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Berlusconi e Fini, è ora che vi parliate.

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Berlusconi e Fini, è ora che vi parliate.


fini e berlusconi pop artRicordate “La guerra dei Roses”? È un bel film di ormai vent’anni fa in cui Michael Douglas e Kathleen Turner (diretti da Danny De Vito) interpretano la storia della coppia perfetta, ovvero quella stereotipata in cui lui e lei si conoscono per caso ai tempi dell’università e, da allora, è un continuo crescendo di rose e fiori. Ma la loro relazione, così perfetta, ad un certo punto si deteriora e loro finiscono con l’odiarsi. Perchè? Il paradosso è che non c’è, un perché. O meglio, non uno preciso, ma una serie di tanti piccoli motivi che, disseminati durante il loro quotidiano cammino comune, si sono via via ingigantiti, alimentati dallo scemare della passione e dall’aumentare di un’insensata competizione interna alla coppia. Vi ricorda qualcosa, vero? Certo che sì, e sono sicuro che leggendo le mie righe avrete accennato un sorriso, cogliendo immediatamente la metafora con cui ho voluto approcciarmi a questo spinoso (sempre per restare in tema di rose) argomento. Berlusconi e Fini, Fini e Berlusconi, Silvio e Gianfranco, Gianfranco e Silvio: sono ormai mesi che leggiamo di loro in termini, per così dire, contradittori. Un continuo susseguersi di agenzie, dichiarazioni vere o presunte, bene o male interpretate, di fuori onda e di commenti di parte. Sì, avete letto bene, di parte. Perché (almeno sulla carta stampata) si sono formate due opposte fazioni, che per intenderci definirei curve, da cui i rispettivi ultras di Silvio e Gianfranco non se le mandano certo a dire. Anzi. Picchiano come dei fabbri. Ma a ben vedere è uno scontro Pop, talmente Pop che persino l’opposizione, senza nemmeno accorgersene, ne è stata letteralmente fagocitata, costringendo il Pd e persino lo sguaiato Di Pietro a fare il tifo per il Presidente della Camera. Situazione impensabile solo fino a qualche mese fa che, a mio parere, più che i problemi tra Berlusconi e Fini, mette a nudo la pressochè totale mancanza di una figura carismatica nell’area di un centrosinistra sempre più ai margini della scena politica.  Certo, qualcuno potrebbe obbiettare che, se la sinistra inneggia a Fini, è solo grazie ai suoi continui distinguo nei confronti del Governo ed a alcune battaglie per così dire “anomale” nell’ambito della destra. Ed in parte ha ragione. Non tanto per i richiami alla centralità del Parlamento o al rispetto degli altri poteri dello Stato, quelli sono per lo più atti dovuti alla carica che attualmente ricopre. Il nocciolo della questione sono alcune sue prese di posizione che l’elettorato di centrodestra fatica a comprendere e, quindi, mal digerisce. Mi riferisco, in particolar modo, a quella sull’immigrazione, tema sul quale Gianfranco batte ormai da qualche anno dimostrando, ad onor del vero, una sincera convinzione sulla valiidità dei suoi argomenti, non perdendo occasione per rimarcarli. Proprio questa sua tigna ha spinto alcuni commentatori d’area a dar voce ai sempre più numerosi mugugni di dirigenti e militanti, mettendo sotto gli occhi di tutti quel deterioramento di cui parlavo all’inizio. Ora, mettiamo che qualcuno rientri in Italia dopo un lungo viaggio e che sia rimasto alle notizie di un anno fa, beh, una volta letta questa prima parte del mio articolo potrebbe tranquillamente pensare che si tratti di semplice dibattito interno, su grandi temi di cui un grande partito come il Popolo della Libertà fa bene a discutere. Chi potrebbe dargli torto? Il problema, quello vero, è il contesto in cui è scoppiata questa grana, ovvero, nel bel mezzo di un’offensiva trash-forcaiola cominciata, guarda caso, nel momento di maggiore popolarità vissuto da Berlusconi, che era riusciito ad appropriarsi – anche grazie all’assist di un inconsapevole Franceschini – persino del 25 aprile. Da lì è partita la triste campagna che ben conosciamo, che è culminata con la spettacolarizzazione delle deposizioni di un criminale analfabeta di bassa lega come Spatuzza, passando attrraverso il gossip e la contradittoria bocciatura del Lodo Alfano. In un simile momento, dicevo, di tutto c’era bisogno tranne che di dare il la a questo scontro fratricida, che è nato con l’editoriale in cui Vittorio Feltri, dopo aver rinfacciato a Fini alcune dichiarazioni sul caso Boffo, lo attaccava apertamente, dando voce a quei famosi mugugni che, fin lì, erano rimasti strozzati nelle gole di chi si sentiva orfano del Fini-pensiero. Ovvio, Feltri è un grande giornalista, non un politico, ergo certi calcoli non gli competono, ma è un fatto oggettivo che con quel suo ormai celebre editoriale abbia tirato un bel calcione al can che dormiva, quantomeno in pubblico. Arrivati a questo punto, però, bisogna trovare una soluzione e per farvi capire come la penso torno alla metafora iniziale, quella del film. Vi ricordate il finale? Dopo essersene fatte di tutti i colori, la coppia, ormai stremata, si barrica in casa con l’intenzione di arrivare alla resa dei conti, una volta per tutte. Sia lui che lei erano pronti a tutto, infatti, proprio quando stanno per ammazzarsi entrambi si sfiorano la mano e, guardandosi negli occhi, capiscono di amarsi ancora.

