A differenza di Marcello Veneziani, che come scriveva ieri su queste pagine non ne può più di sentir parlare dei mattoni e del cemento armato del Muro di Berlino, io vi parlerò proprio di quei mattoni e di quel cemento. Perché prenderli a picconate fu una grande festa, una gioia che anche Marcello ricorderebbe con emozione, se ci fosse stato. Il 9 novembre 1989, quando fu dato l’annuncio che i tedeschi dell’Est potevano passare dall’altra parte senza restrizioni – preludio alla Caduta – era un giovedì. Stavo lavorando al numero zero di un mensile che sarebbe apparso di lì a poco in edicola, Chorus. Ma, accidenti, più di vent’anni prima mi ero perso l’appuntamento con il Maggio francese (perché stavo preparando la maturità…) e stavolta volevo esserci a tutti i costi.
Ci fui. Viaggio di lusso, con un volo diretto Milano-Berlino, passaggio in albergo e via in taxi al Checkpoint Charlie, che già avevo attraversato anni prima, in visita desolata a quel confine fra due mondi: il nostro, che sembrava quasi felice, pur con tutti i suoi tormenti; l’«altro», palesemente infelice e con tormenti quotidiani inimmaginabili da noi. Stavolta trovai solo festa e festa e festa, da entrambi i lati: l’odioso Muro, simbolo della divisione ostile del mondo, sarebbe caduto. Stava già cadendo. Anch’io diventai un Mauerspet e me ne vanto. Per la verità, all’inizio non capivo cosa significasse quella parola che i tedeschi mi rivolgevano, fra l’ironico e il compiaciuto, ma ci volle poco: «Mauerspechte» vuol dire letteralmente «i picchi del muro», e io ero diventato un uccellino che, armato di becco/piccone d’acciaio, infierivo su quel Muro con un entusiasmo da fumetto, proprio come il picchio di Disney.
I «Mauerspechte» erano all’opera con scalpelli, picconi, badili e quant’altro potesse abbattere, staccare, spezzare, svellere. Pure l’inventiva commerciale si era già messa in moto e degli accorti venditori improvvisati – in genere turchi e italiani – mettevano a disposizione picconi, scalpelli e martelli di tutte le fogge e dimensioni. Altri si erano specializzati in borse robuste, per portare via il bottino. Comprai a prezzo altissimo un piccone davvero esagerato (niente come l’esaltazione rivoluzionaria abbatte i freni inibitori) e due grandi borse, a prezzi altissimi.
Ora si trattava di scegliere il punto in cui colpire, i dintorni erano ormai tutti come divorati da un mostro multibraccia e cementofago. Segui d’istinto (in questo caso l’esaltazione rivoluzionaria c’entrava poco, altri erano i motivi) un branchetto di carinissime ragazze spagnole e dopo qualche centinaio di metri ecco un punto ancora quasi intatto, decorato e splendido, un capolavoro di ricordi e sovrapposizioni emotive che per essere concluse aspettava soltanto me.
Il primo colpo fu un orgasmo. Il secondo, il terzo e tutti gli altri un dolore fortissimo alle mani, e nonostante il freddo notevole, grondavo sudore: ma che fa. Dopo poco avevo le borse piene di pezzi di muro, da sgrossare. Regalai il piccone a Luz, presi il numero del suo albergo e mi trascinai verso un taxi con un bottino di quasi cento chili, o così mi pareva. Un pezzo lo regalai al tassista, un altro al portiere, e prima di sera avevo eliminato il superfluo a martellate (con qualche dispiacere dell’inquilino di sotto) riducendo il tutto a un’unica borsa che – per il peso – mi sarebbe costata quasi quanto un biglietto aereo.
E poi, sciambola! Quella notte e le successive, a Berlino, furono un delirio di feste, balli, canti, amori a ripetizione, della durata fra i cinque minuti e l’alba (Ciao Luz, come stai? Dove sei? Cosa fai? Hai ancora il pezzo di muro che ti regalai, rosso, in cambio di uno tuo che conteneva una scritta fittissima in una lingua ignota?).
Negli ultimi vent’anni, ogni volta che ho voluto fare un regalo importante, ho donato un pezzo del mio Muro. Oggi me ne è rimasto solo uno, il più banale, un rettangolo grande come una pagnotta, blu e rosso. Lo conservo in una teca per regalarlo a mio figlio Nicola Giordano quando, il 9 novembre 2019, avrà quasi quattordici anni e potrò spiegargli come e perché uno dei momenti di grande felicità della mia vita fu quando ero un «Picchio del Muro». Può darsi, come sostiene Veneziani, che i problemi che avremo in quell’epoca siano nati anche allora, il 9 novembre 1989. Ma ben altri ce ne sarebbero stati, se quella divisione crudele fosse rimasta in piedi.
Giordano Bruno Guerri per Il Giornale
Nessuno, prima del novembre 1989, aveva previsto il crollo dell’Unione sovietica, quindi la fine della Guerra fredda con la liquefazioni di quella “Cortina di ferro” tra il mondo libero e quello comunista di cui aveva per primo parlato Winston Churchill a Fulton (Missouri) nel marzo 1946. Quell’evento storico, di cui oggi celebriamo la fausta ricorrenza, ha avuto importanti conseguenze non solo internazionali ma anche sull’Italia che vent’anni fa aveva ancora il maggiore partito comunista dell’Occidente che condizionava l’intera vita politica.
Il mondo, che era vissuto per quarant’anni nel rapporto di forze bipolari, per un verso aveva visto fronteggiarsi i due blocchi in conflitti locali (Corea, Vietnam…) combattuti per contenere l’espansione del comunismo, e per un altro si era adagiato nell’equilibrio del terrore che, grazie alla paura della catastrofe atomica, aveva mantenuto la pace soprattutto in Europa. Al di là delle conseguenze geopolitiche, la caduta del Muro significò specialmente la fine della più efferata utopia totalitaria, il comunismo, che aveva causato centinaia di milioni di morti in Unione Sovietica, in Cina e negli altri paesi comunistizzati come la Cambogia di Pol Pot.
Con la fine del comunismo qualcuno parlò anche di “fine delle ideologie”, nell’illusione che non vi fossero più conflitti ideologici, cosa che ben presto risultò falsa con l’insorgenza del fondamentalismo islamico portatore di tragico terrorismo. In Italia, la fine del comunismo sovietico ebbe effetti altrettanto profondi di quelli prodotti nella Germania divisa in due e nelle cosiddette “democrazie popolari” dell’Europa orientale. Nel 1989, a distanza di 45 anni dalla guerra, il Partito comunista Italiano non aveva ancora compiuto una svolta revisionista come era accaduto altrove, perfino nella socialdemocrazia tedesca che negli anni Cinquanta si era de-marxistizzata a Bad Godesberg, Togliatti prima, e Berlinguer poi, erano sempre stati ambigui nei confronti dell’ideologia comunista e della natura dell’Unione sovietica.
