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Roma Padrona

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Roma Padrona


schiavidiromaLeghista e romanista. E che leghista! Pierguido Vanalli è parlamentare e sindaco di Pontida, l’anima e il cuore stesso del Carroccio. Qualcosa non quadra. Lassù a Pontida, nella roccaforte padana, l’onorevole conserva una reliquia. Una bandiera della Roma con uno scudetto e due Coppitalia. «Era l’81, a Bergamo non si trovavano. La comprai a Gubbio».
Non è l’unico feticcio giallorosso, il sindaco-deputato conserva gelosamente anche una maglia di Totti. Stagione 2001/02, sopra è ricamato il terzo tricolore. La moglie e il figlio juventini se ne sono fatti una ragione, gli amici ancora no. L’amore romanista di Vanalli ha fatto un giro strano. Da bambino adorava Liedholm. Quando il Barone conquistò Roma, conquistò pure il giovane Pierguido. Che ha un difetto grosso, però. Ha un basso tasso di anti-lazialità. «La mia partita perfetta è Roma-Inter 2-1», dice. Non sopporta gli interisti. Da buon animale politico, li annusa e li sgama. All’ultimo Inter-Roma era a San Siro, ma il biglietto era di secondo anello. Con gli interisti. L’alternativa era la tribuna d’onore, privilegio di chi siede sugli scranni della Roma che conta. Vanalli ha optato per la terza via. Il compromesso storico non è stata una nuova alleanza tra Dc e Pci. Ma un salto in alto. Al terzo settore. Con i tifosi della Roma. Gli steward hanno acconsentito, Vanalli ha potuto sbandierare la sua passione. «Chissene frega della tribuna d’onore». Prendete nota: Pierguido Vanalli è un duro e puro della Lega. E pure della Roma.
L’onorevole leghista è un personaggio unico. Un Gronchi rosa del tifo giallorosso. Un mese fa era alla cena sociale del Roma club Montecitorio. Per un profeta di Roma ladrona è questa la normalità. «Si stupisce? Guardi che sono regolarmente iscritto al club. Quella sera c’era Toni. Ma a momenti applaudivano più me di lui». Per forza.
A Bergamo e dintorni lo considerano una pecora nera del tifo nerazzurro. Ma per il sindaco la Roma è un vanto. «A Montecitorio mi prendono in giro. Io gli rispondo: “meglio romanista che interista”». Non c’è niente da fare: se potesse sguainare lo spadone padano, l’Inter sarebbe la prima vittima di Vanalli. Il cui unico rammarico è non avere mai assaporato la Curva: «Eh già, mi manca la Sud. Non ci sono mai stato». Il deputato del Pd, il romano e romanista Roberto Giachetti, gli ha fatto una promessa: «Ti ci porto io, Piergui’». Di più: è un giuramento. E Vanalli ai giuramenti ci tiene. Perché proprio oggi ricorre l’843esimo anniversario di quello a Pontida contro Federico Barbarossa? Siete fuori strada. È il 1980, Liedholm insegna la zona, il Divino la detta, il Bomber la finalizza. «Quell’amore non l’ho mai tradito». Il romanista e leghista Vanalli l’ha giurato. L’ha giurato a se stesso. «Forza Roma!». Per sempre.

Daniele Galli per Il Romanista

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Il patto Fini-Bossi per evitare le urne

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Il patto Fini-Bossi per evitare le urne


bossi_finiÈ accaduto poco prima che la sentenza sul Lodo Alfano provocasse il sisma, prima che d’un colpo il Quirinale, la Consulta e palazzo Chigi finissero inghiottiti nella voragine. E non è un caso se l’incontro tra Fini e Bossi a Montecitorio ha preceduto il terremoto, la loro intesa è servita per mettere in sicurezza il centrodestra, per arginare la controffensiva di Berlusconi e porre un confine invalicabile: il voto anticipato.

Così è nato l’accordo tra il «cofondato­re » del Pdl e il capo del Carroccio, al qua­le Fini ha garantito il proprio benestare per una candidatura leghista in Veneto al­le Regionali, ricevendo in cambio un pat­to di consultazione permanente e la ga­ranzia che «d’ora in poi quando si dovrà discutere lo faremo in tre». E sarà infatti dopo un incontro a tre che verrà ufficia­lizzato il patto sul governatore leghista nel Nord-est.

