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Senza Fini la destra non ha più alibi: ora torni ad essere se stessa

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Senza Fini la destra non ha più alibi: ora torni ad essere se stessa


Non esistono separazioni piacevoli, nemmeno al termine dei rapporti più logori e sfiancanti. Tutt’al più, una volta superata l’iniziale fase dell’irrazionalità, ci si deve sforzare di uscire dalla sbornia post-rottura e, così, riacquistare la lucidità necessaria per compiere un’analisi obbiettiva dell’accaduto, utile a comprendere anche e soprattutto i propri errori dei quali, spesso e volentieri, non ci rendiamo conto perché, quando si litiga, tendiamo a focalizzare tutta la nostra attenzione su quelli commessi dall’altro. Questa sorta di introspezione è molto utile se si vogliono, responsabilmente, evitare spiacevoli strascichi che, magari, vedono coinvolti anche amici e familiari. Non esiste cosa peggiore che farsi la guerra in famiglia. Esattamente quello che sta accadendo nella “famiglia” della Destra Italiana, che esce con le ossa rotte da un lento ma inesorabile processo di separazione durato circa dodici anni, ovvero da quando Fini, con un partito che, forte delle sue posizioni, alle politiche del ’96 raggiunse il suo massimo storico, pensò bene d’inciuciare col democristianissimo Mario Segni, dando vita (?) al disastroso esperimento dell’elefantino. Il risultato lo conosciamo tutti: trend positivo invertito e – 6%  rispetto alle politiche. Ergo, Alleanza Nazionale perse la sua spinta propulsiva e, con essa, ogni velleità di “sorpasso” sugli alleati di Forza Italia, stabilizzando il proprio peso elettorale attorno al 12%. Da allora, fu un susseguirsi di esternazioni, con le quali Fini ha sottoposto la base del partito ad un quotidiano sfilacciamento, costringendo, in molti casi, dirigenti e militanti a vivere nel paradosso di doversi letteralmente vergognare della propria storia e delle proprie idee. Una situazione resa ancora più umiliante ed incomprensibile dal fatto che, contestualmente, la Lega di Bossi costruiva i suoi successi elettorali facendo suoi i temi che Fini gettava a mare. Insomma, cornuti e mazziati, ma tenuti insieme da un senso d’appartenenza fuori dal comune e dalla speranza che, quantomeno, dietro alle prese di posizione dell’allora Presidente di Alleanza Nazionale ci fosse un disegno politico ben preciso. Detto questo, per onestà intellettuale, dobbiamo avere il coraggio di ammettere che in molti, troppi casi, con il nostro silenzio fummo corresponsabili di quanto stava accadendo dentro al partito. Su questo punto non ci sono scuse, soltanto rimpianti. Sì, perché di fronte a spettacoli avvilenti come quello avvenuto ieri pomeriggio alla Camera, trovo umanamente comprensibile pensare che, forse, se fossimo stati tutti un po’ più decisi nel contrastare certe prese di posizione, se avessimo avuto le palle  per dire chiaro e tondo che così non si poteva andare avanti, beh, forse Fini avrebbe preso coscienza dei suoi errori. Forse, chissà. Certo, ora che la frittata è fatta tutti questi ragionamenti lasciano il tempo che trovano ma, vivaddio, si dovrà pur aprire una riflessione seria su una frattura che, in un sol colpo, ha sancito la fine di un percorso lungo oltre sessant’anni ed ha ammaccato vistosamente la carrozzeria del Popolo della Libertà. Sarebbe grave se quanto avvenuto ci lasciasse indifferenti, perché vorrebbe dire che viviamo in uno stato di sostanziale apatia, per non dire comatoso, assuefatti a subire passivamente qualsiasi cosa venga detta o fatta. Ecco, quello che mi aspetto è un sussulto, uno scatto d’orgoglio che parta soprattutto dai giovani, ma che coinvolga anche tutta la classe dirigente, attraverso il quale si abbia il coraggio di rivendicare, una volta per tutte e con estrema chiarezza, quelle istanze e quei valori nei quali la Destra si è sempre riconosciuta. Badate bene, a scanso di equivoci, con questo non intendo certo dire che dovremmo riappropriarci di certi rituali nostalgici, ma rispettarli anziché rinnegarli spudoratamente, perché fanno parte della nostra storia. No, non credo che dovremmo sbandierare posizioni razziste o xenofobe – che, per inciso, non hanno mai fatto parte del dna della Destra Italiana – ma essere fermi nel tutelare la sicurezza dei cittadini, nel contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina e di difendere, senza se e senza ma, la nostra Identità Nazionale e le nostre tradizioni da chi non le rispetta. Come non dovremmo assumere posizioni cosiddette “clericali” a prescindere, ma nemmeno mettere in discussione il concetto irrinunciabile di sacralità della vita e le indiscutibili radici cristiane sulle quali fioriscono le nostre tradizioni e la nostra storia. Allo stesso modo, e qui passiamo ad un argomento forse meno alto ma altrettanto importante, nessuno si è mai sognato di affermare che dovremmo essere un manipolo di cagnolini scodinzolanti ai piedi di Berlusconi (come dice adesso qualcuno che, evidentemente, di scodinzolii se ne intende) ma leali e costruttivi nei confronti del governo, degli elettori che ci hanno dato fiducia e, soprattutto, di noi stessi, che ci siamo buttati anima e cuore nel progetto del partito unico del centrodestra, quella “casa comune” in nome della quale, appena due anni fa, abbiamo abbandonato la nostra. Insomma, e qui concludo, non dovremmo far altro che tornare ad essere noi stessi. Il tradizionale appuntamento di Atreju è ormai alle porte, facciamo tutti in modo che non diventi l’ennesima occasione persa.

