Tag Archive | "bersani"

Simone antidroga «Preferite la vita»

Tags: , , , , , , , , , , , , , , ,

Simone antidroga «Preferite la vita»


simoneLa droga impazza nel mondo della musica. Ma non solo in questo. «È un problema globale della società, non prendiamoci in giro con facili stereotipi. Non mettete in croce noi artisti, anche se alla parola “droga” si associano soprattutto musicisti, attori e registi».
È il pensiero del cantante Simone Tomassini (nella foto), il giorno dopo l’esclusione di Morgan dal Festival di Sanremo dopo l’intervista a “Max” in cui ha dichiarato di fare abitualmente uso di crack (anche se

poi ha ritrattato). Un segreto di Pulcinella, quello della droga che devasta le sette note e il rock in particolare. «Venti anni fa poteva essere un prodotto d’élite, per chi aveva disponibilità economiche – precisa Simone – Oggi purtroppo non è più così, non è solo l’ambiente dello spettacolo ad essere invaso da sostanze stupefacenti, è la società intera. Pensiamo ai modelli negativi che in questo senso giungono dal mondo del calcio. Anche chi ha un reddito normale, può cadere nel vizio».
Simone con il suo lavoro di musicista lancia un appello: scegliete la vita. «Nel 2006 ho anche inciso un disco al riguardo, “Sesso Gioia e Rock ’n Roll”, per dire che preferisco la vita alla droga, sostituendolo al celebre motto “sex & drugs & rock’n roll” (fu anche il titolo di una celebre canzone di Ian Dury, ndr). Insomma amo la vita e penso che quando capitano come a tutti cose belle o brutte sia meglio accettarle rimanendo sani di mente, ragionando sempre con la propria testa».
Per Tomassini quindi è ora di smetterla con l’equazione rock=droga. «Il problema degli stupefacenti, insisto, ormai è globale e totale – dice – Li vendono fuori dalle scuole, li consumano d’abitudine nelle discoteche, ne fanno uso tutti, ovunque».
Ma se fai parte del mondo del rock, come non cadere in tentazione? «Se hai successo, è facile essere avvicinati da consumatori e spacciatori. Ma contano gli amici che hai intorno, e conta soprattutto se sei forte, dentro. Certo, i miti del passato sono un monito. Jimi Hendrix è un genio di riferimento anche per me, come me era mancino. Ma probabilmente ha fatto una brutta fine perché era attorniato da gente pericolosa. E poi ci sono anche miti musicali positivi, che non hanno fatto uso di droga. Penso ad esempio a Frank Sinatra».
Ma Simone come si difende, quindi? «Non sono mai stato avvicinato dal problema droga perché i miei colleghi musicisti evitano anche solo di parlarmene. Sanno che sono pulito. Che ho detto no in modo chiaro. Che a casa mia la droga non entra e non entrerà mai, e se un mio amico cade nel vizio è mio dovere tirarlo fuori, anche per le orecchie se è il caso».
E, tornando alla musica, Simone conclude: «Morgan? Io da Sanremo l’avrei eliminato perché ormai non è più un cantante ma un professore di musica. Non credo molto nelle selezioni tv per nuovi musicisti come “Amici” e “X-Factor”. Preferisco pensare che alla musica si arrivi lavorando sodo. Sto scrivendo il disco nuovo, e ho in mente tanti progetti per i prossimi mesi. Preferisco rimboccarmi le maniche, altro che droga. Lo ribadirò lunedì prossimo alle 17.30, alla sala prove dell’ex ospedale San Martino di Como, per l’“Open day” di “Musica in Rete” in cui mi hanno invitato come testimonial per la presentazione della nuova sala prove. Darò un segno di positività, ribadirò che la musica è una cosa seria, e che non bisogna credere ai falsi modelli. Se hai talento, devi svilupparlo con tenacia, sudando. Io suono da quando avevo 5 anni, faccio da sempre concerti live, e credo più che mai oggi si debba ripartire dai fondamentali. Basta suonare con la base, basta karaoke. Meglio fare come i musicisti che ho visto di recente a New York: si consumano le dita sulle corde, prima di dirsi musicisti veri».

Lorenzo Morandotti per Il Corriere di Como

  • Share/Bookmark

Posted in PoliticaCommenti disabilitati

Di Pietro: “premier istiga”. La Bindi rincara la dose: “Non faccia la vittima”

Tags: , , , , , , , , , , , , , ,

Di Pietro: “premier istiga”. La Bindi rincara la dose: “Non faccia la vittima”


di-petro-comizio“Presenterò un esposto-denuncia contro Di Pietro per associazione a delinquere”. La ‘minaccia’ del sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto è quella che meglio sintetizza il clima si innesca nei confronti del leader dell’Idv Antonio Di Pietro considerato colpevole non solo di aver creato un clima “di odio” verso Berlusconi, ma anche di averlo indicato, subito dopo l’aggressione subita a Milano, come “l’istigatore” della violenza. Durissimi toni anche dal presidente del Pd, Rosy Bindi, secondo la quale “resta il fatto che tra gli artefici di questo clima c’è anche Berlusconi, non può sentirsi la vittima”. Immediata la replica del Pdl che invita Bersani a dissociarsi: “Le campagne di odio, l’aggressione giornalistica, il linguaggio folle, che non è soltanto del capo degli irresponsabili Antonio Di Pietro, hanno preparato il terreno”. Il segretario del Pd: “Va condannato senza se e senza ma ogni gesto di violenza”.

L’attacco di Di Pietro “Come al solito quando si tratta di criticare l’Idv i soliti ‘Soloni’ capiscono fischi per fiaschi. Ribadisco allora che noi tutti deploriamo e condanniamo l’aggressione subita dal presidente del consiglio. Ci mancherebbe altro!”. Così il leader dell’Idv Antonio Di Pietro commenta l’aggressione al premier a Milano. “Però – aggiunge – non può e non deve legittimare e giustificare la dilagante esasperazione che l’assenza di politiche economiche e sociali di questo governo sta provocando nei confronti di miglia di lavoratori e padri di famiglia”. “Già nei giorni scorsi – prosegue – avevo avvertito del rischio incombente che a qualcuno saltassero i nervi e non è prendendosela con me che si risolvono i problemi, ma affrontandoli e dando risposte ai bisogni dei cittadini, cosa che il governo Berlusconi non ha fatto e non pare abbia alcuna intenzione di fare”.

