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“Siamo in piazza, ci sparano addosso”

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“Siamo in piazza, ci sparano addosso”


iranian-supporterTwitter, Skype, Facebook. L’informazione dall’Iran passa ormai soltanto attraverso le nuove tecnologie. Te ne accorgi quando tenti di metterti in contatto con i tuoi amici, la tua interprete, le persone che ogni volta che arrivi nel loro Paese rendono il tuo lavoro più facile e che manifestano una voglia enorme di comunicare. Un desiderio che, in momenti come questi, non si placa, ma esige maggiore attenzione. Dallo scorso settembre, infatti, la compagnia telefonica nazionale è controllata dai Guardiani della Rivoluzione attraverso la Etemad Mobin che fa capo ai Pasdaran. Difficile trovare, quindi, chi sia disposto a parlare. Meglio usare la classica chat, oppure cercare un intermediario, che faccia da ponte, come Maryam. La chiameremo così per assicurarne l’anonimato. Maryam vive in Italia e comunica quasi ogni giorno con i suoi amici in Iran. «Hanno paura di rilasciare interviste telefoniche ad occidentali perchè le linee sono sotto controllo», mi spiega. Qual è l’alternativa per non sacrificare la loro incolumità in nome di qualche informazione in più? «Mi faccio raccontare io, come se fosse una normale chiacchierata, e poi ti traduco. Così è meno pericoloso», assicura. In realtà, tutto non è così semplice, a partire dalla difficoltà nel prendere la linea fino alle interferenze. Vengo a conoscenza così di Parinaz. Anche lei è scesa in piazza, domenica a Teheran, insieme ai suoi amici.

Tutti studenti come lei. Venticinque, ventisei, ventisette anni. «Eravamo nella zona di Vali Asr, all’incrocio con Enghelab, la zona dell’università Amir Kabir», racconta. «Gli agenti impedivano a tutti di unirsi. Ci siamo ritrovati in gruppetti sparsi, nel tentativo di aggregarci gli uni con gli altri. Nonostante gli agenti di polizia continuassero a puntare le armi all’altezza del viso». La sensazione è che, superato lo shock per le prime morti, durante gli scontri della scorsa estate, questa volta le persone avessero meno paura. La rabbia, invece, è cresciuta. Molto. Si vede anche dalla reazione dei manifestanti che hanno attaccato poliziotti e Basiji con qualunque cosa capitasse loro a portata di mano: sassi o vetri. La ragione è legata al fatto che «fare fuoco mel mese di Muharram, il primo mese del calendario islamico, uno dei quattro considerati sacri, è stata una violazione troppo forte; una provocazione evidente», aggiunge Maryam. «È vero, questa volta avevamo meno paura. Abbiamo acquisito maggior determinazione e sicurezza», conclude Parinaz, lanciando un assist a Fatemeh (altro pseudonimo), che come lei è stata per le strade di Teheran nelle ultime ore.

Con Fatameh ho appuntamento su Skype, alle 17 ora italiana, fissato grazie ad un sms che è riuscita a ricevere, nonostante il blocco delle comunicazioni. «Domenica è stato completamente differente», esordisce. «Teheran era nelle mani dei manifestanti e sono sicura che chi è al governo si è spaventato per questo. La gente combatteva davvero e per la prima volta è riuscita a mettere in fuga la polizia». Immagini che sono rimbalzate ovunque nel mondo, attraverso YouTube, Twitter e blog, a conferma dell’impossibilità di impedire la fuoriuscita di notizie nel villaggio globale. «Gli iraniani stanno diventando sempre più aggressivi e sono disposti a lottare per i loro diritti, pur sapendo che potrebbero essere uccisi per questo. Anche il nipote di Mousavi è morto, ma lui non è diverso da un altro martire. Questo è il prezzo da pagare per la libertà».