L’uomo sbarcato a Salerno nel 1943 con in tasca le direttive di Stalin, aveva ingannato gli italiani, e in specie l’intellighenzia di sinistra, con il miraggio della “via italiana al socialismo” che certo era una prospettiva diversa dal socialismo della fame dell’Urss, ma che restava pur sempre nell’ambito della comune famiglia totalitaria comunista, come si comprese quando “il migliore” sostenne a spada tratta la sanguinosa repressione di Budapest del 1956, e il suo successore condannò la rivolta di Praga del 1968. Anche il mite Enrico Berlinguer, che pure era consapevole delle nequizie sovietiche, non ne prese mai veramente le distanze nette, tanto che qualche anno prima della caduta del Muro senza ironia parlò “solo dei tratti illiberali” del più spaventoso autoritarismo del XX secolo. Nel corso degli ultimi venti anni, le successive trasformazioni del PCI in PDS, DS e PD ad opera di Occhetto, D’Alema, Fassino e Veltroni (alcuni dei quali dichiararono con humour di non essere mai stati comunisti) hanno tutte risentito della mancanza di atti risoluti di rottura compiuti a tempo debito con il legame ideologico e politico col comunismo sovietico.
Nessuno di loro ha mai davvero accettato la lucida analisi di Anna Harendt che, a cavallo della seconda guerra mondiale, aveva magistralmente accomunato i caratteri totalitari di nazismo e comunismo. Non voglio certo dire che i comunisti italiani sono stati per anni equivalenti a quelli sovietici, ma la mancanza di chiarezza nel riconoscere nel presente e nel passato la fondamentale distinzione tra l’utopia comunista e i principi liberali su cui si sono rette le democrazie occidentali, ha avuto a lungo nefasti effetti sul sistema politico italiano che ancora oggi ne risente. C’è da augurarsi che l’anniversario della caduta del Muro sia non solo occasione di retoriche rievocazioni, ma induca anche a quella riflessione storica e politica sul significato del comunismo nel mondo e in Italia che per tanti anni è stata, se non ignorata, certamente sottostimata.
Massimo Teodori per il Tempo
Ho seguito con molta attenzione la vicenda che ha portato alle dimissioni l’ormai ex Direttore de L’Avvenire, Dino Boffo. Inutile dire che ho apprezzato moltissimo l’ennesima dimostrazione di coraggio da parte del Direttore Feltri e del suo Condirettore Sallusti che si sono presi la briga di pubblicare una notizia che, evidentemente, da tutti gli altri era ritenuta scomoda, troppo scomoda. Tant’è che la sua divulgazione ha scatenato un vero e proprio putiferio. Sì, perché stavolta i mestieranti della morale sono stati letteralmente smascherati e, quindi, colpiti nel vivo. Schiumano rabbia da tutti i pori, e c’è da capirli: scoperchiando il pentolone nel quale da anni rimestavano i trascorsi giudiziari di Boffo, Il Giornale ha dimostrato che questi signori non sono in possesso di alcun titolo per pontificare sui presunti (e sottolineo presunti) difetti morali di Berlusconi. Ma c’è chi non si da per vinto e, nonostante la palese evidenza dei fatti, si ostina a mistificare la realtà, sbraitando scompostamente che il Presidente Berlusconi, difendendosi dai continui e pretestuosi attacchi alla sua persona, stia attentando nientepopodimeno che alla “libertà di stampa”. Uno di questi è l’uomo di maggior peso politico all’interno del PD, Massimo D’Alema che ieri, in un’intervista al CorSera ha affrontato l’argomento esordendo così: “Si è creata una situazione pesante e allarmante: l’episodio del direttore dell’Avvenire segna uno spartiacque: un qualsiasi giornalista che abbia una notizia imbarazzante o fastidiosa per il presidente del Consiglio sa che da oggi in poi, se la pubblica, è a rischio di pesanti ritorsioni. Al fondo di questa barbarie c’è l’anomalìa italiana”. A questo punto, visto che nell’ultimo periodo va anche di moda, dal nostro piccolo ed insignificante sito internet chiediamo all’Onorevole D’Alema di chiarirci ulteriormente le idee, ponendogli dieci domande, semplici semplici:
1 Onorevole D’Alema, non ritiene che il Dottor Boffo non avrebbe avuto nulla da temere se avesse avuto la fedina penale pulita?
2 Onorevole D’Alema, puo’ affermare, senza timore di essere smentito, che la documentazione pubblicata da Il Giornale sia falsa e che ci troviamo, quindi, effettivamente di fronte ad una “patacca”, come scritto dalla maggior parte degli organi di stampa a Voi notoriamente vicini?
3 Onorevole D’Alema, una volta verificata l’autenticità di tale documentazione e considerata l’entità e la tipologia del reato per cui il Tribunale di Terni lo ha condannato, trova deontologicamente e culturalmente corretto che il Dottor Boffo abbia espresso, dalle colonne del suo giornale, giudizi morali nei confronti del Presidente del Consiglio per fatti attinenti alla sua sfera privata?
4 Onorevole D’Alema, per quale motivo Il Giornale non avrebbe dovuto pubblicare la notizia?
5 Onorevole D’Alema, non crede che affermare, come fa Lei, che Il Giornale non avrebbe dovuto pubblicare una notizia (per altro documentata) costituisca, di fatto, una limitazione della libertà di stampa?
6 Onorevole D’Alema, perché commentando la pubblicazione di atti giudiziari come la condanna di Boffo parla di “episodio allarmante” e, invece, ritiene “un problema vero” i pettegolezzi con i quali, da mesi, gli organi di stampa notoriamente a Lei vicini tentano di screditare il Presidente del Consiglio?
7 Onorevole D’Alema, in merito alle inchieste in cui è stato coinvolto il Suo partito in Puglia ha tentato di minimizzare affermando: “ho l’impressione che vi sia una grande esagerazione. Almeno nei titoli di alcuni giornali”. Ora, perché quando il Presidente Berlusconi si difende da attacchi giornalistici basati non su atti giudiziari, ma sul cosiddetto gossip, lo accusate di voler attentare alla libertà di stampa?
8 Onorevole D’Alema, non le sembra di usare due pesi e due misure attaccando gli organi di stampa quando si occupano di notizie che, oltretutto, si basano su atti giudiziari e non su semplici pettegolezzi, che riguardano il suo partito?
9 Onorevole D’Alema, per avvalorare la Sua tesi secondo cui il Presidente Berlusconi, con le querele, starebbe attentando alla libertà di stampa, ha dichiarato che: “quando sono diventato presidente del Consiglio ho rimesso tutte le querele”. Ci permettiamo, però, di farle notare che la sua nota querela al vignettista Giorgio Forattini (per la quale perse il posto a La Repubblica ed a cui, non contento, chiese un risarcimento di 3 miliardi delle vecchie lire) risale all’ottobre del 1999, quando Lei rivestiva la carica di Presidente del Consiglio e giudicò una vignetta: “Gravemente lesiva della mia reputazione”. Ora, pur tenendo conto che dopo qualche tempo ritirò la querela, non pensa che il comportamento che ha tenuto in quella circostanza non le conferisca alcun titolo per poter dichiarare, riferendosi al caso Avvenire: “Un qualsiasi giornalista che abbia una notizia imbarazzante o fastidiosa per il presidente del Consiglio sa che da oggi in poi, se la pubblica, è a rischio di pesanti ritorsioni”?