Ecco la svolta, l’idea di un ponte proiet­tato verso il futuro, la garanzia che l’alle­anza Pdl-Lega resisterà anche al cambio degli uomini e delle stagioni. L’accordo non mira a dimezzare il Cavaliere, per­ché è evidente che il centrodestra sia an­cora oggi a forte trazione berlusconiana. Bossi l’ha sottolineato, dichiarando pub­blicamente la propria fedeltà all’alleato, ma scartando le elezioni anticipate che bloccherebbero l’iter della riforma fede­ralista: «E senza quella riforma scoppia la guerra». Siccome il Senatùr sapeva che la Consulta avrebbe bocciato lo scu­do giudiziario, poco prima che accadesse ha trasformato le Regionali in un «refe­rendum » sul presidente del Consiglio.

Il punto è: come arriverebbe Berlusco­ni a quell’appuntamento? Il Cavaliere sa che — al momento — la strada delle ele­zioni gli è preclusa, per questo non le evo­ca. Ma il logoramento a cui è sottoposto rischia di schiantarlo, di non farlo arriva­re in sella al «referendum» di primavera: la sentenza civile sul lodo Mondadori è un cavallo di Troia che di fatto anticipa la sentenza penale sul caso Mills, e ora che la Consulta ha bocciato il lodo Alfano, il premier è esposto anche al processo sui diritti tv, che potrebbe portare all’interdi­zione dai pubblici uffici. Berlusconi ieri non usava il condizionale nei suoi collo­qui con ministri e dirigenti del Pdl: «Le sentenze contro di me sono già scritte».

Se così fosse sarebbe difficilissimo resi­stere a palazzo Chigi, «già me li vedo quel­li della sinistra che disertano le sedute in Parlamento, chiedendo le mia testa pri­ma di tornare in Aula». Perciò serve un meccanismo legislativo che blocchi quei processi, che li prolunghi nel tempo. I tec­nici sono già all’opera e non si esclude che alcune norme contenute nel ddl di ri­forma del processo penale — fermo al Se­nato — possano essere varate anche con procedura d’urgenza. È la prova-fedeltà che il Cavaliere chiede agli alleati, «serve maggiore unità e massima compattezza» ha detto a Bossi che ieri è andato a trovar­lo alla vigilia del terremoto.

Fini invece gli aveva parlato per telefo­no, intrecciando sentimenti di personale «solidarietà», a ragionamenti politici condivisi con il Senatùr nel colloquio a Montecitorio. «Andiamo avanti», aveva concluso il presidente della Camera: «E mi raccomando, Silvio. Usa toni pacati nel commentare la sentenza». Le ultime parole famose: «Evidentemente — ha commentato Fini dopo l’attacco di Berlu­sconi a Napolitano — ha scelto un’altra strada rispetto a quella che gli avevo con­sigliato » . Il «cofondatore» del Pdl può essere ri­masto sorpreso, ma fino a un certo pun­to. Doveva ricordare cosa aveva detto il premier alla vigilia: «A sentenza politica risponderò politicamente». E dunque era scontato che il Cavaliere avrebbe in­nescato con fredda lucidità quello che lo stesso Fini definisce un «conflitto istitu­zionale ». Il fatto è che ieri, in un sol col­po, la Corte Costituzionale ha azzoppato il premier ma ha anche colpito il presi­dente della Repubblica, «perché lui — se­condo Berlusconi — aveva promulgato la legge. E quello non è un semplice atto formale».

