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Senza Fini la destra non ha più alibi: ora torni ad essere se stessa

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Senza Fini la destra non ha più alibi: ora torni ad essere se stessa


Non esistono separazioni piacevoli, nemmeno al termine dei rapporti più logori e sfiancanti. Tutt’al più, una volta superata l’iniziale fase dell’irrazionalità, ci si deve sforzare di uscire dalla sbornia post-rottura e, così, riacquistare la lucidità necessaria per compiere un’analisi obbiettiva dell’accaduto, utile a comprendere anche e soprattutto i propri errori dei quali, spesso e volentieri, non ci rendiamo conto perché, quando si litiga, tendiamo a focalizzare tutta la nostra attenzione su quelli commessi dall’altro. Questa sorta di introspezione è molto utile se si vogliono, responsabilmente, evitare spiacevoli strascichi che, magari, vedono coinvolti anche amici e familiari. Non esiste cosa peggiore che farsi la guerra in famiglia. Esattamente quello che sta accadendo nella “famiglia” della Destra Italiana, che esce con le ossa rotte da un lento ma inesorabile processo di separazione durato circa dodici anni, ovvero da quando Fini, con un partito che, forte delle sue posizioni, alle politiche del ’96 raggiunse il suo massimo storico, pensò bene d’inciuciare col democristianissimo Mario Segni, dando vita (?) al disastroso esperimento dell’elefantino. Il risultato lo conosciamo tutti: trend positivo invertito e – 6%  rispetto alle politiche. Ergo, Alleanza Nazionale perse la sua spinta propulsiva e, con essa, ogni velleità di “sorpasso” sugli alleati di Forza Italia, stabilizzando il proprio peso elettorale attorno al 12%. Da allora, fu un susseguirsi di esternazioni, con le quali Fini ha sottoposto la base del partito ad un quotidiano sfilacciamento, costringendo, in molti casi, dirigenti e militanti a vivere nel paradosso di doversi letteralmente vergognare della propria storia e delle proprie idee. Una situazione resa ancora più umiliante ed incomprensibile dal fatto che, contestualmente, la Lega di Bossi costruiva i suoi successi elettorali facendo suoi i temi che Fini gettava a mare. Insomma, cornuti e mazziati, ma tenuti insieme da un senso d’appartenenza fuori dal comune e dalla speranza che, quantomeno, dietro alle prese di posizione dell’allora Presidente di Alleanza Nazionale ci fosse un disegno politico ben preciso. Detto questo, per onestà intellettuale, dobbiamo avere il coraggio di ammettere che in molti, troppi casi, con il nostro silenzio fummo corresponsabili di quanto stava accadendo dentro al partito. Su questo punto non ci sono scuse, soltanto rimpianti. Sì, perché di fronte a spettacoli avvilenti come quello avvenuto ieri pomeriggio alla Camera, trovo umanamente comprensibile pensare che, forse, se fossimo stati tutti un po’ più decisi nel contrastare certe prese di posizione, se avessimo avuto le palle  per dire chiaro e tondo che così non si poteva andare avanti, beh, forse Fini avrebbe preso coscienza dei suoi errori. Forse, chissà. Certo, ora che la frittata è fatta tutti questi ragionamenti lasciano il tempo che trovano ma, vivaddio, si dovrà pur aprire una riflessione seria su una frattura che, in un sol colpo, ha sancito la fine di un percorso lungo oltre sessant’anni ed ha ammaccato vistosamente la carrozzeria del Popolo della Libertà. Sarebbe grave se quanto avvenuto ci lasciasse indifferenti, perché vorrebbe dire che viviamo in uno stato di sostanziale apatia, per non dire comatoso, assuefatti a subire passivamente qualsiasi cosa venga detta o fatta. Ecco, quello che mi aspetto è un sussulto, uno scatto d’orgoglio che parta soprattutto dai giovani, ma che coinvolga anche tutta la classe dirigente, attraverso il quale si abbia il coraggio di rivendicare, una volta per tutte e con estrema chiarezza, quelle istanze e quei valori nei quali la Destra si è sempre riconosciuta. Badate bene, a scanso di equivoci, con questo non intendo certo dire che dovremmo riappropriarci di certi rituali nostalgici, ma rispettarli anziché rinnegarli spudoratamente, perché fanno parte della nostra storia. No, non credo che dovremmo sbandierare posizioni razziste o xenofobe – che, per inciso, non hanno mai fatto parte del dna della Destra Italiana – ma essere fermi nel tutelare la sicurezza dei cittadini, nel contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina e di difendere, senza se e senza ma, la nostra Identità Nazionale e le nostre tradizioni da chi non le rispetta. Come non dovremmo assumere posizioni cosiddette “clericali” a prescindere, ma nemmeno mettere in discussione il concetto irrinunciabile di sacralità della vita e le indiscutibili radici cristiane sulle quali fioriscono le nostre tradizioni e la nostra storia. Allo stesso modo, e qui passiamo ad un argomento forse meno alto ma altrettanto importante, nessuno si è mai sognato di affermare che dovremmo essere un manipolo di cagnolini scodinzolanti ai piedi di Berlusconi (come dice adesso qualcuno che, evidentemente, di scodinzolii se ne intende) ma leali e costruttivi nei confronti del governo, degli elettori che ci hanno dato fiducia e, soprattutto, di noi stessi, che ci siamo buttati anima e cuore nel progetto del partito unico del centrodestra, quella “casa comune” in nome della quale, appena due anni fa, abbiamo abbandonato la nostra. Insomma, e qui concludo, non dovremmo far altro che tornare ad essere noi stessi. Il tradizionale appuntamento di Atreju è ormai alle porte, facciamo tutti in modo che non diventi l’ennesima occasione persa.

