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Simone antidroga «Preferite la vita»

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Simone antidroga «Preferite la vita»


simoneLa droga impazza nel mondo della musica. Ma non solo in questo. «È un problema globale della società, non prendiamoci in giro con facili stereotipi. Non mettete in croce noi artisti, anche se alla parola “droga” si associano soprattutto musicisti, attori e registi».
È il pensiero del cantante Simone Tomassini (nella foto), il giorno dopo l’esclusione di Morgan dal Festival di Sanremo dopo l’intervista a “Max” in cui ha dichiarato di fare abitualmente uso di crack (anche se

poi ha ritrattato). Un segreto di Pulcinella, quello della droga che devasta le sette note e il rock in particolare. «Venti anni fa poteva essere un prodotto d’élite, per chi aveva disponibilità economiche – precisa Simone – Oggi purtroppo non è più così, non è solo l’ambiente dello spettacolo ad essere invaso da sostanze stupefacenti, è la società intera. Pensiamo ai modelli negativi che in questo senso giungono dal mondo del calcio. Anche chi ha un reddito normale, può cadere nel vizio».
Simone con il suo lavoro di musicista lancia un appello: scegliete la vita. «Nel 2006 ho anche inciso un disco al riguardo, “Sesso Gioia e Rock ’n Roll”, per dire che preferisco la vita alla droga, sostituendolo al celebre motto “sex & drugs & rock’n roll” (fu anche il titolo di una celebre canzone di Ian Dury, ndr). Insomma amo la vita e penso che quando capitano come a tutti cose belle o brutte sia meglio accettarle rimanendo sani di mente, ragionando sempre con la propria testa».
Per Tomassini quindi è ora di smetterla con l’equazione rock=droga. «Il problema degli stupefacenti, insisto, ormai è globale e totale – dice – Li vendono fuori dalle scuole, li consumano d’abitudine nelle discoteche, ne fanno uso tutti, ovunque».
Ma se fai parte del mondo del rock, come non cadere in tentazione? «Se hai successo, è facile essere avvicinati da consumatori e spacciatori. Ma contano gli amici che hai intorno, e conta soprattutto se sei forte, dentro. Certo, i miti del passato sono un monito. Jimi Hendrix è un genio di riferimento anche per me, come me era mancino. Ma probabilmente ha fatto una brutta fine perché era attorniato da gente pericolosa. E poi ci sono anche miti musicali positivi, che non hanno fatto uso di droga. Penso ad esempio a Frank Sinatra».
Ma Simone come si difende, quindi? «Non sono mai stato avvicinato dal problema droga perché i miei colleghi musicisti evitano anche solo di parlarmene. Sanno che sono pulito. Che ho detto no in modo chiaro. Che a casa mia la droga non entra e non entrerà mai, e se un mio amico cade nel vizio è mio dovere tirarlo fuori, anche per le orecchie se è il caso».
E, tornando alla musica, Simone conclude: «Morgan? Io da Sanremo l’avrei eliminato perché ormai non è più un cantante ma un professore di musica. Non credo molto nelle selezioni tv per nuovi musicisti come “Amici” e “X-Factor”. Preferisco pensare che alla musica si arrivi lavorando sodo. Sto scrivendo il disco nuovo, e ho in mente tanti progetti per i prossimi mesi. Preferisco rimboccarmi le maniche, altro che droga. Lo ribadirò lunedì prossimo alle 17.30, alla sala prove dell’ex ospedale San Martino di Como, per l’“Open day” di “Musica in Rete” in cui mi hanno invitato come testimonial per la presentazione della nuova sala prove. Darò un segno di positività, ribadirò che la musica è una cosa seria, e che non bisogna credere ai falsi modelli. Se hai talento, devi svilupparlo con tenacia, sudando. Io suono da quando avevo 5 anni, faccio da sempre concerti live, e credo più che mai oggi si debba ripartire dai fondamentali. Basta suonare con la base, basta karaoke. Meglio fare come i musicisti che ho visto di recente a New York: si consumano le dita sulle corde, prima di dirsi musicisti veri».

Lorenzo Morandotti per Il Corriere di Como

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Usa, 007 e Seychelles: il lato oscuro di Di Pietro

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Usa, 007 e Seychelles: il lato oscuro di Di Pietro


OITTP-VILIPENDIO-DIPIETRO-BELPIETROSe si vuole capire davvero la furibonda arrabbiatura di Antonio Di Pietro per il dossier che (secondo quanto da lui stesso rivelato) lo vorrebbe collegare all’universo dei servizi segreti, bisogna andare indietro di dieci anni e più. All’ultimo periodo italiano di Bettino Craxi, e poi al lungo crepuscolo ad Hammamet. È in quel periodo che il leader socialista rende sempre più esplicita la sua convinzione, maturata fin dagli esordi di Mani Pulite e poi rafforzatasi strada facendo: quella che l’origine dei suoi guai giudiziari stia da qualche parte nella nebulosa dei servizi segreti, e più direttamente nella frangia della nostra intelligence di obbedienza americana. La convinzione che Mani Pulite fosse stata – se non progettata – comunque oliata ed agevolata da Oltreoceano, da quella parte di establishment Usa deciso a chiudere i conti con l’anomalia italiana, con l’Andreotti del dialogo con gli arabi, con il Craxi dell’affronto di Sigonella.

Questa convinzione – ribadita implicitamente pochi giorni fa da Rino Formica, ex ministro socialista – passava necessariamente per una rivisitazione del personaggio Di Pietro. Non c’erano solo le Mercedes, i prestiti, le piccole magagne per cui Di Pietro verrà processato e assolto. C’erano dubbi ben più corposi, e che comportavano una rilettura integrale della biografia del magistrato milanese: una carriera solo in apparenza naif, e in realtà compiuta sotto l’egida degli apparati occulti dello Stato, di qua e di là dall’Atlantico. È una ipotesi che, oggi come allora, Di Pietro considera una calunnia senza capo né coda. E fornisce risposte – a volte precise, a volte meno – sui misteri, veri o presunti, della sua storia personale. Eccone una sintesi.

Il rientro in Italia Secondo le biografie autorizzate, Di Pietro emigra in Baviera nel 1971, a ventun anni, e rientra in Italia due anni dopo. Colpo di scena. Viene assunto dall’Aeronautica militare, e assegnato alla struttura che si occupa di controllare la sicurezza delle forniture ad alta tecnologia bellica delle nostre industrie. È una mansione da sempre svolta in parallelo con un reparto apposito del Sismi, l’Antiproliferazione. E comunque chi vi lavora deve godere di un lasciapassare di sicurezza che in quegli anni viene rilasciato proprio dagli 007. Come fa Di Pietro a ottenere immediatamente il nulla osta? La versione di Tonino è semplice: ho fatto un concorso come impiegato civile, l’ho vinto e sono entrato all’Aeronautica.