Alessandro Nardone

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Il Cavaliere è tecnologico: si allena due ore su Facebook

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Il Cavaliere è tecnologico: si allena due ore su Facebook


premier_fbSta per iniziare l’era di «Silvio 3.0». Dopo aver avviato l’esplorazione della frontiera Internet nel 1995 e aver incoraggiato la creazione della prima community dedicata a un politico con forzasilvio.it, il presidente del Consiglio sta pensando a una terza fase di approccio multimediale: quella del coinvolgimento diretto. Nella serata di sabato scorso, infatti, il premier ha dedicato oltre due ore ad aggiornarsi insieme ai responsabili della comunicazione Internet del Pdl sulle ultime novità e proposte del web, in particolar modo sul social networking. Silvio Berlusconi di fronte a un monitor è un evento fuori dal comune anche se da anni, periodicamente, il Cavaliere si dedica alle tecnologie come veicolo di proposta politica.(clicca per iscriverti al fan club del presidente del Consiglio su Facebook).

A colpirlo, secondo quanto si apprende, è stato il successo delle ultime iniziative. Il messaggio audio sulla pagina Facebook del Giornale ha ottenuto una vasta eco mediatica. Anche i cinque videomessaggi elettorali (due per il sito dei Promotori della libertà e tre per pdl.it e forzasilvio.it) hanno avuto un impatto molto forte. Il «segreto» che il presidente Berlusconi ha compreso già da tempo è la forza del viral marketing che tradotto in italiano suonerebbe più o meno come «passaparola». In buona sostanza, tutti i contenuti che il Cavaliere ha affidato ad Internet, in particolar modo dopo l’aggressione del 13 dicembre, si sono moltiplicati in mille rivoli perché la rete dà la possibilità a tutti gli utenti di condividerli su blog e siti o di inviarli via mail, consentendone una diffusione capillare che con quotidiani e tv sarebbe più complicata.

Insomma, il Cavaliere è sempre più convinto dell’importanza dei social network (Facebook e affini). «Forzasilvio.it ha raggiunto 240mila utenti registrati in dieci mesi – spiega Antonio Palmieri, responsabile Internet del Pdl – ed è un successo paragonabile a quello di my.barackobama.com negli Usa, che ha toccato quota 1,5 milioni di iscritti dopo un anno e mezzo di campagna elettorale». E se il presidente americano utilizza la propria community per coinvolgere i suoi elettori, anche Berlusconi ha fatto lo stesso. Su forzasilvio.it sono già arrivati oltre 6mila opinioni di simpatizzanti sulle riforme: per esempio, se eleggere direttamente il premier o il presidente della Repubblica e quanti parlamentari tagliare.

Non è l’unica iniziativa. Per la prima volta nella storia italiana un premier risponderà direttamente alle domande dei cittadini: fino alla mezzanotte di domani su forzasilvio.it sarà possibile inviare quesiti, e a dieci replicherà Berlusconi in persona. «È un rapporto diretto, immediato – sottolinea Palmieri – che al presidente piace molto perché gli consente una disintermediazione sia dai canali istituzionali sia dagli stessi media tradizionali. Non a caso L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio, realizzato con i messaggi giunti dopo l’aggressione di Tartaglia, è il primo esempio di libro di un politico scritto dai suoi stessi sostenitori».

Il Cavaliere ha compreso perfettamente che i suoi successi elettorali sono dovuti a una maggioranza silenziosa che sul web parla ad alta voce. E con la quale vuole tenersi costantemente in contatto. «In Parlamento molti ironizzavano sui videomessaggi paragonandolo a Osama nel bunker, ora si sono ricreduti», conclude sarcasticamente soddisfatto Palmieri.

Gian Maria De Francesco per Il Giornale

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La roulette russa delle liste elettorali

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La roulette russa delle liste elettorali


renata_polveriniPdl fuori. Polverini dentro. Formigoni fuori. E oggi ci toccherà vedere e raccontare chissà cos’altro. La roulette russa delle liste elettorali sta spianando quel che resta della politica e i cittadini ci stanno inondando di fax, lettere e mail che grondano di incredulità per quel che sta accadendo. Fin dal primo istante ho pensato che questo vai e vieni tribunalizio delle liste elettorali avrebbe provocato un terremoto politico. E ora ecco servita in tavola la maionese impazzita di un sistema che non riesce più a darsi né una regola né una regolata.

Qui a Il Tempo siamo stati i primi a condannare con brutale franchezza l’incapacità dei partiti nel presentare le liste, l’imbarazzante esistenza di certe sagome tragicomiche del Pdl, le colpevoli omissioni e grottesche disattenzioni del gruppo dirigente. Si pensava che i «biscottari» fossero solo a Roma, poi s’è scoperto – e la cosa non mi ha sorpreso per niente – che a Milano nel centrodestra sono più i «ganassa» che i politici di razza. Tutta l’Italia è Paese, il problema è che nel frattempo quel Paese sta correndo a tutta birra a spappolarsi sulla via Tar. Sotto gli occhi di una sinistra irresponsabile che, sotto la minaccia di una scalata dipietrista, pensa di salvarsi capitalizzando lo sfascio imminente cambiando logo e passando dalla falce al timbro e martello. Le forze antisistema avanzano, l’antipolitica si prepara al blitz e l’opposizione aleggia sul Pdl decimato come uno stormo di avvoltoi.

