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Senza Fini la destra non ha più alibi: ora torni ad essere se stessa

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Senza Fini la destra non ha più alibi: ora torni ad essere se stessa


Non esistono separazioni piacevoli, nemmeno al termine dei rapporti più logori e sfiancanti. Tutt’al più, una volta superata l’iniziale fase dell’irrazionalità, ci si deve sforzare di uscire dalla sbornia post-rottura e, così, riacquistare la lucidità necessaria per compiere un’analisi obbiettiva dell’accaduto, utile a comprendere anche e soprattutto i propri errori dei quali, spesso e volentieri, non ci rendiamo conto perché, quando si litiga, tendiamo a focalizzare tutta la nostra attenzione su quelli commessi dall’altro. Questa sorta di introspezione è molto utile se si vogliono, responsabilmente, evitare spiacevoli strascichi che, magari, vedono coinvolti anche amici e familiari. Non esiste cosa peggiore che farsi la guerra in famiglia. Esattamente quello che sta accadendo nella “famiglia” della Destra Italiana, che esce con le ossa rotte da un lento ma inesorabile processo di separazione durato circa dodici anni, ovvero da quando Fini, con un partito che, forte delle sue posizioni, alle politiche del ’96 raggiunse il suo massimo storico, pensò bene d’inciuciare col democristianissimo Mario Segni, dando vita (?) al disastroso esperimento dell’elefantino. Il risultato lo conosciamo tutti: trend positivo invertito e – 6%  rispetto alle politiche. Ergo, Alleanza Nazionale perse la sua spinta propulsiva e, con essa, ogni velleità di “sorpasso” sugli alleati di Forza Italia, stabilizzando il proprio peso elettorale attorno al 12%. Da allora, fu un susseguirsi di esternazioni, con le quali Fini ha sottoposto la base del partito ad un quotidiano sfilacciamento, costringendo, in molti casi, dirigenti e militanti a vivere nel paradosso di doversi letteralmente vergognare della propria storia e delle proprie idee. Una situazione resa ancora più umiliante ed incomprensibile dal fatto che, contestualmente, la Lega di Bossi costruiva i suoi successi elettorali facendo suoi i temi che Fini gettava a mare. Insomma, cornuti e mazziati, ma tenuti insieme da un senso d’appartenenza fuori dal comune e dalla speranza che, quantomeno, dietro alle prese di posizione dell’allora Presidente di Alleanza Nazionale ci fosse un disegno politico ben preciso. Detto questo, per onestà intellettuale, dobbiamo avere il coraggio di ammettere che in molti, troppi casi, con il nostro silenzio fummo corresponsabili di quanto stava accadendo dentro al partito. Su questo punto non ci sono scuse, soltanto rimpianti. Sì, perché di fronte a spettacoli avvilenti come quello avvenuto ieri pomeriggio alla Camera, trovo umanamente comprensibile pensare che, forse, se fossimo stati tutti un po’ più decisi nel contrastare certe prese di posizione, se avessimo avuto le palle  per dire chiaro e tondo che così non si poteva andare avanti, beh, forse Fini avrebbe preso coscienza dei suoi errori. Forse, chissà. Certo, ora che la frittata è fatta tutti questi ragionamenti lasciano il tempo che trovano ma, vivaddio, si dovrà pur aprire una riflessione seria su una frattura che, in un sol colpo, ha sancito la fine di un percorso lungo oltre sessant’anni ed ha ammaccato vistosamente la carrozzeria del Popolo della Libertà. Sarebbe grave se quanto avvenuto ci lasciasse indifferenti, perché vorrebbe dire che viviamo in uno stato di sostanziale apatia, per non dire comatoso, assuefatti a subire passivamente qualsiasi cosa venga detta o fatta. Ecco, quello che mi aspetto è un sussulto, uno scatto d’orgoglio che parta soprattutto dai giovani, ma che coinvolga anche tutta la classe dirigente, attraverso il quale si abbia il coraggio di rivendicare, una volta per tutte e con estrema chiarezza, quelle istanze e quei valori nei quali la Destra si è sempre riconosciuta. Badate bene, a scanso di equivoci, con questo non intendo certo dire che dovremmo riappropriarci di certi rituali nostalgici, ma rispettarli anziché rinnegarli spudoratamente, perché fanno parte della nostra storia. No, non credo che dovremmo sbandierare posizioni razziste o xenofobe – che, per inciso, non hanno mai fatto parte del dna della Destra Italiana – ma essere fermi nel tutelare la sicurezza dei cittadini, nel contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina e di difendere, senza se e senza ma, la nostra Identità Nazionale e le nostre tradizioni da chi non le rispetta. Come non dovremmo assumere posizioni cosiddette “clericali” a prescindere, ma nemmeno mettere in discussione il concetto irrinunciabile di sacralità della vita e le indiscutibili radici cristiane sulle quali fioriscono le nostre tradizioni e la nostra storia. Allo stesso modo, e qui passiamo ad un argomento forse meno alto ma altrettanto importante, nessuno si è mai sognato di affermare che dovremmo essere un manipolo di cagnolini scodinzolanti ai piedi di Berlusconi (come dice adesso qualcuno che, evidentemente, di scodinzolii se ne intende) ma leali e costruttivi nei confronti del governo, degli elettori che ci hanno dato fiducia e, soprattutto, di noi stessi, che ci siamo buttati anima e cuore nel progetto del partito unico del centrodestra, quella “casa comune” in nome della quale, appena due anni fa, abbiamo abbandonato la nostra. Insomma, e qui concludo, non dovremmo far altro che tornare ad essere noi stessi. Il tradizionale appuntamento di Atreju è ormai alle porte, facciamo tutti in modo che non diventi l’ennesima occasione persa.