Cicchitto: “Istiga alla violenza” “Leggiamo la dichiarazione di Di Pietro su Berlusconi: essa conferma che egli è un autentico provocatore che sta scatenando una spirale di violenza nel Paese approfittando della debolezza politica dei suoi alleati”. E’ quanto afferma il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto. “Vedremo se verrà confermata la linea di alcuni esponenti politici di fare con questo figuro addirittura un ridicolo Cnl. Con Di Pietro al massimo si possono fare le brigate rosse e le brigate nere che hanno caratterizzato i momenti peggiori della vita politica italiana. In effetti – conclude Cicchitto – se ci fosse un minimo di razionalità politica intorno a lui bisognerebbe fare un autentico cordone sanitario”.

Crosetto pronto a denunciare “Oltre ad esprimere piena solidarietà al presidente del Consiglio, con alcuni colleghi parlamentari presenterò un esposto-denuncia contro l’onorevole Di Pietro per istigazione a delinquere”. Lo annuncia Guido Crosetto, sottosegretario alla Difesa e deputato del Pdl. “Le sue parole e i suoi atteggiamenti dell’altro giorno – aggiunge – hanno dato legittimazione a tutti coloro che vedono nella violenza il modo migliore per esprimere le proprie opinioni”. “Penso che tutta la politica debba fare in modo che questa persona non trovi più alcun dialogo da parte di chi – conclude Crosetto – pensa che il bene comune si amministri e si raggiunga solo con un sereno confronto democratico”.

Bindi: “Il premier non faccia la vittima” “Tra gli artefici di questo clima c’è anche Berlusconi, non può sentirsi la vittima”. Per la presidente del Pd Rosy Bindi “questi gesti vanno sempre condannati, mai giustificati. Qualche volta, però, sono spiegabili”. “Motivi di esasperazione ce ne sono molti, legati alla crisi economica che alcuni pagano con prezzi altissimi”, dice Bindi in un’intervista alla Stampa. “La sensazione più diffusa è che non sai più a chi rivolgerti, chi ti tutela. C’è perfino una rottura in parte creata ad arte del movimento sindacale. E poi c’è uno scontro politico che si porta dietro sicuramente frange estremiste o persone che perdono la testa, ma – sottolinea – chi ha più responsabilità fa di tutto per dividere il paese”. I contestatori “sbagliano, non si disturbano le piazze degli altri”, ma “è anche vero che c’è modo e modo per zittire le persone. E anche oggi il premier ha mantenuto toni duri, mancava solo la frase: e per tutto questo ora andiamo al voto”, sostiene Bindi, secondo cui “le opposizioni sono pronte a reagire se il premier vuole elezioni per cambiare la Costituzione”.

Il Pdl: “Ciarpame politico” Le affermazioni della Bindi “sono un lascito del passato: nelle sue parole si percepisce quel terribile concetto di superiorità morale che è tipico della sinistra”. I sottosegretario Paolo Bonaiuti commenta duramente le affermazioni dell’esponente del Pd sul’aggressione al presidente del Consiglio. “Finché la sinistra – ammonisce Bonaiuti – si tirerà dietro questo ciarpame non arriverà a nulla. Il moralismo li anima li rende convinti di essere solo loro depositari della verità. È un’arretratezza che va superata”. Bonaiuti poi torna ad attaccare il gruppo editoriale Espresso-Repubblica e l’editoriale di oggi sull’Unità, “in cui si dice che il colpo di Duomo in testa a Berlusconi gli darà più titoli e vigore per la campagna elettorale per le Regionali”. “Dire che un fatto come quello – puntualizza – possa essere utilizzato a fini politici non fa altro che generale violenza ed odio”. E conclude: “Mi dispiace che la sinistra riformista invece di fare proposte concrete per il Paese si allei con Di Pietro ed il suo linguaggio volgare”.

Napolitano: “Basta spirale di violenza” “Esprimo la più ferma condanna del grave e inconsulto gesto di aggressione nei confronti del Presidente del Consiglio al quale va la mia personale solidarietà”. Inoltre esprimo “il più netto, rinnovato appello perché ogni contrasto politico e istituzionale sia ricondotto entro limiti di responsabile autocontrollo e di civile confronto, prevenendo e stroncando ogni impulso e spirale di violenza”. Con queste parole il Capo Dello Stato Giorgio Napolitano commenta l’aggressione. Il Presidente, secondo quanto si è appreso, ha chiamato in tarda serata il presidente del Consiglio esprimendo per telefono tutta la sua solidarietà.

Il Giornale

  • Share/Bookmark

Posted in PoliticaCommenti disabilitati

Casini: “Voto anticipato? Un fronte unico anti Silvio”

Tags: , , , , , , , , , , ,

Casini: “Voto anticipato? Un fronte unico anti Silvio”


casiniSe Berlusconi vuole andare al voto anticipato sappia che si troverà di fronte alle urne uno schieramento repubblicano in difesa della democrazia». Nel suo studio al quinto piano di Montecitorio dove si gode una vista magnifica sui tetti di Roma, Pier Ferdinando Casini distende le gambe su un tavolino sorseggiando un tè con l’aria di chi si sente «in forma smagliante».

E tra un ragionamento e l’altro, Casini non lesina stoccate: dà del «paranoico» al premier, «con simpatia s’intende»; avverte Formigoni che per allearsi con l’Udc alle regionali deve dimostrare di non essere succube della Lega. E annuncia che appoggerebbe Emiliano con il Pd in Puglia anche se Vendola si presentasse lo stesso.

Casini, cosa c’è in fondo al tunnel? Perché questi strappi continui del premier?
«L’unica strategia plausibile è che ritenga di andare al voto anticipato, non c’è altro modo di spiegare un comportamento così dissennato. Così trasmette un’immagine di sua insicurezza e di precarietà dell’Italia. E’ chiaro che in queste condizioni una richiesta di elezioni anticipate farebbe emergere uno schieramento repubblicano a presidio della democrazia. E poiché penso che la democrazia sia un valore io mi schiererei “senza se e senza ma” in sua difesa».

Sta dicendo che se la situazione precipitasse lei farebbe fronte comune alle elezioni con il Pd e Di Pietro?
«Innanzitutto dico che uno schieramento repubblicano dovrebbe interpellare le coscienze di tanti parlamentari della Pdl, che non credo possano accettare una deriva di questo tipo. Aggiungo che una divisione del Paese così lacerante sarebbe perniciosa e mi auguro che Berlusconi non segua questa strada. Ma un caso del genere richiederebbe una risposta inedita rispetto a quelle che si sono prefigurate fino ad oggi. Osservo però che minacciare le elezioni anticipate non significa averle».