I nostri lettori ci chiedono: cosa sta succedendo? La risposta non è poi così difficile: accade che regole pensate per garantire il corretto funzionamento della democrazia dei partiti stiano triturando il sistema nel suo complesso. Da ragazzo leggevo con ammirazione la teoria del formalismo giuridico di Hans Kelsen, ma perfino allora, giovanissimo e inesperto delle cose della vita, mi chiedevo: tutto questo è sufficiente ad assicurare la giustizia? Siamo certi che alla democrazia basti il solo diritto positivo? O non si rischia piuttosto di produrre un moloch giuridico capace di giustificare, in nome del formalismo, anche l’errore e perfino l’orrore? Tranquilli, non sto sconfinando nella filosofia del diritto, sto solo cercando di mettere insieme i cocci del piatto della politica nostrana.

La situazione è francamente kafkiana: in Lombardia il centrodestra non ha più né il candidato alla Presidenza, Roberto Formigoni, né le liste collegate. Tabula rasa. Nel Lazio il centrodestra è ridotto in Polverini. Renata è candidata, ma il motore del Pdl è rimasto in officina in attesa di miracolose riparazioni legali. Lombardia e Lazio sono, en passant, rispettivamente la prima e la seconda regione d’Italia per prodotto interno lordo. Milano è il centro finanziario del Paese, Roma il cuore pulsante del potere politico. Davvero si può pensare che il partito più votato d’Italia possa restare fuori dalla competizione elettorale in queste due regioni? Certo, ci sono le regole e vanno rispettate. Ci sono gli incapaci e vanno sanzionati. Ma accanto a tutte queste belle e valide ragioni c’è anche una cosa che si chiama democrazia. E questa non è facilmente riducibile a una firma in calce, un timbro, un logo, un pezzo di carta bollata. Non mi stancherò mai di ripetere che la democrazia non è solo forma, è soprattutto sostanza. Ci si può arrovellare quanto si vuole su questo punto, si possono invocare mille regole, articoli, commi, codicilli, ma il corpo elettorale non è un estraneo che si può ignorare in nome delle norma astratta. Qui è in gioco qualcosa di profondo e mi pare davvero bizzarro che non ci si sia ancora resi pienamente conto di quel che può accadere.

Ho letto con grande attenzione le dichiarazioni di alcuni esponenti del centrodestra: sono frasi di gente navigata che sente il fiato sul collo del proprio elettorato. Arrabbiato. Deluso. É dai tempi di Tangentopoli che l’Italia è in perenne transizione, nel frattempo le inchieste sono riesplose, la grande mietitrice giudiziaria s’è rimessa in moto e qui, nei giornali, già sappiamo che il tappo del vulcano sta per saltare. Fidatevi, i cronisti hanno fiuto. É arrivato il momento di trovare una soluzione condivisa e di essere responsabili. Perché il voto è l’ultima cosa rimasta agli italiani.

Mario Sechi per Il Tempo

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Se questo è un corrotto

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Se questo è un corrotto


bertolasoIl cinismo dei giornalisti è grande, raggiunge vette incomprensibili per chi non ha mai messo piede in un quotidiano. Noi cronisti siamo abituati a tutto. Di fronte alle più grandi tragedie il nostro humour nero prende subito il posto della sorpresa, dello sbigottimento. È il modo che abbiamo di esorcizzare la difficoltà di certe situazioni, spesso terribili.

Oggi confesso di sentirmi smarrito. La notizia di Guido Bertolaso indagato per corruzione mi lascia di stucco, stento davvero a crederci e non riesco a trovare una battuta liquidatoria e dissacrante, un epitaffio per seppellire sveltamente la vicenda e via… avanti un altro, c’è posto per tutti nel cimitero dei miti infranti. Ma c’è qualcosa che non quadra, il mosaico resta incompiuto e nell’aria volteggia come un avvoltoio il dubbio. Credo che si sentano così milioni di italiani. Guardate bene la foto che pubblichiamo sulla nostra prima pagina e ditemi, cari lettori de Il Tempo, vi sembra l’immagine di un corrotto?

Questo mestiere scartavetra l’anima, indurisce ogni pietà, corazza i sentimenti e spesso ci rende impenetrabili, ma io continuo a pensare che un uomo pronto a sfidare ogni sorte per salvare le vittime del terremoto, un uomo che ha scavato con le sue nude mani, un uomo che ha urlato al mondo la sua rabbia per i ritardi e il circo mediatico di Haiti, quell’uomo non può essere una maschera dietro la quale si celava il volto di un volgare mazzettaro. Bertolaso non ci è mai apparso come un Azzeccagarbugli degli appalti, per gli italiani è diventato il simbolo di quella parte del Paese che si risveglia quando pensi che tutto sia perduto. Un simbolo di generosità, efficienza, organizzazione, talento, tutto quello che spesso non sappiamo essere nei giorni normali, ma quando c’è l’emergenza, la catastrofe, il colpo letale, ecco che l’italiano scopre di essere popolo e non solo individuo. Bertolaso è (o era?) l’icona dei nostri momenti belli e terribili, quelli in cui scopriamo di essere una nazione solidale, un popolo con una storia, una patria, una bandiera. Un’inchiesta rischia di distruggere questo mito.

Attenzione, non si tratta solo di un terremoto politico che riguarda il governo. Qui c’è in ballo qualcosa di più grande, di altamente simbolico: sono in gioco concetti come fiducia e speranza. Fiducia in un medico che ha accompagnato l’ultimo viaggio di Papa Giovanni Paolo II nella Città Eterna, ripulito le vie di Napoli dalla monnezza e dalla vergogna planetaria, aiutato l’Aquila a credere che dopo la morte e il lutto c’è ancora un futuro; speranza in uno Stato che nella pubblica amministrazione ha anche i suoi bravi e onesti servitori. Niente. Puf! Sogni svaniti, miti infranti. Arriva la magistratura. Tintinnano le manette. Bertolaso finisce nella polvere. Anche lui, il risolvo-problemi, il medico-eroe, entra nella parte del presunto colpevole.