Alessandro Nardone

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Successo di vendite per “Ti odio da moirire”, il romanzo di Alessandro Nardone

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Successo di vendite per “Ti odio da moirire”, il romanzo di Alessandro Nardone


Ad appena un anno dalla sua pubblicazione, sono oltre 6000 le copie vendute di “Ti odio da morire” (Arduino Sacco Editore), il romanzo d’esordio di Alessandro Nardone, giunto ormai alla sua terza ristampa.
Il giovane autore, ex consigliere comunale di Como, ha stupito tutti mercoledì scorso durante la sua partecipazione al salotto letterario ospitato dalla rassegna capitolina “All’Ombra del Colosseo”, ingaggiando una schermaglia amorosa, aspra ed incalzante, con Sylvie Giustinetti, la protagonista femminile del libro.
Nella trama del libro, in gran parte autobiografico, Sylvie è una femme fatale, misteriosa ed intrigante, una donna di una bellezza disarmante, dalla grande cultura e dai modi estremamente raffinati che tenta di soggiogare in ogni modo Francesco, il suo uomo.
Un lavoro editoriale avvincente, tra realtà e invenzione, retroscena e curiosità, in un verosimile e accattivante affresco della scena politica italiana, uno spaccato sulle difficoltà che incontrano i ragazzi della generazione dell’autore in campo affettivo e nel loro approccio generale alla vita.
Il pubblico ha assistito divertito allo scambio di battute pungenti tra i due, appassionandosi a questo gioco delle parti e rimanendo con il fiato sospeso fino alla fine sull’esito della querelle.
L’epilogo dell’incontro è stato dei più curiosi, infatti proprio mentre sta per rivelare il nome del politico che la molestò, Sylvie lascia cadere la maschera rivelando la sua vera identità, tra gli applausi della platea.
E’ l’attrice Cristina Parovel che ha magistralmente interpretato il ruolo di Sylvie in una caratterizzazione autentica del personaggio riuscendo a convincere nel contempo anche sui contenuti del libro.
Tra i suoi film ricordiamo alcune pellicole molto conosciute e apprezzate come “Paparazzi” di Neri Parenti o “Il cielo in una stanza” di Carlo Vanzina.
Di recente ha interpretato Catalina in “I love you, I love you” , il cortometraggio presentato all’ultimo Festival di Cannes.
Ospite d’eccezione della serata, la parlamentare Gabriella Carlucci, responsabile nazionale Dipartimento Spettacolo (PDL), e il giornalista del Tg5 Pierangelo Maurizio.