Il conflitto serve al Cavaliere per chia­mare alla prova di fedeltà gli alleati nel tornante più delicato della storia politica repubblicana. L’Mpa gli ha subito offerto la propria solidarietà, il repubblicano Nu­cara l’aveva anticipato ieri mattino in Au­la alla Camera, prima della sentenza, «a nome del Pri». Ora però Berlusconi pre­senta il conto: è d’accordo ad «andare avanti», come gli chiedono Fini e Bossi, «ma non intendo restare a guardare men­tre cercano di farmi fuori». Perciò chiede di seguirlo, in una battaglia che si prean­nuncia durissima. Ma che rischia di ini­ziare fuori tempo massimo. Berlusconi ne è consapevole: «Abbiamo perso un an­no e mezzo», ha urlato ieri. Un anno e mezzo in cui ha accantonato il progetto di rifondare la giustizia, ha bloccato la legge sulle intercettazioni, e ha accettato «il compromesso» con il Quirinale. Ecco cosa significava quel «mi sento preso in giro», sibilato ai cronisti. Era Na­politano il bersaglio, ma c’era anche Gianni Letta, l’uomo delle mediazioni con il Colle, il braccio destro delle cui strategie si fidava. Così è chiaro il moti­vo dello scontro con il sottosegretario al­la presidenza del Consiglio, al quale nei giorni scorsi — vedendo approssimarsi la bocciatura del lodo Alfano — si sareb­be rivolto a muso duro: «Tutto mi sarei aspettato, tranne che essere deluso da te».

E allora basta con gli infingimenti, «Napolitano avrebbe dovuto garantire». Siccome non è andata in questo modo, che guerra sia. Ieri pomeriggio nell’ inner circle berlusconiano si ipotizzava la stra­tegia d’attacco con il varo di una leggina: nel caso in cui il Quirinale dovesse riget­tarla, si tornerebbe in Parlamento per un nuovo voto, magari anticipato da una manifestazione di piazza. Erano queste le «armi radioattive» che il Guardasigilli — prodigandosi con il Lodo — sperava non si dovessero mai usare?

Il conflitto era nell’aria, ma c’è una no­vità rispetto al passato, perché stavolta il Cavaliere intende sfruttare la forza del consenso per scagliarla contro il Palazzo delle istituzioni, che è fragile dopo la sen­tenza di ieri. Come se non bastasse, l’op­posizione è debolissima e divisa, e il Pd — in questa battaglia — rischia l’Opa di Di Pietro. Resta da capire se e fino a che punto Bossi e Fini — pur di evitare le ele­zioni — asseconderanno il premier. Per­ché stavolta non si tratterà di mediare sulle candidature alle Regionali o sul pro­gramma di governo. Stavolta l’alleanza avrà un prezzo altissimo. Alla vigilia del­la battaglia decisiva Berlusconi ha inizia­to la conta tra chi starà con lui e chi starà contro di lui. Perché lui rischia tutto.

Francesco Verderami per Il Corriere della Sera

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Silvio e Gianfranco, ora parlatevi

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Silvio e Gianfranco, ora parlatevi


fini-berlusconiSiamo al 1962, i missili puntati su Cuba. O le artiglierie cominciano a dare fuoco o si fa la pace. I diplomatici, i mediatori hanno fatto tutto quello che dovevano fare. Restano solo loro due. Proviamo a guardarla freddamente. Silvio Berlusconi ha buoni motivi per ritenere che Fini abbia un disegno preciso. E dunque per preoccuparsi perché quel piano, se attuato, lo può decisamente mettere in difficoltà. Il presidente della Camera può formare un suo gruppo. Non molto ampio ma in grado di far male. Soprattutto al Senato dove i finiani di stretta osservanza si contano sulle dita di una mano ma occupano posizioni rilevanti: Baldassarri alla commissione Finanze, Augello in quella Bilancio, Cursi alle Attività produttive tanto per fare qualche nome.

Palazzo Madama è il punto debole di Fini: si vede piovere provvedimenti che sembrano scritti da Gasparri e Quaglieriello. Come il biotestamento, che se anche venisse modificato a Montecitorio, sempre al Senato dovrebbe tornare. È per questo che nelle scorse settimane l’ex leader di An, che già aveva avvertito il senso di isolamento dopo le Europee, ha ricevuto deputati e senatori che non vedeva e sentiva da tempo. Alcuni li ha riconquistati e lo si è visto anche nelle dichiarazioni di questi giorni. Fini, dunque, può far male. Usando la tattica che più dà fastidio a Berlusconi: il logoramento, la rappresaglia, l’assalto improvviso. Sono pizzichi, strizzatine, punture di spillo. Poco? È quello che è oggi nelle disponibilità di Fini. Ed è anche quello che Berlusconi non sopporta, memore della trattativa infinita con Casini e Follini l’altra volta che era al governo.