La condanna preventiva c’è già, la giustizia un giorno forse seguirà. È una giungla in cui sta diventando impossibile distinguere il vero dal falso, il male dal bene, il buono dal cattivo. Speriamo tutti nell’innocenza di un uomo come Guido Bertolaso. In attesa del verdetto, qualcuno in questa storia ci ha rubato freddamente un altro pezzo della nostra italiana innocenza.

Mario Sechi per Il Tempo

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Alemanno brucia sul tempo il governo

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Alemanno brucia sul tempo il governo


alemannoLa montagna, la sua passione. Gianni Alemanno si gode le ultime ore di vacanza. Vacanza breve a Cortina. Niente arrampicate, appena un’ora di sci al giorno visto che il ginocchio gli dà qualche problema. Un dibattito con la Bindi e uno oggi con Rutelli a Cortinaincontra. E poi riposo. O in camera a studiare dossier.
Insomma, il sindaco di Roma sta mettendo a punto l’agenda per il 2010, quello che ha già chiamato l’«anno della svolta». Un anno che rivedrà il primo cittadino della Capitale tornare a dire la sua sulla scena della politica nazionale (se quella romana può considerarsi locale). E finanche ad anticipare i temi del governo nazionale.

Sindaco, il presidente Napolitano, nel suo discorso di fine anno, ha rilanciato le questioni economiche e soprattutto sociali. Sarà il tema dell’anno?

«Sì, anche se le riforme istituzionali possono assicurare la governabilità per dare risposte sullo sviluppo, sulle scelte difficili. Sicuramente però dobbiamo fare un grande sforzo di competitività e di equità».

In che senso?

«Oggi continua ad esserci una società squilibrata. Il peso della crisi è ancora troppo concentrato sui lavoratori dipendenti e sulle piccole e medie imprese. Dobbiamo fare proprio una grande alleanza tra queste due categorie anche perché il ceto medio è quello che può cambiare l’Italia».

E la competitività?

«Dobbiamo riuscire a fare una politica industriale concentrata sulle imprese che possa superare i limiti della burocrazia, la stretta sul credito e liberare al massimo le risorse».

Sta parlando di Roma?

«Sto parlando di Roma ma anche di tutta Italia».

Intanto il governo si appresta a fare una riforma del fisco. Che cosa spera di trovarci dentro?

«Non posso pensare che si chiuda questa legislatura senza aver fatto il quoziente familiare. E su questo fronte noi vogliamo dare un esempio».

Un esempio?

«Certo, sulla base di quanto ha già fatto il Comune di Parma. Ovvero studiare una rimodulazione di tutte le tariffe e di tutte le tasse locali sulla base del quoziente».

E come si può fare?

«Far pagare meno tasse e meno tariffe alle famiglie monoreddito ed a quelle numerose».

E come funzionerà?

«Abbiamo chiesto a tutti i capi dipartimenti interessati di studiare un sistema che per abbonamenti dei trasporti, asili nido, tariffe delle politiche sociali, dell’acqua, della luce, insomma in tutto quello che riguarda il Comune si valuti come contribuente l’intero nucleo familiare. Si valuti quanti redditi entrano e quanti sono i membri della famiglia. E in base a tutto ciò ci siano degli scaglioni modulati».

Potrebbe essere pronto per quando?

«Per il prossimo bilancio che stiamo per approvare».

Quanto costerà?

«Sarà un sistema di compensazioni con una diversa progressiività concentrata sulla famiglia. Non ci sarà certamente una riduzione del gettito perché non potremmo permettercelo».

Senta sindaco, c’è un altra questione che era entrata nel dibattito politico e poi è sparita: la partecipazione. Che fine ha fatto?

«Attenzione, anche qui stiamo per varare la nostra sperimentazione. Abbiamo lanciato l’idea di fare i consigli di sorveglianza delle municipalizzate con i rappresentanti dei lavoratori e anche dei consumatori. Questi consigli saranno sovrapposti ai consigli di amministrazione in modo che le scelte di fondo delle aziende siano condivise con dipendenti e utenti delle aziende comunali. E anche questo vuole essere un esempio, un messaggio, una spinta alla politica nazionale perché faccia queste riforme sociali».

Dove vuole arrivare? Vuole dettare la linea al governo nazionale?

«Roma vuole essere laboratorio. Sia per volontà politica sia per necessità. Sono convinto che i nostri problemi non si possono risolvere se non si fa un cambiamento di modello».

Intanto lei ha fatto un po’ da paciere tra Fini e Berlusconi.

«Sicuramente faccio parte del partito delle colombe».

Oddio, dopo quello dell’amore anche il partito delle colombe?

«Ero e sono tra quelli che per il bene del Pdl, credendo nel progetto, ritenevano necessario cercare di smorzare i conflitti tra il leader e i co-leader del partito».

Ma lei ha riattivato la fondazione Nuova Italia, entra sui temi nazionali con una linea sua, suggerisce riforme. Sta costruendo l’alternativa al “farefuturismo”, all’idea di Fini del centrodestra?

«Su molti temi, e penso alla cittadinanza e al fine vita, io non la penso come il presidente della Camera. Elaborare delle idee e delle proposte è un modo per arricchire il dibattito ed evitare che tesi spesso unilaterali diventano motivo di conflitto dentro al partito».

E cioé?

«Insomma, non si tratta di essere solo pacieri. Ma si tratta anche di essere per l’unità del partito facendo proposte».

Ma lei sta cercando di occupare lo spazio lasciato libero da Fini?

«Certo, ma in modo propositivo. C’è una destra di valori, delle identità che deve avere delle risposte».

Ma così lei è in concorrenza con Fini?

«No, io la vedo in termini di complementarietà. Gianfranco resta il mio punto di riferimento fondamentale».

E con Storace? Si sta avvicinando l’ora di un ritorno?