Che la gente sia molto più arrabbiata è convinta anche Zahra. Con lei ho un appuntamento su Facebook, per il classico botta e risposta via chat. Ma la connessione va e viene. «Userò i siti per forzare il blocco», mi aveva annunciato nel corso di una brevissima telefonata. Quello che riesce a comunicarmi ora sono ansia e paura, miste ad eccitazione. «Stiamo per esplodere. Nessuno teme più nulla: gas lacrimogeni, colpi di manganelli, prigione. Neanche la morte». E una emoticon, una faccetta stilizzata che piange, tipica del linguaggio breve degli sms, chiude la nostra conversazione.

Antonella Vicini per Il Tempo

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«È un massacro, ci uccidono tutti» Spari sulla folla per le strade di Teheran

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«È un massacro, ci uccidono tutti» Spari sulla folla per le strade di Teheran


1_28_a450A notte, quando a Teheran sono già le 23 le vedette di Twitter diffondono messaggi angoscianti e raccapriccianti. «Caricano i cadaveri sui camion, è un mattatoio, un essere umano non può comportarsi così, preghiamo Dio di salvarci si spara ad Aazad Street. A Lalezar Street e a Baharestan Street ci sono morti e sangue ovunque, colpivano la gente con la scure, come macellai. Dobbiamo scappare hanno preso uno di noi, dobbiamo fare in fretta». È l’ultimo appello dalle piazze del massacro, l’ultimo urlo dalle piazze di Teheran trasformate stando a questi frammentari e inverificabili brandelli di notizia in nuove Tienanmen. Il primo allarme scatta quattro ore prima quando la telefonata di una ragazza in lacrime trasmessa dalla Cnn e irrompe nell’etere. «È un massacro, ci bastonano come animali», urla con voce rotta dal pianto spiegando in inglese di avere 20 anni e di trovarsi nella zona intorno al Majlees, il parlamento iraniano.
«Tentano di buttarci giù da un ponte sopraelevato, colpiscono chiunque, c’è una donna coperta di sangue dalla testa ai piedi, l’hanno ridotta così sotto gli occhi di suo marito, le forze di sicurezza ci sparano addosso, la gente li implora di fermarsi, ma loro non ci ascoltano, continuano a sparare, ci vogliono tutti morti». Dopo quella telefonata è il caos, un caos comunicativo e mediatico che rende difficile valutare l’entità degli scontri. A dar retta ai messaggi diffusi dai vari attivisti di twitter gli incidenti si concentrano nella zona del parlamento intorno alla piazza e alla fermata del metrò di piazza Baharestan, vicino al Parlamento. «La gente sta portando i feriti a casa per assisterli», scrive uno. «Attenti agli elicotteri, guidano i basiji dall’alto», avverte un altro. In quella piazza mattatoio un gruppetto di 200 dimostranti sarebbe stato fermato dalla polizia e da consistenti gruppi di miliziani basiji in moto armati di bastoni elettrici e spranghe.
Chi siano gli organizzatori della protesta e chi la guidi non si sa. Il sito di Mir Hussein Moussavi accenna ad una manifestazione convocata nella zona del parlamento, ma si dissocia dagli organizzatori e raccomanda calma e moderazione. Di certo chi ha sfidato polizia e milizie fronteggia uno schieramento invalicabile e spietato. «È un inferno», scrive un testimone riferendo di una ragazza uccisa da diversi colpi di arma da fuoco e di un totale di almeno tre o quattro morti. «La piazza è piena di sangue», annota un altro messaggio che da i dimostranti in fuga verso un’altra piazza. Molte notizie risultano difficilmente confermabili. «Le ambulanze caricano i feriti e li portano nel deserto per lasciarli morire». Esagerazioni, forse, che danno l’idea della situazione di confusione in cui è sprofondata Teheran, una metropoli di 12 milioni di abitanti dove solo il regime sa, forse, cosa stia succedendo. L’impossibilità di verificare e controllare dopo la cacciata di tutti i giornalisti stranieri e la messa al bando o l’arresto di quelli locali lascia spazio, secondo alcuni messaggi alla disinformazione. «La voce della ragazza alla Cnn era troppo pulita e limpida, impossibile trovare una linea telefonica così pulita dall’Iran», annota un twitter sospettoso. Secondo la tv americana almeno altre due fonti confermerebbero però la «selvaggia violenza» delle forze dell’ordine.
«Ci stavano aspettando», racconta un altra voce trasmessa dalla Cnn. «Avevano armi e tenute antisommossa. È stato come cadere in una trappola. Ho visto molta gente con braccia, gambe e teste rotte. C’era sangue dappertutto e gas lacrimogeni come in guerra». Infine nella notte l’ennesimo affronto. «La famiglia di Neda, la ragazza uccisa sabato simbolo della repressione, è stata portata via da casa dalle forze di sicurezza».

