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Il piano di SuDario? «Dobbiamo copiare il Berlusconi del ’94»

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Il piano di SuDario? «Dobbiamo copiare il Berlusconi del ’94»


franceschini-appanzatoNell’acquario romano, Dario Franceschini cerca di dare la rotta al partito ma il timone sbatacchia. Un po’ di qua un po’ di là, stando ben attento a non andar per scogli. Evitati accuratamente, quindi, i pericolosi gorghi formatisi negli ultimi giorni. E così, i nodi restano tutti lì. Partito aperto ma soltanto a parole. Grillo? Nemmeno citato. Alleanze: devono essere «credibili». Con chi, però, non è dato sapere. Antiberlusconismo: addio visto che «abbiamo sottovalutato per troppo tempo il valore assoluto della libertà» e «abbiamo rincorso la destra su tanti temi»? Però poi viene giù l’auditorio quando cita il «conflitto di interessi» e giura che «non possiamo restare ancora fermi e silenti». Muto come un pesce sull’analisi delle recenti sconfitte elettorali. Qualche frecciata a D’Alema e al prodismo; e poi l’ammirevole ammissione: «Se voti destra sai cosa voti, se voti di qua non sai cosa voti». Parafrasando Arbore e il vecchio spot sulla birra: meditate gente, meditate! La conclusione del suo intervento sulle note perfette di Better days di Bruce Springsteen. Giorni migliori.
Dario arriva con le maniche della camicia obamianamente arrotolate e si sbraccia a salutare e ringraziare la platea. In prima fila Fassino, Realacci, Damiano, Treu, Chiamparino, Marini, Gentiloni e Fioroni. Più defilati Soro e Finocchiaro che smanetta col ventaglio per refrigerarsi un po’ nel torrido catino romano. SuDario suda e parte in apnea con la sua filippica. Cinque parole cardine per non far affogare definitivamente il Pd: fiducia, regole, uguaglianza, merito, qualità. Prova a nuotare al largo, Dario. Forse troppo: «La destra italiana pensa alle prossime elezioni. Noi democratici pensiamo alle prossime generazioni». Poi prova a tracciare i contorni di un «nuovo riformismo che abbia il coraggio di sfidare le destre non rincorrendole, non limitandosi a proporre correttivi ai modelli sociali che ha imposto, ma mettendo in campo una gerarchia di valori proiettata sul futuro». Parole. Il modello, così si capisce meglio, è quello di Obama; a cui viene affiancato l’indiana Sonia Gandhi. Ma l’altro punto di riferimento è il Berlusconi del 1994: «Lui rappresentava una proposta di cambiamento. Dobbiamo partire da lì. Dobbiamo essere una forza che crede nel futuro». La sfida è ambiziosa e per rendere meglio l’idea, Franceschini non lesina critiche a quelli venuti prima di lui: «Dobbiamo ricostruire un’identità nel nostro campo. La destra… ha avuto stabilità negli assetti e un leader unificante. Ha potuto costruire un’identità attorno a messaggi chiari». Mentre «nel nostro campo c’è stata instabilità totale nei leader, nei partiti, che si sono sciolti, ricostituiti, sostituiti, nei governi fragili». E quindi «non siamo riusciti a trasmettere che sensazioni indistinte, non messaggi chiari e univoci». Servono quindi «poche parole chiare». Quali siano però, boh. Nell’acquario, Dario alterna bracciate di maanchismo a schizzate di antiberlusconismo: dalla parte dei lavoratori ma anche degli imprenditori; per i diritti ma anche per i doveri. Cita le regole, con il rispetto delle quali «non avremmo avuto i disastri di Viareggio, le conseguenze del terremoto dell’Aquila, 1.300 morti sul lavoro». Ed è tutto un battimani.
Ma il vero boato arriva quando parte lo schiaffo a D’Alema, Prodi e a tutto il centrosinistra passato, allorché cita il conflitto di interessi. «Dobbiamo dirlo. Il centrosinistra ha colpe precise nel non aver approvato una normativa sul conflitto di interessi quando era maggioranza dal 1996 al 2001». La platea somiglia a una curva da stadio. Molto meno quando Dario apre uno spiraglio alla possibilità di fare le riforme insieme alla maggioranza per «modernizzare lo Stato». «Non ci sottrarremo alla possibilità di condividere, anche da subito, con i nostri avversari una riforma che renda più efficace l’azione di governo, cominciando dal passaggio a una sola Camera legislativa, al Senato federale e a un dimezzamento dei parlamentari».
Poi i compagni di strada: «Non torneremo a quella stagione delle coalizioni frammentate e litigiose, costruite con l’unico collante del nemico. Formeremo un’alleanza che dia agli italiani la garanzia di un programma condiviso e realizzabili». Con chi non è dato sapere ma «non torneremo al centro-sinistra col trattino».
Infine, «bisogna fare il partito». Sembra facile. Franceschini prende una boccata d’aria e poi torna a immergersi: «Qualsiasi cosa accada resteremo insieme. Abbiamo bisogno di un confronto vero e onesto tra visioni differenti sul futuro». Già, perché lì dentro i pesci sono tanti e ancora diversi: «Diversità che sono ricchezza se si cerca e si trova la sintesi». E la sintesi arriva subito dopo con il giudizio sprezzante di Rosy Bindi: «È evidente che lo spessore politico sta con Bersani e non con Franceschini».