Corriere Romano

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Alessandro Nardone presenta il romanzo al Colosseo, arriva anche Sylvie. Il video

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Alessandro Nardone presenta il romanzo al Colosseo, arriva anche Sylvie. Il video


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Alessandro Nardone intervistato per il quotidiano ROMA di Napoli

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Alessandro Nardone intervistato per il quotidiano ROMA di Napoli


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Casa e impiego? Ma se non riusciamo a trovare manco la ragazza

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Casa e impiego? Ma se non riusciamo a trovare manco la ragazza


Di paradossi, la nostra società, ne ha da vendere. In ogni ambito. Riflettendoci, viene da pensare che, almeno per quanto riguarda il nostro Paese, siano tutti figli di quello che potremmo definire il paradosso primordiale, ovvero che in un tessuto sociale in possesso di un retaggio storico-culturale di tradizione millenaria si siano sostanzialmente smarriti, in gran parte, valori e punti di riferimento. Eppure, noi che almeno volendo ne avremmo a bizzeffe, ci siamo ridotti ad una costante mitizzazione di personaggi che, nel migliore dei casi, rappresentano il vuoto pneumatico. Mentre, paradosso nel paradosso, un Paese anagraficamente più giovane e teoricamente frammentato come gli Stati Uniti è riuscito a costruire, attorno alla sua seppur breve storia, una ben maggiore coesione nazionale, spesso capace di unire gran parte del suo popolo in un sincero sentimento di amor patrio. Figlio di dosi assai massicce di retorica, certo, ma pur sempre utile a cementare i pochi o tanti paletti che delimitano i confini socio culturali di quella che è unanimemente considerata la più grande democrazia del pianeta. Per quanto generica, questa premessa, getta le basi per arrivare all’argomento su cui voglio andare a parare, ovvero le oggettive difficoltà che riscontrano le ragazze ed i ragazzi della mia generazione nel relazionarsi tra loro. Ovviamente mi riferisco ai trentenni che, qualcuno potrebbe giustamente eccepire, sono da considerarsi donne e uomini, altro che ragazzi. Eccezione che, tecnicamente, non farebbe una piega, se solo non vivessimo in un paese incardinato su un sistema di chiara matrice gerontocratica, in cui se non hai cinquant’anni sei considerato troppo giovane e, quindi, inaffidabile. A tutti i livelli. Da ciò e dalla mancanza di valori di cui parlavo prima deriva, almeno in parte, quell’insicurezza di fondo che spinge tanto noi uomini quanto le donne di quella fascia d’età a giocare costantemente in difesa, atteggiamento che si traduce nella convinzione (spesso illusoria) che la chiave della nostra felicità vada cercata altrove. Sì, ma dove? Volendo semplificare, diciamo che tendenzialmente l’uomo e la donna vanno a caccia dell’altra metà del cielo imboccando sentieri diametralmente opposti. Infatti, mentre l’uomo si sente maggiormente attratto dalle ragazze più giovani, la donna è più stimolata dal maschio adulto. Nell’ambito di questo schema che sa molto di Quark e Piero Angela, risulta del tutto evidente che l’età del bivio sia quella dei fatidici trenta, vero e proprio spartiacque tra coloro che riusciranno a mettere su famiglia e chi, invece, è destinato a navigare per chissà quanto nel mare magnum dell’incertezza, quantomeno sentimentale. A detta di molti, quest’incomunicabilità cronica altro non è che il prodotto dell’eccesso di comunicazione dei giorni nostri. Altro paradosso, altra verità. Io stesso posso ormai considerarmi “dipendente” da internet, che consumo in dosi massicce soprattutto sotto forma di newtork sociale. Facebook, tanto per intenderci. Allora, già che c’ero, ieri sera ho pensato di fare buon viso a cattivo gioco sfruttando l’infernale marchingegno per chiedere direttamente ai miei amici virtuali cosa pensassero di quest’argomento. Risultato? Oltre quaranta messaggi (tra pubblici e privati) nel giro di dodici ore, di cui un buon 80% proveniente da rappresentanti del gentil sesso. Diciamo che, tutto sommato, esiste un comune sentire, ma con sfumature diverse, evidentemente figlie delle esperienze personali. Ad esempio, mentre Sissi afferma che “I dolori pregressi portano al congelamento delle emozioni che induce i trentenni a credere che non troveranno mai l’anima gemella”, Emanuela fa autocritica rispetto all’indipendenza delle donne: “Siamo diventate troppo indipendenti e probabilmente non sappiamo ancora come gestirla questa indipendenza o, forse, ci ha rese troppo aggressive e l’uomo non gradisce mettersi in competizione con noi”. Certo, Sissi ed Emanuela hanno focalizzato due elementi fondamentali nell’economia di questa discussione affermando, tra le righe, che noi uomini saremmo troppo poco coraggiosi, perchè spaventati dalle responsabilità che comporterebbe un rapporto con una nostra coetanea, mentre troveremmo molto più attraente la spensieratezza di una ventenne. Il ragionamento, per certi versi, ci puo’ anche stare ma cosa pensano, da par loro, i ragazzi? Il commento più diretto ed efficace è certamente quello di Filippo, che, di primo acchito, parrebbe tradire un punta di machismo: “Balle! Se una storia, intorno ai trenta non va, è perché io trentenne sfigato non mi metterò mai con te sfigata zitella, che hai tutto cadente: il culo, le tette, la faccia, l’umore, l’autostima e persino la conversazione. Io mi voglio mettere con le veline che vedo ogni sera in televisione! Giovani, sorridenti, alte, con tette sode e culi altissimi, perché le ho aspettate tanto tempo e ora me le merito!”. Una provocazione volutamente tranchant, quella di Filippo, ma fino ad un certo punto. Insomma, volendo provare a tirare le somme, è davvero così difficile, al giorno d’oggi, andare d’accordo tra trentenni? Non è che, forse forse, dovremmo tentare di essere tutti un po’ meno cervellotici? Molto probabilmente la verità assoluta non verrà mai a galla ma, se posso dire la mia, quella che più ci si avvicina è certamente Manuela, citando il titolo di un film: “La verità è che non gli piaci abbastanza”. Sicuri che, in fondo, non sia proprio così?