10 Onorevole D’Alema, il 18 luglio scorso, il quotidiano Il Riformista riprese una nostra finta intervista nella quale un personaggio di fantasia dichiarava che: “un noto politico mi propose di candidarmi, in cambio voleva essere sculacciato”, inserendola in un articolo intitolato “Santo e puttaniere”, ovviamente riferito al Presidente Berlusconi. Non crede che il fatto di manipolare a proprio uso e consumo e, quindi, di pubblicare una notizia senza nemmeno verificarne l’attendibilità sia sintomatico di quanto, alcuni organi di stampa a Voi notoriamente vicini, siano disposti a dare credito a chiunque pur di screditare il Presidente Berlusconi?
Pubblichiamo la sintesi dell’intervento «Il maledetto revisionista» che sarà presente sul prossimonumero di «Atlantide», quadrimestrale della Fondazione per la Sussidiarietà diretto da Giorgio Vittadini dal titolo La realtà non è un’opinione, inuscita al Meeting di Rimini (23-29 agosto 2009) e nelle librerie e edicole. Giampaolo Pansa è in libreria anche con il suo ultimo saggio storico, Il revisionista (Rizzoli), dove raccontala sua avventura umana e intellettuale, nata nel segno della nonna, Caterina Zaffiro vedova Pansa, che con il suo fastidio per comunisti, democristiani e fascisti è stata, senza saperlo, un esempio di revisionismo anarchico.
È da parecchi anni che sono infastidito da gente testarda nel rifiutare la conoscenza come avvenimento. Parlo di chi non vuole saperne del revisionismo sulla nostra guerra civile. E più in generale del revisionismo sulla storia del comunismo italiano. Li tengo d’occhio da un pezzo, così come loro tengono d’occhio me. Insomma, siamo duellanti che si guatano da lontano. Per incrociare le lame di tanto in tanto.
Proprio perché li conosco bene, non credo di sbagliare se dico che oggi li vedo ammosciati. Sì, li scopro con la grinta dimezzata, persino lamentosi. Non hanno più l’arroganza di quando mi attaccavano ogni volta che usciva un mio libro. Adesso se possiedono ancora un po’ di boria, non osano più mostrarla in pubblico.
Il motivo è semplice. Gli anti revisionisti si sono accorti che la loro merce è passata di moda. Un pubblico sempre più diffuso di lettori sta con il Pansa di turno. Per questo si sentono soli e anche un po’ abbandonati. L’applauso dei trinariciuti gli arriva ancora, ma non gli basta più. La crisi culturale della sinistra, primo sintomo della crisi politica, li ha travolti. E non possono contare su una sponda sicura, come gli accadeva prima.
Di chi è la colpa della decadenza che li angoscia? Gli ostinati se la prendono con il mercato culturale, che esige un pensiero sempre più leggero. E immagino che rimpiangano i tempi del pensiero pesante, anche sotto la forma del pensiero unico. Una testimonianza di come stiano le cose nel loro campo l’ho trovata qualche mese fa leggendo un numero di Tuttolibri, il supplemento letterario della Stampa.
Il sabato 14 marzo 2009, Tuttolibri si apriva con un intervento di Giovanni De Luna, docente di Storia contemporanea a Torino. De Luna era stato uno dei miei critici più costanti a partire dal Sangue dei vinti. Qui citerò soltanto lui, trascurando altri articoli, tutti lagnosi, usciti di recente contro di me. Specialmente sull’Unità, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci e oggi diretto da Concita De Gregorio.
L’articolo di De Luna era intitolato Il pensiero è sempre più leggero. E l’occhiello recitava: «Si è sciolto il rapporto tra ricerca ed editoria, cultura e politica, per inseguire il mercato. Mentre più che mai servirebbe una saggistica “pesante” (e pensante)». Confesso che mi è sembrato il concetto più chiaro di quella pagina. Poiché gli argomenti del professor De Luna non mi sono mai risultati di facile comprensione. Ho capito comunque che, nella logica delunesca, se il pensiero si era troppo alleggerito la colpa era certamente dei revisionisti come il sottoscritto. Non venivo indicato per nome, perché i docenti universitari citano soltanto i loro pari grado. Ma era chiaro che il professor De Luna si riferiva soprattutto ai miei libri. Sentiamolo in presa diretta.
«Il successo del revisionismo ha fatto scuola – si lagnava il Prof. – con le sue migliaia e migliaia di copie vendute». E tutte di libri colpevoli di tante nefandezze. Libri «che programmaticamente rifiutano di fornire le “prove” delle loro argomentazioni». Libri «che si affidano a modelli narrativi (lo pseudo romanzo o il finto dialogo) che nascondono l’inconsistenza delle tesi storiografiche proposte». Libri «che si sottraggono al confronto con la verità (o con la verosimiglianza), per inseguire i clamori del successo mediatico e obiettivi immediatamente e squisitamente politici».
«A questo si aggiunge – continuava il professor De Luna – la frattura che si è consumata tra il mondo della politica e quello della cultura accademica, quella storica in particolare. La storia non appartiene più ai percorsi di formazione della nostra classe politica». Tralascio il seguito della requisitoria delunesca. Rivolto ai capi della sinistra, ieri diessina e oggi democratica. Politici incapaci di affidarsi «alla Storia», con l’iniziale maiuscola. Tanto è vero che i primi due segretari del Partito democratico, Walter Veltroni e Dario Franceschini, si sono presentati al loro pubblico con due romanzi, «e non è un caso».
Di quell’intervento mi ha colpito una cosa non detta. Il professor De Luna non spendeva una parola per spiegarci i motivi del silenzio suo e di molti dei suoi colleghi universitari a proposito della Guerra civile. Non ne scrivono quasi mai. Non la studiano. Non se ne curano, se non per replicare a chi non sta agli ordini della storiografia rossa. Insomma tacciono, come se si fossero resi conto che i loro vecchi schemi non reggono più alla prova dei fatti. Tanto è vero che l’ultima indagine generale sulla Resistenza, quella di Santo Peli pubblicata da Einaudi, risale al marzo 2004, più di cinque anni fa.
Revisionismo e pensiero pensante
Ma adesso smetto di parlare del professor De Luna per dire qualcosa su di me, mandato da lui sul banco degli imputati. Con l’accusa di distruggere a colpi di revisionismo il pensiero pesante. Certo, sono un dilettante della ricerca storica, pur avendo alle spalle un’ottima laurea grazie a una tesi di storia contemporanea: «Guerra partigiana fra Genova e il Po», pubblicata da Laterza nel 1967. E mi muovo da anni su un terreno che ho studiato a fondo e credo di conoscere come pochi: l’antifascismo armato, lo scontro fra la Resistenza e la Repubblica sociale, il dopoguerra macchiato da un’infinità di delitti.