Francesco Cramer per Il Giornale

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Il cavallo di Troia

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Il cavallo di Troia


beppe-grilloLa candidatura di Beppe Grillo nel Partito democratico è come una sua battuta: se devi spiegarla c’è qualcosa che non va, e se la spiegazione dura più di tre secondi l’imbarazzo cresce, la faccenda si aggrava, si avvita: anche perché la battuta era chiarissima.
Che c’è da spiegare? C’è un comico sessantenne che ha modernizzato il qualunquismo e ha inaugurato l’antipolitica come mestiere redditizio: sicché da circa tre anni spara a palle incatenate contro il Pd accomunandolo al Popolo della libertà sostanzialmente in tutto (per gradire la profondità dell’analisi) e così riassumendo ciò che alcuni si ostinano a chiamare messaggio: «I partiti sono morti, abbiamo solo due comitati d’affari, il Pdl e il Pd-meno-elle. Il Pd non è mai nato. All’opposizione c’è Topo Gigio Veltroni, che non è nemmeno un politico: è scemo». Prima di Veltroni, l’altro vincente delle primarie, Romano Prodi, era stato definito «Alzheimer»; Franceschini, infine, se «Veltroni era il nulla, Franceschini è oltre». E queste sono solo battute, è vero: c’è mai stato altro?
Ecco perché si fatica anche a spiegarla, la faccenda della candidatura di Grillo: perché se il dibattito interno al Pd riesce a dilaniarsi anche su questo, se cioè riesce a dibattere per più di sette secondi persino attorno a una boutade che andava liquidata in sette-secondi-sette, be’, allora il dibattito non è più la ricerca di una prognosi, ma è la diagnosi, non è la cura, ma è la malattia. Dopo l’annuncio della candidatura grillesca, domenica, Piero Fassino era partito benissimo: «Grillo non si riconosce nel Pd, anzi lo attacca e lo sfregia. Non penso si possa accettare la sua iscrizione». E non c’era altro da dire, la questione era chiusa: spostati, ragazzone, scusaci, abbiamo dei problemi da grandi, se dobbiamo farci seppellire dalle risate abbiamo risorse interne, grazie, no, non ci servono né accendini né dvd. Era finita lì. E invece no: quasi ventiquattr’ore dopo Fassino era ancora lì, a Repubblica tv, a perdere tempo, spiegare, specificare, puntualizzare. Pacatamente. Ma perché? Che cosa si teme, che cosa si esorcizza? Che c’è da spiegare? Com’è possibile che per tutto il pomeriggio di ieri le agenzie sfornassero ancora commenti e dichiarazioni di una sinistra invischiata persino in una sciocchezza del genere?
Fosse per Grillo, e l’ha detto trecento volte, il partito erede di Gramsci andrebbe bruciato, spianato e cosparso di sale; tra primarie per tesserati e primarie aperte non è affatto impossibile che possa intrufolarsi congressualmente come un cavallo di Troia (resisti alla battuta, Beppe) per riversare masse di guastatori che il Pd probabilmente non l’hanno neppure mai votato: va da sé che l’unico ad applaudire sia Di Pietro.
Ovvio, perciò, che il timore sia sempre quello: che un Pd indeciso a tutto, in un momento oggettivamente difficile della sua storia politica, cerchi di attenuare ogni presa di posizione troppo esposta e dirompente. Non ci sarebbe niente di strano se la sinistra restasse divisa tra una parte più realista e governativa e una parte più utopica e di opposizione: ma i termini della spaccatura purtroppo non sono questi. A cannibalizzare ogni evoluzione, a rendere cioè complicato persino il liquidare uno come Beppe Grillo, c’è la controfaccia parlamentare ed extraparlamentare di Grillo stesso: lui, il nientologo urlante Antonio Di Pietro, un tizio secondo il quale di antiberlusconismo a sinistra ce n’è ancora e sempre troppo poco. Solo questo può spiegare come lo stesso Fassino, sempre ieri a Repubblica tv, abbia detto che le differenze tra il Partito democratico e l’Italia dei Valori «sono più di tono che di sostanza». Di tono: come a dire di decibel, al limite di lessico. E la sostanza in comune quale sarebbe? Dire che c’è una dittatura è solo un tono? Dire al mondo che non siamo una democrazia, durante il G8, è un tono? I sinceri democratici Grillo e Di Pietro, ieri, intanto, amoreggiavano e bestemmiavano contro il Pd come se niente fosse. Diceva Grillo: «Con Di Pietro potremmo allearci». Rispondeva Di Pietro: «Il programma di Grillo è molto più articolato di quello degli altri candidati del Pd». Fassino intanto parlava di toni e di sostanza.
Se è vero che un aneddoto val più di mille parole, ce n’è uno che pochi conoscono e che forse si presta. Walter Veltroni, durante le elezioni politiche del 2008, chiese all’alleato Di Pietro di non ricandidare nelle sue liste chi era rimasto fuori da quelle del Pd; il che era logico; Di Pietro invece chiese a Veltroni di non ricandidare nel Pd chi avesse già fatto tre legislature, come chiedevano i grillini e come l’amico Walter aveva in parte già fatto. L’accordo fu siglato. Veltroni non ricandidò per esempio Giovanni Paladini, Renato Cambursano e Giuseppe Giulietti: dopodiché Di Pietro andò da ciascuno di loro e gli offrì di candidarsi con l’Italia dei Valori. Diverranno suoi parlamentari e lui ridiscenderà nelle piazze a raccogliere firme contro i parlamentari con più di due legislature, insieme con Beppe Grillo. Sono ancora insieme. Il Pd intanto si dilania.

