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Senza Fini la destra non ha più alibi: ora torni ad essere se stessa

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Senza Fini la destra non ha più alibi: ora torni ad essere se stessa


Non esistono separazioni piacevoli, nemmeno al termine dei rapporti più logori e sfiancanti. Tutt’al più, una volta superata l’iniziale fase dell’irrazionalità, ci si deve sforzare di uscire dalla sbornia post-rottura e, così, riacquistare la lucidità necessaria per compiere un’analisi obbiettiva dell’accaduto, utile a comprendere anche e soprattutto i propri errori dei quali, spesso e volentieri, non ci rendiamo conto perché, quando si litiga, tendiamo a focalizzare tutta la nostra attenzione su quelli commessi dall’altro. Questa sorta di introspezione è molto utile se si vogliono, responsabilmente, evitare spiacevoli strascichi che, magari, vedono coinvolti anche amici e familiari. Non esiste cosa peggiore che farsi la guerra in famiglia. Esattamente quello che sta accadendo nella “famiglia” della Destra Italiana, che esce con le ossa rotte da un lento ma inesorabile processo di separazione durato circa dodici anni, ovvero da quando Fini, con un partito che, forte delle sue posizioni, alle politiche del ’96 raggiunse il suo massimo storico, pensò bene d’inciuciare col democristianissimo Mario Segni, dando vita (?) al disastroso esperimento dell’elefantino. Il risultato lo conosciamo tutti: trend positivo invertito e – 6%  rispetto alle politiche. Ergo, Alleanza Nazionale perse la sua spinta propulsiva e, con essa, ogni velleità di “sorpasso” sugli alleati di Forza Italia, stabilizzando il proprio peso elettorale attorno al 12%. Da allora, fu un susseguirsi di esternazioni, con le quali Fini ha sottoposto la base del partito ad un quotidiano sfilacciamento, costringendo, in molti casi, dirigenti e militanti a vivere nel paradosso di doversi letteralmente vergognare della propria storia e delle proprie idee. Una situazione resa ancora più umiliante ed incomprensibile dal fatto che, contestualmente, la Lega di Bossi costruiva i suoi successi elettorali facendo suoi i temi che Fini gettava a mare. Insomma, cornuti e mazziati, ma tenuti insieme da un senso d’appartenenza fuori dal comune e dalla speranza che, quantomeno, dietro alle prese di posizione dell’allora Presidente di Alleanza Nazionale ci fosse un disegno politico ben preciso. Detto questo, per onestà intellettuale, dobbiamo avere il coraggio di ammettere che in molti, troppi casi, con il nostro silenzio fummo corresponsabili di quanto stava accadendo dentro al partito. Su questo punto non ci sono scuse, soltanto rimpianti. Sì, perché di fronte a spettacoli avvilenti come quello avvenuto ieri pomeriggio alla Camera, trovo umanamente comprensibile pensare che, forse, se fossimo stati tutti un po’ più decisi nel contrastare certe prese di posizione, se avessimo avuto le palle  per dire chiaro e tondo che così non si poteva andare avanti, beh, forse Fini avrebbe preso coscienza dei suoi errori. Forse, chissà. Certo, ora che la frittata è fatta tutti questi ragionamenti lasciano il tempo che trovano ma, vivaddio, si dovrà pur aprire una riflessione seria su una frattura che, in un sol colpo, ha sancito la fine di un percorso lungo oltre sessant’anni ed ha ammaccato vistosamente la carrozzeria del Popolo della Libertà. Sarebbe grave se quanto avvenuto ci lasciasse indifferenti, perché vorrebbe dire che viviamo in uno stato di sostanziale apatia, per non dire comatoso, assuefatti a subire passivamente qualsiasi cosa venga detta o fatta. Ecco, quello che mi aspetto è un sussulto, uno scatto d’orgoglio che parta soprattutto dai giovani, ma che coinvolga anche tutta la classe dirigente, attraverso il quale si abbia il coraggio di rivendicare, una volta per tutte e con estrema chiarezza, quelle istanze e quei valori nei quali la Destra si è sempre riconosciuta. Badate bene, a scanso di equivoci, con questo non intendo certo dire che dovremmo riappropriarci di certi rituali nostalgici, ma rispettarli anziché rinnegarli spudoratamente, perché fanno parte della nostra storia. No, non credo che dovremmo sbandierare posizioni razziste o xenofobe – che, per inciso, non hanno mai fatto parte del dna della Destra Italiana – ma essere fermi nel tutelare la sicurezza dei cittadini, nel contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina e di difendere, senza se e senza ma, la nostra Identità Nazionale e le nostre tradizioni da chi non le rispetta. Come non dovremmo assumere posizioni cosiddette “clericali” a prescindere, ma nemmeno mettere in discussione il concetto irrinunciabile di sacralità della vita e le indiscutibili radici cristiane sulle quali fioriscono le nostre tradizioni e la nostra storia. Allo stesso modo, e qui passiamo ad un argomento forse meno alto ma altrettanto importante, nessuno si è mai sognato di affermare che dovremmo essere un manipolo di cagnolini scodinzolanti ai piedi di Berlusconi (come dice adesso qualcuno che, evidentemente, di scodinzolii se ne intende) ma leali e costruttivi nei confronti del governo, degli elettori che ci hanno dato fiducia e, soprattutto, di noi stessi, che ci siamo buttati anima e cuore nel progetto del partito unico del centrodestra, quella “casa comune” in nome della quale, appena due anni fa, abbiamo abbandonato la nostra. Insomma, e qui concludo, non dovremmo far altro che tornare ad essere noi stessi. Il tradizionale appuntamento di Atreju è ormai alle porte, facciamo tutti in modo che non diventi l’ennesima occasione persa.

Alessandro Nardone

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La roulette russa delle liste elettorali

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La roulette russa delle liste elettorali


renata_polveriniPdl fuori. Polverini dentro. Formigoni fuori. E oggi ci toccherà vedere e raccontare chissà cos’altro. La roulette russa delle liste elettorali sta spianando quel che resta della politica e i cittadini ci stanno inondando di fax, lettere e mail che grondano di incredulità per quel che sta accadendo. Fin dal primo istante ho pensato che questo vai e vieni tribunalizio delle liste elettorali avrebbe provocato un terremoto politico. E ora ecco servita in tavola la maionese impazzita di un sistema che non riesce più a darsi né una regola né una regolata.