«Penso che con Francesco si debba fare un ragionamento complessivo. Comunque sono d’accordo che debba rientrare a far della squadra del centrodestra».

A proposito di rapporti difficili, come va con la Polverini?

«Ho letto tante cose che sono totali invenzioni. Con Renata ho un rapporto di amicizia storico lungo più di un decennio. Amicizia vera e anche familiare, visto che anche con mia moglie c’è un legame forte. L’ho sostenuta nel suo percorso verso la segreteria dell’Ugl…».

Sindaco, non è stata sempre rose e fiori tra voi…

«Magari non ho condiviso tutte le posizioni che ha preso, in particolare quando ero ministro e il sindacato criticava il governo. Però l’ho sempre considerata una donna intelligente, una bella romana “di cuore” che può vincere questa partita».

Ha detto tutto tranne una cosa: la sosterrà o no?

«A parte il rapporto personale e il naturale schieramento con il centrodestra, bisogna pensare che se non dovessimo vincere alla Regione Lazio anche al Comune di Roma avremmo poi notevoli problemi. La sosterò con tutte le mie forze rispettando il ruolo istituzionale che ricopro: la sinistra stia tranquilla che non farò scorrettezze».

Ma con questa sinistra si può avere un rapporto nuovo?

«Confido nella concretezza di Bersani. E lo dico io che lo contestai all’epoca delle “lenzuolate”. La sinistra farà un salto di qualità quando si renderà conto che le due volte in cui ha già battuto Berlusconi l’ha fatto presentando alternative credibili e non utilizzando l’estremismo antiberlusconiano».

C’è ancora un rapporto forte tra Roma e il governo nazionale o s’avvertono scricchiolii come il tira e molla sui finanziamenti?

«Il mio rapporto con Berlusconi è diventato saldissimo. Sia come leader di partito che come presidente del Consiglio. Basta vedere quello che abbiamo ottenuto dalla Finanziaria: seicento invece che gli iniziali cinquecento milioni di euro. Ho sostenuto la riforma di Roma capitale e conto entro gennaio di avere il primo decreto applicativo del federalismo fiscale in modo da chiudere l’iter in autunno. Facciamo parlare i fatti piuttosto che le chiacchiere».

Fabrizio Dell’Orefice per Il Tempo

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2010: l’elenco dei miei desideri per l’Italia.

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2010: l’elenco dei miei desideri per l’Italia.


italy___grunge_by_tonemappedEh sì, ogni anno che passa tirare le somme di quello che sta per concludersi diventa sempre più complicato forse perché, almeno per quanto mi riguarda, con il trascorrere del tempo divento sempre più esigente, soprattutto nei confronti di me stesso. Così, anziché scrivere un resoconto di ciò che è stato nel 2009, tenterò di fare un elenco delle cose che mi aspetto dal 2010. Massì, mi prendo la libertà di fare una sorta di lista della spesa anche perché, in fondo, sognare non solo non costa nulla ma è anche un ottimo esercizio, che inconsciamente ci spinge a lottare sempre e comunque per il massimo obbiettivo. Insomma, nessuno riuscirà mai a togliermi dalla testa che, se proprio dobbiamo metterci in gioco, tanto vale farlo puntando alla posta più alta. Sempre e comunque. A conferma di quanto vi ho appena detto, spesso e volentieri, quando qualcuno mi chiede “come và” amo rispondergli che se mi lamentassi sarei un ingrato e se mi esaltassi sarei uno che si accontenta. Fatta questa già lunga ma doverosa premessa posso cominciare a dare libero sfogo alla mia immaginazione, tentando di elencare tutto ciò che desidero (senza il condizionale) per l’anno che tra poche ore vedrà la luce. Desidero che il clima politico finalmente cambi, che il confronto sulle idee prenda il posto dell’astio e degli attacchi personali, da entrambe le parti. Desidero non sentirmi più dire frasi del tipo “non capisco come possa, una persona in gamba come te, stare da quella parte politica”. Desidero che il Presidente Fini torni a scaldare il cuore mio e del popolo della destra, riappropriandosi di argomenti che, sono sicuro, continuano ad essere parte integrante del suo dna politico ed umano. Desidero che il Presidente Berlusconi consegni il Partito nelle mani di una nuova classe dirigente, puntando convintamente sulla generazione dei trentenni, che dovranno essere messi nelle condizioni di affrontare e vincere la sfida di una vera e propria “Rivoluzione del merito”. Desidero che maggioranza ed opposizione, questa volta, facciano il possibile e l’impossibile per portare a compimento quel processo riformista di cui la nostra Italia ha terribilmente bisogno. Desidero che l’opposizione collabori, senza pregiudizi, con la maggiornanza per arrivare quanto prima alla soluzione della crisi economica puntanto, innanzitutto, alla salvaguardia dei posti di lavoro. Desidero che maggioranza e opposizione, nell’ottica di un reciproco riconoscimento, s’impegnino per arrivare ad una definitiva “Pacificazione nazionale” consegnando, in modo definitivo e inappellabile, le antiche divisioni ideologiche ai libri di storia. Desidero che i cosiddetti cattivi maestri della sinistra radicale vengano finalmente isolati, perché non possano più inculcare, specialmente nei più giovani, sentimenti negativi come quello che, ad esempio, spinge qualcuno a gridare il vergognoso slogan “1, 10, 100, 1000 Nassirya”. Desidero che gli oltre 9000 Soldati Italiani impegnati in Missioni di Pace in tutto il mondo siano onorati e rispettati da tutti gl’italiani. Desidero che tutti i rappresentanti delle Forze dell’Ordine siano onorati e rispettati da tutti gl’italiani. Desidero che la mentalità degli italiani diventi sempre meno provinciale e che, cioè, la finisca di anteporre interessi di bottega a quelli dell’intera comunità. Desidero che ogni italiano sia orgoglioso della sua Patria e che si commuova quando sente l’Inno o vede sventolare il Tricolore, sempre, non solo quando vinciamo i Mondiali di calcio. Desidero che a Como, la mia città, venga abbattuto al più presto quell’orrendo muro che oscura il Lungo Lago. Desidero, per me stesso, di continuare a migliorare in tutto ciò che faccio rimanendo sempre fedele a me stesso e guadagnandomi, sul campo, il ripetto e la stima delle persone che mi sono vicine e che credono in me. Desidero, infine, che questo 2010 regali ad ognuno di voi la forza di credere e lottare per inseguire ogni desiderio. E realizzarlo.