Alessandro Nardone

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Berlusconi e la forza del sorriso

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Berlusconi e la forza del sorriso


berlusconi-libertaLo diciamo subito così non rischiamo di essere fraintesi: il Berlusconi di martedì sera in tv non ci è piaciuto poi così tanto. Si badi bene: la nostra critica è di matrice assai diversa da quelle che sono piovute da sinistra, intrise come sono di pregiudizio ostile verso il Presidente del Consiglio.

Noi critichiamo la prima serata sull’Abruzzo perché Berlusconi vi si è presentato commettendo due errori che ora proviamo ad illustrare, errori che poco hanno a che vedere con il risultato di ascolto (non eccezionale, certo, ma nemmeno così strano per un programma d’informazione in prima serata privo di quei feroci duelli all’arma bianca che fanno i numeri veri di Ballarò o di Anno Zero. Il primo errore (quello meno grave) è stato accettare di vestire un abito poco consono al ruolo ricoperto. Berlusconi è persona vera e solida, fatta di concretezza e contatto con la gente.

Non a caso parla semplice e si tiene alla larga dalle mille espressioni barocche che tanto riempiono l’eloquio dei politici italiani. Questo però non significa che deve dimenticare di essere il capo del governo, anche quando illustra le dotazioni delle nuove abitazioni per i poveri terremotati. Una certa indulgenza nel dettaglio, nel particolare d’arredamento o tecnologico, finisce per abbassare troppo il livello del discorso, rischiando il corto circuito tra ruolo ricoperto e (giusta) volontà di spiegare tutto per bene. In sostanza Berlusconi avrebbe fatto meglio a lasciarsi affiancare maggiormente nella spiegazione degli aspetti più minuti, riservandosi il ruolo di «ispiratore» di una grande operazione di solidarietà i cui tempi (e le cui modalità) incontrano il favore della gran parte degli italiani, anche di quelli che votano a sinistra.

Ma c’è un secondo punto che ci sta ancora più a cuore. Per spiegarlo occorre rispondere alla domanda centrale che serve a cogliere la ragione più intima del travolgente successo popolare di cui Berlusconi è protagonista da molti anni. La domanda, in verità, è assai semplice. E suona così: perché Berlusconi piace a milioni di italiani? E perché ispira loro fiducia? La risposta c’è ed è anch’essa abbastanza semplice. Berlusconi piace perché è allegro, solare, ottimista, postivo, intraprendente. Magari anche un po’ furbo, ma certamente carico di una voglia di fare (per sé e per gli altri) che passa di testa in testa come una vibrazione nell’aria.

Egli è uomo dal travolgente ottimismo, capace di buttare il cuore oltre l’ostacolo anche nei casi più difficili. Questo è il motivo che lo ha reso così popolare, soprattutto se messo a confronto con troppi politici di professione freddi e calcolatori, subito classificabili come essenzialmente interessati a soddisfare il proprio tornaconto, ben prima di quello collettivo. Gli italiani (come è noto) non hanno buona opinione dei politici, mentre amano (non tutti, per carità) Berlusconi proprio perché è tutt’altra cosa. L’altra sera però, dimentico di questa opportuna impostazione, cosa ha fatto il premier? Ha scelto la strada dell’omologazione, della polemica politica in diretta, dell’invettiva contro tutto e tutti.