Qui a Il Tempo siamo stati i primi a condannare con brutale franchezza l’incapacità dei partiti nel presentare le liste, l’imbarazzante esistenza di certe sagome tragicomiche del Pdl, le colpevoli omissioni e grottesche disattenzioni del gruppo dirigente. Si pensava che i «biscottari» fossero solo a Roma, poi s’è scoperto – e la cosa non mi ha sorpreso per niente – che a Milano nel centrodestra sono più i «ganassa» che i politici di razza. Tutta l’Italia è Paese, il problema è che nel frattempo quel Paese sta correndo a tutta birra a spappolarsi sulla via Tar. Sotto gli occhi di una sinistra irresponsabile che, sotto la minaccia di una scalata dipietrista, pensa di salvarsi capitalizzando lo sfascio imminente cambiando logo e passando dalla falce al timbro e martello. Le forze antisistema avanzano, l’antipolitica si prepara al blitz e l’opposizione aleggia sul Pdl decimato come uno stormo di avvoltoi.

I nostri lettori ci chiedono: cosa sta succedendo? La risposta non è poi così difficile: accade che regole pensate per garantire il corretto funzionamento della democrazia dei partiti stiano triturando il sistema nel suo complesso. Da ragazzo leggevo con ammirazione la teoria del formalismo giuridico di Hans Kelsen, ma perfino allora, giovanissimo e inesperto delle cose della vita, mi chiedevo: tutto questo è sufficiente ad assicurare la giustizia? Siamo certi che alla democrazia basti il solo diritto positivo? O non si rischia piuttosto di produrre un moloch giuridico capace di giustificare, in nome del formalismo, anche l’errore e perfino l’orrore? Tranquilli, non sto sconfinando nella filosofia del diritto, sto solo cercando di mettere insieme i cocci del piatto della politica nostrana.

La situazione è francamente kafkiana: in Lombardia il centrodestra non ha più né il candidato alla Presidenza, Roberto Formigoni, né le liste collegate. Tabula rasa. Nel Lazio il centrodestra è ridotto in Polverini. Renata è candidata, ma il motore del Pdl è rimasto in officina in attesa di miracolose riparazioni legali. Lombardia e Lazio sono, en passant, rispettivamente la prima e la seconda regione d’Italia per prodotto interno lordo. Milano è il centro finanziario del Paese, Roma il cuore pulsante del potere politico. Davvero si può pensare che il partito più votato d’Italia possa restare fuori dalla competizione elettorale in queste due regioni? Certo, ci sono le regole e vanno rispettate. Ci sono gli incapaci e vanno sanzionati. Ma accanto a tutte queste belle e valide ragioni c’è anche una cosa che si chiama democrazia. E questa non è facilmente riducibile a una firma in calce, un timbro, un logo, un pezzo di carta bollata. Non mi stancherò mai di ripetere che la democrazia non è solo forma, è soprattutto sostanza. Ci si può arrovellare quanto si vuole su questo punto, si possono invocare mille regole, articoli, commi, codicilli, ma il corpo elettorale non è un estraneo che si può ignorare in nome delle norma astratta. Qui è in gioco qualcosa di profondo e mi pare davvero bizzarro che non ci si sia ancora resi pienamente conto di quel che può accadere.

Ho letto con grande attenzione le dichiarazioni di alcuni esponenti del centrodestra: sono frasi di gente navigata che sente il fiato sul collo del proprio elettorato. Arrabbiato. Deluso. É dai tempi di Tangentopoli che l’Italia è in perenne transizione, nel frattempo le inchieste sono riesplose, la grande mietitrice giudiziaria s’è rimessa in moto e qui, nei giornali, già sappiamo che il tappo del vulcano sta per saltare. Fidatevi, i cronisti hanno fiuto. É arrivato il momento di trovare una soluzione condivisa e di essere responsabili. Perché il voto è l’ultima cosa rimasta agli italiani.

Mario Sechi per Il Tempo

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2010: l’elenco dei miei desideri per l’Italia.

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2010: l’elenco dei miei desideri per l’Italia.


italy___grunge_by_tonemappedEh sì, ogni anno che passa tirare le somme di quello che sta per concludersi diventa sempre più complicato forse perché, almeno per quanto mi riguarda, con il trascorrere del tempo divento sempre più esigente, soprattutto nei confronti di me stesso. Così, anziché scrivere un resoconto di ciò che è stato nel 2009, tenterò di fare un elenco delle cose che mi aspetto dal 2010. Massì, mi prendo la libertà di fare una sorta di lista della spesa anche perché, in fondo, sognare non solo non costa nulla ma è anche un ottimo esercizio, che inconsciamente ci spinge a lottare sempre e comunque per il massimo obbiettivo. Insomma, nessuno riuscirà mai a togliermi dalla testa che, se proprio dobbiamo metterci in gioco, tanto vale farlo puntando alla posta più alta. Sempre e comunque. A conferma di quanto vi ho appena detto, spesso e volentieri, quando qualcuno mi chiede “come và” amo rispondergli che se mi lamentassi sarei un ingrato e se mi esaltassi sarei uno che si accontenta. Fatta questa già lunga ma doverosa premessa posso cominciare a dare libero sfogo alla mia immaginazione, tentando di elencare tutto ciò che desidero (senza il condizionale) per l’anno che tra poche ore vedrà la luce. Desidero che il clima politico finalmente cambi, che il confronto sulle idee prenda il posto dell’astio e degli attacchi personali, da entrambe le parti. Desidero non sentirmi più dire frasi del tipo “non capisco come possa, una persona in gamba come te, stare da quella parte politica”. Desidero che il Presidente Fini torni a scaldare il cuore mio e del popolo della destra, riappropriandosi di argomenti che, sono sicuro, continuano ad essere parte integrante del suo dna politico ed umano. Desidero che il Presidente Berlusconi consegni il Partito nelle mani di una nuova classe dirigente, puntando convintamente sulla generazione dei trentenni, che dovranno essere messi nelle condizioni di affrontare e vincere la sfida di una vera e propria “Rivoluzione del merito”. Desidero che maggioranza ed opposizione, questa volta, facciano il possibile e l’impossibile per portare a compimento quel processo riformista di cui la nostra Italia ha terribilmente bisogno. Desidero che l’opposizione collabori, senza pregiudizi, con la maggiornanza per arrivare quanto prima alla soluzione della crisi economica puntanto, innanzitutto, alla salvaguardia dei posti di lavoro. Desidero che maggioranza e opposizione, nell’ottica di un reciproco riconoscimento, s’impegnino per arrivare ad una definitiva “Pacificazione nazionale” consegnando, in modo definitivo e inappellabile, le antiche divisioni ideologiche ai libri di storia. Desidero che i cosiddetti cattivi maestri della sinistra radicale vengano finalmente isolati, perché non possano più inculcare, specialmente nei più giovani, sentimenti negativi come quello che, ad esempio, spinge qualcuno a gridare il vergognoso slogan “1, 10, 100, 1000 Nassirya”. Desidero che gli oltre 9000 Soldati Italiani impegnati in Missioni di Pace in tutto il mondo siano onorati e rispettati da tutti gl’italiani. Desidero che tutti i rappresentanti delle Forze dell’Ordine siano onorati e rispettati da tutti gl’italiani. Desidero che la mentalità degli italiani diventi sempre meno provinciale e che, cioè, la finisca di anteporre interessi di bottega a quelli dell’intera comunità. Desidero che ogni italiano sia orgoglioso della sua Patria e che si commuova quando sente l’Inno o vede sventolare il Tricolore, sempre, non solo quando vinciamo i Mondiali di calcio. Desidero che a Como, la mia città, venga abbattuto al più presto quell’orrendo muro che oscura il Lungo Lago. Desidero, per me stesso, di continuare a migliorare in tutto ciò che faccio rimanendo sempre fedele a me stesso e guadagnandomi, sul campo, il ripetto e la stima delle persone che mi sono vicine e che credono in me. Desidero, infine, che questo 2010 regali ad ognuno di voi la forza di credere e lottare per inseguire ogni desiderio. E realizzarlo.