Alessandro Nardone

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Addio “compagno Fini”. Ora Gianfranco è sociale

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Addio “compagno Fini”. Ora Gianfranco è sociale


GIANFRANCO FINI

Un Fini sociale. Che guarda alla famiglia. Ai giovani. A voler esser un pizzico maliziosi si potrebbe anche aggiungere un Fini che si concentra sugli italiani. Insomma, sarà un presidente della Camera diverso, che ridisegna le sue priorità. Non vuol dire che il cofondatore del Pdl abbia deciso di abbandonare le battaglie che hanno caratterizzato il suo anno politico che s’avvia a conclusione. Semplicemente, si tratta di rinnovare l’agenda, di introdurre nuovi elementi, nuovi contenuti. E sicuramente anche nuovi toni.

Il rapporto con Silvio Berlusconi si mantiene sereno.  Presto per dire che sia tornato saldo. Ma il fatto che i due, dal giorno della statuina vicino a piazza Duomo, oltre ad essersi visti si siano sentiti quattro volte al telefono, è segno che qualcosa è cambiato. Qualcosa di sostanziale. Certo, per ora oggetto dei colloqui sono stati soprattutto gli auguri per le festività. Convenevoli. Poco, quasi per nulla: è corsa lungo le cornette la politica. In ogni caso, il clima è cambiato. E forse più che la statuina a farlo mutare è stato il fuorionda con il quale era stato svelato un colloquio riservato tra il presidente della Camera e il procuratore della Repubblica di Pescara. Clima diverso e ora si cambiano anche gli argomenti.

Il Fini targato 2010 sarà molto più attento alle questioni economiche. E in particolare sociali. Per esempio, il principale inquilino di Montecitorio è deciso a chiedere che il governo applichi uno dei punti qualificanti del programma di governo: realizzi il quoziente familiare. Insomma, metta mano al sistema fiscale prevedendo aiuti alle famiglie. Nel piano presentato alle elezioni 2008, si parla esplicitamente di quoziente (come in Francia, dove i contribuenti vengono considerati anche come nucleo familiare), sebbene si citi la sua introduzione in via sperimentale. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti si sta muovendo su una strada analoga, ma diversa che preveda bonus in base ai figli che fanno parte della famiglia.

Di sicuro, Fini chiederà di accelerare questo processo. Altro tema che il presidente della Camera si appresta a lanciare riguarda il welfare. In particolare, la nuova bandiera sarà un sistema di stato sociale più inclusivo soprattutto per i giovani. D’altro canto, il welfare inclusivo era nel decalogo che ha compilato Fini nel suo libro «Il futuro delle libertà». E per capire che tipo di stato sociale immagini l’ex leader di An basta ricordare le sue parole del giugno scorso sulle garanzie: «Occorre correggere le anomalie delle frammentazioni e della disparità di trattamento che abbiamo ereditato dal passato. Lo sforzo deve essere quello di costruire un welfare inclusivo che non discrimini i precari rispetto ai garantiti. Un sistema più moderno che miri a tutelare il lavoratore nelle varie fasi della sua vita professionale oggi non più all’insegna necessariamente del posto fisso ed a tempo indeterminato.

In questo senso – ammoniva Fini – il sistema di ammortizzatori sociali deve coprire i nuovi rischi del mercato del lavoro, permettendo al lavoratore di affrontare i cambiamenti senza che questi si traducano inevitabilmente in negativi arretramenti delle sue condizioni di vita». Non mancheranno certamente gli appelli al dialogo e alle riforme condivise, e i moniti contro i voti di fiducia. Ma si parlerà meno di immigrati e anche la legge sulla cittadinanza verrà presto accantonata con la scusa della campagna elettorale incipiente. Fini appare deciso anche a riscoprire una sua battaglia un po’ messa da parte: quella a favore delle donne.

Sul sito della sua fondazione Farefuturo, da pochi giorni, compare un nuovo testo con il quale si annuncia che l’associazione «vuole promuovere una “rivoluzione della dignità” centrata sull’insostituibile ruolo sociale della donna, sul valore originale della sensibilità e dell’ingegno, su una vera politica delle pari opportunità, sulla riscoperta anche del ruolo materno». Più in generale, l’intera fondazione subirà una mutazione: meno futili provocazioni culturali e più analisi, più ricerca, più proposte (che poi dovrebbe essere l’obiettivo numero uno). Infatti sul web è l’intera pagina di presentazione dell’organizzazione ad essere stata riscritta. Al primo punto si legge: «L’egemonia del presente domina lo spazio del dibattito del nostro Paese. Soffriamo di un pericoloso schiacciamento sull’immediato del “tempo storico”: la cultura del sondaggio diventa l’unica premessa per azioni, strategie, leadership; il “mark to market” diventa sistema decisionale e cifra delle politiche pubbliche e delle scelte private. Farefuturo vuole promuovere una rinnovata cultura strategica».