Ha affrontato a muso duro Casini che era in collegamento telefonico (quindi anche in posizione di debolezza), mostrando irritazione per le sue parole. Fare così non paga in televisione, perché il posto giusto per le stoccate tra capi politici sono le interviste sui giornali, dove le risposte sono stampate e non escono dalla bocca. Ha poi attaccato duramente i mezzi d’informazione, all’insegna dell’epiteto «farabutti».

Al di là del merito della questione, è già sbagliato il metodo, poiché arrabbiarsi in diretta tv (in assenza di un avversario di fronte) trasmette ansia ed insicurezza, caratteristiche che un grande leader (quale è Berlusconi) non deve mai avere. Di fatto il Cavaliere è andato in tv senza quella carica «positiva» che fa di lui un personaggio eccezionale, mostrando invece tutta la sua rabbia ed indignazione per le polemiche subite negli ultimi mesi. Umano? Certo che si. Opportuno? Certo che no.

Roberto Arditti per Il Tempo

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Non c’è pace nel Pd: scoppiata la guerra dei soldi

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Non c’è pace nel Pd: scoppiata la guerra dei soldi


franceschini-conferenza-partito-democraticoCi mancavano solo i piccioli. Come se non bastasse lo stillicidio quotidiano offerto da chi si considera esponente del «nuovo» e accusa di «vecchio» il compagno di banco. O di chi sbandiera il vessillo della laicità tout court in faccia al collega di opinione opposta. Ma tant’è. Il Pd non finisce mai di annoiare, non c’è che dire. E adesso, riciccia fuori pure la vecchia ferita della «dote», evidentemente mai rimarginata del tutto. Un nervo scoperto, quello del patrimonio pre-nuziale dei due non più novelli ma sempre litigarelli sposi, che agita ancora i sonni dei possidenti Pci-Pds-Ds e dei giovani di belle speranze ex Ppi-Margherita.

Una questione non di poco conto, rilanciata a freddo – anzi a caldo, visto che il diretto interessato corre per la riconferma – nientemeno che dal segretario. È Dario Franceschini, infatti, chiudendo due giorni fa il seminario estivo della Scuola di politica di Salvatore Vassallo, nella rossa Romagna, ad approfittare di chi in platea chiede lumi, sulle decine di fondazioni in mano ai suoi cugini politici, per sentenziare: «Il Partito democratico è un soggetto giuridicamente nuovo e non ha ereditato né attivi, né passivi. Ci sono fondazioni Ds con immobili e credo che, al netto dei debiti pagati, tutto il patrimonio e tutte le risorse debbano andare a finire al Pd, che abbiamo fatto insieme». Insieme, dunque, sottolinea l’ex Dl, convinto che non ci sia «ragione giuridica né politica perché ciò non accada».

Sarà. Intanto, però, seduto accanto alla tanto young macchina di voti Debora Serracchiani, ma poco democrat quando dice di voler spedire i dissidenti, chi non segue cioè la linea ufficiale del capo, ad «attaccare manifesti sui muri», Franceschini assesta un colpo preciso. Diretto al principale antagonista del suo stesso schieramento, tanto per parafrasare Walter Veltroni: ovvero, Pierluigi Bersani. Dalle cui parti, almeno per il momento, nessuno osa replicare alla querelle pecuniaria.

«Si tratta di un tema aperto e non mi sembra scandaloso sollevare la questione – commenta invece Sandro Gozi, prodiano della prima ora e adesso sostenitore di Ignazio Marino, il chirurgo terzo incomodo nella battaglia per la futura leadership -. Detto questo, penso che Franceschini abbia parlato da segretario ma anche da candidato, buttando la palla dall’altra parte, verso Bersani. A questo punto, sarebbe interessante sapere cosa ne pensi» l’ex ministro diessino.
Secondo Pierluigi Mantini, un tempo nel comitato di tesoreria Pd, passato da fine marzo nella squadra dei centristi, sarebbe utile sapere invece cosa ne pensi Piero Fassino. Già, proprio lui, l’attuale coordinatore della mozione franceschiniana, anni fa segretario dei Ds, che pensò bene a inizio gennaio di apostrofarlo, si fa per dire, in pieno Transatlantico e a microfoni di Radio radicale aperti («hai detto solo cazz…, mi sono rotto i c…»), perché reo di essersi lamentato con Libero, tra le tante cose, che molti circoli del Pd pagano l’affitto ai Ds. Seguì un botta e risposta di smentite. «Il nuovo partito alimenta il vecchio», ribadisce però adesso il deputato Udc, che premette: «È interesse di tutti che vi siano chiarezza e trasparenza sugli assetti proprietari e i nodi politici reali. Ma non voglio rivangare vecchie polemiche, visto che me ne sono pure andato da quel partito». Poi, però, aggiunge: «Ho accettato le scuse, ma devo mettere a verbale che venni aggredito per aver detto che vi era un ruolo troppo organizzato dei Ds, con le sue fondazioni, mentre adesso Fassino non dice nulla, nonostante Franceschini abbia affermato che è ora di finirla. Insomma, quando ne parlavo io, era un tabù. Comunque, spero che non se lo mangi…». Non avverrà. Fassino si fa sentire solo per smentire il «fantasma» di una scissione, di un ipotetico divorzio tra i coniugi finiti sotto lo stesso tetto. E per invitare tutti a stare «un po’ calmini».