Alessandro Nardone

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Addio “compagno Fini”. Ora Gianfranco è sociale

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Addio “compagno Fini”. Ora Gianfranco è sociale


GIANFRANCO FINI

Un Fini sociale. Che guarda alla famiglia. Ai giovani. A voler esser un pizzico maliziosi si potrebbe anche aggiungere un Fini che si concentra sugli italiani. Insomma, sarà un presidente della Camera diverso, che ridisegna le sue priorità. Non vuol dire che il cofondatore del Pdl abbia deciso di abbandonare le battaglie che hanno caratterizzato il suo anno politico che s’avvia a conclusione. Semplicemente, si tratta di rinnovare l’agenda, di introdurre nuovi elementi, nuovi contenuti. E sicuramente anche nuovi toni.

Il rapporto con Silvio Berlusconi si mantiene sereno.  Presto per dire che sia tornato saldo. Ma il fatto che i due, dal giorno della statuina vicino a piazza Duomo, oltre ad essersi visti si siano sentiti quattro volte al telefono, è segno che qualcosa è cambiato. Qualcosa di sostanziale. Certo, per ora oggetto dei colloqui sono stati soprattutto gli auguri per le festività. Convenevoli. Poco, quasi per nulla: è corsa lungo le cornette la politica. In ogni caso, il clima è cambiato. E forse più che la statuina a farlo mutare è stato il fuorionda con il quale era stato svelato un colloquio riservato tra il presidente della Camera e il procuratore della Repubblica di Pescara. Clima diverso e ora si cambiano anche gli argomenti.

Il Fini targato 2010 sarà molto più attento alle questioni economiche. E in particolare sociali. Per esempio, il principale inquilino di Montecitorio è deciso a chiedere che il governo applichi uno dei punti qualificanti del programma di governo: realizzi il quoziente familiare. Insomma, metta mano al sistema fiscale prevedendo aiuti alle famiglie. Nel piano presentato alle elezioni 2008, si parla esplicitamente di quoziente (come in Francia, dove i contribuenti vengono considerati anche come nucleo familiare), sebbene si citi la sua introduzione in via sperimentale. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti si sta muovendo su una strada analoga, ma diversa che preveda bonus in base ai figli che fanno parte della famiglia.

Di sicuro, Fini chiederà di accelerare questo processo. Altro tema che il presidente della Camera si appresta a lanciare riguarda il welfare. In particolare, la nuova bandiera sarà un sistema di stato sociale più inclusivo soprattutto per i giovani. D’altro canto, il welfare inclusivo era nel decalogo che ha compilato Fini nel suo libro «Il futuro delle libertà». E per capire che tipo di stato sociale immagini l’ex leader di An basta ricordare le sue parole del giugno scorso sulle garanzie: «Occorre correggere le anomalie delle frammentazioni e della disparità di trattamento che abbiamo ereditato dal passato. Lo sforzo deve essere quello di costruire un welfare inclusivo che non discrimini i precari rispetto ai garantiti. Un sistema più moderno che miri a tutelare il lavoratore nelle varie fasi della sua vita professionale oggi non più all’insegna necessariamente del posto fisso ed a tempo indeterminato.

In questo senso – ammoniva Fini – il sistema di ammortizzatori sociali deve coprire i nuovi rischi del mercato del lavoro, permettendo al lavoratore di affrontare i cambiamenti senza che questi si traducano inevitabilmente in negativi arretramenti delle sue condizioni di vita». Non mancheranno certamente gli appelli al dialogo e alle riforme condivise, e i moniti contro i voti di fiducia. Ma si parlerà meno di immigrati e anche la legge sulla cittadinanza verrà presto accantonata con la scusa della campagna elettorale incipiente. Fini appare deciso anche a riscoprire una sua battaglia un po’ messa da parte: quella a favore delle donne.

Sul sito della sua fondazione Farefuturo, da pochi giorni, compare un nuovo testo con il quale si annuncia che l’associazione «vuole promuovere una “rivoluzione della dignità” centrata sull’insostituibile ruolo sociale della donna, sul valore originale della sensibilità e dell’ingegno, su una vera politica delle pari opportunità, sulla riscoperta anche del ruolo materno». Più in generale, l’intera fondazione subirà una mutazione: meno futili provocazioni culturali e più analisi, più ricerca, più proposte (che poi dovrebbe essere l’obiettivo numero uno). Infatti sul web è l’intera pagina di presentazione dell’organizzazione ad essere stata riscritta. Al primo punto si legge: «L’egemonia del presente domina lo spazio del dibattito del nostro Paese. Soffriamo di un pericoloso schiacciamento sull’immediato del “tempo storico”: la cultura del sondaggio diventa l’unica premessa per azioni, strategie, leadership; il “mark to market” diventa sistema decisionale e cifra delle politiche pubbliche e delle scelte private. Farefuturo vuole promuovere una rinnovata cultura strategica».

