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Gran Bretagna, i Conservatori in testa Cameron: “Possiamo governare”

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Gran Bretagna, i Conservatori in testa Cameron: “Possiamo governare”


Londra – Secondo i primi exit poll i Conservatori di David Cameron sono in testa alle elezioni politiche in Gran Bretagna. Secondo l’exit poll di Ipsos Mori i Conservatori conquistano 307 seggi, senza maggioranza assoluta. L’exit poll assegna 255 seggi ai Laburisti e 59 ai Liberaldemocratici.

Parlamento “impiccato” Se le proiezioni dei seggi dell’exit poll saranno confermati, nessuno riuscirebbe a raggiungere la maggioranza assoluta di 326 seggi: né i Tory con i loro 307 seggi, né la somma di Labour e Lib-dem, che arriverebbero a 315. E’ questo il parlamento “hung”, “appeso” o “impiccato”, che era stato previsto.

Cameron: “Possiamo governare” Il leader dei Conservatori, David Cameron esulta e dice: “Vittoria decisiva, possiamo governare”.

Ma la prima mano spetta al Labour Se gli exit poll saranno confermati, i partiti dovranno negoziare la formazione del nuovo governo. Secondo la costituzione infatti, è il vecchio partito di governo, in questo caso i laburisti, ad avere il diritto di tentare per primo a formare un nuovo governo. Questo sistema è stato confermato anche dal ministro Peter Mandelson alla Bbc.

I risultati degli exit poll sono “molto strani” Lo ha detto il portavoce liberaldemocratico delle Finanze Vince Cable commentando il risultato deludente dei lib-dem agli exit poll, che assegnano al partito 59 seggi soltanto, quattro in meno rispetto ai 63 attuali.

Il ministro Johnson: “Tory meglio del previsto” I conservatori sembrano essere andati meglio di quanto prevedevano i sondaggi. Lo ha detto il ministro dell’Interno Alan Johnson commentando gli exit poll alla chiusura dei seggi. “Rispettiamo il volere degli elettori britannici”, ha affermato Johnson intervistato a Sky News. “Non abbiamo problemi a fare accordi o coalizioni”. Secondo Johnson tuttavia, è ancora prematuro dare per certo il risultato. Riguardo a cosa farà Gordon Brown se avrà ancora la possibilità di fare il primo ministro, Johnson ha detto che il premier “merita” almeno “di essere lui a prendere la decisione”.

Dopo tredici anni di governo laburista i britannici hanno votato per rinnovare la Camera dei Comuni e, sulla base dei risultati finali, dare le chiavi al nuovo inquilino di 10 Downing Street. A causa dell’incertezza sull’esito la Regina incontrerà il vincitore solo dopo le 13 di domani. I Tories di David Cameron, confermano le previsioni della vigilia ma il premier laburista Gordon Brown conserva quindi ancora una chance di restare al potere, se riuscisse a creare una coalizione con i Liberaldemocratici di Nick Clegg, il terzo incomodo che ora è l’ago della bilancia per la formazione di una maggioranza di governo.

Il vincitore sarà comunque chiamato a gestire un deficit di bilancio che ha raggiunto l’11% del Pil, e la richiesta di riforme politiche, dopo lo scandalo dello scorso anno sulle spese dei parlamentari che ha fortemente disgustato l’opinione pubblica.

Alta affluenza Alta l’affluenza alle urne in quelle che saranno ricordate come le elezioni più contese degli ultimi decenni in Gran Bretagna. A spingere molte persone a votare – in un Paese dove l’affluenza ai seggi di solito non supera il 65% – sarebbe stata questa campagna elettorale diversa da tutte le altre per via dell’entrata in gioco dei liberaldemocratici a fianco di laburisti e conservatori, sia per il fatto che, per la prima volta, i tre leader dei principali partiti si sono scontrati in diretta tv in tre dibattiti molto accesi.

Leader alle urne David Cameron è stato il primo tra i leader dei tre maggiori partiti a votare: accompagnato dalla moglie Samantha -al quinto mese di gravidanza, avvolta in una tunica viola e issata su tacchi alti- il leader conservatore ha votato alle 10.30 di mattina nel villaggio di Spelbury, a Witney (nell’Oxfordshire, Inghilterra meridionale) la circoscrizione per la quale è deputato. Cameron ha sorriso, si è fatto fotografare ed è apparso finalmente rilassato dopo la maratona di quasi 36 ore ininterrotte di campagna elettorale, con cui ha chiuso mercoledì sera la sua corsa. Poco dopo, alle 11.15, Gordon Brown, accompagnato dalla moglie Sarah, ha votato nella località scozzese di North Queensferry, nel collegio elettorale di Kirkcaldy e Cowdenbeath, nella circoscrizione elettorale di Fife per cui è deputato (in cravatta rossa, così come il cappotto della moglie). Quasi in contemporanea alle 11.25, nella circoscrizione di Sheffield, in Inghilterra settentrionale, in una chiesa metodista, ha depositato la sua scheda il leader Lib-Dem, Nick Clegg. Clegg, in cravatta dorata e accompagnato dalla moglie Miriam, che non può votare perchè è cittadina spagnola, ha salutato i cronisti e poi ha scherzato con loro: “Non credo che il mio voto sia un segreto”.