Gian Micalessin per Il Giornale

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Iran, Obama condanna la repressione

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Iran, Obama condanna la repressione


barack-obama-speechesIl presidente Usa Barack Obama ha condannato oggi la repressione delle proteste anti-governative in Iran, nella sua dichiarazione più aspra sino a questo momento, definendo gli Usa “disgustati e oltraggiati” dalle violenze in corso a Teheran.

“Condanno fermamente queste elezioni ingiuste e mi unisco al popolo americano nel piangere ogni vita innocente persa”, ha detto, facendo riferimento alle vittime delle proteste contro la vittoria del presidente Mahmoud Ahmadinejad alle elezioni dello scorso 12 giugno.

Obama ha aggiunto resta aperto l’invito a Teheran a migliorare i rapporti con la comunità internazionale.

“Abbiamo fornito una strada attraverso la quale l’Iran può unirsi alla comunità internazionale, impegnarsi ed entrare a far parte di norme internazionali. Sta al Paese decidere se percorrere o meno questa strada”, ha affermato parlando ad una conferenza stampa.

Il presidente Usa ha anche respinto le accuse iraniane secondo cui le potenze occidentali stanno istigando le proteste, definendole “palesemente false e assurde”.

Le autorità iraniane si sono dette pronte oggi a dare una lezione esemplare ai manifestanti. Agenti in tenuta antisommossa e militanti Basiji nelle principali piazze di Teheran hanno respinto le proteste di massa che si sono susseguite per tutta la settimana dopo l’annuncio della controversa rielezione del presidente Ahmadinejad.

Per il momento sembra che la leadership fondamentalista abbia raggiunto una posizione dominante. Le autorità hanno accusato oggi il segretario generale delle Nazioni Unite di interferire negli affari interni del Paese, dopo che Ban Ki-moon aveva chiesto di porre immediatamente fine all’uso della forza contro i civili.

“Il signor Ban Ki-moon, sotto l’influenza di alcune potenze, sta ignorando la realtà delle elezioni in Iran e le sue dichiarazioni contraddicono i suoi doveri … e sono una chiara interferenza negli affari di stato dell’Iran”, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Hassan Qashqavi secondo quanto riferito dall’agenzia stampa Isna.

PROLUNGATO TERMINE PER RECLAMI

In un’apparente concessione, però, l’Ayatollah Ali Khamenei ha accolto oggi la richiesta del principale organo legislativo iraniano di prolungare di cinque giorni il termine ultimo per presentare i reclami dei candidati alle elezioni presidenziali dello scorso 12 giugno, secondo quanto ha riferito la tv di Stato.

In precedenza il Consiglio dei Guardiani aveva nuovamente escluso l’annullamento del voto richiesto da Karoubi e dall’ex ministro moderato Mirhossein Mousavi, principale sfidante di Ahmadinejad.

“Il Consiglio dei Guardiani iraniano respinge l’annullamento delle elezioni presidenziali del 12 giugno, dicendo che non ci sono state significative irregolarità nelle operazioni di voto”, ha annunciato l’emittente in lingua inglese Press TV.

“Invece di sprecare tempo a ricontare alcuni voti, cancellate il voto”, ha detto Karoubi in una lettera al Consiglio.

Il Consiglio aveva già chiarito che non avrebbe annullato le elezioni, dicendosi pronto solo a ricontare il 10% delle schede in modo casuale.