Ma «il problema patrimoniale rimane», riconosce un esponente cattolico di lungo corso, orfano della guida di Francesco Rutelli. Quello che, per Rosy Bindi, farebbe bene a preparare i bagagli, se non si sentisse più integrato nel gruppo. Ma questa è un’altra storia, una delle tante. Come la sorta di catena di Sant’Antonio sui «nostalgici» ammalati di «berlusconite», avviata da Beppe Fioroni, a cui s’iscrivono per replicare a vicenda Livia Turco e Giorgio Merlo, tanto per citare il filone polemico di ieri. Ma «la vera paura», confida sconsolato un ex sottosegretario, «è che continui così fino ad ottobre».

Vincenzo La Manna per Il Giornale

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Il piano di SuDario? «Dobbiamo copiare il Berlusconi del ’94»

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Il piano di SuDario? «Dobbiamo copiare il Berlusconi del ’94»


franceschini-appanzatoNell’acquario romano, Dario Franceschini cerca di dare la rotta al partito ma il timone sbatacchia. Un po’ di qua un po’ di là, stando ben attento a non andar per scogli. Evitati accuratamente, quindi, i pericolosi gorghi formatisi negli ultimi giorni. E così, i nodi restano tutti lì. Partito aperto ma soltanto a parole. Grillo? Nemmeno citato. Alleanze: devono essere «credibili». Con chi, però, non è dato sapere. Antiberlusconismo: addio visto che «abbiamo sottovalutato per troppo tempo il valore assoluto della libertà» e «abbiamo rincorso la destra su tanti temi»? Però poi viene giù l’auditorio quando cita il «conflitto di interessi» e giura che «non possiamo restare ancora fermi e silenti». Muto come un pesce sull’analisi delle recenti sconfitte elettorali. Qualche frecciata a D’Alema e al prodismo; e poi l’ammirevole ammissione: «Se voti destra sai cosa voti, se voti di qua non sai cosa voti». Parafrasando Arbore e il vecchio spot sulla birra: meditate gente, meditate! La conclusione del suo intervento sulle note perfette di Better days di Bruce Springsteen. Giorni migliori.
Dario arriva con le maniche della camicia obamianamente arrotolate e si sbraccia a salutare e ringraziare la platea. In prima fila Fassino, Realacci, Damiano, Treu, Chiamparino, Marini, Gentiloni e Fioroni. Più defilati Soro e Finocchiaro che smanetta col ventaglio per refrigerarsi un po’ nel torrido catino romano. SuDario suda e parte in apnea con la sua filippica. Cinque parole cardine per non far affogare definitivamente il Pd: fiducia, regole, uguaglianza, merito, qualità. Prova a nuotare al largo, Dario. Forse troppo: «La destra italiana pensa alle prossime elezioni. Noi democratici pensiamo alle prossime generazioni». Poi prova a tracciare i contorni di un «nuovo riformismo che abbia il coraggio di sfidare le destre non rincorrendole, non limitandosi a proporre correttivi ai modelli sociali che ha imposto, ma mettendo in campo una gerarchia di valori proiettata sul futuro». Parole. Il modello, così si capisce meglio, è quello di Obama; a cui viene affiancato l’indiana Sonia Gandhi. Ma l’altro punto di riferimento è il Berlusconi del 1994: «Lui rappresentava una proposta di cambiamento. Dobbiamo partire da lì. Dobbiamo essere una forza che crede nel futuro». La sfida è ambiziosa e per rendere meglio l’idea, Franceschini non lesina critiche a quelli venuti prima di lui: «Dobbiamo ricostruire un’identità nel nostro campo. La destra… ha avuto stabilità negli assetti e un leader unificante. Ha potuto costruire un’identità attorno a messaggi chiari». Mentre «nel nostro campo c’è stata instabilità totale nei leader, nei partiti, che si sono sciolti, ricostituiti, sostituiti, nei governi fragili». E quindi «non siamo riusciti a trasmettere che sensazioni indistinte, non messaggi chiari e univoci». Servono quindi «poche parole chiare». Quali siano però, boh. Nell’acquario, Dario alterna bracciate di maanchismo a schizzate di antiberlusconismo: dalla parte dei lavoratori ma anche degli imprenditori; per i diritti ma anche per i doveri. Cita le regole, con il rispetto delle quali «non avremmo avuto i disastri di Viareggio, le conseguenze del terremoto dell’Aquila, 1.300 morti sul lavoro». Ed è tutto un battimani.
Ma il vero boato arriva quando parte lo schiaffo a D’Alema, Prodi e a tutto il centrosinistra passato, allorché cita il conflitto di interessi. «Dobbiamo dirlo. Il centrosinistra ha colpe precise nel non aver approvato una normativa sul conflitto di interessi quando era maggioranza dal 1996 al 2001». La platea somiglia a una curva da stadio. Molto meno quando Dario apre uno spiraglio alla possibilità di fare le riforme insieme alla maggioranza per «modernizzare lo Stato». «Non ci sottrarremo alla possibilità di condividere, anche da subito, con i nostri avversari una riforma che renda più efficace l’azione di governo, cominciando dal passaggio a una sola Camera legislativa, al Senato federale e a un dimezzamento dei parlamentari».
Poi i compagni di strada: «Non torneremo a quella stagione delle coalizioni frammentate e litigiose, costruite con l’unico collante del nemico. Formeremo un’alleanza che dia agli italiani la garanzia di un programma condiviso e realizzabili». Con chi non è dato sapere ma «non torneremo al centro-sinistra col trattino».
Infine, «bisogna fare il partito». Sembra facile. Franceschini prende una boccata d’aria e poi torna a immergersi: «Qualsiasi cosa accada resteremo insieme. Abbiamo bisogno di un confronto vero e onesto tra visioni differenti sul futuro». Già, perché lì dentro i pesci sono tanti e ancora diversi: «Diversità che sono ricchezza se si cerca e si trova la sintesi». E la sintesi arriva subito dopo con il giudizio sprezzante di Rosy Bindi: «È evidente che lo spessore politico sta con Bersani e non con Franceschini».