Se il Capo dello Stato, in caso di dimissioni del premier, desse un incarico a Fini per un governo istituzionale lei lo voterebbe?
«Chi guida un esecutivo lo decide solo il presidente della Repubblica. E’ chiaro che noi saremmo disponibili a una soluzione istituzionale e continuo a mantenere la mia convinzione che in cinque minuti si potrebbe fare un governo».

Cosa spinge Berlusconi a confliggere con Fini e Napolitano?
«Lui ha una certa allergia alla diversità. Ieri toccava a me, oggi a Fini e domani a qualcun altro. Preferisce un governo a sua immagine e somiglianza. Ma ritenere che questo presidente della Repubblica sia parte di una contesa contro Berlusconi è una fuga dalla realtà. Siamo alla paranoia generalizzata. Che dovrebbe fare Napolitano? Inveire contro i giudici? La deposizione di Graviano dimostra poi che il meccanismo in essere è di garanzia per tutti. E’ una deriva inconcepibile a quindici anni dalla discesa in campo con cento voti di maggioranza. Dov’è questo complotto?».

A proposito, a lei è mai venuto in mente di bonificare i suoi uffici quando era presidente della Camera?
«Sono cose ordinarie, sì l’ho fatto anche io. Ma lo fanno anche a Palazzo Chigi».

Fini, oggetto di attenzioni a destra e sinistra, è stato tirato per la giacca da Rutelli. Un errore o un salto in avanti?
«Io di Rutelli posso parlare solo per le cose giuste che fa. Quelle sbagliate non le commento. Non ho la pretesa di arruolare nessuno in un mio futuro Partito della Nazione, ma se si creeranno condizioni nuove, come dice la canzone, si scoprirà solo vivendo».

Abbiamo cominciato con le politiche, finiamo con le regionali che sono certificate da una data sicura e imminente. Appoggerà Formigoni in Lombardia? E voterebbe Emiliano in Puglia anche se Vendola si presentasse lo stesso?
«Contro Formigoni non abbiamo nulla. Ma se Formigoni vuole fare il “Re Travicello” della Lega ne prenderemo atto. Vedremo intanto se oggi a Milano firmerà con me in segno di solidarietà al cardinale Tettamanzi offeso dai leghisti. Per quel che riguarda la Puglia, ricordo che Emiliano è un sindaco e nella sua giunta c’è l’Udc. Poiché governa bene Bari credo che potrebbe governare bene la sua regione».

Carlo Bertini per La Stampa

  • Share/Bookmark

Posted in PoliticaCommenti disabilitati

Il Congresso del Pd si è già inabissato

Tags: , , , , , ,

Il Congresso del Pd si è già inabissato


dalemaC’è il segretario uscente Franceschini a capo di un Correntone in cui c’è di tutto, dai veltroniani ai rutelliani, dagli ex popolari al solitario Piero Fassino. C’è Bersani alla testa degli ex ds con una spruzzata di deputati di rito democristiano a segnalare che Franco Marini, pur parteggiando personalmente per Franceschini, non perde di vista (hai visto mai?) l’altro treno. C’è il prof. Ignazio Marino che dovrebbe rappresentare l’ala laica ed è sostenuto da attempati quarantenni che fanno i ragazzini e da Goffredo Bettini. Tre persone perbene che proveranno a sfidarsi.

Le differenze non sono molto marcate. Franceschini e Bersani sono vecchi animali della politica. Ne hanno attraversato tutte le mutazioni e starebbero bene in ticket. Uno è socialdemocratico, l’altro è cattolico progressista. Forse non assommano tutte le virtù della propria parte, ma sicuramente i vizi. Bersani vuole un partito di tipo tradizionale, Franceschini lavora a quello che D’Alema chiamerebbe un “amalgama malriuscito”. Quello che vuole il prof. Marino non si capisce. Una cosa è certa. A meno che i tre candidati non prendano a insultarsi pesantemente, cosa che si può escludere, il congresso rischia di svolgersi nell’indifferenza generale. Per diverse ragioni.

La prima è che il popolo della sinistra è stanco. È stanco delle battaglie perse e si affida ormai agli scoop giornalistici e alla magistratura per battere l’odiato Berlusconi. È stanco delle liti interne. È stanco di girare in tondo senza trovare la retta via. La seconda ragione è che mai come ora il progetto del Pd si presenta come l’ultima spiaggia. Se fallisce non si riparte per un’altra avventura ma si ricomincia da zero. La terza ragione è la solitudine di quella varia umanità che in questi anni ha seguito tutti i camuffamenti della sinistra perdendo tutte le bandiere. Questa gente si ritrova oggi assediata da destra e da sinistra, sopravvissuta in un mondo che non gli piace ma incapace di prendere una strada nuova. Il congresso del Pd si inabissa fra questi flutti di rancori e di emozioni spente.

I famosi apparati si faranno la guerra a colpi di tessere ma sarà una guerra subacquea che non vedrà mai la cresta dell’onda. Ai tre candidati manca qualcosa che è difficile addebitare solo a loro. Tutti e tre spiegano con dovizia di argomenti che cosa c’è che non va, fanno previsioni catastrofiche sul quel che potrà accadere, ma non sanno dire nulla che faccia capire dove vogliono andare. Non manca il programma (figuratevi se a sinistra può mancare il programma!). Manca qualcosa di più, manca l’IDEA, quel colpo di genio che sappia dare un’anima a una battaglia che si annuncia stanca e ripetitiva. Non è colpa dei tre candidati. Loro ci proveranno. Non è solo un problema italiano visto che affligge le socialdemocrazie europee. Tuttavia fa riflettere che non ci sia un leader che sappia parlare al paese.