Un capitolo a parte riguarda i rapporti internazionali. La fondazione del presidente della Camera ha stretto alleanze con quella dell’ex premier spagnolo Aznar (Faes) e con la fondazione Adenauer e alcuni eurodeputati che provengono da An hanno riscoperto un certo interesse nei loro confronti da parte degli esponenti della Cdu. Fini ne è consapevole e infatti vedrà i parlamentari di Strasburgo a lui più vicini subito dopo le feste, forse in un pranzo informale.

Poi verranno i viaggi all’estero. Due quelli più importanti. Il primo a Washington su invito della speaker della Camera Usa, Nancy Pelosi, per febbraio. Non esclude un incontro anche informale con Obama, sebbene non sia prassi che il presidente degli Stati Uniti riceva il presidente di un ramo del Parlamento italiano: sono al lavoro le diplomazie. Il secondo a Gerusalemme, sempre in febbraio: per Fini un ritorno.

Fabrizio Dell’Orefice per Il Tempo

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Siamo tutti Berlusconi! Il video della serata di solidarietà al Presidente del Consiglio

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Siamo tutti Berlusconi! Il video della serata di solidarietà al Presidente del Consiglio


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Fini rompe gli indugi e chiama Silvio

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Fini rompe gli indugi e chiama Silvio


GIANFRANCO FINI

Addio alle polemiche. Addio ai dissidi delle ultime settimane. Addio a tutto. Prevale la fraterna amicizia. Gianfranco Fini alza la cornetta e chiama subito il Cavaliere ma i collaboratori del premier gli spiegano che sta facendo gli esami al San Raffaele. E più tardi gli spiegheranno anche che non è in condizioni di parlare al telefono, è stato informato e ringrazia di cuore e appena potrà richiamerà. Dunque l’aggressione a Berlusconi fa mettere da parte qualunque dissapore. Tanto il presidente della Camera si sente in diritto di intervenire al Tg1 con parole inequivocabili: «È un brutto giorno per l’Italia e tutte le forze politiche hanno il dovere di fare in modo che il Paese non riviva gli anni di violenza».

Fini esprime la propria «condanna» per quanto accaduto, «un gesto di violenza – dice – che non può essere giustificato». Il riferimento, per quest’ultima dichiarazione, era al commento che era stato fatto da Antonio Di Pietro, un commento di quasi comprensione del gesto di Massimo Tartaglia. Il principale inquilino di Montecitorio aveva seguito comizio di Silvio Berlusconi da casa in diretta tv. Ed era già apparso risollevato visto che non c’erano stati gli strappi auspicati da quelli che gli uomini di Fini chiamano i «falchi berlusconiani». Anzi, il presidente della Camera non era stato nemmeno citato nel corso del discorso in piazza Duomo e non si erano sentiti nemmeno accenni velati. Poi l’aggressione. Fini chiama subito Ignazio La Russa, che è con Berlusconi e Milano. Gli chiede che cosa sia accaduto. Quindi decide di cercare il premier. Subito dopo, intervengono tutti gli uomini più vicini al co-fondatore del Pdl.

Italo Bocchino, vicecapogruppo Pdl alla Camera: «L’aggressione a Berlusconi è frutto di un intollerabile clima di violenza verbale nei confronti del presidente del Consiglio liberamente scelto dagli italiani». «Al premier – aggiunge – va la vicinanza di tutti coloro che non consentiranno operazioni di piazza, peraltro violente, tese a rappresentare una tensione che non dovrebbe appartenere alla nostra democrazia». Quindi tocca al viceministro Adolfo Urso, che è anche segretario della fondazione FareFuturo: «Una aggressione vigliacca, frutto di una campagna d’odio che sta avvelenando la vita politica e il Paese. Piena solidarietà umana e politica al premier Berlusconi».

A ruota arriva anche il commento ufficiale della fondazione finiana: «Il clima d’odio, di rancore, di delegittimazione dell’avversario e del nemico non può che creare mostri, non può che riportare l’Italia a un tempo che nessuno vorrebbe più vivere. Oggi – aggiunge – è stato un gesto di un singolo. Gravissimo. Ma domani potrebbe essere di più. E per questo che non è più tempo dei falchi. È tempo, deve essere il tempo, delle colombe». La nota di FareFuturo aggiunge anche che «è per questo che la solidarietà e la condanna non sono sufficienti. Perché purtroppo il gesto folle di un individuo rischia di diventare il simbolo dell’apertura di una stagione nera per la storia d’Italia. Una stagione in cui il dialogo e la condivisione perdono terreno rispetto alla logica della barricata, dello scontro, della guerra».

Un altro finiano, Carmelo Briguglio, chiede che della sicurezza del premier se ne occupi adesso il Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. L’unico finiano a non profferire verbo è Fabio Granata. Da parte sua nessun commento. Né di solidarietà a Berlusconi né di condanna del gesto: anche questo è un segno dei tempi.

Fabrizio Dell’Orefice per Il Tempo

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Di Pietro: “premier istiga”. La Bindi rincara la dose: “Non faccia la vittima”

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Di Pietro: “premier istiga”. La Bindi rincara la dose: “Non faccia la vittima”


di-petro-comizio“Presenterò un esposto-denuncia contro Di Pietro per associazione a delinquere”. La ‘minaccia’ del sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto è quella che meglio sintetizza il clima si innesca nei confronti del leader dell’Idv Antonio Di Pietro considerato colpevole non solo di aver creato un clima “di odio” verso Berlusconi, ma anche di averlo indicato, subito dopo l’aggressione subita a Milano, come “l’istigatore” della violenza. Durissimi toni anche dal presidente del Pd, Rosy Bindi, secondo la quale “resta il fatto che tra gli artefici di questo clima c’è anche Berlusconi, non può sentirsi la vittima”. Immediata la replica del Pdl che invita Bersani a dissociarsi: “Le campagne di odio, l’aggressione giornalistica, il linguaggio folle, che non è soltanto del capo degli irresponsabili Antonio Di Pietro, hanno preparato il terreno”. Il segretario del Pd: “Va condannato senza se e senza ma ogni gesto di violenza”.