Alessandro Nardone per L’Ordine del 25 maggio 2010

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Donne, la razza nemica

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Donne, la razza nemica


massimo finiLe donne sono una razza nemica. Bisognerebbe capirlo subito. Invece ci si mette una vita, quando non serve più. Mascherate da “sesso debole” sono quello forte. Attrezzate per partorire sono molto più robuste dell’uomo e vivono sette anni di più, anche se vanno in pensione prima. Hanno la lingua biforcuta. L’uomo è diretto, la donna trasversale. L’uomo è lineare, la donna serpentina. Per l’uomo la linea più breve per congiungere due punti è la retta, per la donna l’arabesco. Lei è insondabile, sfuggente, imprevedibile. Al suo confronto il maschio è un bambino elementare che, a parità di condizioni, lei si fa su come vuole. E se, nonostante tutto, si trova in difficoltà, allora ci sono le lacrime, eterno e impareggiabile strumento di seduzione, d’inganno e di ricatto femminile. Al primo singhiozzo bisognerebbe estrarre la pistola, invece ci si arrende senza condizioni.Sul sesso hanno fondato il loro potere mettendoci dalla parte della domanda, anche se la cosa, a ben vedere, interessa e piace molto più a lei che a lui. Il suo godimento – quando le cose funzionano – è totale, il nostro solo settoriale, al limite mentale (“Hanno sempre da guadagnarci con quella loro bocca pelosa” scrive Sartre). La donna è baccante, orgiastica, dionisiaca, caotica, per lei nessuna regola, nessun principio può valere più di un istinto vitale. E quindi totalmente inaffidabile. Per questo, per secoli o millenni, l’uomo ha cercato di irreggimentarla, di circoscriverla, di limitarla, perché nessuna società regolata può basarsi sul caso femminile. Ma adesso che si sono finalmente “liberate” sono diventate davvero insopportabili.Sono micragnose, burocratiche, causidiche su ogni loro preteso diritto. Han perso, per qualche carrieruccia da segretaria, ogni femminilità, ogni dolcezza, ogni istinto materno nei confronti del marito o compagno che sia, e spesso anche dei figli quando si degnano ancora di farli. Stan lì a “chiagne” ogni momento sulla loro condizione di inferiorità e sono piene zeppe di privilegi, a cominciare dal diritto di famiglia dove, nel 95% dei casi di separazione, si tengono figli e casa, mentre il marito è l’unico soggetto che può essere sbattuto da un giorno all’altro sulla strada. E pretendono da costui, ridotto a un bilocale al Pilastro, alla Garbatella, a Sesto San Giovanni, lo stesso tenore di vita di prima.Non fan che provocare, sculando in bikini, in tanga, in mini (“si vede tutto e di più” cantano gli 883), ma se in ufficio le fai un’innocente carezza sui capelli è già molestia sessuale, se dopo che ti ha dato il suo cellulare la chiami due volte è già stalking, se in strada, vedendola passare con aria imperiale, le fai un fischio, cosa di cui dovrebbero essere solo contente e che rimpiangeranno quando non accadrà più siamo già ai limiti dello stupro. Basta. Meglio soddisfarsi da soli dietro una siepe.