Francesco Cramer per Il Giornale

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Il cavallo di Troia

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Il cavallo di Troia


beppe-grilloLa candidatura di Beppe Grillo nel Partito democratico è come una sua battuta: se devi spiegarla c’è qualcosa che non va, e se la spiegazione dura più di tre secondi l’imbarazzo cresce, la faccenda si aggrava, si avvita: anche perché la battuta era chiarissima.
Che c’è da spiegare? C’è un comico sessantenne che ha modernizzato il qualunquismo e ha inaugurato l’antipolitica come mestiere redditizio: sicché da circa tre anni spara a palle incatenate contro il Pd accomunandolo al Popolo della libertà sostanzialmente in tutto (per gradire la profondità dell’analisi) e così riassumendo ciò che alcuni si ostinano a chiamare messaggio: «I partiti sono morti, abbiamo solo due comitati d’affari, il Pdl e il Pd-meno-elle. Il Pd non è mai nato. All’opposizione c’è Topo Gigio Veltroni, che non è nemmeno un politico: è scemo». Prima di Veltroni, l’altro vincente delle primarie, Romano Prodi, era stato definito «Alzheimer»; Franceschini, infine, se «Veltroni era il nulla, Franceschini è oltre». E queste sono solo battute, è vero: c’è mai stato altro?
Ecco perché si fatica anche a spiegarla, la faccenda della candidatura di Grillo: perché se il dibattito interno al Pd riesce a dilaniarsi anche su questo, se cioè riesce a dibattere per più di sette secondi persino attorno a una boutade che andava liquidata in sette-secondi-sette, be’, allora il dibattito non è più la ricerca di una prognosi, ma è la diagnosi, non è la cura, ma è la malattia. Dopo l’annuncio della candidatura grillesca, domenica, Piero Fassino era partito benissimo: «Grillo non si riconosce nel Pd, anzi lo attacca e lo sfregia. Non penso si possa accettare la sua iscrizione». E non c’era altro da dire, la questione era chiusa: spostati, ragazzone, scusaci, abbiamo dei problemi da grandi, se dobbiamo farci seppellire dalle risate abbiamo risorse interne, grazie, no, non ci servono né accendini né dvd. Era finita lì. E invece no: quasi ventiquattr’ore dopo Fassino era ancora lì, a Repubblica tv, a perdere tempo, spiegare, specificare, puntualizzare. Pacatamente. Ma perché? Che cosa si teme, che cosa si esorcizza? Che c’è da spiegare? Com’è possibile che per tutto il pomeriggio di ieri le agenzie sfornassero ancora commenti e dichiarazioni di una sinistra invischiata persino in una sciocchezza del genere?
Fosse per Grillo, e l’ha detto trecento volte, il partito erede di Gramsci andrebbe bruciato, spianato e cosparso di sale; tra primarie per tesserati e primarie aperte non è affatto impossibile che possa intrufolarsi congressualmente come un cavallo di Troia (resisti alla battuta, Beppe) per riversare masse di guastatori che il Pd probabilmente non l’hanno neppure mai votato: va da sé che l’unico ad applaudire sia Di Pietro.