L’attacco di Di Pietro “Come al solito quando si tratta di criticare l’Idv i soliti ‘Soloni’ capiscono fischi per fiaschi. Ribadisco allora che noi tutti deploriamo e condanniamo l’aggressione subita dal presidente del consiglio. Ci mancherebbe altro!”. Così il leader dell’Idv Antonio Di Pietro commenta l’aggressione al premier a Milano. “Però – aggiunge – non può e non deve legittimare e giustificare la dilagante esasperazione che l’assenza di politiche economiche e sociali di questo governo sta provocando nei confronti di miglia di lavoratori e padri di famiglia”. “Già nei giorni scorsi – prosegue – avevo avvertito del rischio incombente che a qualcuno saltassero i nervi e non è prendendosela con me che si risolvono i problemi, ma affrontandoli e dando risposte ai bisogni dei cittadini, cosa che il governo Berlusconi non ha fatto e non pare abbia alcuna intenzione di fare”.

Cicchitto: “Istiga alla violenza” “Leggiamo la dichiarazione di Di Pietro su Berlusconi: essa conferma che egli è un autentico provocatore che sta scatenando una spirale di violenza nel Paese approfittando della debolezza politica dei suoi alleati”. E’ quanto afferma il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto. “Vedremo se verrà confermata la linea di alcuni esponenti politici di fare con questo figuro addirittura un ridicolo Cnl. Con Di Pietro al massimo si possono fare le brigate rosse e le brigate nere che hanno caratterizzato i momenti peggiori della vita politica italiana. In effetti – conclude Cicchitto – se ci fosse un minimo di razionalità politica intorno a lui bisognerebbe fare un autentico cordone sanitario”.

Crosetto pronto a denunciare “Oltre ad esprimere piena solidarietà al presidente del Consiglio, con alcuni colleghi parlamentari presenterò un esposto-denuncia contro l’onorevole Di Pietro per istigazione a delinquere”. Lo annuncia Guido Crosetto, sottosegretario alla Difesa e deputato del Pdl. “Le sue parole e i suoi atteggiamenti dell’altro giorno – aggiunge – hanno dato legittimazione a tutti coloro che vedono nella violenza il modo migliore per esprimere le proprie opinioni”. “Penso che tutta la politica debba fare in modo che questa persona non trovi più alcun dialogo da parte di chi – conclude Crosetto – pensa che il bene comune si amministri e si raggiunga solo con un sereno confronto democratico”.

Bindi: “Il premier non faccia la vittima” “Tra gli artefici di questo clima c’è anche Berlusconi, non può sentirsi la vittima”. Per la presidente del Pd Rosy Bindi “questi gesti vanno sempre condannati, mai giustificati. Qualche volta, però, sono spiegabili”. “Motivi di esasperazione ce ne sono molti, legati alla crisi economica che alcuni pagano con prezzi altissimi”, dice Bindi in un’intervista alla Stampa. “La sensazione più diffusa è che non sai più a chi rivolgerti, chi ti tutela. C’è perfino una rottura in parte creata ad arte del movimento sindacale. E poi c’è uno scontro politico che si porta dietro sicuramente frange estremiste o persone che perdono la testa, ma – sottolinea – chi ha più responsabilità fa di tutto per dividere il paese”. I contestatori “sbagliano, non si disturbano le piazze degli altri”, ma “è anche vero che c’è modo e modo per zittire le persone. E anche oggi il premier ha mantenuto toni duri, mancava solo la frase: e per tutto questo ora andiamo al voto”, sostiene Bindi, secondo cui “le opposizioni sono pronte a reagire se il premier vuole elezioni per cambiare la Costituzione”.

Il Pdl: “Ciarpame politico” Le affermazioni della Bindi “sono un lascito del passato: nelle sue parole si percepisce quel terribile concetto di superiorità morale che è tipico della sinistra”. I sottosegretario Paolo Bonaiuti commenta duramente le affermazioni dell’esponente del Pd sul’aggressione al presidente del Consiglio. “Finché la sinistra – ammonisce Bonaiuti – si tirerà dietro questo ciarpame non arriverà a nulla. Il moralismo li anima li rende convinti di essere solo loro depositari della verità. È un’arretratezza che va superata”. Bonaiuti poi torna ad attaccare il gruppo editoriale Espresso-Repubblica e l’editoriale di oggi sull’Unità, “in cui si dice che il colpo di Duomo in testa a Berlusconi gli darà più titoli e vigore per la campagna elettorale per le Regionali”. “Dire che un fatto come quello – puntualizza – possa essere utilizzato a fini politici non fa altro che generale violenza ed odio”. E conclude: “Mi dispiace che la sinistra riformista invece di fare proposte concrete per il Paese si allei con Di Pietro ed il suo linguaggio volgare”.

Napolitano: “Basta spirale di violenza” “Esprimo la più ferma condanna del grave e inconsulto gesto di aggressione nei confronti del Presidente del Consiglio al quale va la mia personale solidarietà”. Inoltre esprimo “il più netto, rinnovato appello perché ogni contrasto politico e istituzionale sia ricondotto entro limiti di responsabile autocontrollo e di civile confronto, prevenendo e stroncando ogni impulso e spirale di violenza”. Con queste parole il Capo Dello Stato Giorgio Napolitano commenta l’aggressione. Il Presidente, secondo quanto si è appreso, ha chiamato in tarda serata il presidente del Consiglio esprimendo per telefono tutta la sua solidarietà.

Il Giornale

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