Peppino Caldarola per Il Tempo

  • Share/Bookmark

Posted in PoliticaCommenti disabilitati

Toh, è ritornato Walter (ma anche no)

Tags: , , , , , ,

Toh, è ritornato Walter (ma anche no)


walter-veltroniForse non bisognerebbe tornare troppo presto, forse è questo. Di sicuro non si dovrebbe tornare troppo presto – mai – dopo essersene andati troppo tardi. Guardi Walter Veltroni sul palcoscenico del Cinema Capranica, proprio a un passo da Montecitorio, e provi a capire cosa ci sia che non va, in questa sala gremita, quale sia la cifra che non torna in questa assemblea di amarcord precoce e di speranze che si declinano retroattivamente nel passato prossimo, tra rimpianti, sospiri e tante lacrime di coccodrillo.
Guardi Walter e il suo pubblico, il suo mondo che è accorso ad ascoltarlo, il fido Walter Verini che fa avanti e indietro, molto fico in maniche di camicia, guardi i veltro-pretoriani come il regista Ettore Scola, come il prefetto Achille Serra, come Raffaele Ranucci, solidamente imbullonato in prima fila, i veltroniani infedeli come Goffredo Bettini, che distilla interviste crepuscolari a Il Foglio e che canta il suo amore deluso per una mancata euro-candidatura nemmeno fosse un’amante tradita, e che ora fa vibrare nervosamente le gambe, sprofondato, con tutta la sua mole, in una poltroncina striminzita. Alzi la testa, leggi lo striscione in galleria: «Bentornato Walter!». Lo leggi e senti che suscita negli astanti qualcosa di agrodolce, un sentimento involontariamente comico. Lo slogan pare far rima con il più celebre «Togliatti è tornato!»: solo che quella per il migliore del 1948 era una vera festa di popolo, il segretario del Pci era scampato alla rivoltella di Antonio Pallante per miracolo. Mentre Veltroni se n’è andato pochi mesi fa dopo aver perso le regionali sarde, e nessuno è ancora riuscito a trasfigurare quel discorso di congedo in un evento mitico. Lo guardi sul palco, Walter, con il viso più asciutto, tonico, e il senso del dramma o della risurrezione non riesci ad avvertirlo nemmeno sforzandoti. Sembra che sia stato in vacanza. Forse non bisognerebbe tornare mai, prima di essere stati dimenticati davvero.
Il convegno si apre: sul podio scorre l’almanacco delle dichiarazioni dei supporter, inizi a capire qualcos’altro. Alla convention di Pierluigi Bersani c’era un frammento di popolo di sinistra, c’era ancora – anche se visibilmente rarefatto – uno spezzone della grande diaspora che da venti anni si protrae fra teatri, convegni e congressi. Qui da «Walter», questa sera, c’è una platea che è tutta di ceto politico. Sia chiaro, non c’è nemmeno un francobollo di spazio libero: ma i convitati di Walter sono una compagnia a invito, classe dirigente, un’adunata da salottino Freccia alata, più che una mozione politica. E infatti c’è Umberto Pizzi – l’occhio di Dagospia – che viene conteso di qua e di là, fra cenni sorrisi e inviti, come un capo di Stato. Questo è anche un Cafonal veltroniano. Ai piedi del palco, silenziose e attente, ci sono le veltroncine, Martina e Vittoria. Anche loro di solito si mobilitano per gli eventi, ma stasera, malgrado loro, l’aria dell’evento non c’è, Gianni Cuperlo è appoggiato a uno stipite, c’è Zoro, il blogger, con la sua telecamerina: ma poi la corrente salta durante l’intervento di Sergio Chiamparino, e il filo del climax si interrompe, la sala si sbraca.
Arriva Dario Franceschini, in maniche di camicia: sparsi per la sala ci sono i suoi uomini, come Francesco Saverio Garofani e Alberto Lo Sacco. Ci sono osservatori come Roberto Giachetti uno dei più popolari deputati del Pd (quello che digiunò per le primarie) che dice: «Devo ancora decidere con chi stare». E poi c’è Francesca Barracciu, l’ex segretaria regionale della Sardegna, bella, appassionata, e – sperando che l’interessata non trovi la sintesi brutale – incazzata assai. La Barracciu, reduce da una formidabile performance elettorale (oltre centomila voti, anche se il seggio non è scattato), è l’unica che dice pane al pane e vino al vino. Se la prende visibilmente con Bersani: «Non voglio preoccuparmi dei 150 anni di storia che abbiamo alle spalle, ma dei 20 o 30 che ci attendono». E subito dopo: «In Sardegna sono già iniziati i primi congressi, e sono già tornanti i signori delle tessere!». Ecco, nemmeno lei li nomina, ma ce l’ha con il suo ex avversario, Antonello Cabras, con Bersani, che aveva parlato il giorno prima dei 150 anni, e – ovviamente – con i dalemiani: «Quelli che si sono dati da fare per combattere il nuovo». Ecco, senti questo intervento, il vero picco emotivo della serata, e capisci perché il nostos, l’ennesimo ritorno veltroniano da un addìo che non è stato un addìo, non può funzionare. In primo luogo perché è un ritorno precoce. Ma poi anche perché è un ritorno ambiguo. Veltroni torna per combattere D’Alema, ma ancora una volta, breznevianamente, non lo cita mai. Veltroni torna ancora una volta, magnificando la propria sconfitta delle politiche: «Abbiamo recuperato milioni di voti passando dal 22% al 33%!». E, di nuovo, si dovrebbe ricordargli che il 22% il Pd non lo aveva preso mai. C’è in sala un oppositore che urla, il giovane e infaticabile Carlomagno: «Waaalteeer! Ricordati di Amendola!». E subito dopo: «Waaalteeer!!! E dillo che il nostro premier si deve dimettere!». Veltroni interrompe il suo discorso – sorridente e infastidito – per rispondergli.
Guardi Veltroni e pensi che non si dovrebbe mai tornare, prima che la nostalgia abbia creato le condizioni dell’emozione, che non si dovrebbe mai tornare, se non si ha da dire qualcosa di nuovo. Noi qualcosa di lui lo sappiamo: Veltroni sta correggendo le bozze di un romanzo parabiografico che si intitola Noi, e ha sfruttato il suo (auto) esilio come un semestre sabbatico. Walter dice che non bisogna parlare in politichese, e poi impiega mezz’ora a parlare del concetto di «vocazione maggioritaria». E, ancora una volta in polemica con Bersani e D’Alema (ma naturalmente senza nominarli) precisa che la «vocazione maggioritaria», significa essere indipendenti, sia chiaro, ma anche essere alleati. Forse mi sbaglio. Forse esagero. O forse, più semplicemente, non si dovrebbe ritornare prima di essere andati in Africa, dopo aver passato dieci anni a raccontarci che si sarebbe andati lì.