Massimo Fini

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2010: l’elenco dei miei desideri per l’Italia.

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2010: l’elenco dei miei desideri per l’Italia.


italy___grunge_by_tonemappedEh sì, ogni anno che passa tirare le somme di quello che sta per concludersi diventa sempre più complicato forse perché, almeno per quanto mi riguarda, con il trascorrere del tempo divento sempre più esigente, soprattutto nei confronti di me stesso. Così, anziché scrivere un resoconto di ciò che è stato nel 2009, tenterò di fare un elenco delle cose che mi aspetto dal 2010. Massì, mi prendo la libertà di fare una sorta di lista della spesa anche perché, in fondo, sognare non solo non costa nulla ma è anche un ottimo esercizio, che inconsciamente ci spinge a lottare sempre e comunque per il massimo obbiettivo. Insomma, nessuno riuscirà mai a togliermi dalla testa che, se proprio dobbiamo metterci in gioco, tanto vale farlo puntando alla posta più alta. Sempre e comunque. A conferma di quanto vi ho appena detto, spesso e volentieri, quando qualcuno mi chiede “come và” amo rispondergli che se mi lamentassi sarei un ingrato e se mi esaltassi sarei uno che si accontenta. Fatta questa già lunga ma doverosa premessa posso cominciare a dare libero sfogo alla mia immaginazione, tentando di elencare tutto ciò che desidero (senza il condizionale) per l’anno che tra poche ore vedrà la luce. Desidero che il clima politico finalmente cambi, che il confronto sulle idee prenda il posto dell’astio e degli attacchi personali, da entrambe le parti. Desidero non sentirmi più dire frasi del tipo “non capisco come possa, una persona in gamba come te, stare da quella parte politica”. Desidero che il Presidente Fini torni a scaldare il cuore mio e del popolo della destra, riappropriandosi di argomenti che, sono sicuro, continuano ad essere parte integrante del suo dna politico ed umano. Desidero che il Presidente Berlusconi consegni il Partito nelle mani di una nuova classe dirigente, puntando convintamente sulla generazione dei trentenni, che dovranno essere messi nelle condizioni di affrontare e vincere la sfida di una vera e propria “Rivoluzione del merito”. Desidero che maggioranza ed opposizione, questa volta, facciano il possibile e l’impossibile per portare a compimento quel processo riformista di cui la nostra Italia ha terribilmente bisogno. Desidero che l’opposizione collabori, senza pregiudizi, con la maggiornanza per arrivare quanto prima alla soluzione della crisi economica puntanto, innanzitutto, alla salvaguardia dei posti di lavoro. Desidero che maggioranza e opposizione, nell’ottica di un reciproco riconoscimento, s’impegnino per arrivare ad una definitiva “Pacificazione nazionale” consegnando, in modo definitivo e inappellabile, le antiche divisioni ideologiche ai libri di storia. Desidero che i cosiddetti cattivi maestri della sinistra radicale vengano finalmente isolati, perché non possano più inculcare, specialmente nei più giovani, sentimenti negativi come quello che, ad esempio, spinge qualcuno a gridare il vergognoso slogan “1, 10, 100, 1000 Nassirya”. Desidero che gli oltre 9000 Soldati Italiani impegnati in Missioni di Pace in tutto il mondo siano onorati e rispettati da tutti gl’italiani. Desidero che tutti i rappresentanti delle Forze dell’Ordine siano onorati e rispettati da tutti gl’italiani. Desidero che la mentalità degli italiani diventi sempre meno provinciale e che, cioè, la finisca di anteporre interessi di bottega a quelli dell’intera comunità. Desidero che ogni italiano sia orgoglioso della sua Patria e che si commuova quando sente l’Inno o vede sventolare il Tricolore, sempre, non solo quando vinciamo i Mondiali di calcio. Desidero che a Como, la mia città, venga abbattuto al più presto quell’orrendo muro che oscura il Lungo Lago. Desidero, per me stesso, di continuare a migliorare in tutto ciò che faccio rimanendo sempre fedele a me stesso e guadagnandomi, sul campo, il ripetto e la stima delle persone che mi sono vicine e che credono in me. Desidero, infine, che questo 2010 regali ad ognuno di voi la forza di credere e lottare per inseguire ogni desiderio. E realizzarlo.