Ovvio, perciò, che il timore sia sempre quello: che un Pd indeciso a tutto, in un momento oggettivamente difficile della sua storia politica, cerchi di attenuare ogni presa di posizione troppo esposta e dirompente. Non ci sarebbe niente di strano se la sinistra restasse divisa tra una parte più realista e governativa e una parte più utopica e di opposizione: ma i termini della spaccatura purtroppo non sono questi. A cannibalizzare ogni evoluzione, a rendere cioè complicato persino il liquidare uno come Beppe Grillo, c’è la controfaccia parlamentare ed extraparlamentare di Grillo stesso: lui, il nientologo urlante Antonio Di Pietro, un tizio secondo il quale di antiberlusconismo a sinistra ce n’è ancora e sempre troppo poco. Solo questo può spiegare come lo stesso Fassino, sempre ieri a Repubblica tv, abbia detto che le differenze tra il Partito democratico e l’Italia dei Valori «sono più di tono che di sostanza». Di tono: come a dire di decibel, al limite di lessico. E la sostanza in comune quale sarebbe? Dire che c’è una dittatura è solo un tono? Dire al mondo che non siamo una democrazia, durante il G8, è un tono? I sinceri democratici Grillo e Di Pietro, ieri, intanto, amoreggiavano e bestemmiavano contro il Pd come se niente fosse. Diceva Grillo: «Con Di Pietro potremmo allearci». Rispondeva Di Pietro: «Il programma di Grillo è molto più articolato di quello degli altri candidati del Pd». Fassino intanto parlava di toni e di sostanza.
Se è vero che un aneddoto val più di mille parole, ce n’è uno che pochi conoscono e che forse si presta. Walter Veltroni, durante le elezioni politiche del 2008, chiese all’alleato Di Pietro di non ricandidare nelle sue liste chi era rimasto fuori da quelle del Pd; il che era logico; Di Pietro invece chiese a Veltroni di non ricandidare nel Pd chi avesse già fatto tre legislature, come chiedevano i grillini e come l’amico Walter aveva in parte già fatto. L’accordo fu siglato. Veltroni non ricandidò per esempio Giovanni Paladini, Renato Cambursano e Giuseppe Giulietti: dopodiché Di Pietro andò da ciascuno di loro e gli offrì di candidarsi con l’Italia dei Valori. Diverranno suoi parlamentari e lui ridiscenderà nelle piazze a raccogliere firme contro i parlamentari con più di due legislature, insieme con Beppe Grillo. Sono ancora insieme. Il Pd intanto si dilania.

Filippo Facci per Il Giornale

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La sinistra parla. Berlusconi (e l’Italia) vincono

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La sinistra parla. Berlusconi (e l’Italia) vincono


di-pietro-torta-in-facciaSono da poco passate le tredici. Nella piazza d’armi della caserma di Coppito della Guardia di Finanza sono riuniti i Grandi del mondo. Si scopre una targa dove c’è scritto «L’Aquila bella, mai non po’ morire», poi un minuto di silenzio e un applauso liberatorio e beneaugurante. Non poteva concludersi meglio il vertice del G8. Non poteva essere premiata meglio la «follia» di convocare i leader dei maggiori Paesi della terra nel cuore del più grave disastro italiano degli ultimi anni. Ha detto Obama: «L’Aquila sarà ricostruita. La coraggiosa gente di questa città sarà sempre nei nostri cuori». Angela Merkel ha guardato le macerie di Onna e ha promesso di aiutare questo paesino oltre cinquant’anni fa martoriato dai nazisti.