Alessandro Nardone

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Addio “compagno Fini”. Ora Gianfranco è sociale

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Addio “compagno Fini”. Ora Gianfranco è sociale


GIANFRANCO FINI

Un Fini sociale. Che guarda alla famiglia. Ai giovani. A voler esser un pizzico maliziosi si potrebbe anche aggiungere un Fini che si concentra sugli italiani. Insomma, sarà un presidente della Camera diverso, che ridisegna le sue priorità. Non vuol dire che il cofondatore del Pdl abbia deciso di abbandonare le battaglie che hanno caratterizzato il suo anno politico che s’avvia a conclusione. Semplicemente, si tratta di rinnovare l’agenda, di introdurre nuovi elementi, nuovi contenuti. E sicuramente anche nuovi toni.

Il rapporto con Silvio Berlusconi si mantiene sereno.  Presto per dire che sia tornato saldo. Ma il fatto che i due, dal giorno della statuina vicino a piazza Duomo, oltre ad essersi visti si siano sentiti quattro volte al telefono, è segno che qualcosa è cambiato. Qualcosa di sostanziale. Certo, per ora oggetto dei colloqui sono stati soprattutto gli auguri per le festività. Convenevoli. Poco, quasi per nulla: è corsa lungo le cornette la politica. In ogni caso, il clima è cambiato. E forse più che la statuina a farlo mutare è stato il fuorionda con il quale era stato svelato un colloquio riservato tra il presidente della Camera e il procuratore della Repubblica di Pescara. Clima diverso e ora si cambiano anche gli argomenti.

Il Fini targato 2010 sarà molto più attento alle questioni economiche. E in particolare sociali. Per esempio, il principale inquilino di Montecitorio è deciso a chiedere che il governo applichi uno dei punti qualificanti del programma di governo: realizzi il quoziente familiare. Insomma, metta mano al sistema fiscale prevedendo aiuti alle famiglie. Nel piano presentato alle elezioni 2008, si parla esplicitamente di quoziente (come in Francia, dove i contribuenti vengono considerati anche come nucleo familiare), sebbene si citi la sua introduzione in via sperimentale. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti si sta muovendo su una strada analoga, ma diversa che preveda bonus in base ai figli che fanno parte della famiglia.

Di sicuro, Fini chiederà di accelerare questo processo. Altro tema che il presidente della Camera si appresta a lanciare riguarda il welfare. In particolare, la nuova bandiera sarà un sistema di stato sociale più inclusivo soprattutto per i giovani. D’altro canto, il welfare inclusivo era nel decalogo che ha compilato Fini nel suo libro «Il futuro delle libertà». E per capire che tipo di stato sociale immagini l’ex leader di An basta ricordare le sue parole del giugno scorso sulle garanzie: «Occorre correggere le anomalie delle frammentazioni e della disparità di trattamento che abbiamo ereditato dal passato. Lo sforzo deve essere quello di costruire un welfare inclusivo che non discrimini i precari rispetto ai garantiti. Un sistema più moderno che miri a tutelare il lavoratore nelle varie fasi della sua vita professionale oggi non più all’insegna necessariamente del posto fisso ed a tempo indeterminato.

In questo senso – ammoniva Fini – il sistema di ammortizzatori sociali deve coprire i nuovi rischi del mercato del lavoro, permettendo al lavoratore di affrontare i cambiamenti senza che questi si traducano inevitabilmente in negativi arretramenti delle sue condizioni di vita». Non mancheranno certamente gli appelli al dialogo e alle riforme condivise, e i moniti contro i voti di fiducia. Ma si parlerà meno di immigrati e anche la legge sulla cittadinanza verrà presto accantonata con la scusa della campagna elettorale incipiente. Fini appare deciso anche a riscoprire una sua battaglia un po’ messa da parte: quella a favore delle donne.

Sul sito della sua fondazione Farefuturo, da pochi giorni, compare un nuovo testo con il quale si annuncia che l’associazione «vuole promuovere una “rivoluzione della dignità” centrata sull’insostituibile ruolo sociale della donna, sul valore originale della sensibilità e dell’ingegno, su una vera politica delle pari opportunità, sulla riscoperta anche del ruolo materno». Più in generale, l’intera fondazione subirà una mutazione: meno futili provocazioni culturali e più analisi, più ricerca, più proposte (che poi dovrebbe essere l’obiettivo numero uno). Infatti sul web è l’intera pagina di presentazione dell’organizzazione ad essere stata riscritta. Al primo punto si legge: «L’egemonia del presente domina lo spazio del dibattito del nostro Paese. Soffriamo di un pericoloso schiacciamento sull’immediato del “tempo storico”: la cultura del sondaggio diventa l’unica premessa per azioni, strategie, leadership; il “mark to market” diventa sistema decisionale e cifra delle politiche pubbliche e delle scelte private. Farefuturo vuole promuovere una rinnovata cultura strategica».