Il risultato elettorale ha scatenato le più violente manifestazioni di piazza in Iran dalla rivoluzione islamica del 1979. Centinaia di persone sono state fermate dalla polizia nelle ultime due settimane.

“Le persone arrestate durante le ultimi vicende saranno trattate in modo da impartire loro una lezione”, ha detto un alto magistrato, Ebrahim Raisi, citato dalla televisione di stato.

Una delle accuse più ricorrenti da parte dei candidati sconfitti, che hanno presentato 646 denunce di irregolarità, è che il numero dei voti superi in alcuni collegi quello degli aventi diritto al voto.

Ma il portavoce del Consiglio dei Guardiani, Abbasali Kadkhodai, ha detto che ciò potrebbe essere dovuto al fatto che gli iraniani potevano votare dovunque volevano e che in ogni caso questo non avrebbe avuto un impatto significativo sul risultato elettorale.

Reuters

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Nel nome di Neda

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Nel nome di Neda


iran-5_1428382iNon si sa più dove piangere Neda, la ragazza uccisa in via Amirabad. L’appuntamento per i “terroristi” – come il regime definisce i manifestanti – che hanno deciso di sfidare l’avvertimento del capo della polizia Moghaddam è ballerino per tutta la mattina. La famiglia vorrebbe celebrare il rito funebre nella Moschea di Nilufar, ma la richiesta viene bocciata dalle autorità. Nel primo pomeriggio il tam tam  conduce un migliaio di coraggiosi in piazza  Haft-e-Tir. Ci sono candele accese e mani che si stringono.

Neda è più di un simbolo, ormai è una di famiglia e non importa che sabato fosse in quella maledetta via Amirabad per un caso o se avesse davvero scelto di rischiare insieme ai “terroristi”. Sui blog ci sono già decine di versioni e la testimonianza di una ragazza che dice di essere sua sorella. “Sono qui per dirvi che mia sorella era una persona per bene, che come me voleva sentire il vento tra i capelli, leggere Forough (Farrokhzad, la celebre poetessa), essere libera, tenera la testa alta e dire: Sono iraniana”. Queste frasi le hanno lette in molti e in piazza Haft-e-Tir c’è chi decide di ricordarla leggendo dei versi. Ma nelle piazze iraniane in questi giorni non c’è posto per la poesia. Forough viene interrotta dal fracasso degli elicotteri mentre partono idranti e lacrimogeni e nella confusione i proiettili volano in tutte le direzioni come in un videogioco. E’ lo stato d’assedio vaticinato per tutta la giornata: a destra e a sinistra i reparti anti-sommossa non lasciano vie di fuga.

E’ un dispiegamento colossale quello contro i “terroristi” e le loro candele, ma la polizia era stata chiara: vandali, hooligan non avrebbero avuto scampo. In piazza Haft-e-Tir non si sa più dove correre e la vertigine della sfida lascia presto spazio ad un panico che mozza il respiro. In questi giorni i “terroristi” hanno imparato tante cose. I lacrimogeni di nuova generazione causano dolori terribili e lasciano un senso di spossatezza che dura tre giorni, il curcuma è un portento per cicatrizzare le ferite e le ustioni chimiche, invece, sono un guaio serio e se investite da una sostanza sconosciuta bisogna cercare al più presto un medico e fare attenzione a strapparsi di dosso i vestiti. E però saperlo non rende le gambe più veloci quando i bassiji ti urlano dietro.
Corre voce che l’ambasciata più accogliente sia quella australiana, quella inglese invece pare sia stata appena evacuata, ma le notizie sono frammentarie e chi cerca la salvezza nel centro di Teheran spera di sgattaiolare in un vicolo buio e appiattirsi contro un muro.