Filippo Facci per Il Giornale

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Gianpaolo Pansa: “Nessuno ascolterà il presidente e nel Pd manca solo mago Zurlì”

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Gianpaolo Pansa: “Nessuno ascolterà il presidente e nel Pd manca solo mago Zurlì”


pansaTutti quelli che frequentano il suo celeberrimo Bestiario – ogni domenica sul Riformista - hanno imparato a conoscerlo: un po’ saggio, un po’ disincantato, molto anticonformista. E quindi anche ieri Giampaolo Pansa stupiva i suoi lettori. Se non altro perché da un lato auspicava che l’appello di Giorgio Napolitano per una ritrovata concordia nazionale venisse accolto. Ma dall’altro valutava che le possibilità che questo accadesse fossero labili. Così, se intervisti il più famoso giornalista italiano – in classifica anche d’estate con il suo saggio autobiografico, Il revisionista (Rizzoli) – Pansa ti spiega perché continua a essere combattuto tra l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione.
Scusi Pansa, come interpreta il messaggio di Napolitano?
«Non serve un quirinalista, per capirlo. Secondo Napolitano servono un clima più disteso e un dialogo più civile fra i poli. In un parola: la politica dovrebbe smettere di essere fatta con il coltello in mano».
Lei condivide?
«Al cento per cento. Peccato che non lo accoglierà nessuno».
È sicuro?
«Senta, già ieri ho sentito Di Pietro declinare l’appello e rispedirlo al mittente. Non credo che il Pd si distinguerà».
E Di Pietro sbaglia?
«Dal suo punto di vista può dire quel che gli pare. Ma io mi chiedo una cosa diversa: e cioè se questo convenga anche al Paese».
All’opposizione forse non conviene sotterrare l’ascia di guerra con il Cavaliere. Prenda il Pd.
«Forse proprio al Pd converrebbe».
In che senso?
«Lo vedo in un tale stato di crisi».
Lei si riferisce all’arresto del segretario del circolo del Torrino, accusato di stupro?
«Premessa. Non sono un poliziotto, quindi scriva che per me il signor Luca Bianchini fino al processo resta un “presunto” stupratore. Però».
Però cosa?
«Leggendo cosa dicono i suoi compagni di partito e i dirigenti che lo hanno conosciuto esce fuori un quadro sconcertante».
E cioè?
«Che nel Pd accettano tra i loro dirigenti persone di cui non sanno nulla. E questo non mi pare un buon segno».
Cosa dovrebbe dire Franceschini?
«Aspetto di sentire cosa dirà. Ma non lo invidio affatto».
Non sarà che ha tentazioni forcaiole anche lei, Pansa?
«Al contrario. Sono il liberale più quieto di questo mondo. Ma il fatto che un dirigente di partito sia accusato di essere uno stupratore seriale evoca la categoria del buonsenso, piuttosto che quella del giustizialismo».
E intanto si candida Beppe Grillo.
«Ah, ah, ah».
Scusi Pansa, lei sta ridendo?
«E che dovrei fare? Mi sono messo a ridere, ovviamente».
Non prende sul serio Grillo?
«Come comico, certo. Ma come leader, se permette, no. Manca solo la candidatura del mago Zurlì, alle primarie, e siamo a posto».
Poi magari se il Pd dice di no a Grillo lo criticate.
«Non io. Anzi, è ancora una volta il buonsenso che dovrebbe suggerire di non accoglierlo, non trova?».
Quindi dovrebbero rischiare l’accusa di antidemocrazia e rifiutarlo?
«Senza dubbio».
Torniamo a quella che lei definisce la bassa intensità di conflitto. Cosa la impedisce?
«Il fatto che i partiti ritengano più utile confliggere. E poi c’è la scelta del gruppo Espresso».
Ahi! Adesso si dirà che lei ha il dente avvelenato dell’ex.
«Direi che sono io a stupirmi di questa domanda».
Perché?
«Le pare che io possa avere rancori con un gruppo che mi ha dato da vivere dal 1977 al 2008? Sarei folle. Se una cosa mi salva, anche ora che sono un vecchio signore, è che io ho una visione comica della vita».
Vuol dire che non prova rancori?
«Non conosco rancori: men che meno per La Repubblica. Tutt’al più la noia. Ma faccio un’analisi da lettore del quotidiano di largo Fochetti».
E la sua analisi cosa dice?
«Che il direttore della Repubblica ha ingaggiato una guerra. E l’obiettivo di questa guerra sono le dimissioni del Cavaliere».
Lei usa addirittura la parola guerra.
«Certo. L’obiettivo sono le dimissioni. Ed è la campagna più importante ingaggiata da quel giornale dal 1976 a oggi».
Un giornale può darsi un obiettivo come questo?
«Per carità, tutto legittimo».
Se «La Repubblica» vince Berlusconi si dimette?
«Mi pare ovvio».
E se «La Repubblica» perde si dimette Mauro?
«Questo lo decide il suo editore».
Ma Berlusconi cosa dovrebbe fare?
«Spero che su questo giornale si possa dirlo».
Ci provi.
«Dovrebbe attaccare meno i giornali. Non dovrebbe mai ripetere inviti, come quello fatto agli imprenditori, a non comprare pubblicità sui giornali che lo criticano».
Conoscendolo pare difficile.
«Basterebbe che facesse come certi grandi capi Dc, che continuavano a sorridere dopo i peggiori insulti».
Lo dice lei che ha inventato la balena bianca!
«Come vede sono ancora vivo e vegeto».
Lei che domanda farebbe al Cavaliere?
«Solo lui sa che cosa è accaduto a villa Certosa e a Palazzo Grazioli. Mi piacerebbe che me lo raccontasse».
E invece cosa accadrà?
«Se lo può scrivere, il pronostico di un vecchio cronista è questo: merda con il ventilatore. Continueremo a leggerne di tutti i colori».
E l’appello di Napolitano?
«Si risolverà, purtroppo, con un buco nell’acqua. A meno che… ».
Cosa?
«C’è un solo fattore che può cambiare i termini della partita».
Quale?
«La crisi. Se come temo, si prepara un terremoto, le escort, le foto di Zappadu e le torte, diventeranno dei pallidi ricordi».
Lo dice da pessimista cronico?
«No. Lo dico, ancora una volta, da testardo uomo di buonsenso».
Luca Telese per Il Giornale