Alessandro Nardone

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Siamo tutti Berlusconi! Il video della serata di solidarietà al Presidente del Consiglio

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Siamo tutti Berlusconi! Il video della serata di solidarietà al Presidente del Consiglio


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Berlusconi e Fini, è ora che vi parliate.

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Berlusconi e Fini, è ora che vi parliate.


fini e berlusconi pop artRicordate “La guerra dei Roses”? È un bel film di ormai vent’anni fa in cui Michael Douglas e Kathleen Turner (diretti da Danny De Vito) interpretano la storia della coppia perfetta, ovvero quella stereotipata in cui lui e lei si conoscono per caso ai tempi dell’università e, da allora, è un continuo crescendo di rose e fiori. Ma la loro relazione, così perfetta, ad un certo punto si deteriora e loro finiscono con l’odiarsi. Perchè? Il paradosso è che non c’è, un perché. O meglio, non uno preciso, ma una serie di tanti piccoli motivi che, disseminati durante il loro quotidiano cammino comune, si sono via via ingigantiti, alimentati dallo scemare della passione e dall’aumentare di un’insensata competizione interna alla coppia. Vi ricorda qualcosa, vero? Certo che sì, e sono sicuro che leggendo le mie righe avrete accennato un sorriso, cogliendo immediatamente la metafora con cui ho voluto approcciarmi a questo spinoso (sempre per restare in tema di rose) argomento. Berlusconi e Fini, Fini e Berlusconi, Silvio e Gianfranco, Gianfranco e Silvio: sono ormai mesi che leggiamo di loro in termini, per così dire, contradittori. Un continuo susseguersi di agenzie, dichiarazioni vere o presunte, bene o male interpretate, di fuori onda e di commenti di parte. Sì, avete letto bene, di parte. Perché (almeno sulla carta stampata) si sono formate due opposte fazioni, che per intenderci definirei curve, da cui i rispettivi ultras di Silvio e Gianfranco non se le mandano certo a dire. Anzi. Picchiano come dei fabbri. Ma a ben vedere è uno scontro Pop, talmente Pop che persino l’opposizione, senza nemmeno accorgersene, ne è stata letteralmente fagocitata, costringendo il Pd e persino lo sguaiato Di Pietro a fare il tifo per il Presidente della Camera. Situazione impensabile solo fino a qualche mese fa che, a mio parere, più che i problemi tra Berlusconi e Fini, mette a nudo la pressochè totale mancanza di una figura carismatica nell’area di un centrosinistra sempre più ai margini della scena politica.  Certo, qualcuno potrebbe obbiettare che, se la sinistra inneggia a Fini, è solo grazie ai suoi continui distinguo nei confronti del Governo ed a alcune battaglie per così dire “anomale” nell’ambito della destra. Ed in parte ha ragione. Non tanto per i richiami alla centralità del Parlamento o al rispetto degli altri poteri dello Stato, quelli sono per lo più atti dovuti alla carica che attualmente ricopre. Il nocciolo della questione sono alcune sue prese di posizione che l’elettorato di centrodestra fatica a comprendere e, quindi, mal digerisce. Mi riferisco, in particolar modo, a quella sull’immigrazione, tema sul quale Gianfranco batte ormai da qualche anno dimostrando, ad onor del vero, una sincera convinzione sulla valiidità dei suoi argomenti, non perdendo occasione per rimarcarli. Proprio questa sua tigna ha spinto alcuni commentatori d’area a dar voce ai sempre più numerosi mugugni di dirigenti e militanti, mettendo sotto gli occhi di tutti quel deterioramento di cui parlavo all’inizio. Ora, mettiamo che qualcuno rientri in Italia dopo un lungo viaggio e che sia rimasto alle notizie di un anno fa, beh, una volta letta questa prima parte del mio articolo potrebbe tranquillamente pensare che si tratti di semplice dibattito interno, su grandi temi di cui un grande partito come il Popolo della Libertà fa bene a discutere. Chi potrebbe dargli torto? Il problema, quello vero, è il contesto in cui è scoppiata questa grana, ovvero, nel bel mezzo di un’offensiva trash-forcaiola cominciata, guarda caso, nel momento di maggiore popolarità vissuto da Berlusconi, che era riusciito ad appropriarsi – anche grazie all’assist di un inconsapevole Franceschini – persino del 25 aprile. Da lì è partita la triste campagna che ben conosciamo, che è culminata con la spettacolarizzazione delle deposizioni di un criminale analfabeta di bassa lega come Spatuzza, passando attrraverso il gossip e la contradittoria bocciatura del Lodo Alfano. In un simile momento, dicevo, di tutto c’era bisogno tranne che di dare il la a questo scontro fratricida, che è nato con l’editoriale in cui Vittorio Feltri, dopo aver rinfacciato a Fini alcune dichiarazioni sul caso Boffo, lo attaccava apertamente, dando voce a quei famosi mugugni che, fin lì, erano rimasti strozzati nelle gole di chi si sentiva orfano del Fini-pensiero. Ovvio, Feltri è un grande giornalista, non un politico, ergo certi calcoli non gli competono, ma è un fatto oggettivo che con quel suo ormai celebre editoriale abbia tirato un bel calcione al can che dormiva, quantomeno in pubblico. Arrivati a questo punto, però, bisogna trovare una soluzione e per farvi capire come la penso torno alla metafora iniziale, quella del film. Vi ricordate il finale? Dopo essersene fatte di tutti i colori, la coppia, ormai stremata, si barrica in casa con l’intenzione di arrivare alla resa dei conti, una volta per tutte. Sia lui che lei erano pronti a tutto, infatti, proprio quando stanno per ammazzarsi entrambi si sfiorano la mano e, guardandosi negli occhi, capiscono di amarsi ancora.