Luca Telese per Il Giornale

  • Share/Bookmark

Posted in PoliticaCommenti disabilitati

Bersani smonta il partito di Walter: «Basta primarie, serve disciplina»

Tags: , , , ,

Bersani smonta il partito di Walter: «Basta primarie, serve disciplina»


bersaniPiove che dio la manda, mentre lo sfidante di Dario Franceschini fa il suo debutto ufficiale, e il temporale che si abbatte su Roma fa saltare il collegamento in diretta con le tv del Pd. La dalemiana Red tv, che naturalmente sostiene il candidato ex Ds, e la veltroniana Youdem, che invece sostiene Franceschini ma che ha voluto fare il beau geste democratico di dar voce all’antagonista, Pierluigi Bersani.
Per il quale la giornata era già cominciata bene, grazie a Debora Serracchiani e alla sua improvvida intervista a Repubblica, che è riuscita a irritare praticamente l’intero partito. «Ci toccherà portarla in giro con la museruola, tipo Hannibal the Cannibal», sibilava furibondo un supporter di Franceschini. Sarà stata la rivolta contro gli eccessi di «nuovismo» alla Serracchiani, sarà stata la macchina da guerra post ds che ha compiuto il suo dovere, fatto sta che al teatro Ambra Jovinelli ieri c’era il pienone. Un migliaio di persone, molte in piedi, e tanti applausi di vero sollievo (anche da D’Alema, seduto in prima fila) quando Bersani è arrivato al cuore del suo intervento, e ha iniziato a smontare pezzo per pezzo il partito «leggero» e a «vocazione maggioritaria» della stagione veltroniana. Proponendo un rassicurante ritorno alle origini, e un liberatorio «abbasso le primarie». Non è affatto questione di «partito vecchio o nuovo», dice il candidato, «la questione è essere o no un partito, con una ragione sociale, un’organizzazione, un radicamento, una disciplina». Che non possono essere sostituiti da «leadership mediatiche». La «sovranità» del partito (compresa l’elezione del segretario) deve tornare agli iscritti. Le primarie devono valere solo «per scegliere i candidati alle cariche monocratiche»: sindaci, presidenti di regione, premier. E in quest’ultimo caso, il candidato va scelto da tutta la coalizione, visto che il Pd «da solo non può fare nulla», che le alleanze sono necessarie e che il primo compito del partito è quello di «riorganizzare il campo dell’alternativa» al centrodestra.
Parole che sono balsamo sulle ferite di tanti militanti, quadri e dirigenti, soprattutto di origine ds. Anche se si notava ieri, nella platea dell’Ambra Jovinelli, la presenza di diversi pezzi da novanta dell’organizzazione ex Ppi, come Oliverio o Fadda: un segnale, a detta di molti, di come la vecchia volpe Franco Marini, ufficialmente schierato col suo pupillo Franceschini, si tenga pronto ad ogni eventualità. Anche a quella, sulla carta assai probabile, di una vittoria congressuale di Bersani grazie al richiamo della foresta degli ex Ds, che non hanno molta voglia di farsi guidare da un segretario post-Dc.
Bersani dunque è in campo, e Franceschini (archiviato il sollievo per la rinuncia di Chiamparino) dovrà fronteggiare un avversario ostico, che può contare più di lui (e di Veltroni) su apparato e iscritti, grazie all’Emilia e alle regioni rosse e ai potentati del Sud: da Bassolino a Pittella alla Puglia dalemiana. Facile prevedere che si aprirà anche lo scontro sull’accesso alla tv, necessaria per il secondo round, quello delle primarie: «Dario si deve scordare che d’ora in poi ai Tg ci vanno solo lui, Sassoli e la Serracchiani», avvertono dal fronte bersaniano. Oggi tocca a Veltroni, che a Roma lancia il suo manifesto pro-Franceschini e risponderà a Bersani. Che dalla sua, sorpresa, ha anche gli ex prodiani: «Ha raccolto il testimone di Romano», annuncia solenne Giulio Santagata. Segno che ormai, nel cuore del Professore, l’antico odio per D’Alema è stato decisamente surclassato da quello per l’ultimo «usurpatore», Walter Veltroni.

Laura Cesaretti per Il Giornale

  • Share/Bookmark

Posted in PoliticaCommenti disabilitati

Così il congresso diventa una conta su Veltroni

Tags: , , , , , , ,

Così il congresso diventa una conta su Veltroni


Il tour elettorale di Walter Veltroni fa tappa a TorinoIl nuovo contro il vecchio. La base contro la nomenklatura. Guai alle «vecchie appartenenze». E quanto sono brutte le correnti. E come sono squallidi gli accordi di potere. È un distillato di puro veltronismo il contenuto del video con cui Dario Franceschini ha annunciato ieri mattina sul suo sito web ciò che era già chiaro a tutti. E cioè che l’attuale leader non è più dell’idea – ammesso e non concesso che lo sia mai stato – di concludere a ottobre la sua «missione» da segretario del Partito democratico, come aveva più volte dichiarato. Obiettivo della candidatura: «Non tornare indietro» e consegnare il Pd «ai nostri figli e nipoti».

«Pensavo di passare il testimone alle nuove generazioni. In questi giorni, però, ho visto riemergere protagonismi e litigiosità. Non posso riconsegnare il partito a quelli che c’erano prima di me, molto prima di me», ha detto Franceschini, giustificando così il dietrofront con la scesa in campo di Pier Luigi Bersani («chi c’era prima di me») e del principale tra i suoi grandi elettori, Massimo D’Alema («chi c’era molto prima di me»).

La differenza con Veltroni è che quest’ultimo si era dimesso a febbraio spiegando di aver fallito, mentre Franceschini si rilancia ora sostenendo di aver vinto: «Sono stato chiamato a guidare il Pd quattro mesi fa in un momento difficile, quando il progetto sembrava inesorabilmente destinato a fallire. Oggi potrei dire missione compiuta, abbiamo arginato la destra e ridato futuro al progetto».
Scamiciato e informale, Franceschini ha registrato il suo videomessaggio davanti a una scenografia allestita al pian terreno del quartier generale di largo del Nazareno, negli studi di Youdem, il canale satellitare voluto da Veltroni per fare concorrenza alla dalemiana Red tv. Parlando davanti a una spartana libreria, tra i modelli più diffusi di una ben nota catena svedese (particolare che ha subito dato la stura a battute e ironie: «Siamo passati da I care a Ikea»), l’ex popolare ha disseminato l’intervento di omaggi ai suoi sponsor congressuali: l’evocazione di una nuova alleanza di centrosinistra (cara agli ex Ds come Piero Fassino quanto agli ex Ppi come Beppe Fioroni), un po’ di patto generazionale per il welfare (strizzatina d’occhio agli Ichino e ai Treu), una spruzzata di green economy (assist ai rutelliani). E poi giovani, giovani, giovani. «Ascolterò chi ha avuto ruoli di responsabilità nel governo e in politica dal ‘96 a oggi ma ho intenzione di investire in una nuova squadra di donne e uomini cresciuti nella militanza: sindaci, amministratori, segretari locali, coordinatori di circolo. Fuori da ogni vecchio schema, fuori da ogni superata appartenenza».