Un capitolo a parte riguarda i rapporti internazionali. La fondazione del presidente della Camera ha stretto alleanze con quella dell’ex premier spagnolo Aznar (Faes) e con la fondazione Adenauer e alcuni eurodeputati che provengono da An hanno riscoperto un certo interesse nei loro confronti da parte degli esponenti della Cdu. Fini ne è consapevole e infatti vedrà i parlamentari di Strasburgo a lui più vicini subito dopo le feste, forse in un pranzo informale.

Poi verranno i viaggi all’estero. Due quelli più importanti. Il primo a Washington su invito della speaker della Camera Usa, Nancy Pelosi, per febbraio. Non esclude un incontro anche informale con Obama, sebbene non sia prassi che il presidente degli Stati Uniti riceva il presidente di un ramo del Parlamento italiano: sono al lavoro le diplomazie. Il secondo a Gerusalemme, sempre in febbraio: per Fini un ritorno.

Fabrizio Dell’Orefice per Il Tempo

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“Sono l’islamico Mohamed, la maestra mi nega il presepe”

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“Sono l’islamico Mohamed, la maestra mi nega il presepe”


nativita Salve, sono Mohamed Venez-Janiì, bambino musulmano di anni dieci. Stamattina ero contento di andare a scuola perché dovevamo andare a vedere il presepe e a festeggiare con i canti di Natale. Invece stamattina la maestra ha detto che per rispetto nei miei confronti si resta in classe e non si festeggia Natale. Gesù Bambino è troppo offensivo per noi islamici, ha detto, la Madonna vergine, devota e madre, è un insulto ai diritti delle donne, i Re Magi sono tre offese alla Costituzione repubblicana, gli Angeli sono una presa in giro dei trans, il bue e l’asinello sono un’offesa ai diritti degli animali ridotti a termosifoni della grotta, e il panettone è un insulto consumista alla fame nel mondo. Ma il Natale tutto, ha detto, mortifica quelli come me, che non sono cristiani, ci offende e ci prende pure in giro perché ci riduce nel presepe a beduini, pastori e cammellieri. Ma la maestra non sa che per noi islamici beduini non è un’offesa, e nemmeno pastori e cammellieri. Mio zio è cammelliere e ha pure le capre e io da grande volevo fare il beduino. Comunque Natale non si festeggia per rispetto mio.

La maestra della classe accanto, più furba, ha trasformato il Natale in festa della luce: io non lo so, perché vengo da lontano, ma forse a Natale si festeggia la santa natività dell’Enel. La maestra del piano di sotto, invece, non ha fatto festeggiare e ha spogliato l’albero di tutte le palle luminose perché quattro ladri hanno rubato l’insegna ad Auschwitz; ma non ho capito che c’entra con Gesù Bambino.
Non vi dico la rabbia che mi ha preso quando ci ha detto che non si andava più a cantare «Tu scendi dalle stelle» e non si mangiava più il panettone per rispetto di noi islamici. E non solo mi sono arrabbiato perché ci hanno tolto una bella mattinata di festeggiamenti, ma questa cosa che non si festeggia perché ci sono io musulmano mi ha fatto odiare per la prima volta da tutti i miei compagni di classe perché hanno capito che a causa mia e della mia famiglia non si festeggia Natale e non si canta ma si interroga e si fanno i compiti. Mi hanno preso per uno che piange e si arrabbia se gli altri festeggiano, non ama il Bambinello e detesta la Madonna come il Panettone.

Dicono che vengo dalla Rabbia saudita. Non mi invitano più alle feste perché pensano che io sono contrario e gliela tiro. Vedono me, mia madre Fatima e mio padre Alì, come guastafeste e anche un poco terroristi. E invece non è vero: a me piace Natale e a casa mia di solito a Natale si mangia l’Agnellone perché pure per noi è una mezza festa, mi è simpatico il Bambinello, la gente intorno al presepe è tutta delle parti mie, non c’è nemmeno un personaggio padano o inglese. Tutti mediorientali come me. Salvo gli angeli che sono come le hostess degli aerei, vivono in cielo e non hanno una terra loro.

Questa storia che si deve rispettare me che sono islamico mi ha stufato. Il giorno prima della festa di tutti i santi, la mia maestra ha detto che non dobbiamo festeggiare perché si offendono non solo gli islamici, gli ebrei e i non credenti ma pure i protestanti. Poi, d’accordo con il capo d’istituto, ci ha riuniti tutti intorno alla cattedra e ha tolto dal muro il crocifisso. Ha detto che quel segno lì, sperduto sul muro a fianco alla lavagna, che non avevo mai notato, offendeva me e tutti quelli che come me non credono e non pregano per Cristo. A me è dispiaciuto vedere quel poveretto magro magro e già sofferente, pieno di sangue e con quei chiodi conficcati nelle mani e nei piedi, finire in una busta di plastica e andare chissà dove; raccolta differenziata, almeno spero. I miei amici dicevano: ma che ti ha fatto Gesù Cristo, che ha fatto alla tua famiglia? E io non sapevo cosa dire perché non mi aveva fatto niente, non mi offendeva affatto, mi faceva pena. Mio padre ne aveva parlato pure bene, diceva che era un profeta, comunque una brava persona. E non ce l’aveva con noi musulmani né tifava per gli americani anche perché quando c’era lui, non c’erano ancora né l’Islam né l’America.

Ma ora che la maestra ha tolto il crocifisso, l’albero, il presepe, la festa di Natale, i canti e le preghiere perché offendevano me, una mia amichetta ha detto: ma perché sei così incazzuso e ti offendi per ogni cosa che abbiamo e festeggiamo noi? Ma io non mi offendo affatto, è lei, la maestra, che dice così. Ho paura che ci toglieranno pure Pasqua perché offende noi musulmani. Ho paura che si inventeranno qualcosa per toglierci pure le vacanze dell’estate e diranno che non si fanno perché noi musulmani odiamo il mare e preferiamo il deserto. Bugia, a me piace il mare. Io non so perché voi italiani vi vergognate di fare le cose che avete sempre fatto, di far vedere agli altri le cose che vi piacciono da sempre; non volete farci capire che pure voi avete un dio, solo che lo chiamate e lo vedete in altro modo. Ho l’impressione che questa maestra – che legge la Repubblica ma siccome è pluralista, come dice lei, porta a volte in classe l’Unità, Il fatto e Il manifesto – trova la scusa che c’è in classe l’islamico ma è lei che non sopporta il Natale.