Chi corre ha stampata in testa la cartina geografica della paura: il parco Laleh e lo stadio Shiroudi sono i luoghi dove si pianifica l’orrore. E’ li’ che si ammassano i reparti anti-sommossa, e’ li che si coordinano le squadracce di bassiji e pasdaran. E’ lì che testimoni hanno visto cadaveri e hizbollahi libanesi. A Vali-e-Asr invece è in corso un’altra manifestazione e forse anche a piazza Ferdowsi. Tra i “terroristi” gira voce che presto potrebbe essere braccato anche Mir Hossein Moussavi. I falchi premono perché venga punito prima che lo sciopero generale lo trasformi da leader riluttante in martire. Chi ha memoria del ‘78-79 spiega ai più giovani che probabilmente partirà tutto dal settore petrolchimico e che non c’è da perder tempo, bisogna organizzare le dispense, ritirare i contanti dalle banche, riempire le taniche di gasolio.

Tutti dicono che i tempi saranno molto duri prima di essere migliori e i terroristi si fanno coraggio. Khash-o-Khashak, polvere e spazzatura ha detto Ahmadinejad parlando dei manifestanti. E Khash-o-Khashak è diventato un inno per i rivoltosi. Viene gridato sui tetti quando scende la notte ed i bassiji bussano alle porte. Viene scaricato sui telefonini, perché ormai l’insulto è una parola d’ordine, una canzone corredata di video con le immagini più tragiche e commoventi di questo giugno di speranza e di sangue.
Nel frattempo la comunità internazionale grida ai brogli e Chatham House offre un resoconto della loro estensione. Il Consiglio dei Guardiani  ammette che sì, ci sono state “irregolarità” quantificabili in 3 milioni di voti, ma non c’è da inquietarsi non sono cifre che avrebbero potuto cambiare il responso delle urne. A tutto, in fondo, c’è una spiegazione e Kamran Daneshjou, capo della commissione elettorale, ha attribuito la miracolosa percentuale di votanti della città di Taft alla dolcezza del clima nella provincia di Yazd.

All’ombra dei seminari, intanto, continua la lotta dei seyyed. Da Qom arrivano indiscrezioni sulle manovre di Ali Akbar Hashemi Rafsanjani. Potrebbe sciogliere il silenzio alla preghiera del venerdì speculano alcuni consiglieri mentre la conta degli ayatollah pro e contro Khamenei viene aggiornata febbrilmente. Circola una lettera firmata da 40 membri del Consiglio (su 86) che chiede l’annullamento delle elezioni, una premessa al passo successivo e decisivo: l’azl, l’“impeachment”, il congedo di Khamenei.

Tatiana Boutourline per Il Foglio

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Iran: video shock, ecco come vengono ammazzati i ribelli

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Iran: video shock, ecco come vengono ammazzati i ribelli


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Esclusivo: “In Iran decine di contestatori uccisi”. Ecco come stanno davvero le cose.

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Esclusivo: “In Iran decine di contestatori uccisi”. Ecco come stanno davvero le cose.


repressione iranIran,paese ricco e povero. Parti da Milano, arrivi all’aereoporto di Teheran, scendi dall’aereo e subito pensi: ho sbagliato volo, qui siamo a New York… grattacieli, locali, profusione di auto e moto da far impazzire, belle ragazze. Accidenti, appena vedi le ragazze, capisci subito che non sei a Manhattan, sei in Iran, tutte portano il velo! Le più giovani, giusto un foulard che “copre” i capelli, alcune, invece, totalmente coperte, le vedi solo in faccia.

Gli uomini, anche nel caldo dei 45 gradi estivi, non possono portare pantaloncini o maglie smanicate. Non possono gustarsi una bella birra fresca, pena la prigione. Da Europeo pensi: questi sono tutti matti, come fanno a vivere con queste leggi? Non fai in tempo a dirlo che ti arrestano perche tieni per mano l’amica di tua cugina in pubblico, passeggiando nel parco. Sei costretto a chiamare “quel tuo parente” influente, se sei fortunato e il poliziotto si fa corrompere, bastano dieci euro. Altrimenti: prigione.
Sei seccato, tutte queste restrinzioni non ti garbano. Parli coi cugini di “rivoluzione”. Loro la farebbero, i loro padri cinquantenni o giù di li, ne hanno subita una, e dicono che ha fatto solo del male al paese.