La laurea Il 19 luglio 1978 Di Pietro si laurea in Giurisprudenza alla Statale di Milano. Nel giro di trentuno mesi ha sostenuto ventidue esami, a un ritmo forsennato. Un esame che terrorizza tutti gli studenti di legge, «Istituzioni di diritto privato», lo sostiene e lo passa dopo appena un mese dall’esame precedente. Si laurea con una tesi in Diritto costituzionale, voto 108/110. «Lavoravo di giorno e studiavo di notte», è sempre stata la versione di Di Pietro: e d’altronde la sua incredibile capacità di lavoro è nota. Ma una serie di stranezze rafforzano i dubbi di chi ipotizza che il suo percorso accademico sia stato accompagnato da segnalazioni e raccomandazioni. Un appunto del centro Sisde di Milano sostiene che Di Pietro in quegli anni era in contatto con un diplomatico Usa in servizio nel nord Italia, e con una associazione vicina alla Cia. In una indagine riservata dei carabinieri dell’Anticrimine milanese si legge che il giorno in cui risulta avere sostenuto un esame, in realtà Di Pietro era fuori città: ma sono illazioni che resteranno prive di riscontro. Come pure i sospetti sul ruolo di Agostino Ruju, avvocato, legato ai nostri servizi segreti, che alla Statale fa l’assistente di Diritto costituzionale quando Di Pietro si laurea proprio in quella materia. A indicare Ruju come uomo dell’intelligence sarà Roberto Arlati, uno dei collaboratori più stretti del generale Dalla Chiesa. Peraltro sia Ruju che Arlati verranno arrestati da Di Pietro nel corso di Mani Pulite.

Al fianco di Dalla Chiesa? In una intervista a Paolo Guzzanti, la madre di Emanuela Setti Carraro racconta che Di Pietro lavorava agli ordini di suo suocero, il generale Dalla Chiesa, nella lotta al terrorismo. Non indica date precise, ma l’episodio dovrebbe essere precedente al 1980, quando Dalla Chiesa viene trasferito al comando della divisione Pastrengo: all’epoca, dunque, Di Pietro è ufficialmente ancora un dipendente civile dell’Aeronautica.

L’ingresso in magistratura Sul concorso con cui, due anni dopo la laurea, Di Pietro entra in polizia non ci sono ombre. Nei dossier craxiani ce ne sono invece, e corpose, sul modo in cui nel 1981 il commissario diventa magistrato, superando al primo colpo un concorso famoso per la sua asprezza. Ai giudici della commissione d’esame resta impressa una certa rozzezza espositiva del candidato. A presiedere la commissione c’è il giudice Corrado Carnevale che più tardi racconterà di essersi fatto commuovere dal curriculum dell’ex emigrante. Ma ancora più inconsueto è quanto accade tre anni dopo, quando il consiglio giudiziario di Brescia valuta l’«uditorato» (cioè l’apprendistato) di Di Pietro. È un giudizio molto severo, che conclude per l’inadeguatezza di Di Pietro a diventare magistrato. Ma il Csm ribalta tutto e promuove l’uditore Di Pietro. Tra i membri del Csm c’è allora Ombretta Fumagalli Carulli, una deputata Dc in ottimi rapporti con gli Usa, che diventerà uno dei primi fan delle indagini anti-corruzione a Milano. Ma Di Pietro ha dalla sua una dichiarazione al Csm del procuratore capo di Bergamo, Cannizzo, che appena un anno dopo cambia radicalmente il giudizio su di lui, aprendogli la strada al trasferimento alla Procura di Milano.

Il viaggio alle Seychelles È l’episodio più surreale, quello dove è più difficile collocare le tessere in un mosaico sensato. Ruota intorno a Francesco Pazienza, un faccendiere dai mille contatti, iscritto alla loggia P2, bene introdotto negli ambienti dei nostri servizi segreti. Nel 1984 Pazienza viene accusato di avere creato, insieme ad alcuni boss dell’intelligence, una sorta di servizio segreto parallelo, viene colpito da mandato di cattura e si rifugia alle Seychelles. Craxi, che allora è presidente del Consiglio, gli scatena contro il Sismi. Mentre i servizi cercano inutilmente di afferrarlo, alle Seychelles sbarca Di Pietro, sostituto procuratore a Bergamo, ufficialmente in viaggio di piacere. Di Pietro si mette sulla tracce di Pazienza, all’insaputa dei suoi capi. In una dichiarazione riportata dal giornalista Filippo Facci, l’allora capo del Sismi Fulvio Martini ipotizza che «Di Pietro lavorasse anche per il ministero degli Interni e avesse mantenuto legami con il precedente mestiere».

Il viaggio in America Nel 1985 Di Pietro arriva a Milano, in Procura. Inizia a scavare sul marcio nella pubblica amministrazione partendo dal caso delle «patenti facili». Tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992, con la testimonianza di Luca Magni e l’arresto di Mario Chiesa, dà il via all’operazione Mani Pulite. Nel giro di poche settimane viene sollevato il coperchio sulla inverosimile commistione tra business e politica che si è impadronito dell’ex «capitale morale». Tutta l’Italia tifa per Di Pietro. Ma a ottobre, nel pieno del tourbillon dell’inchiesta, il pm sparisce improvvisamente da Milano e vola negli Stati Uniti. Non si sa bene cosa faccia. Di certo partecipa all’interrogatorio di un imprenditore italiano, tale Grassetto. Poi svanisce, i cronisti italiani gli danno la caccia tra New York, Los Angeles, la Pennsylvania. Sui giornali si parla di una traccia che metterebbe in collegamento le indagini di Mani Pulite con i fondi americani di Cosa Nostra: non se ne saprà mai più nulla. Di Pietro fa una sola dichiarazione: «Siamo qui per alcuni incontri con giuristi e agenti dell’ Fbi che ci devono spiegare come si fanno qui in America certe indagini». Ma si dice che venga ospitato anche da quelli della Kroll, la superagenzia di investigazioni private che da sempre lavora anche per l’intelligence a stelle e strisce.