Un capitolo a parte riguarda i rapporti internazionali. La fondazione del presidente della Camera ha stretto alleanze con quella dell’ex premier spagnolo Aznar (Faes) e con la fondazione Adenauer e alcuni eurodeputati che provengono da An hanno riscoperto un certo interesse nei loro confronti da parte degli esponenti della Cdu. Fini ne è consapevole e infatti vedrà i parlamentari di Strasburgo a lui più vicini subito dopo le feste, forse in un pranzo informale.

Poi verranno i viaggi all’estero. Due quelli più importanti. Il primo a Washington su invito della speaker della Camera Usa, Nancy Pelosi, per febbraio. Non esclude un incontro anche informale con Obama, sebbene non sia prassi che il presidente degli Stati Uniti riceva il presidente di un ramo del Parlamento italiano: sono al lavoro le diplomazie. Il secondo a Gerusalemme, sempre in febbraio: per Fini un ritorno.

Fabrizio Dell’Orefice per Il Tempo

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Nella Destra mancano icone da narrare con passione

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Nella Destra mancano icone da narrare con passione


sergio ramelli «Dopo il grande crollo del 1992-94 le classi dirigenti politiche di questo Paese hanno virtualmente troncato ogni legame con qualunque retroterra culturale», ha scritto Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera di venerdì 14. E Angelo Mellone sul Giornale di martedì 12 rileva che oggi, per una certa «pattuglia denutrita di giornalisti e intellettuali», la destra post 1995, una volta diventata «forza di governo», risulta essere un «oggetto meno epico, troppo urbano», tanto è vero che nel libro di Adalberto Baldoni, che ha dato spunto al suo intervento polemico, «il pathos narrativo si arresta alle soglie del 1994».

Credo che la risposta al problema esistenziale posto da Mellone (perché non c’è nessuno che scrive «un volume rigoroso di analisi della mutazione della destra, culturale e politica»?) stia nelle parole sue e del professor Galli della Loggia sopra riportate. Proprio perché uno di questi partiti italiani (nel nostro caso l’ex Msi ed ex An) ha troncato i suoi legami con la cultura delle origini c’è un’incomprensione e un disinteresse fra questo partito e una certa «denutrita pattuglia di gionalisti e intellettuali» che in precedenza nella Destra si riconosceva. Sarà consentita o no questa posizione, o tutti devono essere obbligatoriamente entusiasti delle (o interessati alle) posizioni che prima al Msi e poi ad An ha fatto raggiungere l’attuale presidente della Camera? Peraltro, non si capisce il motivo per cui Angelo Mellone si preoccupi: in contrapposizione a costoro mi pare che esista una pattuglia ben pasciuta di altri intellettuali e giornalisti che riesce a esporre i propri opposti punti di vista politici e culturali in Fondazioni, giornali, riviste, «iniziative editoriali, nei media elettronici e persino nell’università», come Mellone elenca con giusto compiacimento, controbilanciando questi «piagnoni», questi scetticoni circa le magnifiche sorti progressive della ex destra aennina discioltasi in Forza Italia.

E proprio dalle citate parole di Mellone si evidenziano i motivi di questa disillusione, che non è tanto un miscuglio di nostalgia e risentimento, secondo la sua ipotesi, quanto – appunto – il fatto che il suo «soggetto politico», come direbbero i politologi, sortito a partire dal 1995 non ha nulla di «epico», non sollecita alcun «pathos»… Esso è sembrato nel corso di ben quindici anni soltanto un poltronificio, pur se, secondo quanto afferma Mellone, esso è ormai «cultura popolare maggioritaria».

Ma è così? Se fosse una «cultura popolare maggioritaria», se ne dovrebbero notare gli effetti. Per quanti sforzi faccia non me ne accorgo. L’uso dei simboli forti è scomparso, se ne ha una paura folle, solo la Lega ne ha ormai l’appannaggio.

E tutto ciò perché avviene? Mellone ha usato una parola che mi ha fatto rabbrividire e che mi ha ricordato la Praga del 1968, quando lui forse era appena nato: «Il processo di normalizzazione democratica della destra», che poi diventa anche «il processo di costituzionalizzazione della destra». Mi spiace: una destra «normalizzata», all’esterno come all’interno, ha prodotto il solo effetto di azzerare quello che sempre Mellone definisce negativamente un «eclettismo ideologico forzato», che era invece la vera forza prima del Msi e poi di An. Sicché: al bando tutti coloro che non si riconoscono nelle posizioni ormai «normalizzate» del partito, sino a far assumere alla Nuova Destra posizioni ufficiali spesso non dissimili da quelle della Vecchia Sinistra, ad esempio in tema di «guerra civile» antirevisionista, come ha notato l’insospettabile (e profetico) Giampaolo Pansa su questo giornale il 24 luglio scorso.
A questo punto sembra ingenuo o provocatorio chiedersi retoricamente per quale motivo nessuno della «pattuglia denutrita di giornalisti e intellettuali» senta il minimo impulso a occuparsi «scientificamente» della evoluzione (per loro: involuzione) di un partito così «normalizzato». Che motivo ne dovrebbero avere? Quale interesse potrebbe muoverli? Più consono per loro fare un esame critico, magari umorale, della situazione (non sempre distruttivo, spesso inutilmente propositivo) in base alle loro esperienze passate e presenti e non in nome di un’asettica «scienza politica» o di un pragmatico interesse contingente. Per far quel che chiede Mellone in senso tassonomico e quasi entomologico ci sono schiere ben pasciute che albergano nelle università e nelle Fondazioni e nei mass media elettronici cui utilmente affidarsi per uno scopo così alto. Noi, poveri denutriti, ci muoviamo solo se sentiamo il pathos, l’appeal dell’epico, che ci possiamo fare? La burocrazia e la normalizzazione non ci ispirano. Nemmeno la costituzionalizzazione ci esalta.