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Il Congresso del Pd si è già inabissato

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Il Congresso del Pd si è già inabissato


dalemaC’è il segretario uscente Franceschini a capo di un Correntone in cui c’è di tutto, dai veltroniani ai rutelliani, dagli ex popolari al solitario Piero Fassino. C’è Bersani alla testa degli ex ds con una spruzzata di deputati di rito democristiano a segnalare che Franco Marini, pur parteggiando personalmente per Franceschini, non perde di vista (hai visto mai?) l’altro treno. C’è il prof. Ignazio Marino che dovrebbe rappresentare l’ala laica ed è sostenuto da attempati quarantenni che fanno i ragazzini e da Goffredo Bettini. Tre persone perbene che proveranno a sfidarsi.

Le differenze non sono molto marcate. Franceschini e Bersani sono vecchi animali della politica. Ne hanno attraversato tutte le mutazioni e starebbero bene in ticket. Uno è socialdemocratico, l’altro è cattolico progressista. Forse non assommano tutte le virtù della propria parte, ma sicuramente i vizi. Bersani vuole un partito di tipo tradizionale, Franceschini lavora a quello che D’Alema chiamerebbe un “amalgama malriuscito”. Quello che vuole il prof. Marino non si capisce. Una cosa è certa. A meno che i tre candidati non prendano a insultarsi pesantemente, cosa che si può escludere, il congresso rischia di svolgersi nell’indifferenza generale. Per diverse ragioni.

La prima è che il popolo della sinistra è stanco. È stanco delle battaglie perse e si affida ormai agli scoop giornalistici e alla magistratura per battere l’odiato Berlusconi. È stanco delle liti interne. È stanco di girare in tondo senza trovare la retta via. La seconda ragione è che mai come ora il progetto del Pd si presenta come l’ultima spiaggia. Se fallisce non si riparte per un’altra avventura ma si ricomincia da zero. La terza ragione è la solitudine di quella varia umanità che in questi anni ha seguito tutti i camuffamenti della sinistra perdendo tutte le bandiere. Questa gente si ritrova oggi assediata da destra e da sinistra, sopravvissuta in un mondo che non gli piace ma incapace di prendere una strada nuova. Il congresso del Pd si inabissa fra questi flutti di rancori e di emozioni spente.

I famosi apparati si faranno la guerra a colpi di tessere ma sarà una guerra subacquea che non vedrà mai la cresta dell’onda. Ai tre candidati manca qualcosa che è difficile addebitare solo a loro. Tutti e tre spiegano con dovizia di argomenti che cosa c’è che non va, fanno previsioni catastrofiche sul quel che potrà accadere, ma non sanno dire nulla che faccia capire dove vogliono andare. Non manca il programma (figuratevi se a sinistra può mancare il programma!). Manca qualcosa di più, manca l’IDEA, quel colpo di genio che sappia dare un’anima a una battaglia che si annuncia stanca e ripetitiva. Non è colpa dei tre candidati. Loro ci proveranno. Non è solo un problema italiano visto che affligge le socialdemocrazie europee. Tuttavia fa riflettere che non ci sia un leader che sappia parlare al paese.

Peppino Caldarola per Il Tempo

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Bersani smonta il partito di Walter: «Basta primarie, serve disciplina»

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Bersani smonta il partito di Walter: «Basta primarie, serve disciplina»