Dimissioni dalla magistratura Qui i servizi segreti non c’entrano, ma siamo comunque nella categoria del «giallo». Il 6 dicembre ’94, dopo avere concluso la sua requisitoria nel processo Enimont, Di Pietro si toglie la toga e comunica al procuratore Borrelli la sua decisione di lasciare la magistratura. Nei giorni precedenti appariva provato psicologicamente, c’è chi racconta di averlo visto scoppiare a piangere all’improvviso, senza motivo, in ufficio. La spiegazione di Di Pietro è: sapevo che stavo per venire incriminato, dimettendomi ho evitato che a venire travolta fosse l’intera inchiesta e contemporaneamente ho potuto difendermi con maggiore libertà. I fatti gli daranno ragione, verrà assolto e Mani Pulite andrà avanti (anche se per poco). Eppure sono in diversi a pensare che anche la storia di quell’addio sia, in tutto o in parte, ancora da scrivere.

Luca Fazzo per Il Giornale

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Fini rompe gli indugi e chiama Silvio

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Fini rompe gli indugi e chiama Silvio


GIANFRANCO FINI

Addio alle polemiche. Addio ai dissidi delle ultime settimane. Addio a tutto. Prevale la fraterna amicizia. Gianfranco Fini alza la cornetta e chiama subito il Cavaliere ma i collaboratori del premier gli spiegano che sta facendo gli esami al San Raffaele. E più tardi gli spiegheranno anche che non è in condizioni di parlare al telefono, è stato informato e ringrazia di cuore e appena potrà richiamerà. Dunque l’aggressione a Berlusconi fa mettere da parte qualunque dissapore. Tanto il presidente della Camera si sente in diritto di intervenire al Tg1 con parole inequivocabili: «È un brutto giorno per l’Italia e tutte le forze politiche hanno il dovere di fare in modo che il Paese non riviva gli anni di violenza».

Fini esprime la propria «condanna» per quanto accaduto, «un gesto di violenza – dice – che non può essere giustificato». Il riferimento, per quest’ultima dichiarazione, era al commento che era stato fatto da Antonio Di Pietro, un commento di quasi comprensione del gesto di Massimo Tartaglia. Il principale inquilino di Montecitorio aveva seguito comizio di Silvio Berlusconi da casa in diretta tv. Ed era già apparso risollevato visto che non c’erano stati gli strappi auspicati da quelli che gli uomini di Fini chiamano i «falchi berlusconiani». Anzi, il presidente della Camera non era stato nemmeno citato nel corso del discorso in piazza Duomo e non si erano sentiti nemmeno accenni velati. Poi l’aggressione. Fini chiama subito Ignazio La Russa, che è con Berlusconi e Milano. Gli chiede che cosa sia accaduto. Quindi decide di cercare il premier. Subito dopo, intervengono tutti gli uomini più vicini al co-fondatore del Pdl.

Italo Bocchino, vicecapogruppo Pdl alla Camera: «L’aggressione a Berlusconi è frutto di un intollerabile clima di violenza verbale nei confronti del presidente del Consiglio liberamente scelto dagli italiani». «Al premier – aggiunge – va la vicinanza di tutti coloro che non consentiranno operazioni di piazza, peraltro violente, tese a rappresentare una tensione che non dovrebbe appartenere alla nostra democrazia». Quindi tocca al viceministro Adolfo Urso, che è anche segretario della fondazione FareFuturo: «Una aggressione vigliacca, frutto di una campagna d’odio che sta avvelenando la vita politica e il Paese. Piena solidarietà umana e politica al premier Berlusconi».

A ruota arriva anche il commento ufficiale della fondazione finiana: «Il clima d’odio, di rancore, di delegittimazione dell’avversario e del nemico non può che creare mostri, non può che riportare l’Italia a un tempo che nessuno vorrebbe più vivere. Oggi – aggiunge – è stato un gesto di un singolo. Gravissimo. Ma domani potrebbe essere di più. E per questo che non è più tempo dei falchi. È tempo, deve essere il tempo, delle colombe». La nota di FareFuturo aggiunge anche che «è per questo che la solidarietà e la condanna non sono sufficienti. Perché purtroppo il gesto folle di un individuo rischia di diventare il simbolo dell’apertura di una stagione nera per la storia d’Italia. Una stagione in cui il dialogo e la condivisione perdono terreno rispetto alla logica della barricata, dello scontro, della guerra».

Un altro finiano, Carmelo Briguglio, chiede che della sicurezza del premier se ne occupi adesso il Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. L’unico finiano a non profferire verbo è Fabio Granata. Da parte sua nessun commento. Né di solidarietà a Berlusconi né di condanna del gesto: anche questo è un segno dei tempi.

Fabrizio Dell’Orefice per Il Tempo

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Gli indignati a senso unico

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Gli indignati a senso unico


27699-bindipidCi sono momenti in cui bisognerebbe abolire due parole: ma e però. L’aggressione di un uomo, in questo caso di un primo ministro, è uno di quelli. Di fronte alla violenza non possono essere accettate subordinate, ammiccamenti o tantomeno giustificazioni. Il giorno che la politica italiana tutta lo avrà compreso fino in fondo, allora sarà davvero matura.

Il volto ferito e pieno di sangue di Silvio Berlusconi non può che lasciare sgomenti, non riesco ad immaginare una persona seria o che ami definirsi democratica e perbene che possa avere una reazione diversa.

Se invece la prima cosa che passa in testa è pensare che se la sia cercata o meritata, allora siamo entrati in uno spazio in cui la dialettica politica è degenerata.

Abbiamo ricevuto numerose lettere di persone che spiegano l’accaduto e lo comprendono come reazione ad un governo che definiscono «xenofobo», «antidemocratico» o «razzista». Sono persone che mostrano di essere solidali con gli immigrati e i più deboli, sconvolte per gli attacchi di Berlusconi ai magistrati e preoccupate per la democrazia, ma non toccate da ciò che è accaduto ieri sera. Questo modo di ragionare mi fa paura: come è possibile mostrare sensibilità a senso unico, battersi contro le violenze e poi giustificare un’aggressione, essere democratici e pacifisti e provare soddisfazione per il volto tumefatto di Berlusconi. Significa che l’ideologia continua a inquinare le coscienze, ad oscurare le menti.

Si può pensare che il presidente del Consiglio sia inadatto a governare, essere convinti che le sue esternazioni contro gli altri poteri dello Stato così come contro gli organi di garanzia siano allarmanti e sbagliate, essere preoccupati per quelle leggi «ad personam» che rischiano di peggiorare lo stato della giustizia italiana, ma niente di tutto ciò può giustificare la violenza. C’è una linea che in democrazia non si può passare, un discrimine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è a cui non si può derogare. E dire che sembrerebbe essere chiaro a tutti: tanto che anche a sinistra si invita alla mobilitazione democratica in seguito ad ogni aggressione o violenza. Questo deve valere anche per il leader di un governo di centrodestra, anche per Silvio Berlusconi.