Allo stesso tempo è chiaro che Gianfranco, sebbene venga descritto come l’uomo delle svolte, è capace al massimo di girare. Ma non di imporre sterzate agli altri. In questo assomiglia davvero a Casini, è un vero democristiano. Solo in questo, però. Non va allo scontro. Non vorrebbe. Il piano se messo in pratica porterebbe all’oggettivo indebolimento del premier. Che domani andrà in tv a spiegare come la ricostruzione del dopo terremoto in Abruzzo è a buon punto. Si prepara a consegnare le case dimostrando che il suo è il governo del fare a differenza di coloro che fanno solo chiacchiere, sanno solo parlare (e tra questi inutile dire che comprenda pure Fini in quanto alla guida di uno dei due rami del Parlamento). Allo stesso tempo il presidente della Camera ha anche le sue ragioni.

Nel Pdl non esiste dibattito. Non c’è un luogo dove porre le proprie proposte. Non è consentito dissentire, chi ha provato si è sentito come aggredito, emarginato e ridicolizzato. Un leader non può consentirlo. A un leader tocca comprendere le ragioni di tutti e arrivare a una sintesi. Insomma, a un leader tocca alzare la cornetta. Anche se gli costa. Anche se in questo momento non sopporta il co-fondatore del Pdl e lo ha constatato anche l’altra sera alla cena a Villa Madama. Anche se pure Fini ha i suoi torti. Anche se non si capisce bene che cosa vuole. Probabilmente si sente escluso. Vorrebbe che il Pdl seguisse almeno un po’ la sua linea. Vorrebbe che venisse almeno preso in considerazione. Vorrebbe, vorrebbe. Insomma, Berlusconi lo chiami. Lo chiami e lo vada a trovare a Montecitorio. Parlatevi e chiaritevi. C’è tanto da fare. E gli italiani cominiano a non capirvi più.

Frabrizio dell’Orefice per Il Tempo

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Come evitare la trappola del carisma

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Come evitare la trappola del carisma