Pian piano ti accorgi che la Capitale è fatta di 2 tipi di persone: gli Islamici, tutti ligi al Corano e alle sue “leggi” (che poi è risaputo che, ad esempio, nel Corano si dice: le donne si vestano in modo consono, quindi non : è vietato per le donne mostrare i capelli) e poi i Moderati, forse addirittura filo-occidentali, un po più benestanti, piu liberali, quelli che per obbligo seguono la legge, ma nelle loro case si fanno festini dai quali Lapo Elkann dovrebbe prendere lezioni, alcool e donne e fumo a gogò, vestiti, auto, computer, cellulari… la bella vita insomma…

Decidi di andare “fuori” dalle grandi città, fuori dai soliti “tourism places”, e vedi il Terzo mondo. Villaggi diroccati, dove vive il 60% della popolazione, contadini o pastori, lì le donne DEVONO avere velo integrale (nero), li non v’è nulla, non esistono i piaceri della capitale, l’informazione è nulla…

Ivi, gli uomini hanno tutti gli interessi ad avere Ahmadinejad come Presidente.

Chiamati alle urne, gli Iraniani, popolo strano come pochi, si affollano a votare. La scelta, è data da alcuni temi base: Nucleare, Riforma Economica, Piani di Sussidio, Libertà d’informazione e stampa, rapporti con gli USA, e alcuni altri di minore rilevanza. Ahmadinejad, nel suo despotismo, vuole il bene del’iran, dopotutto vuole presentare l’Iran come una grande potenza, vuole l’egemonia sul Medio Oriente, vuole contare qualcosa nelle politiche mondiali e allora decide di “modernizzare” la campagna elettorale: facebook, sms, dibattiti televisivi…tutte cose che non s’erano mai viste, ma che si rivelarono per Ahmadinejad armi a doppio taglio; già, perchè a usare con astuzia queste “armi” fu il suo principale avversario, Moussavi.
Moussavi, che aveva dalla sua tutto il sostegno delle Donne (sua moglie ne ha fatte tante!!!) e di tutti i giovani, in particolare gli universitari. Questi ultimi, avendo un grado culturale più alto della media, sanno come si vive all’estero, e agognano uno stile di vita occidentale, liberitario, equo.

D’altro canto, Ahmadinejad ha il sostegno degli Islamici Fondamentalisti, che malgrado l’assurdità che noi Europei ci vediamo, sono circa il 30% della popolazione; e anche buona parte della Massa di poveracci che c’è in Iran lo supporta. Perciò, se vi fosse stata una vittoria di Ahmadinejad per il 50/55% dei voti, si poteva credere in un’onesta e regolare votazione.
Come sono andate veramente le cose? Analizziamo per punti:
1) come spiegato prima,nei villaggi il contadino non votava quasi mai, poichè non poteva perdere tempo per cose che lui considerava non rilevanti.
2) la polizia e le forze paramilitari e i Pasdaran (polizia islamica) sono sotto il controllo del Presidente e della Guida Suprema (l’ayatollah). Quest’ultimo, ha tutti gli interessi di vedere rimanere al comando Ahmadinejad e non altri, piu moderati sul piano religioso-sociale. I pasdaran sono spesso al di sopra della legge

Basta mettere assieme, e si scopre la beffa: pasdaran (per la cronaca, armati di mitra) che girano per i seggi elettorali, senza ideali come “il voto è libero”; pasdaran che vanno nei villaggi a obbligare la gente a votare, scrutatori corrotti governativi, che mentono pur di far vincere Ahmadinejad ed ecco spiegato il perchè della Grande Vittoria….

Ripreso il potere, il presidente decide di confinare il suo avversario, il suo Temibile avversario ai domiciliari. Temibile perche dopo tanti anni era stata, Moussavi, la prima vera persona capace di far sognare gli Iraniani, stanchi del regime, sia in Iran che in tutto il mondo (su 80mila elettori iraniani non residenti in iran il 98% ha votato Moussavi).