Da ieri sera i blog e Internet sono invasi da battute, ironia, festeggiamenti e dai deliri di chi ci spiega che se l’è cercata. Su Facebook sono già nati decine di gruppi di fans dell’aggressore, Massimo Tartaglia, che in poche ore hanno raccolto migliaia di sostenitori. La rete, purtroppo, mostra ancora una volta di raccogliere il peggio di noi, ma politici e giornali hanno il dovere di non dare sponde, di essere seri e di capire che le giustificazioni ci portano su strade senza ritorno e che non si può continuare ad alzare il livello dello scontro.

E questo riguarda non solo la sinistra ma anche il premier, la sua maggioranza e i giornali che gli sono più vicini. Da mesi quasi nessuno sembra capace di sottrarsi alla tentazione di alimentare il clima terribile in cui viviamo, l’Italia somiglia sempre più ad uno stadio in cui si sente solo la voce degli ultras che gridano mentre incendiano le curve. In questo scontro continuo, in cui si parla soltanto dei destini del premier, si è persa di vista qualunque considerazione sullo stato del Paese e sui suoi bisogni.

Il presidente del Consiglio, a cui va la nostra solidarietà sincera, speriamo sia così saggio da capire che proprio lui – l’aggredito – ora può fare la differenza: può abbassare i toni e aprire la strada per un confronto più civile e rispettoso. C’è da augurarsi che anche tutta l’opposizione lo capisca e sia capace di isolare chi delira.

Mario Calabresi per La Stampa

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Di Pietro: “premier istiga”. La Bindi rincara la dose: “Non faccia la vittima”

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Di Pietro: “premier istiga”. La Bindi rincara la dose: “Non faccia la vittima”


di-petro-comizio“Presenterò un esposto-denuncia contro Di Pietro per associazione a delinquere”. La ‘minaccia’ del sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto è quella che meglio sintetizza il clima si innesca nei confronti del leader dell’Idv Antonio Di Pietro considerato colpevole non solo di aver creato un clima “di odio” verso Berlusconi, ma anche di averlo indicato, subito dopo l’aggressione subita a Milano, come “l’istigatore” della violenza. Durissimi toni anche dal presidente del Pd, Rosy Bindi, secondo la quale “resta il fatto che tra gli artefici di questo clima c’è anche Berlusconi, non può sentirsi la vittima”. Immediata la replica del Pdl che invita Bersani a dissociarsi: “Le campagne di odio, l’aggressione giornalistica, il linguaggio folle, che non è soltanto del capo degli irresponsabili Antonio Di Pietro, hanno preparato il terreno”. Il segretario del Pd: “Va condannato senza se e senza ma ogni gesto di violenza”.

L’attacco di Di Pietro “Come al solito quando si tratta di criticare l’Idv i soliti ‘Soloni’ capiscono fischi per fiaschi. Ribadisco allora che noi tutti deploriamo e condanniamo l’aggressione subita dal presidente del consiglio. Ci mancherebbe altro!”. Così il leader dell’Idv Antonio Di Pietro commenta l’aggressione al premier a Milano. “Però – aggiunge – non può e non deve legittimare e giustificare la dilagante esasperazione che l’assenza di politiche economiche e sociali di questo governo sta provocando nei confronti di miglia di lavoratori e padri di famiglia”. “Già nei giorni scorsi – prosegue – avevo avvertito del rischio incombente che a qualcuno saltassero i nervi e non è prendendosela con me che si risolvono i problemi, ma affrontandoli e dando risposte ai bisogni dei cittadini, cosa che il governo Berlusconi non ha fatto e non pare abbia alcuna intenzione di fare”.

Cicchitto: “Istiga alla violenza” “Leggiamo la dichiarazione di Di Pietro su Berlusconi: essa conferma che egli è un autentico provocatore che sta scatenando una spirale di violenza nel Paese approfittando della debolezza politica dei suoi alleati”. E’ quanto afferma il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto. “Vedremo se verrà confermata la linea di alcuni esponenti politici di fare con questo figuro addirittura un ridicolo Cnl. Con Di Pietro al massimo si possono fare le brigate rosse e le brigate nere che hanno caratterizzato i momenti peggiori della vita politica italiana. In effetti – conclude Cicchitto – se ci fosse un minimo di razionalità politica intorno a lui bisognerebbe fare un autentico cordone sanitario”.

Crosetto pronto a denunciare “Oltre ad esprimere piena solidarietà al presidente del Consiglio, con alcuni colleghi parlamentari presenterò un esposto-denuncia contro l’onorevole Di Pietro per istigazione a delinquere”. Lo annuncia Guido Crosetto, sottosegretario alla Difesa e deputato del Pdl. “Le sue parole e i suoi atteggiamenti dell’altro giorno – aggiunge – hanno dato legittimazione a tutti coloro che vedono nella violenza il modo migliore per esprimere le proprie opinioni”. “Penso che tutta la politica debba fare in modo che questa persona non trovi più alcun dialogo da parte di chi – conclude Crosetto – pensa che il bene comune si amministri e si raggiunga solo con un sereno confronto democratico”.

Bindi: “Il premier non faccia la vittima” “Tra gli artefici di questo clima c’è anche Berlusconi, non può sentirsi la vittima”. Per la presidente del Pd Rosy Bindi “questi gesti vanno sempre condannati, mai giustificati. Qualche volta, però, sono spiegabili”. “Motivi di esasperazione ce ne sono molti, legati alla crisi economica che alcuni pagano con prezzi altissimi”, dice Bindi in un’intervista alla Stampa. “La sensazione più diffusa è che non sai più a chi rivolgerti, chi ti tutela. C’è perfino una rottura in parte creata ad arte del movimento sindacale. E poi c’è uno scontro politico che si porta dietro sicuramente frange estremiste o persone che perdono la testa, ma – sottolinea – chi ha più responsabilità fa di tutto per dividere il paese”. I contestatori “sbagliano, non si disturbano le piazze degli altri”, ma “è anche vero che c’è modo e modo per zittire le persone. E anche oggi il premier ha mantenuto toni duri, mancava solo la frase: e per tutto questo ora andiamo al voto”, sostiene Bindi, secondo cui “le opposizioni sono pronte a reagire se il premier vuole elezioni per cambiare la Costituzione”.