bersaniPiove che dio la manda, mentre lo sfidante di Dario Franceschini fa il suo debutto ufficiale, e il temporale che si abbatte su Roma fa saltare il collegamento in diretta con le tv del Pd. La dalemiana Red tv, che naturalmente sostiene il candidato ex Ds, e la veltroniana Youdem, che invece sostiene Franceschini ma che ha voluto fare il beau geste democratico di dar voce all’antagonista, Pierluigi Bersani.
Per il quale la giornata era già cominciata bene, grazie a Debora Serracchiani e alla sua improvvida intervista a Repubblica, che è riuscita a irritare praticamente l’intero partito. «Ci toccherà portarla in giro con la museruola, tipo Hannibal the Cannibal», sibilava furibondo un supporter di Franceschini. Sarà stata la rivolta contro gli eccessi di «nuovismo» alla Serracchiani, sarà stata la macchina da guerra post ds che ha compiuto il suo dovere, fatto sta che al teatro Ambra Jovinelli ieri c’era il pienone. Un migliaio di persone, molte in piedi, e tanti applausi di vero sollievo (anche da D’Alema, seduto in prima fila) quando Bersani è arrivato al cuore del suo intervento, e ha iniziato a smontare pezzo per pezzo il partito «leggero» e a «vocazione maggioritaria» della stagione veltroniana. Proponendo un rassicurante ritorno alle origini, e un liberatorio «abbasso le primarie». Non è affatto questione di «partito vecchio o nuovo», dice il candidato, «la questione è essere o no un partito, con una ragione sociale, un’organizzazione, un radicamento, una disciplina». Che non possono essere sostituiti da «leadership mediatiche». La «sovranità» del partito (compresa l’elezione del segretario) deve tornare agli iscritti. Le primarie devono valere solo «per scegliere i candidati alle cariche monocratiche»: sindaci, presidenti di regione, premier. E in quest’ultimo caso, il candidato va scelto da tutta la coalizione, visto che il Pd «da solo non può fare nulla», che le alleanze sono necessarie e che il primo compito del partito è quello di «riorganizzare il campo dell’alternativa» al centrodestra.
Parole che sono balsamo sulle ferite di tanti militanti, quadri e dirigenti, soprattutto di origine ds. Anche se si notava ieri, nella platea dell’Ambra Jovinelli, la presenza di diversi pezzi da novanta dell’organizzazione ex Ppi, come Oliverio o Fadda: un segnale, a detta di molti, di come la vecchia volpe Franco Marini, ufficialmente schierato col suo pupillo Franceschini, si tenga pronto ad ogni eventualità. Anche a quella, sulla carta assai probabile, di una vittoria congressuale di Bersani grazie al richiamo della foresta degli ex Ds, che non hanno molta voglia di farsi guidare da un segretario post-Dc.
Bersani dunque è in campo, e Franceschini (archiviato il sollievo per la rinuncia di Chiamparino) dovrà fronteggiare un avversario ostico, che può contare più di lui (e di Veltroni) su apparato e iscritti, grazie all’Emilia e alle regioni rosse e ai potentati del Sud: da Bassolino a Pittella alla Puglia dalemiana. Facile prevedere che si aprirà anche lo scontro sull’accesso alla tv, necessaria per il secondo round, quello delle primarie: «Dario si deve scordare che d’ora in poi ai Tg ci vanno solo lui, Sassoli e la Serracchiani», avvertono dal fronte bersaniano. Oggi tocca a Veltroni, che a Roma lancia il suo manifesto pro-Franceschini e risponderà a Bersani. Che dalla sua, sorpresa, ha anche gli ex prodiani: «Ha raccolto il testimone di Romano», annuncia solenne Giulio Santagata. Segno che ormai, nel cuore del Professore, l’antico odio per D’Alema è stato decisamente surclassato da quello per l’ultimo «usurpatore», Walter Veltroni.

Laura Cesaretti per Il Giornale

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Il dribbling di Chiamparino

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Il dribbling di Chiamparino


chiampa-clownNon devono essere state davvero facili le ultime notti a casa Chiamparino. Proprio per un personaggio come lui, schivo e un po’ timido, non abituato a saltare da una tv all’altra nella solita compagnia di giro tra politica e spettacolo, la lusinga di una improvvisa popolarità nazionale deve essere stata forte. Come dev’essere stata forte la tentazione di accettare gli inviti a «salvare la patria», a salvare un partito in cui ha passato gran parte della sua carriera politica, a correre «da mediano», come dice la canzone di Vasco. Sì, quel sogno che tutti gli oscuri faticatori del centro campo, quello del pallone come quello della vita, fanno spesso. Quando, di colpo, nella disperazione generale, a due minuti dalla fine della partita, tutti si rivolgono a lui, il vecchio spaccapolmoni, e lui dribbla l’intera squadra avversaria e fa il gol che regala quella vittoria che sembrava impossibile.

Invece Sergio Chiamparino ha detto no, e ha fatto bene, molto bene. Perché ha capito che non poteva risolvere la contraddizione tra i motivi che spingevano moltissimi militanti, elettori e simpatizzanti del centrosinistra a chiedergli di candidarsi per la segreteria nazionale e il tradimento di quei motivi a cui sarebbe stato inevitabilmente costretto. La popolarità del sindaco di Torino, infatti, deriva dal suo rapporto con il territorio. Un legame molto stretto, quasi un patto con gli elettori che gli ha permesso, finora, di superare un confronto non facile con la sua maggioranza in consiglio comunale, ma anche con il suo partito. E’ stato proprio il successo nel ruolo di amministratore, riconosciuto in tutt’Italia, a motivare l’ipotesi di un suo trasferimento ad amministrare un partito che pare privo di una identità chiara e afflitto da una eterna e insopportabile lotta fratricida tra i principali capo-clan. Vista l’impossibilità di conciliare i due ruoli, Chiamparino avrebbe dovuto, con ben due anni d’anticipo, rompere quel patto di lealtà con i suoi elettori e con la sua città.

Le buone ragioni della coerenza morale e di un costume non abituale nella nostra classe dirigente non escludono, naturalmente, i calcoli su una candidatura dagli esiti assai incerti. Perché di gesti «eroici» non ha bisogno la politica e la serietà del personaggio non si deve necessariamente coniugare con l’ingenuità. Anche perché Chiamparino è un uomo di partito e conosce bene le regole dei partiti e del suo in particolare. Se il sindaco di Torino avesse voluto diventare il leader di una corrente tra i «democratici» avrebbe potuto pensare di raccogliere una percentuale di sostenitori tra gli iscritti, tra il 10 e il 20 per cento, per esempio, e poi contrattare con i due sfidanti un appoggio che sarebbe potuto diventare determinante. Ma vista la sua intenzione di pensare a una candidatura non per giochi tattici, ma nell’eventualità di una sua possibile vittoria, sull’onda di un rinnovamento chiesto soprattutto dalla base, l’ipotesi era tanto ambiziosa quanto irrealistica: dietro Franceschini e Bersani si stanno distribuendo le forze poderose di quei controllori di tessere che non sembrano lasciar spazio a candidature seriamente presentate per poter prevalere.