IL GIORNALE

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Berlusconi: «Ho fatto un miracolo»

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Berlusconi: «Ho fatto un miracolo»


berlusconi-g8Era impossibi­le che non lo facesse, che non sentisse il bisogno almeno di una parola rivolta a quelli che per natura considera da sem­pre «amici» prima che colle­ghi, interlocutori personali prima che leader di altri Stati. E alla fine Silvio Berlusconi quella parola, che in realtà è risultato un chiaro messag­gio, l’ha pronunciata: «Sapete tutti benissimo che mi attac­cano sul piano personale, ma state tranquilli, io durerò alla guida del mio Paese altri quat­tro anni». Per il Cavaliere farlo davan­ti a tutti i leader del G8 è sta­to come togliersi un peso dal­lo stomaco.

Il palcoscenico era quello che più gli interes­sa, quello dei suoi pari, quel­lo che in questi mesi ha pro­dotto i crucci maggiori: il dan­no di immagine all’estero, nelle cancellerie di mezzo mondo, la reputazione sfre­giata di un leader che alla re­putazione internazionale tie­ne più di ogni altra cosa. Troppo grande la tentazione per resistere, per non sentire il bisogno di dare almeno un breve messaggio di forza ai leader degli altri Paesi. Per chi lo ha ascoltato non è stata una sorpresa: dalla Me­rkel a Sarkozy, sino ad Oba­ma, del nostro presidente del Consiglio tutti conoscono i tratti caratteriali e forse tutti in qualche modo si attendeva­no un accenno a quello che da alcune settimane leggono sui giornali dei rispettivi Pae­si. La giornata del presidente del Consiglio è stata sobria che più non si poteva, priva di quel «berlusconismo» che l’ha reso detestabile o amato in giro per il mondo, sotto in­vece che sopra le righe: nono­stante fosse l’ospite di casa, in fondo il personaggio più at­teso. Un understatement im­posto dagli eventi più che dal­la natura dell’uomo, e che per un attimo è venuto via. «Questa giornata mi ripaga di tante amarezze», ha confi­dato al presidente della Regio­ne Gianni Chiodi, in uno de­gli intermezzi del program­ma.

Anche in questo caso è ri­sultata palpabile l’ansia che evapora, il sospiro di sollievo di un premier che negli ulti­mi giorni ha cercato di con­centrarsi più di ogni altra co­sa sul successo e sulla riusci­ta del G8: per i risultati del vertice, ma anche per ridare forza alla propria immagine. Un’immagine che ieri ha ri­cevuto più di un aiuto pro­prio dalla Casa Bianca. Le pa­role di Obama sulla leader­ship forte dell’Italia, quelle dello sherpa americano a smentire i contenuti della stampa anglosassone ( Guar­dian e New York Times) sulle mancanze dell’agenda del ver­tice. Quindi le incombenze del padrone di casa: il ricevi­mento degli ospiti, l’arrivo dei leader, le strette di mano, la tensione che si scioglie, le prime sessioni di lavoro, i pri­mi risultati concreti sul clima e sull’economia. Ha scherzato anche con i giornalisti, in una conferenza stampa annunciata senza do­mande dallo staff ma che alla fine ha visto proprio lui chie­dere domande che non sono arrivate: ‘Visitate tutti i salo­ni della cittadella di Coppito, qui siete tutti i benvenuti, ci vogliamo tutti bene…’. E an­cora, rivolto ai cronisti: ‘So­no orgoglioso di aver fatto quasi un miracolo’, alluden­do all’organizzazione del ver­tice nella zona del terremoto, dove il G8 tornerà entro fine anno, per un sessione riserva­ta alle protezioni civili degli otto Paesi più industrializza­ti. Sui fondi all’Africa, ai Paesi in via di sviluppo, ha rassicu­rato: ‘Manterremo gli impe­gni per il global fund entro la fine dell’anno’. Sulla crisi è stato come sempre ottimista: ‘Intendiamo mandare un messaggio di fiducia; la crisi, per la parte più dura, è alle nostre spalle’. Ma c’è da giu­rare che quella frase pronun­ciata davanti agli altri leader è stata forse la più impegnati­va. Almeno emotivamente.

Marco Galluzzo per Il Corriere della Sera

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