Il Pdl: “Ciarpame politico” Le affermazioni della Bindi “sono un lascito del passato: nelle sue parole si percepisce quel terribile concetto di superiorità morale che è tipico della sinistra”. I sottosegretario Paolo Bonaiuti commenta duramente le affermazioni dell’esponente del Pd sul’aggressione al presidente del Consiglio. “Finché la sinistra – ammonisce Bonaiuti – si tirerà dietro questo ciarpame non arriverà a nulla. Il moralismo li anima li rende convinti di essere solo loro depositari della verità. È un’arretratezza che va superata”. Bonaiuti poi torna ad attaccare il gruppo editoriale Espresso-Repubblica e l’editoriale di oggi sull’Unità, “in cui si dice che il colpo di Duomo in testa a Berlusconi gli darà più titoli e vigore per la campagna elettorale per le Regionali”. “Dire che un fatto come quello – puntualizza – possa essere utilizzato a fini politici non fa altro che generale violenza ed odio”. E conclude: “Mi dispiace che la sinistra riformista invece di fare proposte concrete per il Paese si allei con Di Pietro ed il suo linguaggio volgare”.

Napolitano: “Basta spirale di violenza” “Esprimo la più ferma condanna del grave e inconsulto gesto di aggressione nei confronti del Presidente del Consiglio al quale va la mia personale solidarietà”. Inoltre esprimo “il più netto, rinnovato appello perché ogni contrasto politico e istituzionale sia ricondotto entro limiti di responsabile autocontrollo e di civile confronto, prevenendo e stroncando ogni impulso e spirale di violenza”. Con queste parole il Capo Dello Stato Giorgio Napolitano commenta l’aggressione. Il Presidente, secondo quanto si è appreso, ha chiamato in tarda serata il presidente del Consiglio esprimendo per telefono tutta la sua solidarietà.

Il Giornale

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Casini: “Voto anticipato? Un fronte unico anti Silvio”

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Casini: “Voto anticipato? Un fronte unico anti Silvio”


casiniSe Berlusconi vuole andare al voto anticipato sappia che si troverà di fronte alle urne uno schieramento repubblicano in difesa della democrazia». Nel suo studio al quinto piano di Montecitorio dove si gode una vista magnifica sui tetti di Roma, Pier Ferdinando Casini distende le gambe su un tavolino sorseggiando un tè con l’aria di chi si sente «in forma smagliante».

E tra un ragionamento e l’altro, Casini non lesina stoccate: dà del «paranoico» al premier, «con simpatia s’intende»; avverte Formigoni che per allearsi con l’Udc alle regionali deve dimostrare di non essere succube della Lega. E annuncia che appoggerebbe Emiliano con il Pd in Puglia anche se Vendola si presentasse lo stesso.

Casini, cosa c’è in fondo al tunnel? Perché questi strappi continui del premier?
«L’unica strategia plausibile è che ritenga di andare al voto anticipato, non c’è altro modo di spiegare un comportamento così dissennato. Così trasmette un’immagine di sua insicurezza e di precarietà dell’Italia. E’ chiaro che in queste condizioni una richiesta di elezioni anticipate farebbe emergere uno schieramento repubblicano a presidio della democrazia. E poiché penso che la democrazia sia un valore io mi schiererei “senza se e senza ma” in sua difesa».

Sta dicendo che se la situazione precipitasse lei farebbe fronte comune alle elezioni con il Pd e Di Pietro?
«Innanzitutto dico che uno schieramento repubblicano dovrebbe interpellare le coscienze di tanti parlamentari della Pdl, che non credo possano accettare una deriva di questo tipo. Aggiungo che una divisione del Paese così lacerante sarebbe perniciosa e mi auguro che Berlusconi non segua questa strada. Ma un caso del genere richiederebbe una risposta inedita rispetto a quelle che si sono prefigurate fino ad oggi. Osservo però che minacciare le elezioni anticipate non significa averle».

Se il Capo dello Stato, in caso di dimissioni del premier, desse un incarico a Fini per un governo istituzionale lei lo voterebbe?
«Chi guida un esecutivo lo decide solo il presidente della Repubblica. E’ chiaro che noi saremmo disponibili a una soluzione istituzionale e continuo a mantenere la mia convinzione che in cinque minuti si potrebbe fare un governo».

Cosa spinge Berlusconi a confliggere con Fini e Napolitano?
«Lui ha una certa allergia alla diversità. Ieri toccava a me, oggi a Fini e domani a qualcun altro. Preferisce un governo a sua immagine e somiglianza. Ma ritenere che questo presidente della Repubblica sia parte di una contesa contro Berlusconi è una fuga dalla realtà. Siamo alla paranoia generalizzata. Che dovrebbe fare Napolitano? Inveire contro i giudici? La deposizione di Graviano dimostra poi che il meccanismo in essere è di garanzia per tutti. E’ una deriva inconcepibile a quindici anni dalla discesa in campo con cento voti di maggioranza. Dov’è questo complotto?».

A proposito, a lei è mai venuto in mente di bonificare i suoi uffici quando era presidente della Camera?
«Sono cose ordinarie, sì l’ho fatto anche io. Ma lo fanno anche a Palazzo Chigi».

Fini, oggetto di attenzioni a destra e sinistra, è stato tirato per la giacca da Rutelli. Un errore o un salto in avanti?
«Io di Rutelli posso parlare solo per le cose giuste che fa. Quelle sbagliate non le commento. Non ho la pretesa di arruolare nessuno in un mio futuro Partito della Nazione, ma se si creeranno condizioni nuove, come dice la canzone, si scoprirà solo vivendo».

Abbiamo cominciato con le politiche, finiamo con le regionali che sono certificate da una data sicura e imminente. Appoggerà Formigoni in Lombardia? E voterebbe Emiliano in Puglia anche se Vendola si presentasse lo stesso?
«Contro Formigoni non abbiamo nulla. Ma se Formigoni vuole fare il “Re Travicello” della Lega ne prenderemo atto. Vedremo intanto se oggi a Milano firmerà con me in segno di solidarietà al cardinale Tettamanzi offeso dai leghisti. Per quel che riguarda la Puglia, ricordo che Emiliano è un sindaco e nella sua giunta c’è l’Udc. Poiché governa bene Bari credo che potrebbe governare bene la sua regione».

Carlo Bertini per La Stampa

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Berlusconi e Fini, è ora che vi parliate.