Queste considerazioni non oscurano però il valore del «no» di Chiamparino. Perché i rischi di restare ancora per due anni sulla poltrona di sindaco di Torino sono altrettanto gravi come quelli di abbandonarla precocemente. La sua popolarità gli ha inviso la grande maggioranza della classe politica locale, compresa quella del suo partito. L’attuazione del programma per l’ultimo periodo del secondo mandato, perciò, sarà molto faticosa e si potrebbe offuscare la sua immagine di sindaco di grande successo. Alla fine, Chiamparino potrebbe anche pentirsi del suo «no». Ecco perché, ora, ha fatto bene a dirlo.

Luigi La Spina per La Stampa

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Così il congresso diventa una conta su Veltroni

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Così il congresso diventa una conta su Veltroni


Il tour elettorale di Walter Veltroni fa tappa a TorinoIl nuovo contro il vecchio. La base contro la nomenklatura. Guai alle «vecchie appartenenze». E quanto sono brutte le correnti. E come sono squallidi gli accordi di potere. È un distillato di puro veltronismo il contenuto del video con cui Dario Franceschini ha annunciato ieri mattina sul suo sito web ciò che era già chiaro a tutti. E cioè che l’attuale leader non è più dell’idea – ammesso e non concesso che lo sia mai stato – di concludere a ottobre la sua «missione» da segretario del Partito democratico, come aveva più volte dichiarato. Obiettivo della candidatura: «Non tornare indietro» e consegnare il Pd «ai nostri figli e nipoti».

«Pensavo di passare il testimone alle nuove generazioni. In questi giorni, però, ho visto riemergere protagonismi e litigiosità. Non posso riconsegnare il partito a quelli che c’erano prima di me, molto prima di me», ha detto Franceschini, giustificando così il dietrofront con la scesa in campo di Pier Luigi Bersani («chi c’era prima di me») e del principale tra i suoi grandi elettori, Massimo D’Alema («chi c’era molto prima di me»).

La differenza con Veltroni è che quest’ultimo si era dimesso a febbraio spiegando di aver fallito, mentre Franceschini si rilancia ora sostenendo di aver vinto: «Sono stato chiamato a guidare il Pd quattro mesi fa in un momento difficile, quando il progetto sembrava inesorabilmente destinato a fallire. Oggi potrei dire missione compiuta, abbiamo arginato la destra e ridato futuro al progetto».
Scamiciato e informale, Franceschini ha registrato il suo videomessaggio davanti a una scenografia allestita al pian terreno del quartier generale di largo del Nazareno, negli studi di Youdem, il canale satellitare voluto da Veltroni per fare concorrenza alla dalemiana Red tv. Parlando davanti a una spartana libreria, tra i modelli più diffusi di una ben nota catena svedese (particolare che ha subito dato la stura a battute e ironie: «Siamo passati da I care a Ikea»), l’ex popolare ha disseminato l’intervento di omaggi ai suoi sponsor congressuali: l’evocazione di una nuova alleanza di centrosinistra (cara agli ex Ds come Piero Fassino quanto agli ex Ppi come Beppe Fioroni), un po’ di patto generazionale per il welfare (strizzatina d’occhio agli Ichino e ai Treu), una spruzzata di green economy (assist ai rutelliani). E poi giovani, giovani, giovani. «Ascolterò chi ha avuto ruoli di responsabilità nel governo e in politica dal ‘96 a oggi ma ho intenzione di investire in una nuova squadra di donne e uomini cresciuti nella militanza: sindaci, amministratori, segretari locali, coordinatori di circolo. Fuori da ogni vecchio schema, fuori da ogni superata appartenenza».

La guerra è infine iniziata. E nonostante un persistente lavorìo terzista, che continua a sondare ogni pertugio di mediazione e rinvio della resa dei conti, andrà avanti fino all’autunno. Anche la guerra di veline avvelenate è già in corso. Il tentativo di Franceschini e della sua cordata congressuale è presentare Bersani come il candidato dell’apparato e del Palazzo, agitando lo spettro di una sua vittoria nella conta tra gli iscritti, primo passaggio delle assise secondo statuto, ma preconizzando il bagno di folla purificatore delle primarie aperte a tutti, che saranno l’ultimo atto del congresso («Parlerò direttamente alla base», è non a caso uno dei passaggi salienti del Franceschini-pensiero, anch’esso mutuato dal breviario veltroniano). Ma il messaggio principale, destinato ad alimentare una già sperimentata campagna contro «maggiorenti e oligarchi», è quello sul «chi c’era prima di me». Singolare formulazione, dato che il Pd esiste solo da due anni e, a voler essere puntuali, il solo «che c’era prima» di Franceschini è giustappunto il suo grande sostenitore Veltroni. Gli altri vengono tutti «prima», da una parte e dall’altra: sono i gruppi dirigenti dei partiti fondatori, Ds e Margherita. Ma la retorica del rinnovamento, la medesima che già ispirò il «partito liquido», passa sopra certi dettagli: sarà dunque sull’annoso e occhettiano concetto del «nuovo che avanza» che si snoderà la piattaforma congressuale del leader neo-candidato. Come testimonia la spericolata graduatoria di verginità politica redatta dal capogruppo alla Camera Antonello Soro, secondo cui Franceschini, consigliere comunale della Democrazia cristiana all’inizio degli anni Ottanta, «è un quadro relativamente giovane, che non ha ricoperto incarichi di partito se non in quest’ultima fase». A puntellare l’operazione immagine di rinnovamento contribuirà Debora Serracchiani, mascotte della mozione Veltroni-Franceschini, e tutto il filone di quel gruppetto di blogger e che da anni svolge la professione di «giovani del Pd».