La guerra è infine iniziata. E nonostante un persistente lavorìo terzista, che continua a sondare ogni pertugio di mediazione e rinvio della resa dei conti, andrà avanti fino all’autunno. Anche la guerra di veline avvelenate è già in corso. Il tentativo di Franceschini e della sua cordata congressuale è presentare Bersani come il candidato dell’apparato e del Palazzo, agitando lo spettro di una sua vittoria nella conta tra gli iscritti, primo passaggio delle assise secondo statuto, ma preconizzando il bagno di folla purificatore delle primarie aperte a tutti, che saranno l’ultimo atto del congresso («Parlerò direttamente alla base», è non a caso uno dei passaggi salienti del Franceschini-pensiero, anch’esso mutuato dal breviario veltroniano). Ma il messaggio principale, destinato ad alimentare una già sperimentata campagna contro «maggiorenti e oligarchi», è quello sul «chi c’era prima di me». Singolare formulazione, dato che il Pd esiste solo da due anni e, a voler essere puntuali, il solo «che c’era prima» di Franceschini è giustappunto il suo grande sostenitore Veltroni. Gli altri vengono tutti «prima», da una parte e dall’altra: sono i gruppi dirigenti dei partiti fondatori, Ds e Margherita. Ma la retorica del rinnovamento, la medesima che già ispirò il «partito liquido», passa sopra certi dettagli: sarà dunque sull’annoso e occhettiano concetto del «nuovo che avanza» che si snoderà la piattaforma congressuale del leader neo-candidato. Come testimonia la spericolata graduatoria di verginità politica redatta dal capogruppo alla Camera Antonello Soro, secondo cui Franceschini, consigliere comunale della Democrazia cristiana all’inizio degli anni Ottanta, «è un quadro relativamente giovane, che non ha ricoperto incarichi di partito se non in quest’ultima fase». A puntellare l’operazione immagine di rinnovamento contribuirà Debora Serracchiani, mascotte della mozione Veltroni-Franceschini, e tutto il filone di quel gruppetto di blogger e che da anni svolge la professione di «giovani del Pd».

Dall’altra parte l’obietttivo di Bersani, che non ha voluto commentare il videomessaggio («Io d’ora in poi parlerò solo “per” e mai “contro”»), è proprio schiacciare il più possibile l’immagine di di Franceschini sul suo predecessore: «Trasformando il congresso in una conta per Veltroni o contro Veltroni – dicono i fedelissimi dell’ex ministro dello Sviluppo economico – ci fa un regalo. Perché Veltroni il congresso lo ha già perso nel paese, col totale fallimento della sua linea e la serie ininterrotta di sconfitte elettorali che ha provocato». Un concetto che un fedelissimo dalemiano esprime più coloritamente così: «Se Franceschini vuole allearsi con lo zombie (Veltroni, ndr), peggio per lui e meglio per noi».

Stefano Cappellini per Il Riformista

  • Share/Bookmark

Posted in PoliticaCommenti disabilitati

Nel Pd parte la corsa per sostituire Franceschini

Tags: , , , , , , , , , ,

Nel Pd parte la corsa per sostituire Franceschini


franceschini-pdWalter Veltroni era ancora segretario del suo partito quando il 5 febbraio 2009 Pier Luigi Bersani annunciò: «Ho deciso di espormi subito perché sento il disamore dei nostri lettori, la mancanza di una prospettiva.

Hanno bisogno di un punto di riferimento, altrimenti se ne vanno». Poche parole che annunciavano già 4 mesi fa la sua decisione a candidarsi al congresso del partito del prossimo ottobre. Da quel giorno tante cose sono cambiate: Franceschini è succeduto al Walter nazionale, il Pd è stato sconfitto alle Regionali in Sardegna, alle Europee e in buona parte dei comuni e delle provincie che sono stati chiamati a rinnovare sindaci e presidenti. Una cosa però è rimasta certa: Bersani vuole la poltrona di Franceschini e annuncia la sua candidatura a segretario. Una conferma arrivata proprio nel giorno in cui si riuniva la segreteria del Pd che oltre a indire una riunione di Direzione per dopodomani, ne ha stilato l’ordine del giorno che prevede di fissare per il 25 ottobre la data per il voto delle primarie. Indicativamente poi dovrebbe decidere anche la data del congresso ipotizzato per l’inizio dell’autunno.

Momento nel quale gli iscritti del Pd dovranno vagliare le richieste di candidatura che verranno presentate al partito (i candidati dovranno, ad esempio, avvere raccolto almeno il 5% del consenso degli iscritti a livello nazionale oppure il 15% in almeno cinque regioni). E così, all’indomani dei ballottaggi, si è aperta la terza fase all’interno del Pd. Una fase inaugurata proprio con la notizia data direttamente da Bersani sulle pagine del proprio sito internet. Una dichiarazione che sarà ufficializzata solo il 1 luglio con una manifestazione a Roma durante la quale illustrerà le sue “Idee per il Pd e per l’Italia”.

«Come ho già detto da tempo – spiega Bersani -, ho intenzione di contribuire ad una vera discussione politica impegnandomi anche con la mia candidatura che non si rivolge contro nessuno e che vivrà in piena solidarietà con tutti gli amici e tutti i compagni del Pd». Ma chi saranno gli ipotetici avversari di Bersani? Ad ora nessun nome è dato per certo, anche se sembra che già oggi dovrebbe esserci l’annuncio di una riedizione del «Lingotto» voluta da Walter Veltroni durante la quale, con ogni probabilità, ribadirà il proprio sostegno alla riconferma di Franceschini. Supporto che dovrebbe arrivare anche da Piero Fassino e, forse come numero due nella corsa congressuale, anche da Debora Serracchiani, l’astro nascente del Partito.