Le first ladies hanno interrotto il loro viaggio romano e hanno visitato commosse e stupefatte le rovine. L’Aquila è stata per tre giorni al centro dell’attenzione mondiale e il governo ha preso un impegno per la ricostruzione con l’intera comunità nazionale.
Il summit ha fatto bene agli abruzzesi ed è stato un successo per l’Italia. Obama, che nei giorni scorsi aveva fatto smentire le critiche del New York Times all’organizzazione, non ha lasciato passare giorno senza elogiare l’Italia. Ieri in conclusione ha detto: «L’ospitalità italiana è stata straordinaria». José Zapatero, leader di un Paese che secondo il Guardian avrebbe dovuto sostituire l’Italia nel G8, ha detto: «Tutto ha funzionato molto bene, è stato fatto un buon lavoro». L’elogio non ha riguardato soltanto l’ospitalità. Ecco le parole di Gordon Brown: «Dobbiamo ringraziare Silvio Berlusconi per aver inserito temi come i mutamenti climatici e la sicurezza alimentare in questo G8». È andata talmente bene che qualcuno ha scritto: «Questo è il risultato vero che il nostro Paese, il governo Berlusconi e i futuri governi incassano al G8 e che l’Italia può riporre in cassaforte come un capitale». Non sono le parole di un apologeta, le ha scritte Vittorio Zucconi sulla Repubblica.

Qualcosa non ha funzionato o qualcosa ha funzionato? Dipende dai punti di vista. Qualcosa non ha funzionato per chi sperava nel peggio. Se si guarda dal punto di vista dell’orgoglio nazionale dobbiamo essere contenti. Berlusconi ha vinto la sua scommessa. Quando proclamò nei giorni terribili del dopo-terremoto che il G8 si sarebbe spostato qui, fra le macerie e le scosse quotidiane, molti lo presero per pazzo e, come al solito, esagerato. Sembrava un’avventura. Il G8 richiede un’organizzazione immensa, poi andavano messe in conto le contestazioni e poi, forse innanzitutto, andavano convinti i partecipanti. Nel giro di poche ore dissero tutti di sì. L’Aquila sarebbe stata una capitale mondiale, la solidarietà sarebbe stata universale. I Grandi si fidavano dell’Italia.

Il G8 metteva alla prova il «governo del fare». Altre prove erano già state superate. La «monnezza» a Napoli e gli aiuti ai terremotati scattati in poche ore. Ma sembrava un’impresa impossibile quella di portare qui i Grandi del mondo e dare dimostrazione di ospitalità e di efficienza. Senza lagne, senza stare con il cappello in mano. Un’Italia sofferente e efficiente. Qui si è innescato il tentativo di fare uno sgambetto al governo, di metterlo alla gogna ma di frantumare al tempo stesso la speranza italiana e degli aquilani. Nel giro di qualche settimana abbiamo assistito a un crescendo di improperi e di anatemi. L’Italia era diventata un Paese impresentabile di cui vergognarsi. I giornali, alcuni giornali, inglesi e americani erano in prima linea nel raccontare un’Italia alle corde e un governo non in grado di ospitare il summit. Alla vigilia del G8 addirittura la «bomba» dell’espulsione del nostro Paese dal consesso dei Grandi. Di Pietro nel pieno svolgimento del vertice ha preso in affitto una pagina dell’International Herald Tribune per chiedere aiuto per la democrazia italiana. Non si era mai vista una cosa così.

È dovuto intervenire, con la sua saggezza e il suo amor patrio, il presidente Napolitano per chiedere serietà e riflessione. Tuttavia l’attenzione di ogni giorno era rivolta ai titoli dei giornali ostili. Giravano le voci sul «colpo grosso» che avrebbe dovuto azzoppare definitivamente il premier. Molti ne erano certi: il berlusconismo è finito e sarà un vertice internazionale a certificarlo. Non è andata così, per fortuna. La bolla mediatica si è sgonfiata all’arrivo di Obama, di fronte alla passeggiata del premier con il presidente Usa per le strade dell’Aquila, dopo i documenti che il summit produceva sui maggiori temi della crisi internazionale.