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Berlusconi e Fini, è ora che vi parliate.


fini e berlusconi pop artRicordate “La guerra dei Roses”? È un bel film di ormai vent’anni fa in cui Michael Douglas e Kathleen Turner (diretti da Danny De Vito) interpretano la storia della coppia perfetta, ovvero quella stereotipata in cui lui e lei si conoscono per caso ai tempi dell’università e, da allora, è un continuo crescendo di rose e fiori. Ma la loro relazione, così perfetta, ad un certo punto si deteriora e loro finiscono con l’odiarsi. Perchè? Il paradosso è che non c’è, un perché. O meglio, non uno preciso, ma una serie di tanti piccoli motivi che, disseminati durante il loro quotidiano cammino comune, si sono via via ingigantiti, alimentati dallo scemare della passione e dall’aumentare di un’insensata competizione interna alla coppia. Vi ricorda qualcosa, vero? Certo che sì, e sono sicuro che leggendo le mie righe avrete accennato un sorriso, cogliendo immediatamente la metafora con cui ho voluto approcciarmi a questo spinoso (sempre per restare in tema di rose) argomento. Berlusconi e Fini, Fini e Berlusconi, Silvio e Gianfranco, Gianfranco e Silvio: sono ormai mesi che leggiamo di loro in termini, per così dire, contradittori. Un continuo susseguersi di agenzie, dichiarazioni vere o presunte, bene o male interpretate, di fuori onda e di commenti di parte. Sì, avete letto bene, di parte. Perché (almeno sulla carta stampata) si sono formate due opposte fazioni, che per intenderci definirei curve, da cui i rispettivi ultras di Silvio e Gianfranco non se le mandano certo a dire. Anzi. Picchiano come dei fabbri. Ma a ben vedere è uno scontro Pop, talmente Pop che persino l’opposizione, senza nemmeno accorgersene, ne è stata letteralmente fagocitata, costringendo il Pd e persino lo sguaiato Di Pietro a fare il tifo per il Presidente della Camera. Situazione impensabile solo fino a qualche mese fa che, a mio parere, più che i problemi tra Berlusconi e Fini, mette a nudo la pressochè totale mancanza di una figura carismatica nell’area di un centrosinistra sempre più ai margini della scena politica.  Certo, qualcuno potrebbe obbiettare che, se la sinistra inneggia a Fini, è solo grazie ai suoi continui distinguo nei confronti del Governo ed a alcune battaglie per così dire “anomale” nell’ambito della destra. Ed in parte ha ragione. Non tanto per i richiami alla centralità del Parlamento o al rispetto degli altri poteri dello Stato, quelli sono per lo più atti dovuti alla carica che attualmente ricopre. Il nocciolo della questione sono alcune sue prese di posizione che l’elettorato di centrodestra fatica a comprendere e, quindi, mal digerisce. Mi riferisco, in particolar modo, a quella sull’immigrazione, tema sul quale Gianfranco batte ormai da qualche anno dimostrando, ad onor del vero, una sincera convinzione sulla valiidità dei suoi argomenti, non perdendo occasione per rimarcarli. Proprio questa sua tigna ha spinto alcuni commentatori d’area a dar voce ai sempre più numerosi mugugni di dirigenti e militanti, mettendo sotto gli occhi di tutti quel deterioramento di cui parlavo all’inizio. Ora, mettiamo che qualcuno rientri in Italia dopo un lungo viaggio e che sia rimasto alle notizie di un anno fa, beh, una volta letta questa prima parte del mio articolo potrebbe tranquillamente pensare che si tratti di semplice dibattito interno, su grandi temi di cui un grande partito come il Popolo della Libertà fa bene a discutere. Chi potrebbe dargli torto? Il problema, quello vero, è il contesto in cui è scoppiata questa grana, ovvero, nel bel mezzo di un’offensiva trash-forcaiola cominciata, guarda caso, nel momento di maggiore popolarità vissuto da Berlusconi, che era riusciito ad appropriarsi – anche grazie all’assist di un inconsapevole Franceschini – persino del 25 aprile. Da lì è partita la triste campagna che ben conosciamo, che è culminata con la spettacolarizzazione delle deposizioni di un criminale analfabeta di bassa lega come Spatuzza, passando attrraverso il gossip e la contradittoria bocciatura del Lodo Alfano. In un simile momento, dicevo, di tutto c’era bisogno tranne che di dare il la a questo scontro fratricida, che è nato con l’editoriale in cui Vittorio Feltri, dopo aver rinfacciato a Fini alcune dichiarazioni sul caso Boffo, lo attaccava apertamente, dando voce a quei famosi mugugni che, fin lì, erano rimasti strozzati nelle gole di chi si sentiva orfano del Fini-pensiero. Ovvio, Feltri è un grande giornalista, non un politico, ergo certi calcoli non gli competono, ma è un fatto oggettivo che con quel suo ormai celebre editoriale abbia tirato un bel calcione al can che dormiva, quantomeno in pubblico. Arrivati a questo punto, però, bisogna trovare una soluzione e per farvi capire come la penso torno alla metafora iniziale, quella del film. Vi ricordate il finale? Dopo essersene fatte di tutti i colori, la coppia, ormai stremata, si barrica in casa con l’intenzione di arrivare alla resa dei conti, una volta per tutte. Sia lui che lei erano pronti a tutto, infatti, proprio quando stanno per ammazzarsi entrambi si sfiorano la mano e, guardandosi negli occhi, capiscono di amarsi ancora.

Alessandro Nardone

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Napolitano bacchetta Di Pietro

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Napolitano bacchetta Di Pietro


napolitanoÈ piuttosto strano che un Presidente della Repubblica debba difendere pubblicamente le proprie scelte. Soprattutto quando sono conformi al dettato costituzionale. Ma in Italia succede anche questo. Così Giorgio Napolitano, dopo essere stato criticato da Antonio Di Pietro per aver firmato il decreto sicurezza (il Capo dello Stato ha comunque mosso dei rilievi in una letter rivolta al ministro della Giustizia e al premier), è passato al contrattacco. E approfittando dell’annuale cerimonia per la consegna del Ventaglio della stampa parlamentare ha risposto, senza mai citarlo, all’ex pm.

«Sulla sicurezza – ha spiegato il presidente della Repubblica – c’è stata una promulgazione a tutti gli effetti, accompagnata con una lettera in cui c’erano delle valutazioni critiche. A chi ha criticato questa modalità consiglio di andare a rileggere il libro “Lo scrittoio del Presidente”, scritto da Luigi Einaudi, in cui lui stesso si rivolgeva al ministro del Tesoro di quell’epoca. È stata una strada dunque imboccata molte volte in passato». Quindi l’affondo: «Chi invoca polemicamente e di continuo poteri e perfino doveri di intervento che non ho, mostra di aver compreso poco della Costituzione e della forma di governo, non presidenziale, che essa ha fondato». «Presto attenzione a tutte le osservazioni e le riserve – ha aggiunto – anche a quelle espresse in modo più sommario e perfino aggressivo. Da tutte trarrò beneficio per l’ulteriore svolgimento del mio mandato che consiste nel rispettare la Costituzione, nel contribuire a farla vivere, nel richiamare i suoi valori, i suoi principi e le sue regole. A qualche fiero guerriero sembra che io lo faccia con la piuma d’oca sempre meglio, si potrebbe dire, che un vano rotear di scimitarra».