A sostenere Bersani invece si starebbero schierando Massimo D’Alema ed Enrico Letta. Ma alla battaglia sembrano intenzionati a partecipare anche: Ignazio Marino fortemente sostenuto da Goffredo Bettini, ex braccio destro di Veltroni, che ha rotto con Franceschini, Paola Binetti esponente teodem del partito, Ermete Realacci, ex presidente di Legambiente, sostenuto da Francesco Rutelli. Infine dovrebbero esserci altri due nomi, ancora da stabilire, sostenuti dalle nuove leve del partito: il primo scelto tra il gruppo “Indietro non si torna” dei deputati Andrea Orlando, Andrea Martina e Francesco Boccia. L’altro verrà invece scelto il 27 giugno al «Lingotto» di Torino dall’altro gruppo di quarantenni composto da Matteo Renzi, Sandro Gozi, Paola Concia e Ivan Scalfarotto. Poi c’è chi come Sergio Chiamparino e Anna Finocchiaro chiedono invece di rinviare la resa dei conti dopo le Regionali del 2010 lasciando al posto del congresso solo una discussione politica ma senza conte.

Una richiesta bocciata immediatamente durante l’incontro di ieri tra Dario Franceschini e Pierluigi Bersani. Ma non solo il tema congresso è sul tavolo delle trattative, c’è anche da stabilire il rapporto con l’Idv di Antonio di Pietro che ieri ha lanciato una provocazione: «Il Pd si deve decidere, deve decidere cosa vuole fare da grande. Con noi sono mesi che non si fanno sentire, ci auguriamo si doti di una classe dirigente. Il Pd sta con un piede in una scarpa, e cioè noi, e con uno in un’altra, e cioè l’Udc. Ma tra poco rimarrà senza piede e senza scarpa».

Alessandro Bertasi per Il Tempo

  • Share/Bookmark

Posted in PoliticaCommenti disabilitati

“Finalmente un giorno senza Pd”

Tags: , , , , ,

“Finalmente un giorno senza Pd”


bersaniNé nero, né bianco. Pare tendere piuttosto al giallo, il fil di fumo che si alza dall’immancabile mezzo toscano stretto tra le dita di Pierluigi Bersani. È un filo sottile, sospeso a mezz’aria che se letto nel linguaggio cromatico della fumisteria vaticana, starebbe (e sta) a indicare che per il Pd, l’habemus papa è ancora di là da venire. Siamo insomma soltanto al collaudo della stufa sanpietrina.
Fuor di metafora, a elezioni europee ormai archiviate e ad amministrative ufficialmente ancora «aperte», ma con un risultato ufficioso già scritto in modo chiaro e forte al primo turno, il Partito democratico non può dire di avere già per certo il suo prossimo pontefice, quello pronto a sostituire Dario Franceschini quando quest’ultimo verrà ufficialmente giubilato. Il Pd può contare tuttavia su un Papa possibile e ancor prima plausibile – Bersani, appunto – se non ancora probabile. Di certo, almeno un aspirante Papa: silenziosamente in pectore per molti, pubblicamente legittimato quantomeno da Massimo D’Alema e da ultimo anche autonominato.
Ma è stato del tutto inutile, ieri, chiedere una conferma o una smentita al diretto interessato, arrivato comunque nei panni di indiscussa star dell’opposizione alla prima giornata dell’annuale appuntamento dei giovani imprenditori di Confidustria, a Santa Margherita Ligure. Un luogo e soprattutto un milieu, quello imprenditoriale, dove Bersani si trova particolarmente a proprio agio (Franceschini, atteso qui oggi, avrebbe invece già dato forfeit), dove sembra venirgli più facile dare del «tu» a chi discetta di Pil e produzione, che non a chiamare «compagno» qualche vecchio arnese di partito. «Qui c’è soltanto una parte della società – dice infatti rivolto a un pubblico indistinto, ma affinché gli imprenditori intendano -. Ma è il motore del Paese e se si rompe quel motore la macchina non va».
Sulla sua autocandidatura glissa. «Per ora non parlo, quello che ho da dire lo dirò in altra occasione. Della leadership del Pd ne discuteremo un’altra volta», taglia corto all’arrivo, infilando le sue inconfondibili «esse» liquide all’emiliana. Concede un fugace commento positivo – «molto buono», lo definisce – parlando dell’accordo che dovrebbe portare il suo partito nel gruppo socialista europeo. Tutto lì, prima di dileguarsi veloce nei meandri dell’Hotel Miramare.
Altrettanto superfluo è cercare di inseguirlo tra i prati del solarium e a bordo piscina. «Almeno oggi, un giorno senza Pd», si schermisce mimetizzandosi dietro un sorriso enigmatico che sembra voler dire più «che palle!», piuttosto che suonare come una via d’uscita diplomatica alla domanda. Poi mi assesta una manata sulla spalla e tira via, pronto a sottomettersi alle domande di Giovanni Floris nell’improvvisato Ballarò in salsa confindustriale di Santa Margherita.
«Stando così le cose, appoggio Bersani che ha la forza politica e culturale, nonchè un linguaggio ed è perfettamente in grado di fare il segretario del Partito democratico», era stato appena due giorni fa il viatico concessogli da D’Alema. E ieri lui, il 58enne responsabile economico del Pd che qualche tempo fa in un’intervista si era definito «un giovane di lungo corso che lavora per la Ditta», è parso rispondergli, sintonizzandosi sulla sua stessa frequenza d’onda anche affrontando lo scivoloso tema del giorno, quello relativo alla contestata visita di Gheddafi in Italia. «Penso che sia arrivato il momento di un clima nuovo di relazioni, costruito nel corso degli anni e concretizzato in rapporti economici», è il suo commento in proposito, pragmatico e quasi «confindustriale», con un occhio ai possibili contratti per le aziende italiane. Corredandolo con un invito, quello a «lavorare con calma e tranquillità anche quando saranno stati spenti i riflettori».
A ben guardare, la sua è un’autocandidatura annunciata. Quella possibilità di scendere in campo come segretario, l’aveva infatti già ventilata nel febbraio scorso. Ovvero in tempi non sospetti, prima del disastro elettorale. Uomo d’azione, nonché pratico e indipendente, guarda caso come quel papa Gregorio Magno che era stato l’argomento della sua laurea in filosofia all’università di Bologna, l’ex ministro dell’Industria del governo Prodi aveva allora parlato di un personale «bisogno di esporsi» dopo aver «sentito il disamore dei nostri elettori, la loro mancanza di una prospettiva. Hanno bisogno di un punto di riferimento, altrimenti se ne vanno», aveva detto, vedendo giusto in anticipo. Troppo tardi, però, per correre ai ripari: gli elettori se ne sono già andati.