Ecco un campo minato dai divieti dei parrucconi rossi: quelli di partito e quelli dell’accademia. Qui ho incontrato di continuo commissari politici travestiti da intellettuali e boriosi professori nullascriventi. Tutti pronti a muoversi da giudici spocchiosi dell’Inquisizione antifascista. Con un solo chiodo in testa: punire anche il più timido revisionismo come un’eresia maledetta e pericolosa, da soffocare. Parlo delle revisioni che non tornano comode alla cultura comunista. E che, dunque, non debbono essere ammesse. Questi parrucconi mi fanno sorridere. Soprattutto perché fingono di dimenticare che le sinistre italiane sono sempre state iper revisioniste, ogni volta che gli è convenuto esserlo.
Pensiamo a Stalin, prima grande padre buono di tutti i popoli della terra e poi despota feroce. Oppure al maresciallo Tito. Dipinto dal Pci come un eroe della libertà, il vincitore della guerra in Jugoslavia contro nazisti e fascisti. Poi sputacchiato sempre dal Pci, quando nel 1948 rompe con l’Unione Sovietica. E, infine, di nuovo esaltato dal Pci a partire dal 1955, quando la frattura con Mosca si ricompone. Li ho visti in azione questi parrucconi. Ma pur essendo un dilettante solitario, senza un partito che mi difendesse, non mi sono spaventato. Ho tirato i sassi contro i padroni post comunisti della storia italiana. Ho provato a scrivere le pagine lasciate in bianco da loro, per calcolo politico o per viltà intellettuale. Li ho sbugiardati. Li ho costretti a replicare spacciando altre bugie. Ho contribuito a svelare la loro mediocre doppiezza. Mi sono fatto dei nemici. Ma ho incontrato molti amici: italiani per bene, stanchi di troppe menzogne e alla ricerca della verità.
Nello scoprire questi tanti amici, libro dopo libro mi sono reso conto di una realtà che prima non vedevo con chiarezza. In Italia esiste un’opinione pubblica moderata, di centro-destra, di destra o semplicemente liberale, che per anni ha faticato a emergere sul terreno della cultura diffusa. All’inizio era un’opinione «povera», perché non poteva contare sull’apparato culturale a disposizione della sinistra. I partiti che aveva alle spalle erano scomparsi nel gorgo di Tangentopoli. E l’unico rimasto in piedi, il Movimento sociale, stava cambiando pelle e natura.
Senza rendermene conto, ho contribuito a liberare questa opinione. Dopo I figli dell’Aquila, dedicato a chi aveva combattuto per la Rsi, e soprattutto dopo Il sangue dei vinti, ho ricevuto sino a oggi almeno tremila lettere. Sono soprattutto di donne che mi narrano la loro storia e quella della loro famiglia negli anni della guerra civile e del primo dopoguerra. E mi ringraziano per avergli dato il coraggio di scriverne, dopo decenni di silenzio obbligato.
La caduta del bavaglio
Il maledetto revisionismo ha fatto cadere un altro piccolo muro di Berlino. Era quello del bavaglio imposto dalla cultura e dalla storiografia comuniste a tanti italiani esuli in patria. I paria, i reprobi, gli sconfitti che l’arcigno Arco costituzionale, fondato sulla Dc e sul Pci, non voleva riconoscere come cittadini con pari dignità. Un lettore mi ha scritto che, con i miei libri, non ho soltanto liberato la memoria dei morti, ma anche quella dei vivi, dei loro figli, dei loro nipoti. «Vissuti per anni con il sasso in bocca – diceva una lettrice – identico a quello che la mafia adopera per le sue vittime».
Adesso l’opinione pubblica fatta emergere dal revisionismo sulla guerra civile è meno povera di prima. Ma si scontra ancora con due grandi difficoltà. La prima è rivelata dal paradosso che connota l’Italia di oggi. Il vecchio Pci è scomparso da vent’anni, dopo la fine dell’Unione Sovietica. E i partiti nati dalle sue ceneri sono sempre più deboli. Eppure l’egemonia culturale rossa resiste ancora. Perché è un’egemonia proprietaria. E sta in piedi grazie a quel che possiede e usa di continuo.
L’elenco delle sue proprietà è lungo. Le cattedre di storia contemporanea in molte università. L’insegnamento della storia nelle scuole medie superiori. Una catena di case editrici. I tanti festival del libro, a cominciare dal rosso Salone di Torino che esclude quasi sempre autori invisi alla sinistra. I premi letterari. I convegni culturali in centri grandi e piccoli. Tanti giornalisti. E parecchi quotidiani. A cominciare da Repubblica: un giornale-partito, dalla pedagogia autoritaria, importante per numero di copie diffuse e per il pensiero unico che fa circolare e riesce ancora a imporre.
Ho descritto una struttura difficile da sgretolare. E che resiste quasi intatta a ogni crisi. È vero che conta meno di un tempo. Però seguita a rimanere in piedi. Assomiglia a un gigante sempre più confuso, ma tuttora in grado di far pesare la propria forza. Ha dalla sua anche una quota della televisione pubblica: la rete 3 della Rai, il suo telegiornale, i suoi programmi culturali. Non è un caso se non sono mai riuscito a presentare i miei libri revisionisti su questa rete. La censura rossa mi ha sempre sbarrato il passo. Trovando molti piccoli censori pronti a obbedire. I motivi di queste esclusioni sono tanti e tutti falsi: Pansa diffama la Resistenza, Pansa inventa stragi mai avvenute, Pansa scrive cose che non pensa per intascare buoni diritti d’autore, Pansa si è messo al servizio del centrodestra di Silvio Berlusconi… Ma esiste pure un motivo più serio, quello decisivo. E riguarda la storia del Pci nella guerra civile e nel dopoguerra.
L’apparato culturale e storiografico comunista ha sempre sostenuto che il Pci di Togliatti, di Longo e di Secchia era un partito democratico già all’inizio degli anni Quaranta. E non aveva mai coltivato l’intenzione di continuare la guerra civile anche dopo la Liberazione. Già, non ha mai cercato di conquistare il potere con le armi. Non ha mai voluto fare dell’Italia una repubblica popolare, dove la «democrazia progressiva», così la chiamavano, sarebbe stata al servizio dell’Unione Sovietica.
Nei miei libri, mettendo in fila una serie di fatti incontestabili, ho invece provato che l’obiettivo finale del Pci era proprio un regime autoritario. Con un solo partito e una polizia politica onnipotente. I comunisti non combattevano per la libertà degli italiani, ma per un’altra dittatura, rossa invece che nera. Anche storici ben più professionali di me hanno affermato la stessa verità indiscutibile. Ma è proprio questa verità a suscitare la reazione rabbiosa dei dirigenti post comunisti e degli storici rossi. La considerano una falso totale. E nel replicare vanno fuori di testa. Come ho potuto constatare anche in qualche risposta nervosa al mio ultimo libro, Il revisionista, uscito in maggio da Rizzoli.
