parisi, l’ha subita, come l’ho subita io. Ma la rispetto, come va rispettata la Costitu­zione. Per questo stiamo pre­disponendo il nuovo codice».

Per vararlo non serve una legge costituzionale?
«Se ne discuterà in Parla­mento. Vi sono fautori di en­trambe le tesi».

Nel frattempo i Lince?
«Rivolgo un appello ai ma­gistrati affinché il tempo di se­questro dei Lince sia ridotto al minimo. Per la specificità della missione, e perché an­che i blindati rotti ci servo­no » .

A che cosa?
«Per i pezzi di ricambio. Questi Lince continuano a sal­vare le vite di molti soldati. Anche sabato una bomba ne ha fatto saltare uno, ma nessu­no è rimasto ferito. Forse i ma­gistrati pensano che il mezzo, molto danneggiato, possa sta­re sotto sequestro senza pro­blemi. Invece da lì si prende­rebbero i pezzi di ricambio per gli altri mezzi».

Non ne avete?
«Non portiamo tutti i ri­cambi in Afghanistan perché, statisticamente, sono i Lince usurati o danneggiati a fornir­li. E non c’entrano i fondi».

Se viene ucciso un milita­re italiano, la Difesa lo di­chiara: dal 2001 in Afghani­stan ne sono morti 15. Man­ca però un dato: quanti mili­ziani afghani sono stati ucci­si dai nostri soldati in scon­tri a fuoco?
«Il numero preciso non vie­ne tenuto. Non c’è una conta­bilità anche perché è difficile accertarlo. Di certo il numero degli insorti — talebani, traffi­canti di droga, tutti coloro che compiono atti ostili — è superiore alle perdite subite dai contingenti internaziona­li. E di molto».

Quelli colpiti da italiani?
«Anche per i nostri il rap­porto è di sicuro più alto. Quando i nostri sono stati co­stretti a difendersi, gli altri hanno subito perdite. Tra i contingenti siamo quelli che hanno avuto meno lutti, an­che se non per questo meno dolorosi».

I morti afghani sono di più da quanto avete tolto i ca­veat che limitavano l’impie­go dei militari in combatti­mento?
«No, la natura della missio­ne non è mai cambiata e l’uni­co caveat tolto è sull’impiego fuori dalla zona Ovest, per al­tro quasi mai utilizzato».

I cacciabombardieri Tor­nado italiani hanno già co­minciato a dare copertura aerea ai soldati, ossia a spa­rare oltre che ad avere fun­zioni di ricognizione?
«Dopo aver informato le Ca­mere, ho dato via libera ai co­mandanti. A loro valutare. Parliamo non delle bombe, che sull’aereo non portiamo neanche. Ma del cannoncino dei Tornado, simile a quello degli elicotteri Mangusta».

Quanti Predator, aerei sen­za pilota, manderete in più?
«Per ora li raddoppiamo: al­tri due. Sarebbe bene averne di più, ma al momento abbia­mo questi. Li manderemo in­sieme con altri elicotteri».

Maurizio Caprara per Il Corriere della Sera

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Le sue ultime parole: «La guerra? Sporco lavoro ma qualcuno deve farla»

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Le sue ultime parole: «La guerra? Sporco lavoro ma qualcuno deve farla»