berlusconi-libertaNon è lesa maestà affermare che, anche nell’epoca delle leadership mediatiche e dei partiti presidenzializzati, i partiti esistono perché la maestà di un leader deve sempre poter godere di sostegni e contrappesi. I sostegni servono quando una leadership – persino le più inossidabili – incontra delle fasi di debolezza o di difficoltà. I contrappesi sono necessari perché un leader non può essere sempre indispensabile e neppure può essere costantemente costretto a essere guardiano e garante dell’intero consenso di cui gode un partito.
In Europa è certamente tramontata l’epoca dei partiti di socializzazione di massa, le mastodontiche agenzie che si occupavano – come recitava uno slogan della socialdemocrazia tedesca – di fornire senso e idee all’esistenza dei militanti, accompagnando la loro vita dalla culla alla tomba. Oggi i partiti contemporanei non sono più gli unici canali di reclutamento alle cariche pubbliche, sono sfidati dai gruppi di interesse nella rappresentanza dei gruppi sociali, mentre la televisione e Internet surrogano molte delle funzioni che una volta svolgevano le strutture territoriali. Ma anche oggi, in un contesto politico radicalmente mutato, i partiti non possono ridursi a essere dei «partiti del leader» che legano il proprio destino e le proprie fortune esclusivamente alla biografia di un capo, diventandone una sorta di comitato elettorale permanente. Questi partiti, e ce ne sono in ogni sistema politico, soccombono a quella che si potrebbe definire la «trappola del carisma»: se il carisma non viene istituzionalizzato in una routine che crea organizzazione e produce classe dirigente al di fuori e al di là delle qualità politiche del leader, il partito è destinato a scomparire o a frammentarsi appena il suo leader entra in crisi o il suo carisma conosce una fase di appannamento.
Il Popolo della libertà nasce con l’ambizione legittima e percorribile di diventare il più grande partito di massa europeo per quantità di consensi e per numero di adesioni. Altre ragioni non esistono, visto che la leadership e il consenso di Berlusconi sono una funzione autonoma dall’esistenza di un’organizzazione di partito radicata sul territorio, essendo legati più alla cultura popolare, al senso comune e allo «spirito italiano» di cui Berlusconi è l’interprete per eccellenza. Il Pdl sorge come sigillo politico della lunga fase di transizione della seconda Repubblica, verso un bipolarismo che ruota attorno a due grandi partiti e ai loro alleati.
All’indomani del congresso fondativo, su queste pagine ho scritto un articolo intitolato «Fatto il popolo, bisogna fare il partito». L’operazione, va detto con franchezza, richiede tempi medio-lunghi, va compiuta in una fase in cui il centrodestra ha il vento in poppa ma non è semplice al tempo del governo, perché la maggior parte della classe dirigente del centrodestra è occupata nell’esecutivo, nelle istituzioni e negli enti locali, e l’esperienza storica insegna che ricoprire contemporaneamente ruoli istituzionali e ruoli dirigenziali all’interno di una struttura complessa come un partito da undici o tredici milioni di preferenze è quasi impossibile. Ma è un’operazione comunque necessaria, non procrastinabile per una serie di ragioni, prima delle quali la presenza della Lega come alleato di governo e come «competitore amichevole» nella raccolta del consenso al Nord (e non solo, ormai).
La Lega è un partito nato carismatico che però si è sviluppato nel tempo come movimento di massa, con sezioni disseminate sul territorio, una classe dirigente arrivata ai vertici dopo lunghi tirocini negli enti locali, un’agenda politica semplice e chiaramente riconoscibile attorno a temi come il federalismo, la sicurezza e il comunitarismo ultraidentitario. Con queste caratteristiche, sta incassando i dividendi più ghiotti dei successi del governo, perché è in grado di socializzarli quotidianamente nell’elettorato grazie alla sua rete di sezioni e di militanti. E dunque, la vicenda della Lega insegna che anche nell’epoca della politica mediatizzata e presidenziale la parola magica che dà lungo respiro ai partiti resta la militanza.
Una leadership popolarissima che ha saputo resistere al fango mediatico e gossiparo piovuto addosso è l’enorme valore aggiunto che il Pdl ha in Berlusconi mentre altri (e si vede) non hanno. I centri culturali, i new media, l’apertura alle energie nuove della società civile, la sburocratizzazione delle strutture, un’agenda politica concreta e post-ideologica sono ingredienti essenziali di un partito che non vuole assomigliare a un dinosauro intento all’occupazione dello Stato e delle istituzioni. Ma il Pdl si potrà fare partito forte e ramificato solo quando saprà cavarsela anche senza la supplenza costante del suo leader.
L’Italia ha bisogno di un grande partito patriottico e modernizzatore. Il Pdl deve completare al più presto la sua strutturazione territoriale, aprire i circoli, lanciare una grande stagione di adesioni, coinvolgere il Mezzogiorno nell’agenda di modernizzazione, cominciare oltre i momenti elettorali una vita di iniziative autonome anche rispetto al governo che è la sua espressione istituzionale e che ha bisogno di una costante legittimazione dal basso. L’affermazione alle elezioni amministrative mostra che questo processo di definizione di una classe dirigente locale è stato attivato, ma è solo l’inizio. Accanto alle migliaia di rappresentanti servono centinaia di migliaia di militanti, da non convocare a intermittenza.

Angelo Mellone per Il Giornale

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Il PdL puo’ fare a meno di Gianfranco Fini? A giudicare dai numeri pare proprio di no.

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Il PdL puo’ fare a meno di Gianfranco Fini? A giudicare dai numeri pare proprio di no.