Ecco uno snodo cruciale nella vicenda della Resistenza e del primo dopoguerra. E non si tratta soltanto di un problema storiografico. Siamo di fronte a una questione che si riflette sulla lotta politica del 2009. Basta dare un’occhiata alla tribuna d’onore del Partito democratico per rendersi conto che molti dirigenti vengono dal vecchio Pci. E sono cresciuti alla sua scuola. Pensiamo a D’Alema, a Fassino, a Veltroni, a Bersani, a Livia Turco, ad Annamaria Finocchiaro, a Violante, a Reichlin e a tanti altri ancora. Ammettere la verità sul vecchio Partitone rosso, manderebbe in crisi la loro cultura e le loro stesse figure. Qualunque giovane militante potrebbe chiedergli conto delle menzogne che anche loro hanno avallato. E della loro ostinazione a non rinnegarle.
Per questo di qui non si passa. Ci vorrà ancora del tempo prima che dall’area post comunista arrivi qualche ammissione. Riconoscere che il Pci della guerra partigiana aveva propositi golpisti significa aprire una falla in una diga. Con l’obbligo di rileggere in un modo nuovo, e pericoloso, tutta la storia del comunismo italiano nella prima Repubblica. Una storia che non è quella degli antichi egizi, ma del nostro tempo. Con vecchi protagonisti sempre sulla scena. Basta pensare all’uomo-immagine della sinistra radicale: Pietro Ingrao. Non era lui ad aver giustificato alla Camera dei deputati la fucilazione di Imre Nagy e di altri dirigenti dell’insurrezione ungherese contro i sovietici? Sì, era lui. Ed eravamo già nel giugno 1958.
La questione Msi
Ma l’opinione pubblica moderata incontra anche una seconda difficoltà. Questa deriva dalla scomparsa di un partito che si era sempre opposto alla cosiddetta vulgata resistenziale. E ai falsi storici che la sorreggevano. Mi riferisco al vecchio Msi, sciolto da anni, e poi di Alleanza nazionale che in marzo è entrata nel Popolo della libertà. So per esperienza che molti dirigenti di An la pensano come prima a proposito della guerra civile. Il problema è che il loro leader non la pensa più nello stesso modo.
Sto parlando di Gianfranco Fini, oggi presidente della Camera. Osservo come si muove, che cosa dice, quello che scrive. Ho anche discusso con lui, in un dibattito pubblico a Montecitorio, nel maggio di quest’anno. Ma continuo a non capirlo. Fini è un enigma vivente. Oggi respinge per intero un passato che pure gli appartiene, anche perché gli ha garantito la carriera. Siamo di fronte a un caso strabiliante di revisionismo all’incontrario. E penso che ci riserverà molte sorprese, tutte stupefacenti.
Serve a una cultura liberale una posizione come quella di Fini? Penso di no. La conoscenza a proposito della storia non progredisce nella confusione. Rovesciando un vecchio motto, potremmo dire: se il disordine sotto il cielo si fa grande, la situazione non diventerà mai eccellente.
Gianpaolo Pansa
Nell’acquario romano, Dario Franceschini cerca di dare la rotta al partito ma il timone sbatacchia. Un po’ di qua un po’ di là, stando ben attento a non andar per scogli. Evitati accuratamente, quindi, i pericolosi gorghi formatisi negli ultimi giorni. E così, i nodi restano tutti lì. Partito aperto ma soltanto a parole. Grillo? Nemmeno citato. Alleanze: devono essere «credibili». Con chi, però, non è dato sapere. Antiberlusconismo: addio visto che «abbiamo sottovalutato per troppo tempo il valore assoluto della libertà» e «abbiamo rincorso la destra su tanti temi»? Però poi viene giù l’auditorio quando cita il «conflitto di interessi» e giura che «non possiamo restare ancora fermi e silenti». Muto come un pesce sull’analisi delle recenti sconfitte elettorali. Qualche frecciata a D’Alema e al prodismo; e poi l’ammirevole ammissione: «Se voti destra sai cosa voti, se voti di qua non sai cosa voti». Parafrasando Arbore e il vecchio spot sulla birra: meditate gente, meditate! La conclusione del suo intervento sulle note perfette di Better days di Bruce Springsteen. Giorni migliori.
Dario arriva con le maniche della camicia obamianamente arrotolate e si sbraccia a salutare e ringraziare la platea. In prima fila Fassino, Realacci, Damiano, Treu, Chiamparino, Marini, Gentiloni e Fioroni. Più defilati Soro e Finocchiaro che smanetta col ventaglio per refrigerarsi un po’ nel torrido catino romano. SuDario suda e parte in apnea con la sua filippica. Cinque parole cardine per non far affogare definitivamente il Pd: fiducia, regole, uguaglianza, merito, qualità. Prova a nuotare al largo, Dario. Forse troppo: «La destra italiana pensa alle prossime elezioni. Noi democratici pensiamo alle prossime generazioni». Poi prova a tracciare i contorni di un «nuovo riformismo che abbia il coraggio di sfidare le destre non rincorrendole, non limitandosi a proporre correttivi ai modelli sociali che ha imposto, ma mettendo in campo una gerarchia di valori proiettata sul futuro». Parole. Il modello, così si capisce meglio, è quello di Obama; a cui viene affiancato l’indiana Sonia Gandhi. Ma l’altro punto di riferimento è il Berlusconi del 1994: «Lui rappresentava una proposta di cambiamento. Dobbiamo partire da lì. Dobbiamo essere una forza che crede nel futuro». La sfida è ambiziosa e per rendere meglio l’idea, Franceschini non lesina critiche a quelli venuti prima di lui: «Dobbiamo ricostruire un’identità nel nostro campo. La destra… ha avuto stabilità negli assetti e un leader unificante. Ha potuto costruire un’identità attorno a messaggi chiari». Mentre «nel nostro campo c’è stata instabilità totale nei leader, nei partiti, che si sono sciolti, ricostituiti, sostituiti, nei governi fragili». E quindi «non siamo riusciti a trasmettere che sensazioni indistinte, non messaggi chiari e univoci». Servono quindi «poche parole chiare». Quali siano però, boh. Nell’acquario, Dario alterna bracciate di maanchismo a schizzate di antiberlusconismo: dalla parte dei lavoratori ma anche degli imprenditori; per i diritti ma anche per i doveri. Cita le regole, con il rispetto delle quali «non avremmo avuto i disastri di Viareggio, le conseguenze del terremoto dell’Aquila, 1.300 morti sul lavoro». Ed è tutto un battimani.