Forse perché s’annoia, forse perché da bambina perdeva a tombola, forse perché il marito la trova racchia, o non so, perché detesta la Croce, il Papa e tutti i suoi dipendenti. A me il presepe piace; mi piace meno quel panzone vestito di rosso, Babbo Natale, che mi sembra un pagliaccio carico di vizi, pensa solo a ingrassare e a farci ingrassare e mi fa pure paura perché è travestito. Anzi una volta ho chiesto alla maestra come si dice di uno che ama i bambini? E lei mi ha detto «pedofilo».

Babbo Natale allora è pedofilo. Perché non lo mettete in galera? Ma poi non dite che lo fate per rispetto del bambino islamico. Smettetela perché se andiamo avanti così, nessuno mi invita più a giocare insieme. Non avete capito che a forza di rispettarmi, mi state escludendo da ogni vostra festa. Comunque ora che non ci sente la maestra dico la parolaccia: Buon Natale.

Marcello Veneziani per Il Giornale

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Fini rompe gli indugi e chiama Silvio

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Fini rompe gli indugi e chiama Silvio


GIANFRANCO FINI

Addio alle polemiche. Addio ai dissidi delle ultime settimane. Addio a tutto. Prevale la fraterna amicizia. Gianfranco Fini alza la cornetta e chiama subito il Cavaliere ma i collaboratori del premier gli spiegano che sta facendo gli esami al San Raffaele. E più tardi gli spiegheranno anche che non è in condizioni di parlare al telefono, è stato informato e ringrazia di cuore e appena potrà richiamerà. Dunque l’aggressione a Berlusconi fa mettere da parte qualunque dissapore. Tanto il presidente della Camera si sente in diritto di intervenire al Tg1 con parole inequivocabili: «È un brutto giorno per l’Italia e tutte le forze politiche hanno il dovere di fare in modo che il Paese non riviva gli anni di violenza».

Fini esprime la propria «condanna» per quanto accaduto, «un gesto di violenza – dice – che non può essere giustificato». Il riferimento, per quest’ultima dichiarazione, era al commento che era stato fatto da Antonio Di Pietro, un commento di quasi comprensione del gesto di Massimo Tartaglia. Il principale inquilino di Montecitorio aveva seguito comizio di Silvio Berlusconi da casa in diretta tv. Ed era già apparso risollevato visto che non c’erano stati gli strappi auspicati da quelli che gli uomini di Fini chiamano i «falchi berlusconiani». Anzi, il presidente della Camera non era stato nemmeno citato nel corso del discorso in piazza Duomo e non si erano sentiti nemmeno accenni velati. Poi l’aggressione. Fini chiama subito Ignazio La Russa, che è con Berlusconi e Milano. Gli chiede che cosa sia accaduto. Quindi decide di cercare il premier. Subito dopo, intervengono tutti gli uomini più vicini al co-fondatore del Pdl.

Italo Bocchino, vicecapogruppo Pdl alla Camera: «L’aggressione a Berlusconi è frutto di un intollerabile clima di violenza verbale nei confronti del presidente del Consiglio liberamente scelto dagli italiani». «Al premier – aggiunge – va la vicinanza di tutti coloro che non consentiranno operazioni di piazza, peraltro violente, tese a rappresentare una tensione che non dovrebbe appartenere alla nostra democrazia». Quindi tocca al viceministro Adolfo Urso, che è anche segretario della fondazione FareFuturo: «Una aggressione vigliacca, frutto di una campagna d’odio che sta avvelenando la vita politica e il Paese. Piena solidarietà umana e politica al premier Berlusconi».

A ruota arriva anche il commento ufficiale della fondazione finiana: «Il clima d’odio, di rancore, di delegittimazione dell’avversario e del nemico non può che creare mostri, non può che riportare l’Italia a un tempo che nessuno vorrebbe più vivere. Oggi – aggiunge – è stato un gesto di un singolo. Gravissimo. Ma domani potrebbe essere di più. E per questo che non è più tempo dei falchi. È tempo, deve essere il tempo, delle colombe». La nota di FareFuturo aggiunge anche che «è per questo che la solidarietà e la condanna non sono sufficienti. Perché purtroppo il gesto folle di un individuo rischia di diventare il simbolo dell’apertura di una stagione nera per la storia d’Italia. Una stagione in cui il dialogo e la condivisione perdono terreno rispetto alla logica della barricata, dello scontro, della guerra».

Un altro finiano, Carmelo Briguglio, chiede che della sicurezza del premier se ne occupi adesso il Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. L’unico finiano a non profferire verbo è Fabio Granata. Da parte sua nessun commento. Né di solidarietà a Berlusconi né di condanna del gesto: anche questo è un segno dei tempi.

Fabrizio Dell’Orefice per Il Tempo

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Di Pietro: “premier istiga”. La Bindi rincara la dose: “Non faccia la vittima”

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Di Pietro: “premier istiga”. La Bindi rincara la dose: “Non faccia la vittima”


di-petro-comizio“Presenterò un esposto-denuncia contro Di Pietro per associazione a delinquere”. La ‘minaccia’ del sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto è quella che meglio sintetizza il clima si innesca nei confronti del leader dell’Idv Antonio Di Pietro considerato colpevole non solo di aver creato un clima “di odio” verso Berlusconi, ma anche di averlo indicato, subito dopo l’aggressione subita a Milano, come “l’istigatore” della violenza. Durissimi toni anche dal presidente del Pd, Rosy Bindi, secondo la quale “resta il fatto che tra gli artefici di questo clima c’è anche Berlusconi, non può sentirsi la vittima”. Immediata la replica del Pdl che invita Bersani a dissociarsi: “Le campagne di odio, l’aggressione giornalistica, il linguaggio folle, che non è soltanto del capo degli irresponsabili Antonio Di Pietro, hanno preparato il terreno”. Il segretario del Pd: “Va condannato senza se e senza ma ogni gesto di violenza”.