Alessandro Nardone

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Esclusivo// ItalianPeople intervista il Marchese del Grillo: “Oggi c’è troppa ipocrisia”

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Esclusivo// ItalianPeople intervista il Marchese del Grillo: “Oggi c’è troppa ipocrisia”


marchese del grilloEra ormai mezzogiorno passato e, a Roma, non si sentiva volare una mosca. Arrivato sotto la maestosa abitazione del Marchese venne ad accogliermi Ricciotto, il suo fedele collaboratore: “Shhh… parlate sottovoce, non s’è ancora svegliato!”, mi sussurrò appena, portandosi l’indice al naso. Gli risposi di si con un cenno della testa e mi accomodai su di una bellissima poltrona in una delle innumerevoli stanze di quella meravigliosa villa situata nel cuore della Capitale. I minuti scorrevano ma, del Marchese, nemmeno l’ombra. L’attesa era lunga e, complici la stanchezza accumulata la notte prima e la comodità di quella poltrona, gli occhi mi si chiusero e finii per addormentarmi. “S’è svejatoooooooooo!”. Quell’urlo mi svegliò di soprassalto, ma che succedeva? Nemmeno il tempo di strofinarmi gli occhi che Ricciotto entrò nella stanza: “Il Marchese si è svegliato, l’aspetta nella sua stanza per fare colazione con lei, venga, mi segua”. Percorremmo il lunghissimo corridoio che portava alla stanza da letto del Marchese, una volta entrato, Ricciotto, aprì le tende permettendo, così, alla luce del sole di fare il suo ingresso. “Te devi essere lo scribacchino che m’ha chiesto appuntamento, viè qua e mettite a sede che adesso ci servono la colazione”. Mi disse il Marchese, ancora coricato nel suo letto a baldacchino. “Sì, esatto, sono io il… giornalista… posso sedermi qui?”, gli domandai, indicando una sedia di fianco al letto. “No, lì no, che sei matto?”, esclamò facendomi fare un salto di mezzo metro. “Ahahah… ma certo che ti puoi sedere, te stavo a pijà pe ‘r culo… ehm… in giro. Dimmi un po’, cos’è che vorresti scrivere su di me?”. “Beh, Eccellenza – gli risposi sommessamente - vorrei farle un’intervista per un sito internet…”. Dopo avermi ascoltato si rivolse a Ricciotto: “Ricciò, ma non è che questo me stà a pijà pe ‘r culo? Ma che è sto coso, come se chiama? Sito de interni… non sarà mica qualche cosa di clandestino, magari contro lo Stato Pontificio? Sai, col Papa c’ho già abbastanza problemi.“. “No Eccellenza – lo tranquillizzai – diciamo che è un giornale che puo’ leggere chiunque, in tutto il mondo…”. Il Marchese cercò, senza però trovarla, una conferma nello sguardo del suo collaboratore allora, mentre si serviva la colazione, mi fece un cenno con la mano. “Va bene, sei giovane e te voglio dà fiducia, ma se me combini qualche cazzata finisci dritto dritto in galera! Cominciamo.”. Dopo quelle sue parole feci un lungo sospiro, cercando di rilassarmi e di fare mente locale per partire con il piede giusto.