Dall’altra parte l’obietttivo di Bersani, che non ha voluto commentare il videomessaggio («Io d’ora in poi parlerò solo “per” e mai “contro”»), è proprio schiacciare il più possibile l’immagine di di Franceschini sul suo predecessore: «Trasformando il congresso in una conta per Veltroni o contro Veltroni – dicono i fedelissimi dell’ex ministro dello Sviluppo economico – ci fa un regalo. Perché Veltroni il congresso lo ha già perso nel paese, col totale fallimento della sua linea e la serie ininterrotta di sconfitte elettorali che ha provocato». Un concetto che un fedelissimo dalemiano esprime più coloritamente così: «Se Franceschini vuole allearsi con lo zombie (Veltroni, ndr), peggio per lui e meglio per noi».

Stefano Cappellini per Il Riformista

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Nel Pd parte la corsa per sostituire Franceschini

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Nel Pd parte la corsa per sostituire Franceschini


franceschini-pdWalter Veltroni era ancora segretario del suo partito quando il 5 febbraio 2009 Pier Luigi Bersani annunciò: «Ho deciso di espormi subito perché sento il disamore dei nostri lettori, la mancanza di una prospettiva.

Hanno bisogno di un punto di riferimento, altrimenti se ne vanno». Poche parole che annunciavano già 4 mesi fa la sua decisione a candidarsi al congresso del partito del prossimo ottobre. Da quel giorno tante cose sono cambiate: Franceschini è succeduto al Walter nazionale, il Pd è stato sconfitto alle Regionali in Sardegna, alle Europee e in buona parte dei comuni e delle provincie che sono stati chiamati a rinnovare sindaci e presidenti. Una cosa però è rimasta certa: Bersani vuole la poltrona di Franceschini e annuncia la sua candidatura a segretario. Una conferma arrivata proprio nel giorno in cui si riuniva la segreteria del Pd che oltre a indire una riunione di Direzione per dopodomani, ne ha stilato l’ordine del giorno che prevede di fissare per il 25 ottobre la data per il voto delle primarie. Indicativamente poi dovrebbe decidere anche la data del congresso ipotizzato per l’inizio dell’autunno.

Momento nel quale gli iscritti del Pd dovranno vagliare le richieste di candidatura che verranno presentate al partito (i candidati dovranno, ad esempio, avvere raccolto almeno il 5% del consenso degli iscritti a livello nazionale oppure il 15% in almeno cinque regioni). E così, all’indomani dei ballottaggi, si è aperta la terza fase all’interno del Pd. Una fase inaugurata proprio con la notizia data direttamente da Bersani sulle pagine del proprio sito internet. Una dichiarazione che sarà ufficializzata solo il 1 luglio con una manifestazione a Roma durante la quale illustrerà le sue “Idee per il Pd e per l’Italia”.

«Come ho già detto da tempo – spiega Bersani -, ho intenzione di contribuire ad una vera discussione politica impegnandomi anche con la mia candidatura che non si rivolge contro nessuno e che vivrà in piena solidarietà con tutti gli amici e tutti i compagni del Pd». Ma chi saranno gli ipotetici avversari di Bersani? Ad ora nessun nome è dato per certo, anche se sembra che già oggi dovrebbe esserci l’annuncio di una riedizione del «Lingotto» voluta da Walter Veltroni durante la quale, con ogni probabilità, ribadirà il proprio sostegno alla riconferma di Franceschini. Supporto che dovrebbe arrivare anche da Piero Fassino e, forse come numero due nella corsa congressuale, anche da Debora Serracchiani, l’astro nascente del Partito.

A sostenere Bersani invece si starebbero schierando Massimo D’Alema ed Enrico Letta. Ma alla battaglia sembrano intenzionati a partecipare anche: Ignazio Marino fortemente sostenuto da Goffredo Bettini, ex braccio destro di Veltroni, che ha rotto con Franceschini, Paola Binetti esponente teodem del partito, Ermete Realacci, ex presidente di Legambiente, sostenuto da Francesco Rutelli. Infine dovrebbero esserci altri due nomi, ancora da stabilire, sostenuti dalle nuove leve del partito: il primo scelto tra il gruppo “Indietro non si torna” dei deputati Andrea Orlando, Andrea Martina e Francesco Boccia. L’altro verrà invece scelto il 27 giugno al «Lingotto» di Torino dall’altro gruppo di quarantenni composto da Matteo Renzi, Sandro Gozi, Paola Concia e Ivan Scalfarotto. Poi c’è chi come Sergio Chiamparino e Anna Finocchiaro chiedono invece di rinviare la resa dei conti dopo le Regionali del 2010 lasciando al posto del congresso solo una discussione politica ma senza conte.