L’attacco di Di Pietro “Come al solito quando si tratta di criticare l’Idv i soliti ‘Soloni’ capiscono fischi per fiaschi. Ribadisco allora che noi tutti deploriamo e condanniamo l’aggressione subita dal presidente del consiglio. Ci mancherebbe altro!”. Così il leader dell’Idv Antonio Di Pietro commenta l’aggressione al premier a Milano. “Però – aggiunge – non può e non deve legittimare e giustificare la dilagante esasperazione che l’assenza di politiche economiche e sociali di questo governo sta provocando nei confronti di miglia di lavoratori e padri di famiglia”. “Già nei giorni scorsi – prosegue – avevo avvertito del rischio incombente che a qualcuno saltassero i nervi e non è prendendosela con me che si risolvono i problemi, ma affrontandoli e dando risposte ai bisogni dei cittadini, cosa che il governo Berlusconi non ha fatto e non pare abbia alcuna intenzione di fare”.

Cicchitto: “Istiga alla violenza” “Leggiamo la dichiarazione di Di Pietro su Berlusconi: essa conferma che egli è un autentico provocatore che sta scatenando una spirale di violenza nel Paese approfittando della debolezza politica dei suoi alleati”. E’ quanto afferma il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto. “Vedremo se verrà confermata la linea di alcuni esponenti politici di fare con questo figuro addirittura un ridicolo Cnl. Con Di Pietro al massimo si possono fare le brigate rosse e le brigate nere che hanno caratterizzato i momenti peggiori della vita politica italiana. In effetti – conclude Cicchitto – se ci fosse un minimo di razionalità politica intorno a lui bisognerebbe fare un autentico cordone sanitario”.

Crosetto pronto a denunciare “Oltre ad esprimere piena solidarietà al presidente del Consiglio, con alcuni colleghi parlamentari presenterò un esposto-denuncia contro l’onorevole Di Pietro per istigazione a delinquere”. Lo annuncia Guido Crosetto, sottosegretario alla Difesa e deputato del Pdl. “Le sue parole e i suoi atteggiamenti dell’altro giorno – aggiunge – hanno dato legittimazione a tutti coloro che vedono nella violenza il modo migliore per esprimere le proprie opinioni”. “Penso che tutta la politica debba fare in modo che questa persona non trovi più alcun dialogo da parte di chi – conclude Crosetto – pensa che il bene comune si amministri e si raggiunga solo con un sereno confronto democratico”.

Bindi: “Il premier non faccia la vittima” “Tra gli artefici di questo clima c’è anche Berlusconi, non può sentirsi la vittima”. Per la presidente del Pd Rosy Bindi “questi gesti vanno sempre condannati, mai giustificati. Qualche volta, però, sono spiegabili”. “Motivi di esasperazione ce ne sono molti, legati alla crisi economica che alcuni pagano con prezzi altissimi”, dice Bindi in un’intervista alla Stampa. “La sensazione più diffusa è che non sai più a chi rivolgerti, chi ti tutela. C’è perfino una rottura in parte creata ad arte del movimento sindacale. E poi c’è uno scontro politico che si porta dietro sicuramente frange estremiste o persone che perdono la testa, ma – sottolinea – chi ha più responsabilità fa di tutto per dividere il paese”. I contestatori “sbagliano, non si disturbano le piazze degli altri”, ma “è anche vero che c’è modo e modo per zittire le persone. E anche oggi il premier ha mantenuto toni duri, mancava solo la frase: e per tutto questo ora andiamo al voto”, sostiene Bindi, secondo cui “le opposizioni sono pronte a reagire se il premier vuole elezioni per cambiare la Costituzione”.

Il Pdl: “Ciarpame politico” Le affermazioni della Bindi “sono un lascito del passato: nelle sue parole si percepisce quel terribile concetto di superiorità morale che è tipico della sinistra”. I sottosegretario Paolo Bonaiuti commenta duramente le affermazioni dell’esponente del Pd sul’aggressione al presidente del Consiglio. “Finché la sinistra – ammonisce Bonaiuti – si tirerà dietro questo ciarpame non arriverà a nulla. Il moralismo li anima li rende convinti di essere solo loro depositari della verità. È un’arretratezza che va superata”. Bonaiuti poi torna ad attaccare il gruppo editoriale Espresso-Repubblica e l’editoriale di oggi sull’Unità, “in cui si dice che il colpo di Duomo in testa a Berlusconi gli darà più titoli e vigore per la campagna elettorale per le Regionali”. “Dire che un fatto come quello – puntualizza – possa essere utilizzato a fini politici non fa altro che generale violenza ed odio”. E conclude: “Mi dispiace che la sinistra riformista invece di fare proposte concrete per il Paese si allei con Di Pietro ed il suo linguaggio volgare”.

Napolitano: “Basta spirale di violenza” “Esprimo la più ferma condanna del grave e inconsulto gesto di aggressione nei confronti del Presidente del Consiglio al quale va la mia personale solidarietà”. Inoltre esprimo “il più netto, rinnovato appello perché ogni contrasto politico e istituzionale sia ricondotto entro limiti di responsabile autocontrollo e di civile confronto, prevenendo e stroncando ogni impulso e spirale di violenza”. Con queste parole il Capo Dello Stato Giorgio Napolitano commenta l’aggressione. Il Presidente, secondo quanto si è appreso, ha chiamato in tarda serata il presidente del Consiglio esprimendo per telefono tutta la sua solidarietà.

Il Giornale

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Casini: “Voto anticipato? Un fronte unico anti Silvio”

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Casini: “Voto anticipato? Un fronte unico anti Silvio”


casiniSe Berlusconi vuole andare al voto anticipato sappia che si troverà di fronte alle urne uno schieramento repubblicano in difesa della democrazia». Nel suo studio al quinto piano di Montecitorio dove si gode una vista magnifica sui tetti di Roma, Pier Ferdinando Casini distende le gambe su un tavolino sorseggiando un tè con l’aria di chi si sente «in forma smagliante».

E tra un ragionamento e l’altro, Casini non lesina stoccate: dà del «paranoico» al premier, «con simpatia s’intende»; avverte Formigoni che per allearsi con l’Udc alle regionali deve dimostrare di non essere succube della Lega. E annuncia che appoggerebbe Emiliano con il Pd in Puglia anche se Vendola si presentasse lo stesso.