Gianfranco de Turis per Il Giornale

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Sia maledetta la nostalgia ma la nuova Destra dove è andata a finire?

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Sia maledetta la nostalgia ma la nuova Destra dove è andata a finire?


LIDO DI MILANOCaro Giornale,
forse la questione posta da Angelo Mellone è questa: gli intellettuali di destra – identificati in quanto tali in un gruppetto di persone incolpevoli (Marcello Veneziani, Marco Tarchi, Alessandro Giuli e Stenio Solinas) – sono indietro rispetto alla destra che, al contrario, è al governo, decide e determina il cambiamento. E gode di smagliante consenso.

A parte il fatto che lo smagliante consenso se lo gode, a buon ragione, il Cavaliere – vorrei proprio vedere, infatti, senza Silvio Berlusconi, che cosa resterà del Popolo della Libertà – se la questione posta da Mellone è quella di capire perché mai tutte le brave persone sopraindicate non se la vogliono vivere l’attuale stagione, è argomento già raccontato. Torna ogni estate, le raccolte de il Giornale possono testimoniarlo. Ma visto che sono stato preso di striscio da Mellone, e visto che a differenza degli altri io posso vantare la colpevolezza di una militanza di partito, una cosa vorrei dirla, ma così, raccontando due episodi.

Fatto è che qualche mese fa ho incontrato per strada Fabio Granata, tra i consigliori di Gianfranco Fini, che a un certo punto, tra i nostri abbracci, mi ha chiesto: «Ma si può sapere perché ce l’hai così tanto con Fini?». Fermi tutti. Ci penso, non mi pare di avercela con il presidente della Camera, anzi, fa sempre di più un figurone. Immediatamente però, mi si accende un lampo: «Altro che. Ha preso un milione e mezzo di italiani, gli elettori del Msi, tutta gente per bene, quelli ai quali lui ha preso tutto per diventare quello che è, e li ha fatti tutti assassini. Se domani i miei figli dovranno vergognarsi di me – io che ho l’orgoglio di essere figlio di mio padre, figlio come sono di una famiglia, “Buttafuoco”, che coincide con la storia del Msi – dovrò ringraziare il signor Fini. Ha trascinato perfino Giorgio Almirante nella condanna». Ho detto questo, dopo di che me ne sono tornato nel mio brodo, io che non sono mai stato almirantiano, né finiano, né seguace del Fascismo del 2000, io che aborro le idee-cadavere – come d’altronde Granata che era come me, un ragazzo dei Campi Hobbit – io che stavo con Beppe Niccolai, l’eretico del socialismo tricolore, ho chiuso i conti con la politica anni e anni fa, quando la destra, prossima allo sdoganamento, chiudeva la propria stagione d’isolamento per incontrare finalmente Silvio Berlusconi.
Buon per loro, buon per tutti. Berlusconi è un campione della modernità che ha incontrato nel suo cammino il popolo della destra. Una casualità più che una strategia. Un ingrediente del piatto forte del populismo, ma resta il fatto che quel milione e mezzo d’italiani, malgrado le speranze parricide, è ancora un magma vivo fatto di storie, contatti, libri, amicizie e miti. Un magma che non c’entra niente con l’eredità maligna della sopraffazione, della tirannia o – peggio – dell’antigiudaismo criminale. L’apparato del nostalgismo – piuttosto – servì più alla destra che va avanti che alla grande stagione dell’eresia. Quando finalmente Marcello Veneziani può firmare in prima pagina un magnifico pezzo sul Corriere della Sera, possiamo esserne orgogliosi e felici perché in via Solferino, a fare finalmente una crepa sul muro del conformismo, Veneziani non ci arriva prostituendosi con qualche vaga formula tipo «l’antifascismo è un valore», o un atto di presenza presso i sacrari della democrazia, ma trascinandosi la ola di quelle storie, di quei contatti, di quei libri e di quei miti. Non è vero che rinunciando alla propria identità si guadagna consenso, è vero il contrario: si perde e si risulta patetici più che comici. Quanto meno esteticamente (abbiate cura almeno di toglierli i Ray-Ban quando assistete compunti alle commemorazioni delle Fosse Ardeatine: il tacco a punta e il trench da picchiatori in disarmo vi fanno capolino dalla faccia).