Guido Mattioni per Il Giornale

  • Share/Bookmark

Posted in PoliticaCommenti disabilitati

La tregua è già finita. Ticket Dario-Debora?

Tags: , , , , , , ,

La tregua è già finita. Ticket Dario-Debora?


debora serracchianiPier Luigi Bersani si è mosso dai blocchi di partenza, Dario Franceschini ha accelerato per sorpassarlo. Il congresso del Pd è iniziato. La moratoria sulle assise chiesta dal segretario domenica sera, poco prima che si chiudessero le urne («Ne parliamo dopo i ballottaggi») è saltata. Certo, visti i tempi supplementari che impegneranno i democrat il 21 giugno, nessuno dei candidati alla segreteria tirerà l’elastico fino a romperlo. Ma una cosa è certa: riportare la tregua al quartier generale del Nazareno è difficile – per dirla con una vecchia metafora prodiana – come rimettere il dentifricio nel tubetto da cui è appena uscito.
«Dobbiamo muoverci anche noi. Non possiamo rimanere fermi», ha spiegato ieri mattina il segretario a Franco Marini, il padre nobile che in nome della corsa congressuale di «Dario» si sta spendendo per ricompattare tutta la truppa dei Popolari, a cominciare a Beppe Fioroni. A smuovere il leader del Pd ci ha pensato l’intervista che Bersani ha concesso ieri l’altro a Otto e mezzo. Un’intervista che Franceschini – come lui stesso ha fatto sapere anche al suo prossimo sfidante – non è piaciuta per niente.
«Non ho rotto nessuna tregua», è stata l’autodifesa di Bersani. Che, però, non ha arretrato di un millimetro rispetto all’analisi del voto europeo affidata all’ex europarlamentare Lilli Gruber: «Mi hanno fatto una domanda e ho risposto. Che cosa dovevo dire? Sostenere che siamo andati bene, mi pare faticoso». Una lettura, quella dell’ex ministro, praticamente identica a quella di Romano Prodi. «Il progetto del Pd resiste ma ci sono pagine da voltare», ha spiegato il Professore al Corriere della sera, aggiungendo che «queste elezioni sono andate sufficientemente male da rendere necessari e doverosi una serie di passaggi, a cominciare da quello congressuale».

L’uno-due firmato Bersani-Prodi ha costretto Franceschini a uscire allo scoperto. In un’intervista al Tg3, il segretario ha praticamente promosso il risultato delle Europee («C’è stato l’arretramento di Berlusconi, gli italiani hanno la testa sulle spalle»), quello più legato alla sua leadership nazionale; e ha sostanzialmente bocciato lo score «negativo» delle amministrative, pensando – come dicono al Nazareno – «sia alla Bologna bersanian-prodiana che alla Firenze del giovane Renzi, entrambi sotto la soglia del 50 per cento».
Fin qui le risposte pubbliche. Dietro le quinte Franceschini, che invoca un percorso congressuale «trasparente» e «senza liti», è già impegnato a tessere la tela delle alleanze. Il suo primo punto all’ordine del giorno è l’«operazione Serracchiani». Il segretario avrebbe già fatto sapere di volersi presentare alle assise avendo la «Debora che ha sconfitto il Papi» come vice. L’operazione ticket soddisferebbe tutti i requisiti: non giovane-giovane, uomo-donna, ex dl-ex ds. C’è un piccolo problema: la neo europarlamentare friulana è molto legata a Walter Veltroni, che per sostenerla ha fatto la sua prima iniziativa di campagna elettorale fuori dal Lazio. Di conseguenza, il parere dell’ex sindaco di Roma – che negli ultimi tempi s’era un po’ allontanato da Franceschini – potrebbe essere decisivo per convincere Serracchiani ad accettare la sfida congressuale.

Il resto della fazione del segretario si va via via componendo: Piero Fassino, che corre per la presidenza del partito, sta cercando di aprire una breccia tra gli ex ds e, nell’attesa, avrebbe già convinto Sergio Chiamparino (era un possibile outsider) ad essere della partita. L’attivismo dei franceschiniani sta coinvolgendo anche l’area cislina, un modo per tentare di arginare le truppe della Cgil che saranno schierati dalla parte opposta. Già in campo gli ex veltroniani: da Giorgio Tonini a Enrico Morando passando per Walter Verini, braccio destro dell’ex sindaco di Roma.

Anche Bersani è in movimento. «Pier Luigi», nell’attesa di incassare ufficialmente le fiches di D’Alema, sta continuando il pressing su Romano Prodi (a buon punto) ed Enrico Letta (idem). Al pari di Franceschini, anche l’ex diessino sta pescando nel campo altrui; su questo fronte, i contatti con Rosy Bindi, tanto per fare un esempio, sono già a buon punto. Non è tutto. Bersani segue con occhio particolarmente interessato i ballottaggi di Milano, Bari e Bologna: Filippo Penati, Michele Emiliano e Flavio Delbono, infatti, si schiereranno con lui.

Bersani contro Franceschini, Franceschini contro Bersani. E gli altri? Francesco Rutelli, che ancora ieri ha mandato in avanscoperta i suoi (Vernetti) per chiedere che i piddini vadano in un gruppo autonomo dai socialisti (Franceschini ha risposto no e domani incontrerà Schulz), continua a dare segnali di insofferenza. Il presidente del Copasir, in stretto contatto con Pier Ferdinando Casini, ha convocato per il 3 e 4 luglio, a Roma, una riunione dei «coraggiosi». Per la corrente rutelliana sarà l’occasione di contarsi tra chi esclude la scissione (Gentiloni, Lanzillotta) e chi no (Vernetti, Binetti).

Il 3 luglio sarà anche il giorno dei quarantenni dell’area oltrista del Pd, che promuoveranno la loro convention (a Roma) presentando la loro piattaforma congressuale. Tra di loro, c’è chi non esclude di presentare una candidatura alla segreteria. L’identikit potrebbe coincidere con Enrico Letta, sempre che quest’ultimo decida in extremis di non stringere i bulloni dell’accordo con Bersani. O un mister X ancora da inviduare, in una ricerca a tappeto in cui sarebbe impegnato – nelle ultime settimane – anche Goffredo Bettini.

Tommaso Labate per Il Riformista

  • Share/Bookmark

Posted in PoliticaCommenti disabilitati

Advertise Here
  • Popular
  • Latest
  • Comments
  • Tags
  • Subscribe
Advertise Here

 

settembre: 2010
L M M G V S D
« ago    
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
27282930