Casini, cosa c’è in fondo al tunnel? Perché questi strappi continui del premier?
«L’unica strategia plausibile è che ritenga di andare al voto anticipato, non c’è altro modo di spiegare un comportamento così dissennato. Così trasmette un’immagine di sua insicurezza e di precarietà dell’Italia. E’ chiaro che in queste condizioni una richiesta di elezioni anticipate farebbe emergere uno schieramento repubblicano a presidio della democrazia. E poiché penso che la democrazia sia un valore io mi schiererei “senza se e senza ma” in sua difesa».

Sta dicendo che se la situazione precipitasse lei farebbe fronte comune alle elezioni con il Pd e Di Pietro?
«Innanzitutto dico che uno schieramento repubblicano dovrebbe interpellare le coscienze di tanti parlamentari della Pdl, che non credo possano accettare una deriva di questo tipo. Aggiungo che una divisione del Paese così lacerante sarebbe perniciosa e mi auguro che Berlusconi non segua questa strada. Ma un caso del genere richiederebbe una risposta inedita rispetto a quelle che si sono prefigurate fino ad oggi. Osservo però che minacciare le elezioni anticipate non significa averle».

Se il Capo dello Stato, in caso di dimissioni del premier, desse un incarico a Fini per un governo istituzionale lei lo voterebbe?
«Chi guida un esecutivo lo decide solo il presidente della Repubblica. E’ chiaro che noi saremmo disponibili a una soluzione istituzionale e continuo a mantenere la mia convinzione che in cinque minuti si potrebbe fare un governo».

Cosa spinge Berlusconi a confliggere con Fini e Napolitano?
«Lui ha una certa allergia alla diversità. Ieri toccava a me, oggi a Fini e domani a qualcun altro. Preferisce un governo a sua immagine e somiglianza. Ma ritenere che questo presidente della Repubblica sia parte di una contesa contro Berlusconi è una fuga dalla realtà. Siamo alla paranoia generalizzata. Che dovrebbe fare Napolitano? Inveire contro i giudici? La deposizione di Graviano dimostra poi che il meccanismo in essere è di garanzia per tutti. E’ una deriva inconcepibile a quindici anni dalla discesa in campo con cento voti di maggioranza. Dov’è questo complotto?».

A proposito, a lei è mai venuto in mente di bonificare i suoi uffici quando era presidente della Camera?
«Sono cose ordinarie, sì l’ho fatto anche io. Ma lo fanno anche a Palazzo Chigi».

Fini, oggetto di attenzioni a destra e sinistra, è stato tirato per la giacca da Rutelli. Un errore o un salto in avanti?
«Io di Rutelli posso parlare solo per le cose giuste che fa. Quelle sbagliate non le commento. Non ho la pretesa di arruolare nessuno in un mio futuro Partito della Nazione, ma se si creeranno condizioni nuove, come dice la canzone, si scoprirà solo vivendo».

Abbiamo cominciato con le politiche, finiamo con le regionali che sono certificate da una data sicura e imminente. Appoggerà Formigoni in Lombardia? E voterebbe Emiliano in Puglia anche se Vendola si presentasse lo stesso?
«Contro Formigoni non abbiamo nulla. Ma se Formigoni vuole fare il “Re Travicello” della Lega ne prenderemo atto. Vedremo intanto se oggi a Milano firmerà con me in segno di solidarietà al cardinale Tettamanzi offeso dai leghisti. Per quel che riguarda la Puglia, ricordo che Emiliano è un sindaco e nella sua giunta c’è l’Udc. Poiché governa bene Bari credo che potrebbe governare bene la sua regione».

Carlo Bertini per La Stampa

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Berlusconi prepara il taglio delle tasse

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Berlusconi prepara il taglio delle tasse


silvio-22Berlusconi ha già deciso. La campagna elettorale per le regionali, superato il nodo giustizia, avrà un tema centrale: abbassare le tasse, cavallo di battaglia del Cavaliere. Niente congresso del Ppe. Almeno per ieri. Oggi l’intervento di Silvio Berlusconi è già in programma. Il presidente del Consiglio sarebbe dovuto arrivare ieri sera anche per avere alcuni incontri di rilievo, uno dei quali era fissato con Pier Ferdinando Casini. Ma anche il leader dell’Udc ha fatto sapere che avrebbe disertato il vertice per restare sulle questioni politiche nazionali più urgenti. Niente Bonn.
E niente Roma, dove pure s’è parlato di una possibile tappa ieri mattina. Niente, il Cavaliere resta a Milano. Nella sua Milano. Nella reggia dorata di Arcore. Snobba la politica romana, non vuol sentire nemmeno nominare Fini, non vuole parlare con lui. Non lo vedrà questa settimana. E forse neppure la prossima anche se è previsto che intorno a metà mese il premier faccia tappa nella Capitale per l’ufficio di presidenza del Pdl e per decidere le ultime candidature per le Regionali. Proprio a queste sta lavorando negli ultimi giorni. Il premier sta ragionando sui candidati presidente e anche ai listini bloccati.
Nella sua testa c’è l’idea di sistemare la partita giustizia, tra processo breve, legittimo impedimento e lodo Alfano per via costituzionale, per poi buttarsi sulle elezioni che saranno come mai decisive. Se infatti il governo dovesse uscirne rafforzato, per Berlusconi la strada potrebbe intraprendere un bel tratto di discesa. L’idea del Cavaliere è di fare la prima parte della campagna elettorale sui temi della giustizia, spiegando anche la sua versione dei processi e delle inchieste che sta subendo o ha subito. Attaccare una parte dei pm. Ridicolizzare le ultima accuse dei pentiti di mafia. La seconda parte dovrebbe avere un unico tema centrale: le tasse. Abbassare le tasse, il vecchio cavallo di battaglia del Cavaliere.