E sia maledetta la nostalgia. Quando si citano a sproposito i nomi, si dimentica che Marco Tarchi, facciamo l’esempio più importante, fu espulso dal partito per garantire la sopravvivenza a una cerchia la cui ragione sociale era speculare alla nostalgia post-fascista e fascistoide di tanti poveri citrulli in buona fede. E la cerchia, quella in mala fede, stava appollaiata tutta sugli occhiali di Gianfranco Fini.

C’era una volta quel partito, adesso non c’è più anche perché molti di loro, tra i migliori, andando a Varese e a Verona, li trovate con la Lega. In Sicilia stanno con Raffaele Lombardo, nel partito dell’Autonomia. E fanno bene. Fanno politica. E fanno benissimo i ragazzi di Casa Pound.

C’era una volta quel partito ed è rimasto tutto – che Dio lo benedica – nella sim di Maurizio Gasparri, l’unico vero erede di quel patrimonio perché vedi, caro Giornale, solo il mio compare (ho battezzato Gaia, la figlia di Maurizio e Amina) ha la dignità di rispettare quel mondo chiamandolo per nome e cognome. In ogni angolo d’Italia ognuno di loro, chiamando Gasparri, può trovare ascolto. E lui trova sempre qualcuno dappertutto. Qualche giorno fa sono andato a fargli visita e l’ho trovato concentrato a disegnare tanti cerchi concentrici su un foglio: «Vedi, compare? Siamo al governo, è vero, però una cosa deve essere chiara nei rapporti con il mondo a noi esterno. Nel primo cerchio, quello più importante, ci stanno i missini cromosomici, e nessuno me li deve toccare. Quindi i missini semplici, poi quelli del Msi-Dn che già sono una degenerazione con quel Dn e dopo si arriva ad An che è quella che è. Dopo ancora, arriva il Pdl che per fortuna ha il Cavaliere ad evitare che si facciano danni. Ecco, dal primo cerchio all’ultimo non c’è nulla che si possa cancellare». Quelli del primo cerchio sarebbero gli italiani di serie B secondo lo schema tanto caro alla cosiddetta destra che va avanti. Si salvano grazie ad una sim.

Giusto, caro Giornale, dovevo prendere parte al dibattito sollevato da Mellone, e ho parlato d’altro. Ma gli voglio dare ragione: personalmente sono indietro rispetto alla destra che va avanti. È vero: mi fanno pena le idee-cadavere. Per questo stavo con Niccolai, alla larga dal Fascismo del 2000 di Gianfranco Fini. E ancora di più mi fanno schifo le idee-ridicole. Per questo non so fare dibattito. E sempre viva la sim di Gasparri.

Pietrangelo Buttafuoco per Il Giornale

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A destra nessuno sa raccontare la nuova destra

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A destra nessuno sa raccontare la nuova destra


almirante Ha ragione Piero Ignazi: manca un libro che analizzi a fondo la storia, le idee, le organizzazioni e le tappe istituzionali della destra in Italia dal 1994 a oggi. Manca da più di dieci anni, dai tomi di Marco Tarchi, Dal Msi ad An (Mulino, 1997) e dello stesso Ignazi (Il polo escluso, Mulino 1998), dai contributi di Annalisa Terranova e Marco Di Troia sui movimenti giovanili, Planando sopra boschi di braccia tese e Fronte della gioventù (entrambi Settimo sigillo, 1996 e 2001), o dal volume (La destra allo specchio, Marsilio 2000) di Chiarini e Maraffi. Solo qualche reportage giornalistico come La fiamma e la celtica di Nicola Rao (Sperling&Kupfer 2007), qualche tentativo di teorizzazione o qualche pamphlet a tasso variabile di passione (Fabrizio Tatarella sul movimentismo giovanile, Cristina Di Giorgi sulla musica alternativa), cinismo o pressappochismo, è uscito.
Inspiegabilmente, o forse no. È un enigma di tratto provincialistico: strano ma vero, quando quella che per comodità ha da definirsi destra politica, quando il partito smarrito che consuma il suo ruolo di alternativa sistemica dopo lo scoppio di tangentopoli e la riforma elettorale maggioritaria, quando questo partito, il Msi poi An, comincia a vincere, a essere forza di governo, a farsi oltre il perimetro della retorica a filiazione nostalgica, quando la destra vince la sua battaglia per la cittadinanza politica e culturale e ritorna a farsi senso comune, cultura popolare maggioritaria che catalizza identificazione in milioni di italiani postideologici, la destra allora diventa per magia isterica un oggetto meno epico, troppo urbano, meno catalogabile sotto la categoria scomoda e per questo entusiasmante dell’“anomalia”, e dunque quasi noioso, poco interessante.