fini-bigEsiste un aspetto di questa tornata elettorale, che nessuno degli analisti politici ha ancora preso in considerazione, un elemento imprescindibile per una valutazione corretta della performance del Popolo della Libertà e, in parte, anche di quella della Lega: Gianfranco Fini. Infatti, il Presidente della Camera – coerentemente con il suo ruolo istituzionale – non ha partecipato alla campagna elettorale per la prima volta dopo ben ventidue anni da quando, cioè, Almirante gli passò le redini del Movimento Sociale Italiano. Da allora, Fini, è stato uno dei protagonisti indiscussi della scena politica nazionale, capace di guadagnarsi, anno dopo anno, consensi sempre più ampi, a destra come al centro. Anni in cui, in ogni campagna elettorale, l’attuale Presidente della Camera ha sempre corso in prima persona, legando fortemente l’immagine di Alleanza Nazionale alla sua.  Un intreccio che, nonostante i saltuari mugugni con i quali una parte della base ha accolto alcune sue posizioni, era da considerarsi indissolubile. Dicevi Alleanza Nazionale, pensavi Gianfranco Fini. Punto. Certo, qualcuno potrà superficialmente obbiettare che oggi An non c’è più, che a marzo ha dato vita, insieme a Forza Italia, al Popolo della Libertà. Vero. Ma va anche osservato che Gianfranco Fini, insieme a Silvio Berlusconi, oltre ad essere stato il cofondatore del partito unico del centrodestra, ne è anche il leader più carismatico. Va da se, quindi, che pur non sottovalutando il valore degli altri rappresentanti dell’ormai ex Alleanza Nazionale, la mancanza di un pezzo da novanta come Fini abbia sicuramente contato nell’erosione di consensi che ha subito il PdL in queste elezioni europee, soprattutto se consideriamo che il travaso di voti è stato prevalentemente a favore di un partito, quello di Bossi, che è sempre stato lo storico competitor di An su tematiche universalmente riconosciute come “di destra”, vedi sicurezza e contrasto all’immigrazione clandestina.  A questo punto, dopo un risultato elettorale comunque soddisfacente, i vertici del PdL dovrebbero riflettere se sia il caso o meno di continuare a mantenere il cosiddetto low profile, lasciando campo aperto alla Lega su tematiche da sempre care all’elettorato della destra ed a quella cospicua fetta di popolazione che alcuni amano definire “la pancia del Paese”. Per completare l’analisi del voto lancio anche un altro sasso nello stagno, ovvero l’equazione secondo la quale Berlusconi pensa che, quando è al governo, non debba fare campagna elettorale. Niente di più sbagliato, come insegnano anche le politiche del 2006, perse nonostante i buoni risultati ottenuti dal governo più longevo e produttivo della storia della Repubblica. Insomma, per centrare l’ambizioso obbiettivo del 40/45%, il Popolo della Libertà deve riprendere, da subito, il costruttivo percorso politico che lo ha portato al Congresso Fondativo di Roma, tornando a coinvolgere i quadri ma anche e soprattutto la base, cominciando a fare politica anche nelle piazze e nelle sezioni del partito, unico modo per tornare a trasmettere altri due elementi irrinunciabili per la costruzione di una forza politica che vuole crescere su radici inestirpabili: entusiasmo e passione. Gli altri due elementi dai quali il PdL non puo’ permettersi di prescindere li conosciamo bene, si chiamano Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini.

Alessandro Nardone

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Berlusconi decapita il Pd

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Berlusconi decapita il Pd


berlusconi e bossiParla a più riprese. Dalla mattina alla sera. Diverse le location e i canali di comunicazione scelti, ma in campo ci sono tutti i suoi cavalli di battaglia. Silvio Berlusconi si difende dalle accuse personali, attacca l’opposizione, elogia quanto fatto dal governo. Lo fa approfittando di una serie di interviste (Telelombardia, Mattino 5 e Sky), chiudendo poi dal palco del Palaghiacchio di Milano. Innanzitutto l’indagine sui voli di Stato. All’indomani dell’iscrizione nel registro degli indagati da parte della Procura di Roma, il presidente del Consiglio parla di «un caso risibile», spiegando che l’inchiesta «è obbligata» ma che l’archiviazione è sicura. «Non c’è stato nessun abuso d’ufficio c’è solo la meschinità di chi fa osservazioni del genere», cosa che rappresenterà «un altro boomerang» per la sinistra.

Ma non si ferma qui. Berlusconi ˜ricorda l’esistenza di una norma, varata dalla Presidenza del Consiglio, «che prevede che il premier, quando utilizza un aereo, possa portare con se a costo zero persone che ritiene di dover portare». E a Sky sottolinea: «Salgo su quegli aerei con il mio staff e ho l’assoluta libertà di invitare a salire chi voglio. Qualsiasi passeggero sale non fa aumentare di un euro il costo di quel volo. I miei ospiti non possono essere ripresi e fotografati nella loro intimità. Io ai miei ospiti offro le cene e uno spettacolo che non grava sul bilancio dello Stato visto che mi porto il cuoco e la servitù da casa». Dopo Bari e Firenze, il premier arriva nel capoluogo lombardo: insieme ad Umberto Bossi e al candidato alla Provincia di Milano Guido Podestà, chiude la campagna elettorale valida per le europee e le amministrative.