La vera incompiuta di questa prima parte della legislatura. Qualcosa Berlusconi s’era lasciato scappare quando autorizzò Gianni Letta ad annunciare il prossimo taglio dell’Irap, una iniziativa che fece infuriare Tremonti. Ora che tutto si è ricomposto si sta mettendo a punto il piano vero e proprio. E questo lo si travederebbe anche dal fatto che il ministro dell’Economia non ha consentito che si mettessero le mani sugli introiti dello scudo fiscale, quasi quattro miliardi di euro. Il maxi taglio delle tasse dovrebbe essere anche più ad ampio raggio e dovrebbe agganciarsi ai primi segnale di ripresa che già si stanno avvertendo e che dovrebbero essere più robusti già a partire da gennaio. Dunque, non dovrebbe essere una sforbiciata solo all’imposta sulle attività produttive.
Più probabile che una parte possa cominciare a riguardare anche le imposte sui redditi e sul lavoro dipendente. Con l’intervento sul Fisco Berlusconi pensa di dare una svolta decisiva sulle Regionali. Nell’entourage del Cavaliere c’è ottimismo sul fatto che il centrodestra possa strappare almeno tre Regioni attualmente governate dal centrosinistra: il Lazio, la Campania e la Calabria. Più difficile la partita in Puglia e Piemonte dove l’intesa con l’Udc sarà determinante e dove, non a caso, le trattative sono più irte di ostacoli che altrove.

Fabrizio Dell’Orefice per Il Tempo

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Berlusconi e Fini, è ora che vi parliate.

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Berlusconi e Fini, è ora che vi parliate.


fini e berlusconi pop artRicordate “La guerra dei Roses”? È un bel film di ormai vent’anni fa in cui Michael Douglas e Kathleen Turner (diretti da Danny De Vito) interpretano la storia della coppia perfetta, ovvero quella stereotipata in cui lui e lei si conoscono per caso ai tempi dell’università e, da allora, è un continuo crescendo di rose e fiori. Ma la loro relazione, così perfetta, ad un certo punto si deteriora e loro finiscono con l’odiarsi. Perchè? Il paradosso è che non c’è, un perché. O meglio, non uno preciso, ma una serie di tanti piccoli motivi che, disseminati durante il loro quotidiano cammino comune, si sono via via ingigantiti, alimentati dallo scemare della passione e dall’aumentare di un’insensata competizione interna alla coppia. Vi ricorda qualcosa, vero? Certo che sì, e sono sicuro che leggendo le mie righe avrete accennato un sorriso, cogliendo immediatamente la metafora con cui ho voluto approcciarmi a questo spinoso (sempre per restare in tema di rose) argomento. Berlusconi e Fini, Fini e Berlusconi, Silvio e Gianfranco, Gianfranco e Silvio: sono ormai mesi che leggiamo di loro in termini, per così dire, contradittori. Un continuo susseguersi di agenzie, dichiarazioni vere o presunte, bene o male interpretate, di fuori onda e di commenti di parte. Sì, avete letto bene, di parte. Perché (almeno sulla carta stampata) si sono formate due opposte fazioni, che per intenderci definirei curve, da cui i rispettivi ultras di Silvio e Gianfranco non se le mandano certo a dire. Anzi. Picchiano come dei fabbri. Ma a ben vedere è uno scontro Pop, talmente Pop che persino l’opposizione, senza nemmeno accorgersene, ne è stata letteralmente fagocitata, costringendo il Pd e persino lo sguaiato Di Pietro a fare il tifo per il Presidente della Camera. Situazione impensabile solo fino a qualche mese fa che, a mio parere, più che i problemi tra Berlusconi e Fini, mette a nudo la pressochè totale mancanza di una figura carismatica nell’area di un centrosinistra sempre più ai margini della scena politica.  Certo, qualcuno potrebbe obbiettare che, se la sinistra inneggia a Fini, è solo grazie ai suoi continui distinguo nei confronti del Governo ed a alcune battaglie per così dire “anomale” nell’ambito della destra. Ed in parte ha ragione. Non tanto per i richiami alla centralità del Parlamento o al rispetto degli altri poteri dello Stato, quelli sono per lo più atti dovuti alla carica che attualmente ricopre. Il nocciolo della questione sono alcune sue prese di posizione che l’elettorato di centrodestra fatica a comprendere e, quindi, mal digerisce. Mi riferisco, in particolar modo, a quella sull’immigrazione, tema sul quale Gianfranco batte ormai da qualche anno dimostrando, ad onor del vero, una sincera convinzione sulla valiidità dei suoi argomenti, non perdendo occasione per rimarcarli. Proprio questa sua tigna ha spinto alcuni commentatori d’area a dar voce ai sempre più numerosi mugugni di dirigenti e militanti, mettendo sotto gli occhi di tutti quel deterioramento di cui parlavo all’inizio. Ora, mettiamo che qualcuno rientri in Italia dopo un lungo viaggio e che sia rimasto alle notizie di un anno fa, beh, una volta letta questa prima parte del mio articolo potrebbe tranquillamente pensare che si tratti di semplice dibattito interno, su grandi temi di cui un grande partito come il Popolo della Libertà fa bene a discutere. Chi potrebbe dargli torto? Il problema, quello vero, è il contesto in cui è scoppiata questa grana, ovvero, nel bel mezzo di un’offensiva trash-forcaiola cominciata, guarda caso, nel momento di maggiore popolarità vissuto da Berlusconi, che era riusciito ad appropriarsi – anche grazie all’assist di un inconsapevole Franceschini – persino del 25 aprile. Da lì è partita la triste campagna che ben conosciamo, che è culminata con la spettacolarizzazione delle deposizioni di un criminale analfabeta di bassa lega come Spatuzza, passando attrraverso il gossip e la contradittoria bocciatura del Lodo Alfano. In un simile momento, dicevo, di tutto c’era bisogno tranne che di dare il la a questo scontro fratricida, che è nato con l’editoriale in cui Vittorio Feltri, dopo aver rinfacciato a Fini alcune dichiarazioni sul caso Boffo, lo attaccava apertamente, dando voce a quei famosi mugugni che, fin lì, erano rimasti strozzati nelle gole di chi si sentiva orfano del Fini-pensiero. Ovvio, Feltri è un grande giornalista, non un politico, ergo certi calcoli non gli competono, ma è un fatto oggettivo che con quel suo ormai celebre editoriale abbia tirato un bel calcione al can che dormiva, quantomeno in pubblico. Arrivati a questo punto, però, bisogna trovare una soluzione e per farvi capire come la penso torno alla metafora iniziale, quella del film. Vi ricordate il finale? Dopo essersene fatte di tutti i colori, la coppia, ormai stremata, si barrica in casa con l’intenzione di arrivare alla resa dei conti, una volta per tutte. Sia lui che lei erano pronti a tutto, infatti, proprio quando stanno per ammazzarsi entrambi si sfiorano la mano e, guardandosi negli occhi, capiscono di amarsi ancora.

Alessandro Nardone

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