Strano ma vero, il processo di normalizzazione democratica della destra fa guadagnare in voti e in legittimazione a governare ma spinge intellettuali e politologi a occuparsi di altro o a fabbricare giudizi preconcetti. Non è spiegabile per i cultori della scienza politica e del soft power secondo Joseph Nye (Leadership e potere, Laterza, 2009), declinazione moderna del concetto di egemonia culturale, quando è ancora tutto da spiegare l’impatto consistente della destra anni Novanta sull’immaginario collettivo, ben prima che Giulio Tremonti facesse teorizzazioni alter-global. Non è spiegabile neppure per quella pattuglia denutrita di giornalisti e intellettuali che, ciascuno a modo suo, s’è sempre mosso all’interno della destra intesa questa volta come milieu culturale, sociale e da ultimo politico (magari per distaccarsene da molto tempo, com’è il caso di Tarchi). Molti di essi, infatti, hanno costruito le loro grandi – a volte – o piccole – molto spesso – fortune editoriali proprio sulla volontà di sparare sul vecchio quartier generale, mentre chi prova a costruire ipotesi di nuova cultura politica viene accusato di complicità con una politica dissolutrice dei vecchi slanci ideali.

Anche a sinistra questo accade, ma in forma più complessa, dato il maggior potere di radicamento e interdizione che là detengono i residui dell’industria culturale. A destra, diciamola così, può esser data una lettura di, per lo più, tipo generazionale di questa infelice combinazione di disinteresse e disprezzo per le vicende politiche e culturali che partono dagli anni Novanta della seconda Repubblica. Alcuni esempi possono spiegare questo continuo alternarsi dei due registri della nostalgia e del risentimento. A destra, come a sinistra, nell’eterna riproposizione del mito reducista e dell’«ai tempi nostri», vige ancora il duplice principio della valenza morale del radicalismo politico e della superiorità etica della generazione degli anni Settanta: ciò che è venuto dopo è per forza di cose peggiore, contaminato con il “regime” che si voleva distruggere, quando forse si tratta solo della giovinezza che fu che stinge dalla memorialistica eroica alla semplice cronaca. È sintomatico, ad esempio, che in un libro come il recente Storia della destra di Adalberto Baldoni (Vallecchi, 2009), il Baldoni autore di un gran testamento generazionale come quel Noi rivoluzionari – prefazione straordinaria di Beppe Niccolai – che fece infuriare Almirante per il suo elogio del ’68, ebbene anche in Baldoni il pathos narrativo si arresta alle soglie del 1994 e cede il passo a una liquidazione piuttosto frettolosa di ciò che accade quando la destra, diremmo con Alessandro Caprettini, torna a veder le stelle. Lo spazio dedicato all’esame della dimensione aggregativa e musicale nelle esperienze giovanili o all’attività culturale si ferma agli anni ’80, salvo i rimandi bibliografici. I campi giovanili degni di menzione sono “solo” i tre campi Hobbit degli anni ’70, ed eventi significativi come i quattro Campobase degli anni ’90, che pure mobilitano migliaia di ragazzi, affrontando dibattiti a volte laceranti (memorabile quello sull’antiproibizionismo a Rocca Scalegna nel 1998) non trovano neppure la dignità di una citazione in nota, al pari della trasformazione del Fronte della Gioventù in Azione giovani. Stesso discorso per le riviste e gli istituti culturali (Area, che pure a fine anni ’90 supera la 10mila copie vendute, non è citata).

Un minoritarismo blindato ha fatto in modo che all’interno della medesima definizione di “cultura di destra” convivesse un po’ di tutto, storici, politologi, letterati, giornalisti, tradizionalisti e rivoluzionari, conservatori e futuristi, sinistri e destri. La seconda Repubblica ha permesso di superare questo eclettismo ideologico forzato: c’è chi recupera la vocazione antica, modernizzante, laica e nazionale della destra, e chi si costruisce l’immagine di un tradizionalismo a tinte reazionarie o persino antirisorgimentali che in Italia non è mai esistito in forme significative. Ad ogni modo, negli ultimi quindici anni l’immaginario di destra ha invaso il campo del costume e degli stili di vita, la cultura politica di destra ha trovato aria nuova e rinnovata sulle riviste, sui quotidiani, nelle iniziative editoriali, nei media elettronici, e persino nelle università. Eppure questo interessa poco. Sarà che si dà per assodato il paradigma dell’assorbimento, prima politico poi culturale poi antropologico, della destra nel berlusconismo. O sarà che qualche intellettuale, messo alla prova della trasformazione in politiche pubbliche delle sue teorizzazioni, fallisce e si ritrova a esser pretesto per Sandro Bondi quando scrive, a ragione, che la cultura «diventa inutile piagnisteo» se non è capace di farsi cultura politica. Conviene dar la colpa a qualcun altro o invocare la rovina del Tempo e della Storia. Nostalgia e risentimento. La nostalgia è quella per il tempo (per i cinquantenni, il tempo della gioventù) quando si stava meglio perché si stava peggio. Il risentimento per una speranza tradita è ciò che muove figure le più incomponibili come Marcello Veneziani, scultore in libri come La cultura della destra (Laterza, 2007) di un’idea immobile di destra che mai scende a patti con la modernità degenerata (eccezion fatta, guarda caso, per Berlusconi), o Pietrangelo Buttafuoco quando comunica sul Foglio di aver preso casa lontano dall’arena politica, o Stenio Solinas, critico feroce dell’evoluzione culturale di Gianfranco Fini. Tale evoluzione l’ha lodata invece un ex antipatizzante come Giuliano Ferrara: scherzo della sorte, alla sua corte sta Alessandro Giuli, il cui Il passo delle oche (Einaudi, 2007), se si scansano gli schizzi delle invettive, offre qualche spunto di interesse per comprendere come un impolitico osserva il processo di costituzionalizzazione della destra. Ma, ancora oggi, sono praticamente assenti le analisi di taglio comparativo sulla destra italiana e il contesto europeo. Ha ragione Ignazi: strano ma vero, è assente un volume rigoroso di analisi della mutazione della destra, culturale e politica, negli anni della seconda Repubblica, magari anche critico o supercritico, che racconti a fondo dimensioni decisive come il passaggio dall’alternativa al governo, la contaminazione con il berlusconismo, la dinamica dei processi culturali. Strano ma vero, non c’è.