Ma il vero boato arriva quando parte lo schiaffo a D’Alema, Prodi e a tutto il centrosinistra passato, allorché cita il conflitto di interessi. «Dobbiamo dirlo. Il centrosinistra ha colpe precise nel non aver approvato una normativa sul conflitto di interessi quando era maggioranza dal 1996 al 2001». La platea somiglia a una curva da stadio. Molto meno quando Dario apre uno spiraglio alla possibilità di fare le riforme insieme alla maggioranza per «modernizzare lo Stato». «Non ci sottrarremo alla possibilità di condividere, anche da subito, con i nostri avversari una riforma che renda più efficace l’azione di governo, cominciando dal passaggio a una sola Camera legislativa, al Senato federale e a un dimezzamento dei parlamentari».
Poi i compagni di strada: «Non torneremo a quella stagione delle coalizioni frammentate e litigiose, costruite con l’unico collante del nemico. Formeremo un’alleanza che dia agli italiani la garanzia di un programma condiviso e realizzabili». Con chi non è dato sapere ma «non torneremo al centro-sinistra col trattino».
Infine, «bisogna fare il partito». Sembra facile. Franceschini prende una boccata d’aria e poi torna a immergersi: «Qualsiasi cosa accada resteremo insieme. Abbiamo bisogno di un confronto vero e onesto tra visioni differenti sul futuro». Già, perché lì dentro i pesci sono tanti e ancora diversi: «Diversità che sono ricchezza se si cerca e si trova la sintesi». E la sintesi arriva subito dopo con il giudizio sprezzante di Rosy Bindi: «È evidente che lo spessore politico sta con Bersani e non con Franceschini».
Francesco Cramer per Il Giornale
C’è il segretario uscente Franceschini a capo di un Correntone in cui c’è di tutto, dai veltroniani ai rutelliani, dagli ex popolari al solitario Piero Fassino. C’è Bersani alla testa degli ex ds con una spruzzata di deputati di rito democristiano a segnalare che Franco Marini, pur parteggiando personalmente per Franceschini, non perde di vista (hai visto mai?) l’altro treno. C’è il prof. Ignazio Marino che dovrebbe rappresentare l’ala laica ed è sostenuto da attempati quarantenni che fanno i ragazzini e da Goffredo Bettini. Tre persone perbene che proveranno a sfidarsi.
Le differenze non sono molto marcate. Franceschini e Bersani sono vecchi animali della politica. Ne hanno attraversato tutte le mutazioni e starebbero bene in ticket. Uno è socialdemocratico, l’altro è cattolico progressista. Forse non assommano tutte le virtù della propria parte, ma sicuramente i vizi. Bersani vuole un partito di tipo tradizionale, Franceschini lavora a quello che D’Alema chiamerebbe un “amalgama malriuscito”. Quello che vuole il prof. Marino non si capisce. Una cosa è certa. A meno che i tre candidati non prendano a insultarsi pesantemente, cosa che si può escludere, il congresso rischia di svolgersi nell’indifferenza generale. Per diverse ragioni.
La prima è che il popolo della sinistra è stanco. È stanco delle battaglie perse e si affida ormai agli scoop giornalistici e alla magistratura per battere l’odiato Berlusconi. È stanco delle liti interne. È stanco di girare in tondo senza trovare la retta via. La seconda ragione è che mai come ora il progetto del Pd si presenta come l’ultima spiaggia. Se fallisce non si riparte per un’altra avventura ma si ricomincia da zero. La terza ragione è la solitudine di quella varia umanità che in questi anni ha seguito tutti i camuffamenti della sinistra perdendo tutte le bandiere. Questa gente si ritrova oggi assediata da destra e da sinistra, sopravvissuta in un mondo che non gli piace ma incapace di prendere una strada nuova. Il congresso del Pd si inabissa fra questi flutti di rancori e di emozioni spente.
I famosi apparati si faranno la guerra a colpi di tessere ma sarà una guerra subacquea che non vedrà mai la cresta dell’onda. Ai tre candidati manca qualcosa che è difficile addebitare solo a loro. Tutti e tre spiegano con dovizia di argomenti che cosa c’è che non va, fanno previsioni catastrofiche sul quel che potrà accadere, ma non sanno dire nulla che faccia capire dove vogliono andare. Non manca il programma (figuratevi se a sinistra può mancare il programma!). Manca qualcosa di più, manca l’IDEA, quel colpo di genio che sappia dare un’anima a una battaglia che si annuncia stanca e ripetitiva. Non è colpa dei tre candidati. Loro ci proveranno. Non è solo un problema italiano visto che affligge le socialdemocrazie europee. Tuttavia fa riflettere che non ci sia un leader che sappia parlare al paese.
Peppino Caldarola per Il Tempo
Draghi presidente del Consiglio. Un complotto che arriva dall’estero, i soliti americani. Anzi, amerikani. In combutta con Fini, Tremonti dà una mano, D’Alema è il manovratore. La Chiesa dà il segnale. È mancata la massoneria. Ecco, che fine ha fatto la massoneria? Sempre tirata in ballo quando i governi sono in bilico.
Una settimana dopo il Riformista, altro quotidiano vicino al Pd, rilancia: «L’Onu e l’Europa isolano il governo». Il 21 sul Manifesto Piero Ottone, in un’intervista, rileva: «Contro Berlusconi tutti dovrebbero protestare. Soprattutto i giornali». E infatti i giornali vanno all’attacco. Il 28 sul Riformista spunta per la prima volta in un titolo la locuzione “governo istituzionale”. La tesi è questa: «Il colpo di scena è legato a quando Noemi, o chi per lei, parlerà. Perché qualcuno punterà l’indice: però in cambio di favori. Un’accusa che dai giornali finisce in procura e di fronte all’opinione pubblica». E più avanti si spiegava: «Se riuscissero a disarcionarlo lui, assicurano i suoi, si giocherà la carta dele elezioni anticipate».
Il giorno dopo La Stampa lascia intendere che è in arrivo un’offensiva giudiziaria stavolta sul fronte rifiuti. Si dà conto dello sfogo di Bertolaso sugli interrogatori troppo bruschi e infine l’annuncio: «Da giorni da Roma erano stati lanciati messaggi preoccupanti. Messaggi che lasciavano intendere una certa consapevolezza dell’attività di indagine in corso. Come se ci fosse stata una fuga di notizie pilotata. In questo clima, dunque, si aspettano novità giudiziarie». Poi tocca a Repubblica, ovviamente. Il giornale che più di tutti ha cavalcato la tesi della fine imminente. E il 31 scrive del fatto che nel 1994 alla Casa Bianca, come oggi, c’era un presidente democratico: un concetto che poi sarà costantemente ripreso da altri quotidiani. Arriva giugno e sul quotidiano di Ezio Mauro si legge questa frase di Berlusconi: «Sto per scoppiare».