Ripreso il potere, ha avviato una violenta repressione dei suoi contestatori, e li, va detto e anzi va urlato (cosa che i TG non fanno) vengono uccise decine di persone, tra loro anche Giovani universitari il cui futuro è assai buio.

Facebook e telefonini non funzionano piu, i giornali sono obbligati a scrivere sotto forte censura governativa. La paura, data dagli scontri incessanti, dilaga. E, quelli con piu ampie vedute, temono un attacco militare israelo-americano in questo momento di debolezza, perchè dopo 30anni di unità, l’Iran s’è divisa e forse, forse, una nuova rivoluzione potrebbe far stampare nuovi dizionari in Iran, dizionari con un termine in più, nuovo. Libertà.

Samin S. Z.
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Ahmadinejad trionfa al primo turno Mousavi non ci sta e denuncia brogli

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Ahmadinejad trionfa al primo turno Mousavi non ci sta e denuncia brogli


iranIl presidente uscente Mahmoud Ahmadinejad esce vincitore già al primo turno delle elezioni presidenziali iraniane e spazza via le speranze dei moderati che puntavano su Mir Hossein Mousavi. Con l’81 per cento delle schede scrutinate, Ahmadinejad viene confermato con quasi il 65 per cento delle preferenze, mentre il leader riformista deve accontentarsi del 32 per cento, anche se i suoi sostenitori hanno contestato la regolarità del voto. Molto più indietro l’ex comandante dei Pasdaran, Mohsen Rezai, con il 2 per cento e ancora più staccato l’ex presidente della Camera (Majlis) Mehdi Karroubi con meno dello 0,9 per cento. Secondo la Commissione Elettorale presso il ministero dell’Interno il presidente uscente ha raccolto 19.761.433 voti mentre l’ex premier ne ha ottenuti 9.541.056. Mousavi, dal canto suo, ha insistito sulla necessità di «tornare alla legalità e salvare il voto della nazione» e ha «consigliato alle autorità – secondo quanto rivela il sito web Qalam News – di porre fine immediatamente all’attuale comportamento nel conteggio dei voti prima che sia troppo tardi».

L’APPELLO ALL’AYATOLLAH – Mousavi ha denunciato brogli e annunciato ricorso al supremo leader iraniano, Alì Khamenei.L’esponente moderato ha inviato una lettera all’ayatollah. La notizia è stata data al canale in persiano della Bbc da Said Shariati, un portavoce dello stesso Mousavi, il quale ha affermato che i risultati sono «totalmente contrari alle notizie raccolte ieri» dallo staff del candidato moderato. «Anche se lui accetta questi risultati, non li accetteranno i suoi sostenitori», ha aggiunto Shariati, senza precisare il contenuto della lettera alla Guida. Shariati ha detto che in questo momento Mousavi è in riunione con i suoi consiglieri per discutere i prossimi passi da adottare. Il portavoce del candidato moderato ha aggiunto che ieri due uffici elettorali di Mousavi a Teheran sono stati attaccati da uomini in borghese che hanno lanciato gas lacrimogeni e usato manganelli.

SCONTRI A TEHERAN – Intanto arrivano già notizie di violenze di strada. Alcuni sostenitori di Mousavi hanno dato vita a proteste accese nelle vie della capitale, Teheran. «Vogliono rovinare il Paese e vogliono peggiorare le cose nei prossimi quattro mesi» urlavano i manifestanti caricati dalla polizia di fronte agli uffici utilizzati come quartier generale della campagna elettorale di Moussavi. Gli agenti hanno tentato invano di disperderli. «Resteremo qui, moriremo qui» ha gridato una donna colpita con una manganellata da un poliziotto. «Ho paura che abbiano giocato con il voto della gente» ha detto un’altra. La polizia ha chiesto ai gestori dei negozi nella zona di abbassare le serrande.