Una richiesta bocciata immediatamente durante l’incontro di ieri tra Dario Franceschini e Pierluigi Bersani. Ma non solo il tema congresso è sul tavolo delle trattative, c’è anche da stabilire il rapporto con l’Idv di Antonio di Pietro che ieri ha lanciato una provocazione: «Il Pd si deve decidere, deve decidere cosa vuole fare da grande. Con noi sono mesi che non si fanno sentire, ci auguriamo si doti di una classe dirigente. Il Pd sta con un piede in una scarpa, e cioè noi, e con uno in un’altra, e cioè l’Udc. Ma tra poco rimarrà senza piede e senza scarpa».

Alessandro Bertasi per Il Tempo

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“Finalmente un giorno senza Pd”

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“Finalmente un giorno senza Pd”


bersaniNé nero, né bianco. Pare tendere piuttosto al giallo, il fil di fumo che si alza dall’immancabile mezzo toscano stretto tra le dita di Pierluigi Bersani. È un filo sottile, sospeso a mezz’aria che se letto nel linguaggio cromatico della fumisteria vaticana, starebbe (e sta) a indicare che per il Pd, l’habemus papa è ancora di là da venire. Siamo insomma soltanto al collaudo della stufa sanpietrina.
Fuor di metafora, a elezioni europee ormai archiviate e ad amministrative ufficialmente ancora «aperte», ma con un risultato ufficioso già scritto in modo chiaro e forte al primo turno, il Partito democratico non può dire di avere già per certo il suo prossimo pontefice, quello pronto a sostituire Dario Franceschini quando quest’ultimo verrà ufficialmente giubilato. Il Pd può contare tuttavia su un Papa possibile e ancor prima plausibile – Bersani, appunto – se non ancora probabile. Di certo, almeno un aspirante Papa: silenziosamente in pectore per molti, pubblicamente legittimato quantomeno da Massimo D’Alema e da ultimo anche autonominato.
Ma è stato del tutto inutile, ieri, chiedere una conferma o una smentita al diretto interessato, arrivato comunque nei panni di indiscussa star dell’opposizione alla prima giornata dell’annuale appuntamento dei giovani imprenditori di Confidustria, a Santa Margherita Ligure. Un luogo e soprattutto un milieu, quello imprenditoriale, dove Bersani si trova particolarmente a proprio agio (Franceschini, atteso qui oggi, avrebbe invece già dato forfeit), dove sembra venirgli più facile dare del «tu» a chi discetta di Pil e produzione, che non a chiamare «compagno» qualche vecchio arnese di partito. «Qui c’è soltanto una parte della società – dice infatti rivolto a un pubblico indistinto, ma affinché gli imprenditori intendano -. Ma è il motore del Paese e se si rompe quel motore la macchina non va».
Sulla sua autocandidatura glissa. «Per ora non parlo, quello che ho da dire lo dirò in altra occasione. Della leadership del Pd ne discuteremo un’altra volta», taglia corto all’arrivo, infilando le sue inconfondibili «esse» liquide all’emiliana. Concede un fugace commento positivo – «molto buono», lo definisce – parlando dell’accordo che dovrebbe portare il suo partito nel gruppo socialista europeo. Tutto lì, prima di dileguarsi veloce nei meandri dell’Hotel Miramare.
Altrettanto superfluo è cercare di inseguirlo tra i prati del solarium e a bordo piscina. «Almeno oggi, un giorno senza Pd», si schermisce mimetizzandosi dietro un sorriso enigmatico che sembra voler dire più «che palle!», piuttosto che suonare come una via d’uscita diplomatica alla domanda. Poi mi assesta una manata sulla spalla e tira via, pronto a sottomettersi alle domande di Giovanni Floris nell’improvvisato Ballarò in salsa confindustriale di Santa Margherita.
«Stando così le cose, appoggio Bersani che ha la forza politica e culturale, nonchè un linguaggio ed è perfettamente in grado di fare il segretario del Partito democratico», era stato appena due giorni fa il viatico concessogli da D’Alema. E ieri lui, il 58enne responsabile economico del Pd che qualche tempo fa in un’intervista si era definito «un giovane di lungo corso che lavora per la Ditta», è parso rispondergli, sintonizzandosi sulla sua stessa frequenza d’onda anche affrontando lo scivoloso tema del giorno, quello relativo alla contestata visita di Gheddafi in Italia. «Penso che sia arrivato il momento di un clima nuovo di relazioni, costruito nel corso degli anni e concretizzato in rapporti economici», è il suo commento in proposito, pragmatico e quasi «confindustriale», con un occhio ai possibili contratti per le aziende italiane. Corredandolo con un invito, quello a «lavorare con calma e tranquillità anche quando saranno stati spenti i riflettori».
A ben guardare, la sua è un’autocandidatura annunciata. Quella possibilità di scendere in campo come segretario, l’aveva infatti già ventilata nel febbraio scorso. Ovvero in tempi non sospetti, prima del disastro elettorale. Uomo d’azione, nonché pratico e indipendente, guarda caso come quel papa Gregorio Magno che era stato l’argomento della sua laurea in filosofia all’università di Bologna, l’ex ministro dell’Industria del governo Prodi aveva allora parlato di un personale «bisogno di esporsi» dopo aver «sentito il disamore dei nostri elettori, la loro mancanza di una prospettiva. Hanno bisogno di un punto di riferimento, altrimenti se ne vanno», aveva detto, vedendo giusto in anticipo. Troppo tardi, però, per correre ai ripari: gli elettori se ne sono già andati.

Guido Mattioni per Il Giornale

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