Subito dopo il voto sempre Repubblica rilancia una nuova tesi: i report dell’ambasciata americana sono negativi per il Cavaliere. Il 14 spunta il fantasma Draghi. Si riferisce: «A Palazzo Chigi sentono da settimane gli echi di un’indiscrezione che circola negli ambienti confindustriali e che indicano nel governatore Draghi il potenziale presidente di un esecutivo tecnico, di salute pubblica, un governo per gestire la crisi». Si fanno notare anche che Pd e Casini difendono Draghi sempre più spesso. Sullo sfondo si parla anche di un ruolo della fondazione di Montezemolo, Italiafutura, presentata proprio ieri. Sia chiaro, tutto ciò avviene anche per l’amplificazione dei politici, si apre un ampio dibattito. Al punto che lo stesso premier deve intervenire per annunciare un piano eversivo in atto per farlo fuori. E D’Alema risponde con le scosse. Spuntano anche i piani segreti di Murdoch d’intesa con De Benedetti. Romanzi. Il tutto condito dall’incontro di Berlusconi con Obama che Repubblica annuncia di essere stato declassato da colazione di lavoro e semplice caffettuccio alla Casa Bianca. E ogni indiscrezione viene amplificata dai giornali stranieri che moltiplicano gli effetti. Bevendosi qualunque voce riportata dai giornali italiani senza alcuna verifica come quella scritta dall’Espresso di un Gianni Letta che avrebbe preso le distanze dal Cavaliere e copiata pari pari dal Sunday Times.
È un sistema che si autoalimenta. Politici che spifferano o che inventano tesi, i giornali le riportano, altri politici le leggono e le arricchiscono di nuovi particolari in un circolo vizioso autoreferenziale e senza fine. E così, fantasie diventano realtà. Almeno sulla carta. Berlusconi ne è stato in mezzo e al centro. Ha scelto di non leggere più i giornali salvo le cose indispensabili. Un modo per esorcizzare anche se nemmeno lui può escludere che qualcuna di quelle indiscrezioni si possa avverare. Magari dopo il G8.
Fabrizio Dell’Orefice per Il Tempo
Forse non bisognerebbe tornare troppo presto, forse è questo. Di sicuro non si dovrebbe tornare troppo presto – mai – dopo essersene andati troppo tardi. Guardi Walter Veltroni sul palcoscenico del Cinema Capranica, proprio a un passo da Montecitorio, e provi a capire cosa ci sia che non va, in questa sala gremita, quale sia la cifra che non torna in questa assemblea di amarcord precoce e di speranze che si declinano retroattivamente nel passato prossimo, tra rimpianti, sospiri e tante lacrime di coccodrillo.
Guardi Walter e il suo pubblico, il suo mondo che è accorso ad ascoltarlo, il fido Walter Verini che fa avanti e indietro, molto fico in maniche di camicia, guardi i veltro-pretoriani come il regista Ettore Scola, come il prefetto Achille Serra, come Raffaele Ranucci, solidamente imbullonato in prima fila, i veltroniani infedeli come Goffredo Bettini, che distilla interviste crepuscolari a Il Foglio e che canta il suo amore deluso per una mancata euro-candidatura nemmeno fosse un’amante tradita, e che ora fa vibrare nervosamente le gambe, sprofondato, con tutta la sua mole, in una poltroncina striminzita. Alzi la testa, leggi lo striscione in galleria: «Bentornato Walter!». Lo leggi e senti che suscita negli astanti qualcosa di agrodolce, un sentimento involontariamente comico. Lo slogan pare far rima con il più celebre «Togliatti è tornato!»: solo che quella per il migliore del 1948 era una vera festa di popolo, il segretario del Pci era scampato alla rivoltella di Antonio Pallante per miracolo. Mentre Veltroni se n’è andato pochi mesi fa dopo aver perso le regionali sarde, e nessuno è ancora riuscito a trasfigurare quel discorso di congedo in un evento mitico. Lo guardi sul palco, Walter, con il viso più asciutto, tonico, e il senso del dramma o della risurrezione non riesci ad avvertirlo nemmeno sforzandoti. Sembra che sia stato in vacanza. Forse non bisognerebbe tornare mai, prima di essere stati dimenticati davvero.
Il convegno si apre: sul podio scorre l’almanacco delle dichiarazioni dei supporter, inizi a capire qualcos’altro. Alla convention di Pierluigi Bersani c’era un frammento di popolo di sinistra, c’era ancora – anche se visibilmente rarefatto – uno spezzone della grande diaspora che da venti anni si protrae fra teatri, convegni e congressi. Qui da «Walter», questa sera, c’è una platea che è tutta di ceto politico. Sia chiaro, non c’è nemmeno un francobollo di spazio libero: ma i convitati di Walter sono una compagnia a invito, classe dirigente, un’adunata da salottino Freccia alata, più che una mozione politica. E infatti c’è Umberto Pizzi – l’occhio di Dagospia – che viene conteso di qua e di là, fra cenni sorrisi e inviti, come un capo di Stato. Questo è anche un Cafonal veltroniano. Ai piedi del palco, silenziose e attente, ci sono le veltroncine, Martina e Vittoria. Anche loro di solito si mobilitano per gli eventi, ma stasera, malgrado loro, l’aria dell’evento non c’è, Gianni Cuperlo è appoggiato a uno stipite, c’è Zoro, il blogger, con la sua telecamerina: ma poi la corrente salta durante l’intervento di Sergio Chiamparino, e il filo del climax si interrompe, la sala si sbraca.
Arriva Dario Franceschini, in maniche di camicia: sparsi per la sala ci sono i suoi uomini, come Francesco Saverio Garofani e Alberto Lo Sacco. Ci sono osservatori come Roberto Giachetti uno dei più popolari deputati del Pd (quello che digiunò per le primarie) che dice: «Devo ancora decidere con chi stare». E poi c’è Francesca Barracciu, l’ex segretaria regionale della Sardegna, bella, appassionata, e – sperando che l’interessata non trovi la sintesi brutale – incazzata assai. La Barracciu, reduce da una formidabile performance elettorale (oltre centomila voti, anche se il seggio non è scattato), è l’unica che dice pane al pane e vino al vino. Se la prende visibilmente con Bersani: «Non voglio preoccuparmi dei 150 anni di storia che abbiamo alle spalle, ma dei 20 o 30 che ci attendono». E subito dopo: «In Sardegna sono già iniziati i primi congressi, e sono già tornanti i signori delle tessere!». Ecco, nemmeno lei li nomina, ma ce l’ha con il suo ex avversario, Antonello Cabras, con Bersani, che aveva parlato il giorno prima dei 150 anni, e – ovviamente – con i dalemiani: «Quelli che si sono dati da fare per combattere il nuovo». Ecco, senti questo intervento, il vero picco emotivo della serata, e capisci perché il nostos, l’ennesimo ritorno veltroniano da un addìo che non è stato un addìo, non può funzionare. In primo luogo perché è un ritorno precoce. Ma poi anche perché è un ritorno ambiguo. Veltroni torna per combattere D’Alema, ma ancora una volta, breznevianamente, non lo cita mai. Veltroni torna ancora una volta, magnificando la propria sconfitta delle politiche: «Abbiamo recuperato milioni di voti passando dal 22% al 33%!». E, di nuovo, si dovrebbe ricordargli che il 22% il Pd non lo aveva preso mai. C’è in sala un oppositore che urla, il giovane e infaticabile Carlomagno: «Waaalteeer! Ricordati di Amendola!». E subito dopo: «Waaalteeer!!! E dillo che il nostro premier si deve dimettere!». Veltroni interrompe il suo discorso – sorridente e infastidito – per rispondergli.