Angelo Mellone per Il Giornale

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Il Lingotto 2 anni dopo, la lettera di Veltroni

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Il Lingotto 2 anni dopo, la lettera di Veltroni


Il tour elettorale di Walter Veltroni fa tappa a TorinoSono passati due anni, dal Lingotto. Il tempo, da quel giorno, non è trascorso invano. Il popolo delle primarie ha fatto nascere il Partito Democratico, in Italia c’è finalmente una grande forza che unisce le tradizioni e le nuove idee dei riformisti. Il sogno che alcuni di noi coltivavano da anni si è realizzato.

Ma se ritengo opportuno, in questo momento, tornare a dire quel che penso, è perché avverto che il nostro progetto, il progetto del Partito Democratico, è messo in discussione. E’ perché sento che attorno ad esso si muovono richiami antichi, perché le tensioni tornano e aumentano, perché si arriva a dire che forse sarebbe meglio lasciar perdere il PD oppure ridurne le ambizioni trasformandolo in un frammento minoritario di uno schieramento senza un disegno riformista.

Vorrei essere chiaro: io sono e rimarrò fuori da un certo tipo di battaglia politica. Una cosa, però, sento di doverla sottolineare: di tutto abbiamo bisogno, tranne che di ritorni ad un passato che ha poco da dire. L’idea del Partito Democratico, come dimostra il voto europeo, è un progetto d’avanguardia, e l’idea di tornare indietro, in modo palese o camuffato, è un errore. Ci vuole più riformismo, più modernità, non il ritorno ad antiche e inesistenti certezze.

E’ davanti a noi che ci sono possibilità enormi, molto più grandi di quanto il quadro complessivo e la nostra attuale situazione potrebbero far pensare. Una lunga stagione, per la destra e i conservatori, si sta chiudendo. Anche, se non soprattutto, in Italia, dove molti segnali stanno dimostrando che il “berlusconismo” ha iniziato la sua parabola discendente.

Guai, però, a pensare che questo significhi automaticamente, come per inerzia, successo dei riformisti. Non c’è risultato che non passi attraverso il lavoro, le idee, la capacità di innovazione, la responsabilità.

E in questo senso il Partito Democratico deve fare ancora molto, davvero molto. Non tornando indietro, ma andando avanti. Evitando di ripetere gli errori compiuti e correggendo radicalmente un modo di essere e di fare che ci ha fatto solo male.

Penso ovviamente ai mesi successivi alle elezioni politiche di un anno fa. Una sconfitta è una sconfitta, e questo ha significato, per la sfida di governo lanciata dal PD, il risultato di quel voto. Ma da una sconfitta un partito, in particolare se è nato da pochi mesi e se raggiunge il 33% e oltre dei voti, può tranquillamente ripartire, per radicarsi e per affermare le proprie idee. Soprattutto se a sostenerle ci sono la passione di milioni di persone che hanno appena dimostrato, con una straordinaria campagna elettorale, di esserci, di voler partecipare, di crederci.

Invece questa passione è stata delusa, queste persone sono state disorientate. Il Partito Democratico è apparso subito impegnato più in laceranti e troppo spesso sotterranei scontri interni, più in un gioco perverso di posizionamenti individuali e di manovre di corrente, che in un convinto e unitario lavoro comune.

Io queste dinamiche, forse per una certa estraneità ad esse, non sono riuscito ad impedirle come avrei voluto. E per non essere riuscito a garantire la loro fine, ho scelto di dimettermi, assumendomi responsabilità anche non mie, come si fa quando si intende così la politica: come un servizio, con le ambizioni personali messe decisamente al secondo posto rispetto agli obiettivi comuni.

Anche per questo, nei mesi passati, ho evitato ogni polemica, ogni recriminazione, ogni atteggiamento di distanza, ogni intervista malevola. E ho voluto assicurare a Dario Franceschini, al suo sforzo intelligente, un sostegno leale e sincero.

Per me è stato e sarà sempre così. E’ solo per Partito Democratico, solo per il bene che voglio ad un progetto atteso e voluto da anni e che ora più che mai va rilanciato e rafforzato, che ho chiesto a personalità di diverse idee e sensibilità di ritrovarsi a Roma il 2 luglio, al Capranica.

Sarà quanto di più lontano, lo dico a scanso di equivoci e in nome di una assoluta ripugnanza per le vecchie e deleterie logiche correntizie, dell’ennesimo incontro di una componente che si vede per “pesare” nella vita interna di un partito. Chi si aspetta questo può anche non venire, quel giorno.