Ma Napolitiano ha difeso anche l’appello lanciato alla vigilia del G8: «Ho parlato di tregua una sola volta, in occasione del G8 trattandosi di un evento internazionale. Sono convinto di aver fatto il mio dovere». Capitolo chiuso? Neanche per sogno. Mentre Pdl e Pd applaudono il Capo dello Stato per le sue parole ragionevoli e equilibrate, Di Pietro rincara la dose. «”Excusatio non petita” – attacca -, mi verrebbe da dire alle osservazioni del presidente Napolitano per giustificare la lettera di rimbrotto invece che rinviare alle Camere un provvedimento come prevede la Costituzione. Abbiamo avuto il massimo rispetto chiedendo che ci sia il rinvio alle Camere e non un semplice rimbrotto.

La Costituzione prevede che quando un provvedimento viola l’ordinamento venga rinviato alle Camere. Approvarla con una lettera di rimprovero è come mettere il proprio sigillo sopra. Ecco perché speriamo che ciò non avvenga per il decreto intercettazioni. Rispetto istituzionale non significa chiedere a una forza politica di opposizione di non esercitare il suo ruolo parlamentare per far felice il presidente della Repubblica». Evidentemente non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

Nicola Imberti per Il Tempo

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E stavolta Di Pietro evoca persino le Br

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E stavolta Di Pietro evoca persino le Br


1085La quantità di sciocchezze sparate ogni giorno da Antonio Di Pietro produce un effetto quasi narcotico, un ronzio di fondo, come per una zanzara cui si finge di abituarsi dimenticando che le peggiori pandemie della storia le hanno diffuse proprio i ditteri, i succhiatori di energie altrui. L’abitudine a un personaggio che ci ammorba quotidianamente con le sue tattiche da marciapiede fa dimenticare che una strategia di fondo Di Pietro tuttavia ce l’ha, anche se molti fingono di non vederla: i media danno risalto a ogni sua sparata come se esporla corrispondesse al tempo stesso a una sua relativizzazione, a una forma di controllo, come si fa con un cane che lasci abbaiare perché almeno sai che non ti morderà. Ma è un errore. E pure frequente, in Italia.
Di Pietro è un personaggio che farebbe qualsiasi cosa e che infatti la sta facendo, pur mimetizzato dal suo sciocchezzaio di contorno e dal suo essere tutto e niente: grillino, politico, magistrato, ministro, reazionario di destra, movimentista di sinistra, spregiudicato compilatore di liste locali, tutto. Di Pietro, un passo alla volta e spalleggiato da una discreta compagnia di giro, punta allo sfascio di ogni baluardo di riferimento, all’inasprimento di ogni conflitto istituzionale, alla delegittimazione progressiva degli ultimi basamenti da noi ritenuti intoccabili come la presidenza della Repubblica e la Corte costituzionale, per fermarsi alle tappe finali. Il resto, ossia le più elementari dinamiche democratiche, cerca di svuotarle di significato da anni: è lui a ergersi a personificazione e presidio del contrasto tra magistratura e politica, è lui ad accodarsi ai balordi che straparlano di dittatura e fine della democrazia (si accoda perché lui non inventa mai: copia, si impossessa, succhia appunto le energie altrui) ed è lui a spiegare che va tutto male, che il peggio è sempre alle porte, che c’è disinformazione e plagio delle coscienze.
Gianni Baget Bozzo, uno dei pochi che comprese da subito, proprio un anno fa su questo giornale scrisse questo: «Che cos’è il partito giustizialista che Di Pietro sta costruendo? È un partito che tende a dimostrare che la democrazia è essenzialmente corrotta e il corpo elettorale sbaglia. Che ci vuole un altro potere per guidare il Paese sulla via della salvezza e che il voto degli elettori deve essere presidiato da un partito dell’ordine. Il tema che lo Stato non possa essere affidato alla democrazia è la tesi fondamentale del pensiero reazionario. Se un popolo sente frustrato il bisogno fondamentale di sicurezza, se non riesce a ottenere con il suo voto ciò che pensa gli sia dovuto, si ha la crisi della democrazia. E Di Pietro mira proprio a questo, a mostrare che un corpo elettorale capace di dare la maggioranza a Berlusconi è un popolo immaturo, il cui voto va corretto in modo adeguato. Bisogna dimostrare che il popolo ha torto e che Berlusconi deve andarsene».
Come? In qualsiasi-modo-possibile. Ecco perché non gli importa niente di sputtanare il Paese con le sue balle puerili sparate sull’Herald Tribune (e pagate da noi) in coincidenza con un momento in cui la parte sana del Paese tifava appunto per il Paese, non per mezzo voto in più da guadagnare tra gli imbecilli. Ed ecco, scusandoci per la lunga premessa, come inquadrare le uscite che Antonio Di Pietro ha fatto anche ieri: dopo quelle dell’altro ieri e prima di quelle di oggi e di domani. Uno sciocchezzaio, cioè, misto a uscite più pericolose. Ha detto: «Credo che potrebbero tornare sia le Br pilotate che quelle non pilotate, entrambe criminali, che vanno combattute… l’Italia dei valori sarà nei consigli di fabbrica e nelle piazze in difesa dei cassintegrati e dei lavoratori… Saremo protagonisti dell’autunno caldo. Parteciperemo direttamente, anche informando laddove la legge in via di approvazione impedisce di informare i cittadini».
Traduzione: io, Antonio Di Pietro, auspico un autunno caldo con tanto di Br da combattere o di cui incolpare il governo piduista, a seconda; sarò perciò nelle fabbriche e cercar di convincere gli astenuti della sinistra radicale che ancora non votano per me, e tutto quello che non quadrerà sarà perché non c’è informazione né democrazia.
Poi, altra uscita di ieri: «Alfano ha trasformato il suo ruolo istituzionale in quello di ministro servente delle posizioni dell’imputato Berlusconi… (questo grazie) al Lodo Alfano, al lodo sulle intercettazioni, alle cenette del giudice della Corte costituzionale».
Traduzione: Berlusconi è colpevole, Alfano è delegittimato, se la Corte costituzionale non boccerà il Lodo Alfano sarà perché anche la Consulta è corrotta.
Poi, terzo delirio dipietresco: «Spero davvero che la magistratura possa, anche attraverso le dichiarazioni di Ciancimino junior, ricostruire una verità che finora è stata occultata anche grazie a esponenti delle istituzioni… Dall’inchiesta di Palermo mi aspetto molto… si potrebbe riscrivere la storia italiana per quanto riguarda i grandi omicidi di mafia, ma soprattutto per quanto riguarda la grande corruzione d’allora e il grande riciclaggio di persone di oggi».
Traduzione: vediamo se da Palermo, al cinquecentesimo tentativo, stavolta riusciranno a sostenere che Forza Italia è stata co-fondata dalla mafia e che Berlusconi e Dell’Utri hanno fatto fuori Falcone e Borsellino: l’importante è che lo dicano, al resto ci penso io con la banda degli urlatori.