TIMORI IN ISRAELE - La vittoria di Ahmadinejad alle presidenziali iraniane è giudicata «molto preoccupante» in Israele. «È uno sviluppo molto preoccupante che porta il Paese a opporsi al mondo occidentale, perchè Ahmadinejad è il più militante del candidati», ha commentato una fonte ufficiale dello Stato ebraico.

CorSera

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La trappola di Teheran

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La trappola di Teheran


mahmud-ahmadinejadNella cronaca diplomatica i colpi di scena non sono una rarità, ma quello toccato ieri al nostro ministro degli Esteri ha pochi precedenti. Franco Frattini aveva già preparato la valigia e si accingeva a partire per Teheran quando il protocollo iraniano, con un’ora o poco più di anticipo, ha trasmesso alla Farnesina una nuova «condizionante» richiesta: doveva essere previsto un incontro con il presidente Ahmadinejad a Semnan. Nella stessa località, cioè, dove l’Iran aveva appena lanciato con successo un missile terra-terra di nuova generazione, capace di colpire Israele, le basi Usa in Medio Oriente e l’Europa sudorientale. Fiutata la trappola che lo avrebbe in qualche modo associato al minaccioso esperimento balistico, Frattini ha giustamente deciso di non partire. E sulla pista sono rimaste soltanto due inevitabili considerazioni.

La prima riguarda proprio il ministro Frattini, che nel prevedere il viaggio ha peccato d’imprudenza. Non perché la sua politica di coinvolgere l’Iran nella stabilizzazione dell’Afghanistan e del Pakistan sia errata. Non perché l’Italia abbia preso una iniziativa isolata (Hillary Clinton era d’accordo, gli europei sapevano che Frattini si sarebbe mosso entro la fine di maggio). Ma piuttosto perché fra tre settimane in Iran si elegge il nuovo presidente. Perché a Teheran è in corso una campagna elettorale opaca e senza esclusione di colpi. Perché era prevedibile che in questo clima Ahmadinejad, favorito ma non sicuro di vincere, avrebbe tentato di usare a suo profitto la prima visita di un ministro degli Esteri occidentale negli ultimi quattro anni (cosa diversa è stata la missione del rappresentante Ue Solana nel 2008).

Ahmadinejad—ed è questa la seconda considerazione—ha infatti puntualmente confermato il suo profilo politico: quello di un provocatore a tempo pieno che tenta di bilanciare il disastro dell’economia iraniana distribuendo a piene mani l’oppio dell’ipernazionalismo e dell’odio verso Israele. La corsa al nucleare (che a dispetto degli scettici egli afferma essere pacifica) e lo sviluppo dei missili balistici (che pacifici non possono essere) rappresentano le «cambiali» elettorali di Ahmadinejad, le uniche di cui egli davvero disponga. Non meraviglia allora il tentativo di Frattini, né può stupire la ben scarsa considerazione in cui il presidente iraniano mostra di tenere l’Europa e l’Italia, che pure è il primo partner commerciale di Teheran. Convinto che sia l’Occidente ad avere bisogno di lui e non viceversa, Ahmadinejad riconosce soltanto agli Usa la dignità di interlocutore. Ma poi non esprime, nemmeno in quella direzione, una politica che autorizzi le speranze messe in campo da Washington e che Frattini voleva corroborare.

L’incidente diplomatico di ieri, così, serve a ricordarci che l’Iran resta un problema pericolosamente aperto. La Casa Bianca dovrà aspettare il dopo-elezioni per capirci qualcosa. Obama ha rifiutato di fissare un limite alla sua pazienza come gli chiedeva Netanyahu, ma ha avvertito che in mancanza di progressi entro il 2009 l’Occidente farà ricorso a nuove e più dure sanzioni. Il che metterà alla prova la coesione transatlantica. E non basterà ad escludere un ricorso preventivo alla forza da parte di Israele. È su questa mina che il nostro ministro degli Esteri, pur animato dalle migliori intenzioni, è andato a mettere il piede. Una mina ancora metaforica, per fortuna.

Franco Venturini per Il Corriere della Sera

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