Ora è qualcosa che non riguarda più solamente noi. Riguarda il Paese. L’Italia ha bisogno di un partito riformista che sia il baricentro di un governo che la cambi radicalmente. Un partito capace di parlare un linguaggio nuovo per contenuti e ispirazione, capace di evocare, in un’Italia paralizzata dalla paura, il senso di una speranza collettiva.

A me interessa solo ed esclusivamente il progetto al quale ho lavorato per tutta la mia vita politica. A me interessa il PD, interessa che ne si rilancino il ruolo e le ambizioni, innanzitutto facendo rinascere, là dove si è affievolita, la passione di milioni e milioni di italiani che ci hanno creduto davvero, che credono al vero Partito Democratico.

Abbiamo bisogno di un partito in cui avanzi una nuova generazione di dirigenti, che senta con orgoglio l’identità che era racchiusa nelle centinaia di migliaia di bandiere del Circo Massimo. Un partito senza ex di nulla, senza correnti e personalismi, senza vecchie e paralizzanti logiche figlie di un tempo superato. Semplicemente e per sempre superato.

Sarà, appunto, due anni dopo il Lingotto. Sarà il modo per dire che i grandi obiettivi attorno ai quali ci eravamo ritrovati allora, “fare un’Italia nuova”, unire gli italiani, aprire una nuova stagione di governo per il Paese, sono gli stessi di quelli che oggi attendono il Partito Democratico. Dovremo tutti esserne all’altezza.

Walter Veltroni

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L’Olanda svolta a destra

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L’Olanda svolta a destra


geert_wildersGeert Wilders è autore di un film di diciassette minuti, Fitna, destinato a mostrare il carattere a suo dire “fascista” del Corano, che compara al Mein Kampf di Hitler. Il governo olandese, che temeva un caso simile a quello delle caricature danesi di Maometto, si è opposto alla sua diffusione nel marzo del 2008.

Secondo recenti sondaggi, alle prossime politiche il Pvv potrebbe diventare il primo partito del parlamento olandese con piu’ di trenta seggi su 150. Le prossime elezioni legislative nel paese sono previste nel 2011. “Più diventiamo grandi, più avremo influenza e più sarà difficile per gli altri partiti di escluderci per formare una coalizione e per parlare di governo” ha dichiarato all’Afp il deputato, perseguito da un magistrato per incitazione all’odio e alla discriminazione poco prima del voto.

Europee poco attraenti
Il tasso di partecipazione al voto è stato appena del 36,7%, vicino peraltro a quello del 2004 (39,1%). Tredici milioni di elettori iscritti erano chiamati a eleggere 25 eurodeputati olandesi, sui 736 deputati europei, tra 289 candidati ripartiti in 17 liste.

L’attrito con Bruxelles
I risultati parziali e gli exit polls sul voto olandese sono in queste ore sulle pagine di molti quotidiani europei (in Italia, fra gli altri, il Corriere della Sera) nonché sulla homepage di molti siti di infiormazioen europei (uno per tutti, Bbc ). Sembra insomma ignorato il monito della Commissione europea a non pubblicare i risultati delle elezioni europee prima della fine degli scrutini domenica sera. L’Olanda, in particolare, aveva fatto sapere da giorni l’intenzione di pubblicare i risultati già salla serata di ieri (a urne chiuse, dopo un giorno di elezioni). Per questo, secondo fonti vicine alla Commissione, l’esecutivo europeo si prepara ad aprire una procedura d’infrazione nei confronti de L’Aia.

Gli olandesi hanno votato ieri per le elezioni al Parlamento europeo. Insieme ai britannici sono stati i primi a recarsi alle urne. Dal momento che i paesi europei non sono riusciti a mettersi d’accordo neppure su un’unica data per il voto, nel 1976 sono state fissate delle regole per i risultati. In base a questa, i paesi possono pubblicare i risultati ufficiali “solo dopo la chiusura dei seggi nello Stato membro in cui gli elettori voteranno per ultimi”. In questo caso, la tarda serata di domenica 7 giugno.

Questa regola non impedisce la pubblicazione di exit polls prima di questo orario. Ma, come hanno gia’ fatto nel 2004, le autorità olandesi hanno pubblicato già ieri sera i risultati delle elezioni, definendoli “provvisori” e distinguendoli così da quelli ufficiali che verranno pubblicati solo dopo.

Primi risultati delle elezioni europee in Olanda, dove si è votato ieri. In testa, secondo exit polls e con lo spoglio ancora parziale, è il partito cristiano-democratico del primo ministro Jan Peter Balkenende, con il 19,8% dei voti, contro il 24,4% del 2004.

Gli alleati di governo, i laburisti del ministro delle Finanze Wouter Bos, subiscono una pesante disfatta, con appena l’11,3%, meno della metà del 23,6% del 2004. Ma il vero vincitore è il Partito per la Liberta’ del deputato di estrema destra Geert Wilders, che conquista il 16,7% dei voti diventa così il secondo partito olandese dietro ai cristiano-democratici. Pilastri della campagna di Wilders il no all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea e la denuncia della “catastrofica islamizzazione” dell’Europa.

RaiNews24

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