alessandro-di-lisio«La guerra è uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farla» ha scritto Alessandro Di Lisio su Facebook prima di morire in Afghanistan. Non mancherà chi utilizzerà questa frase per la solita propaganda spicciola contro le missioni militari sui fronti più caldi. Invece sono le parole vere e crude di un soldato, il caporalmaggiore Di Lisio, che non si è mai tirato indietro. Un parà tutto d’un pezzo, nato a Campobasso. Un ragazzo che ha sacrificato la sua vita per quello in cui credeva. «Mentre altri alla sua età si fanno prendere da mille distrazioni, Alessandro ha affrontato una missione in cui sapeva che rischiava la vita. Era un ragazzo convinto, che faceva onore ai suoi 25 anni», racconta il colonnello Vittorio Stella. Comandante dell’8° reggimento guastatori paracadutisti di Legnago, l’unità del parà caduto in terra afghana.
Di Lisio si era fatto tatuare sul braccio sinistro un cane dalla faccia simpatica con il basco da paracadutista. Amava la gloriosa divisione Folgore, che da El Alamein a Farah si è coperta di gloria. E aveva un allevamento di cani. «Non era solo un mio commilitone, ma un compagno per tutta la vita» ricorda il caporalmaggiore scelto Nicola Iasci. A Nassirya, nell’inferno iracheno, erano stati fianco a fianco. «Ha scelto lui il mio bulldog che ho chiamato Tyson – racconta l’amico –. Voleva rimanere per sempre nell’esercito e non si tirava mai indietro». I due guastatori si sono lanciati assieme con il paracadute «quando la tensione si taglia con il coltello. E se Alessandro non era a bordo si arrabbiava».
Sembra che pure il padre fosse un paracadutista, ma ora è distrutto dal dolore. «Non posso crederci, non è vero, forse è uno scherzo?» avrebbe detto quando ha ricevuto la terribile notizia. Suo figlio era un ragazzone alto e robusto, capelli neri e corti tagliati all’americana. «Stava con Mariangela da due anni e mezzo», raccontano i commilitoni. Su Facebook ha scritto «troppo di destra», come orientamento politico. La 22ª compagnia guastatori, di cui faceva parte, si chiama “Angeli neri”, ma Alessandro non era un invasato e tantomeno un estremista o un fanatico. Piuttosto un ragazzo schietto e coraggioso. «Non è andato in Afghanistan per motivi meramente economici. La sua era una scelta di vita. Per noi era un esempio nei momenti belli e anche in quelli brutti», ricorda l’amico Iasci. I due giocavano a calcetto assieme e del commilitone ricorda un particolare: «Il timbro di voce: prima ancora di vederlo arrivare lo sentivi».
A casa ha lasciato la famiglia che vive a Peschiatura di Oratino, in provincia di Campobasso. Il padre Nunzio, la madre Addolorata e le sorelle Maria e Valentina, che piangono il giovane parà caduto in Afghanistan. Secondo il sindaco del piccolo centro, Orlando Iannotti, «Alessandro era un ragazzo solare, comunicativo e affidabile».
Sulla rete il guastatore della Folgore è già un «eroe». «Portare la pace a volte comporta rinunce importanti e Alessandro ha rinunciato alla propria vita… cosa dire… onore all’uomo, onore al soldato, ciao Alessandro anche se non ti conosco!!!!», scrive un navigatore. Altri pensano all’angoscia dei parenti: «Quando ho sentito la notizia alla tv della morte di un militare ho avuto i brividi… mio marito caro Ale è un tuo collega, capisco cosa vuol dire», scrive Mariangela.
Il caporalmaggiore Di Lisio era stato in missione in Irak nel 2005 e questa volta è partito con una cinquantina di militari del genio guastatori. In Afghanistan era arrivato ad aprile. Per i suoi 38 amici su Facebook aveva scritto: «Mancano soltanto tre mesi di guerra… solo tre mesi».
www.faustobiloslavo.com

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Preparavano attentati a Milano e Bologna, arrestati 5 maghrebini

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Preparavano attentati a Milano e Bologna, arrestati 5 maghrebini


arrestatoErano pronti a colpire la metropolitana di Milano e la chiesa di San Petronio a Bologna i cinque maghrebini raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip su richiesta della Procura della Repubblica di Milano. Attacchi che il gruppo, attivo anche in Algeria, Marocco e Siria, voleva mettere a segno nella primavera del 2006. Per i 5 l’accusa è di associazione con finalità di terrorismo in Italia e all’estero, di finanziamento del terrorismo internazionale, di reclutamento e addestramento di numerose persone inviate in Iraq ed Afghanistan al fine di compiere attentati contro obiettivi civili e militari. Nel mirino della vasta organizzazione transnazionale c’erano, secondo i Ros, oltre all’Italia, anche la Francia, la Spagna e la Danimarca. La minaccia individuata all’epoca dalle indagini dei Carabinieri era stata ritenuta così concreta ed imminente da suggerire un provvedimento immediato di espulsione di alcuni fiancheggiatori da parte del Ministro dell’Interno.

Adnkronos

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