Filippo Facci per Il Giornale

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Il cavallo di Troia

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Il cavallo di Troia


beppe-grilloLa candidatura di Beppe Grillo nel Partito democratico è come una sua battuta: se devi spiegarla c’è qualcosa che non va, e se la spiegazione dura più di tre secondi l’imbarazzo cresce, la faccenda si aggrava, si avvita: anche perché la battuta era chiarissima.
Che c’è da spiegare? C’è un comico sessantenne che ha modernizzato il qualunquismo e ha inaugurato l’antipolitica come mestiere redditizio: sicché da circa tre anni spara a palle incatenate contro il Pd accomunandolo al Popolo della libertà sostanzialmente in tutto (per gradire la profondità dell’analisi) e così riassumendo ciò che alcuni si ostinano a chiamare messaggio: «I partiti sono morti, abbiamo solo due comitati d’affari, il Pdl e il Pd-meno-elle. Il Pd non è mai nato. All’opposizione c’è Topo Gigio Veltroni, che non è nemmeno un politico: è scemo». Prima di Veltroni, l’altro vincente delle primarie, Romano Prodi, era stato definito «Alzheimer»; Franceschini, infine, se «Veltroni era il nulla, Franceschini è oltre». E queste sono solo battute, è vero: c’è mai stato altro?
Ecco perché si fatica anche a spiegarla, la faccenda della candidatura di Grillo: perché se il dibattito interno al Pd riesce a dilaniarsi anche su questo, se cioè riesce a dibattere per più di sette secondi persino attorno a una boutade che andava liquidata in sette-secondi-sette, be’, allora il dibattito non è più la ricerca di una prognosi, ma è la diagnosi, non è la cura, ma è la malattia. Dopo l’annuncio della candidatura grillesca, domenica, Piero Fassino era partito benissimo: «Grillo non si riconosce nel Pd, anzi lo attacca e lo sfregia. Non penso si possa accettare la sua iscrizione». E non c’era altro da dire, la questione era chiusa: spostati, ragazzone, scusaci, abbiamo dei problemi da grandi, se dobbiamo farci seppellire dalle risate abbiamo risorse interne, grazie, no, non ci servono né accendini né dvd. Era finita lì. E invece no: quasi ventiquattr’ore dopo Fassino era ancora lì, a Repubblica tv, a perdere tempo, spiegare, specificare, puntualizzare. Pacatamente. Ma perché? Che cosa si teme, che cosa si esorcizza? Che c’è da spiegare? Com’è possibile che per tutto il pomeriggio di ieri le agenzie sfornassero ancora commenti e dichiarazioni di una sinistra invischiata persino in una sciocchezza del genere?
Fosse per Grillo, e l’ha detto trecento volte, il partito erede di Gramsci andrebbe bruciato, spianato e cosparso di sale; tra primarie per tesserati e primarie aperte non è affatto impossibile che possa intrufolarsi congressualmente come un cavallo di Troia (resisti alla battuta, Beppe) per riversare masse di guastatori che il Pd probabilmente non l’hanno neppure mai votato: va da sé che l’unico ad applaudire sia Di Pietro.
Ovvio, perciò, che il timore sia sempre quello: che un Pd indeciso a tutto, in un momento oggettivamente difficile della sua storia politica, cerchi di attenuare ogni presa di posizione troppo esposta e dirompente. Non ci sarebbe niente di strano se la sinistra restasse divisa tra una parte più realista e governativa e una parte più utopica e di opposizione: ma i termini della spaccatura purtroppo non sono questi. A cannibalizzare ogni evoluzione, a rendere cioè complicato persino il liquidare uno come Beppe Grillo, c’è la controfaccia parlamentare ed extraparlamentare di Grillo stesso: lui, il nientologo urlante Antonio Di Pietro, un tizio secondo il quale di antiberlusconismo a sinistra ce n’è ancora e sempre troppo poco. Solo questo può spiegare come lo stesso Fassino, sempre ieri a Repubblica tv, abbia detto che le differenze tra il Partito democratico e l’Italia dei Valori «sono più di tono che di sostanza». Di tono: come a dire di decibel, al limite di lessico. E la sostanza in comune quale sarebbe? Dire che c’è una dittatura è solo un tono? Dire al mondo che non siamo una democrazia, durante il G8, è un tono? I sinceri democratici Grillo e Di Pietro, ieri, intanto, amoreggiavano e bestemmiavano contro il Pd come se niente fosse. Diceva Grillo: «Con Di Pietro potremmo allearci». Rispondeva Di Pietro: «Il programma di Grillo è molto più articolato di quello degli altri candidati del Pd». Fassino intanto parlava di toni e di sostanza.
Se è vero che un aneddoto val più di mille parole, ce n’è uno che pochi conoscono e che forse si presta. Walter Veltroni, durante le elezioni politiche del 2008, chiese all’alleato Di Pietro di non ricandidare nelle sue liste chi era rimasto fuori da quelle del Pd; il che era logico; Di Pietro invece chiese a Veltroni di non ricandidare nel Pd chi avesse già fatto tre legislature, come chiedevano i grillini e come l’amico Walter aveva in parte già fatto. L’accordo fu siglato. Veltroni non ricandidò per esempio Giovanni Paladini, Renato Cambursano e Giuseppe Giulietti: dopodiché Di Pietro andò da ciascuno di loro e gli offrì di candidarsi con l’Italia dei Valori. Diverranno suoi parlamentari e lui ridiscenderà nelle piazze a raccogliere firme contro i parlamentari con più di due legislature, insieme con Beppe Grillo. Sono ancora insieme. Il Pd intanto si dilania.

Filippo Facci per Il Giornale

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