Eccellenza…

Ma quale Eccellenza, questa è una cosa per i giovani, no? Allora chiamami Marchese…

Certo signor Marchese. Ha mai pensato di sposarsi?

Eh? Ma sei matto? Mica me vado a mette n’estranea in casa!

No, non sono matto, è che con questa intervista vorrei dare alla gente la possibilità di conoscere il suo aspetto più umano, insomma vorrei che parlassimo di Onofrio del Grillo…

Ah ah ah… questo invece mi piace, bravo! Vedi, nonostante io non sia più un ragazzino penso solo a godermi la vita, a divertirmi…

Eh già, questo lo sappiamo bene, lei è celebre per i suoi scherzi!

Lo so, ne faccio tanti. Ma non sono mai banali, hanno sempre una morale per chi li subisce, sai?

Ad esempio?

L’altra settimana corruppi giudici ed avvocati per far condannare un povero falegname, Aronne Biperno, a cui non avevo pagato il conto di alcune riparazioni. Dopo la sua condanna feci suonare a lutto tutte le campane di Roma… lo sai perché?

Beh, certo, per dimostrare che la giustizia era morta!

Bravo! Ammazza, mica te ce facevo così, bravo! Sì, insomma volevo lanciare un forte segnale a tutti, compreso il Santo Padre, perché capissero quanto la nostra società fosse ingiusta nei confronti dei più deboli.

Direi che ci è proprio riuscito! Sa, in questo periodo la giustizia è tornata di estrema attualità…

Ah sì, e perché?

Diciamo che è una lotta tra poteri, quello politico e quello della giustizia.

Male, quando si crea competizione tra i diversi poteri dello Stato allora vuoi dire che c’è qualcosa che non và, per come la vedo io i giudici si dovrebbero preoccupare dei processi e non di politica altrimenti, per dirla terra terra… nun ce se ce capisce più un cazzo! Sono stato chiaro?

Direi di sì!

Bene.

Marchese, lei è un uomo pubblico ed è famosissimo per essere un vero e proprio sciupa femmine. Ho fatto questa premessa perché un altro argomento di estrema attualità è diventato proprio questo, la vita privata dei politici. Lei trova che sia giusto valutare un uomo di Stato per quello che fa tra le lenzuola?

Ma che è sta stronzata? Un uomo di Stato deve essere valutato per come svolge il suo compito, per come serve il suo popolo. Putroppo da noi c’è tanta ipocrisia: sai quanti de giorno fanno i bacchettoni e de notte se lo vanno a pijà ‘nder cul…

…ehm, Marchese, è stato chiarissimo.

Eh certo, ma ste cose bisogna avere il coraggio di dirle. E poi scusa, che c’è di male se un uomo che c’ha mille responsabilità ogni tanto se vò annà a fa ‘na scopata? Uno ogni tanto se dovrà pure divertì, altrimenti impazzisce! A proposito, che ore sò?

Quasi le due Marchese…

Ahhhh… ma che sei matto? S’è fatto troppo tardi, mi devo preparare perché alle tre ho un appuntamento di grandissima importanza…

Ah, sì? Di cosa si tratta?

Devo andare a trovare una bellissima donna, un’attrice francese… nun voglio mica diventà matto!

Non si preoccupi Marchese, per lei non c’è pericolo!

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