Guardi Veltroni e pensi che non si dovrebbe mai tornare, prima che la nostalgia abbia creato le condizioni dell’emozione, che non si dovrebbe mai tornare, se non si ha da dire qualcosa di nuovo. Noi qualcosa di lui lo sappiamo: Veltroni sta correggendo le bozze di un romanzo parabiografico che si intitola Noi, e ha sfruttato il suo (auto) esilio come un semestre sabbatico. Walter dice che non bisogna parlare in politichese, e poi impiega mezz’ora a parlare del concetto di «vocazione maggioritaria». E, ancora una volta in polemica con Bersani e D’Alema (ma naturalmente senza nominarli) precisa che la «vocazione maggioritaria», significa essere indipendenti, sia chiaro, ma anche essere alleati. Forse mi sbaglio. Forse esagero. O forse, più semplicemente, non si dovrebbe ritornare prima di essere andati in Africa, dopo aver passato dieci anni a raccontarci che si sarebbe andati lì.
Luca Telese per Il Giornale
Il nuovo contro il vecchio. La base contro la nomenklatura. Guai alle «vecchie appartenenze». E quanto sono brutte le correnti. E come sono squallidi gli accordi di potere. È un distillato di puro veltronismo il contenuto del video con cui Dario Franceschini ha annunciato ieri mattina sul suo sito web ciò che era già chiaro a tutti. E cioè che l’attuale leader non è più dell’idea – ammesso e non concesso che lo sia mai stato – di concludere a ottobre la sua «missione» da segretario del Partito democratico, come aveva più volte dichiarato. Obiettivo della candidatura: «Non tornare indietro» e consegnare il Pd «ai nostri figli e nipoti».
«Pensavo di passare il testimone alle nuove generazioni. In questi giorni, però, ho visto riemergere protagonismi e litigiosità. Non posso riconsegnare il partito a quelli che c’erano prima di me, molto prima di me», ha detto Franceschini, giustificando così il dietrofront con la scesa in campo di Pier Luigi Bersani («chi c’era prima di me») e del principale tra i suoi grandi elettori, Massimo D’Alema («chi c’era molto prima di me»).
La differenza con Veltroni è che quest’ultimo si era dimesso a febbraio spiegando di aver fallito, mentre Franceschini si rilancia ora sostenendo di aver vinto: «Sono stato chiamato a guidare il Pd quattro mesi fa in un momento difficile, quando il progetto sembrava inesorabilmente destinato a fallire. Oggi potrei dire missione compiuta, abbiamo arginato la destra e ridato futuro al progetto».
Scamiciato e informale, Franceschini ha registrato il suo videomessaggio davanti a una scenografia allestita al pian terreno del quartier generale di largo del Nazareno, negli studi di Youdem, il canale satellitare voluto da Veltroni per fare concorrenza alla dalemiana Red tv. Parlando davanti a una spartana libreria, tra i modelli più diffusi di una ben nota catena svedese (particolare che ha subito dato la stura a battute e ironie: «Siamo passati da I care a Ikea»), l’ex popolare ha disseminato l’intervento di omaggi ai suoi sponsor congressuali: l’evocazione di una nuova alleanza di centrosinistra (cara agli ex Ds come Piero Fassino quanto agli ex Ppi come Beppe Fioroni), un po’ di patto generazionale per il welfare (strizzatina d’occhio agli Ichino e ai Treu), una spruzzata di green economy (assist ai rutelliani). E poi giovani, giovani, giovani. «Ascolterò chi ha avuto ruoli di responsabilità nel governo e in politica dal ‘96 a oggi ma ho intenzione di investire in una nuova squadra di donne e uomini cresciuti nella militanza: sindaci, amministratori, segretari locali, coordinatori di circolo. Fuori da ogni vecchio schema, fuori da ogni superata appartenenza».
La guerra è infine iniziata. E nonostante un persistente lavorìo terzista, che continua a sondare ogni pertugio di mediazione e rinvio della resa dei conti, andrà avanti fino all’autunno. Anche la guerra di veline avvelenate è già in corso. Il tentativo di Franceschini e della sua cordata congressuale è presentare Bersani come il candidato dell’apparato e del Palazzo, agitando lo spettro di una sua vittoria nella conta tra gli iscritti, primo passaggio delle assise secondo statuto, ma preconizzando il bagno di folla purificatore delle primarie aperte a tutti, che saranno l’ultimo atto del congresso («Parlerò direttamente alla base», è non a caso uno dei passaggi salienti del Franceschini-pensiero, anch’esso mutuato dal breviario veltroniano). Ma il messaggio principale, destinato ad alimentare una già sperimentata campagna contro «maggiorenti e oligarchi», è quello sul «chi c’era prima di me». Singolare formulazione, dato che il Pd esiste solo da due anni e, a voler essere puntuali, il solo «che c’era prima» di Franceschini è giustappunto il suo grande sostenitore Veltroni. Gli altri vengono tutti «prima», da una parte e dall’altra: sono i gruppi dirigenti dei partiti fondatori, Ds e Margherita. Ma la retorica del rinnovamento, la medesima che già ispirò il «partito liquido», passa sopra certi dettagli: sarà dunque sull’annoso e occhettiano concetto del «nuovo che avanza» che si snoderà la piattaforma congressuale del leader neo-candidato. Come testimonia la spericolata graduatoria di verginità politica redatta dal capogruppo alla Camera Antonello Soro, secondo cui Franceschini, consigliere comunale della Democrazia cristiana all’inizio degli anni Ottanta, «è un quadro relativamente giovane, che non ha ricoperto incarichi di partito se non in quest’ultima fase». A puntellare l’operazione immagine di rinnovamento contribuirà Debora Serracchiani, mascotte della mozione Veltroni-Franceschini, e tutto il filone di quel gruppetto di blogger e che da anni svolge la professione di «giovani del Pd».
Dall’altra parte l’obietttivo di Bersani, che non ha voluto commentare il videomessaggio («Io d’ora in poi parlerò solo “per” e mai “contro”»), è proprio schiacciare il più possibile l’immagine di di Franceschini sul suo predecessore: «Trasformando il congresso in una conta per Veltroni o contro Veltroni – dicono i fedelissimi dell’ex ministro dello Sviluppo economico – ci fa un regalo. Perché Veltroni il congresso lo ha già perso nel paese, col totale fallimento della sua linea e la serie ininterrotta di sconfitte elettorali che ha provocato». Un concetto che un fedelissimo dalemiano esprime più coloritamente così: «Se Franceschini vuole allearsi con lo zombie (Veltroni, ndr), peggio per lui e meglio per noi».
Stefano Cappellini per Il Riformista