L’alleato ritrovato – Quando arrivano insieme sul palco del palazzetto sembrano davvero due vecchi amici. Ed è così che si presentano, come due persone che si conoscono ormai da tanti anni e che hanno «un ottimo rapporto». Berlusconi parla di Bossi come di un alleato leale. «Umberto ha fatto una campagna strepitosa e ai nostri avversari questa cosa non va giù e cioè che la nostra è un’alleanza di ferro e di acciaio». In sala non c’è il pienone tipico degli incontri del Cavaliere. Ci sono tanti ragazzi armati di palloncini e striscioni inneggianti “Silvio presidente”. In prima fila ci sono anche il portavoce del governo Paolo Bonaiuti, il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, il ministro della Difesa Ignazio La Russa. Il Cavaliere e il Senatur sono uno accanto all’altro sul palco centrale. Ribadiscono davanti a tutti il loro legame e la loro stima reciproca. Berlusconi ripete quanto detto in una intervista della mattina: «Con Bossi ci siamo promessi che se uno dei due va via, anche l’altro va». Ma il leader di Via Bellerio non ci pensa un attimo e replica: «Col cavolo, stiamo qui per tanti anni ancora». Piena solidarietà dal Senatur sul caso Noemi, «una montatura della sinistra». Per il leader della Lega, non c’è pericolo di perdere voti: «La gente non vota sul gossip». Anzi, la faccenda va trattata con ironia: «Cosa chiederò a Berlusconi? Con tutte quelle donne potevi darcene qualcuna».

Il planning del governo – «Credo che questo sia il miglior governo della Repubblica, non per il suo presidente del Consiglio, ma per la qualità, la passione e la competenza dei suoi ministri». Ad ascoltare i complimenti del presidente del Consiglio, nella sala del Palaghiacchio ci sono diversi esponenti dell’Esecutivo. E lui li chiama ad uno ad uno, invitandoli ad alzarsi in piedi. C’è Maria Stella Gelmini, c’è il suo portavoce Paolo Bonaiuti, c’è il sottosegretario Mario Mantovani. C’è pure Ignazio La Russa, sul quale il premier fa un annuncio pubblico: «Il ministro La Russa ha preso l’impegno davanti al suo presidente che nel caso il Popolo delle libertà superasse il 41% si taglierà barba e baffi». La lunga giornata di campagna elettorale è anche l’occasione per il premier di ricordare a tutti quanto fatto dal governo in questi mesi, come sono stati trattati alcune questioni fondamentali, come i rifiuti a Napoli o il terremoto all’Aquila. Attacca ancora su temi come giustizia («sulla quale è pronta la riforma e che sarà il nostro prossimo obiettivo») e intercettazioni. Rilancia su questioni come infrastrutture e presenza in Europa.

L’affondo finale – Come da tradizione, è all’avversario che il Cavaliere dedica l’attacco finale. Non usa mezzi termini quando parla di Dario Franceschini e del suo partito. Con una profonda convinzione: «Il Pd risorge solo se cambia i leader». Esternando su Skytg24, il premier non salva nulla dell’attuale dirigenza del Partito democratico. Prendendosela in particolare con Massimo D’Alema, «al quale si attribuiva una certa intelligenza». Quanto a Walter Veltroni, «è sparito». A questo punto il Cavaliere tira le somme: «Per questo non hanno un candidato, di bandiere non ne hanno». Tornando infine alle elezioni Berlusconi, dal palco milanese sottolinea il suo impegno in prima persona. «Ho avuto il coraggio di presentare la mia faccia, evidentemente l’opposizione non ha un leader con una faccia da spendere nè che abbia coraggio». Quindi la precisazione, più volte ribadita in questi giorni: «Per votarmi non basta mettere la croce sul simbolo Berlusconi presidente, bisogna che venga aggiunto anche il nome “Berlusconi”» nell’apposito spazio sopra la scheda elettorale.

Giancarla Rondinelli per Il Tempo

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