Anche i non berlusconiani dovrebbero essere contenti. Figuratevi che cosa sarebbe successo se fosse andato come tanti strateghi di sciagura avevano previsto. Non solo una leadership politica colpita, ma un Paese in ginocchio. L’Aquila dimenticata. Le rovine del capoluogo abruzzese sarebbero persino apparse poca cosa di fronte alle macerie della politica italiana. Era questo che alcuni volevano che accadesse? Ci sono momenti in cui si coglie la differenza fra la legittima opposizione a un governo e la mancanza di spirito nazionale. Non c’entra niente l’autonomia della politica tanto meno la libertà di stampa. C’entrano quelle cose che sono nel Dna dei grandi Paesi e che qui troppo spesso vengono dimenticate. Se il summit dell’Aquila è stato un successo il merito è del governo e di Berlusconi. L’azzardo è stato premiato. La politica del fare di questo milanese testardo e esagerato è stata premiata. Dovremmo esserne tutti contenti, oggi. Domani rimettiamoci le nostre magliette politiche. Io, da italiano, ragiono così.

Peppino Ccaldarola per Il Giornale

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Il Congresso del Pd si è già inabissato

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Il Congresso del Pd si è già inabissato


dalemaC’è il segretario uscente Franceschini a capo di un Correntone in cui c’è di tutto, dai veltroniani ai rutelliani, dagli ex popolari al solitario Piero Fassino. C’è Bersani alla testa degli ex ds con una spruzzata di deputati di rito democristiano a segnalare che Franco Marini, pur parteggiando personalmente per Franceschini, non perde di vista (hai visto mai?) l’altro treno. C’è il prof. Ignazio Marino che dovrebbe rappresentare l’ala laica ed è sostenuto da attempati quarantenni che fanno i ragazzini e da Goffredo Bettini. Tre persone perbene che proveranno a sfidarsi.

Le differenze non sono molto marcate. Franceschini e Bersani sono vecchi animali della politica. Ne hanno attraversato tutte le mutazioni e starebbero bene in ticket. Uno è socialdemocratico, l’altro è cattolico progressista. Forse non assommano tutte le virtù della propria parte, ma sicuramente i vizi. Bersani vuole un partito di tipo tradizionale, Franceschini lavora a quello che D’Alema chiamerebbe un “amalgama malriuscito”. Quello che vuole il prof. Marino non si capisce. Una cosa è certa. A meno che i tre candidati non prendano a insultarsi pesantemente, cosa che si può escludere, il congresso rischia di svolgersi nell’indifferenza generale. Per diverse ragioni.

La prima è che il popolo della sinistra è stanco. È stanco delle battaglie perse e si affida ormai agli scoop giornalistici e alla magistratura per battere l’odiato Berlusconi. È stanco delle liti interne. È stanco di girare in tondo senza trovare la retta via. La seconda ragione è che mai come ora il progetto del Pd si presenta come l’ultima spiaggia. Se fallisce non si riparte per un’altra avventura ma si ricomincia da zero. La terza ragione è la solitudine di quella varia umanità che in questi anni ha seguito tutti i camuffamenti della sinistra perdendo tutte le bandiere. Questa gente si ritrova oggi assediata da destra e da sinistra, sopravvissuta in un mondo che non gli piace ma incapace di prendere una strada nuova. Il congresso del Pd si inabissa fra questi flutti di rancori e di emozioni spente.

I famosi apparati si faranno la guerra a colpi di tessere ma sarà una guerra subacquea che non vedrà mai la cresta dell’onda. Ai tre candidati manca qualcosa che è difficile addebitare solo a loro. Tutti e tre spiegano con dovizia di argomenti che cosa c’è che non va, fanno previsioni catastrofiche sul quel che potrà accadere, ma non sanno dire nulla che faccia capire dove vogliono andare. Non manca il programma (figuratevi se a sinistra può mancare il programma!). Manca qualcosa di più, manca l’IDEA, quel colpo di genio che sappia dare un’anima a una battaglia che si annuncia stanca e ripetitiva. Non è colpa dei tre candidati. Loro ci proveranno. Non è solo un problema italiano visto che affligge le socialdemocrazie europee. Tuttavia fa riflettere che non ci sia un leader che sappia parlare al paese.

Peppino Caldarola per Il Tempo

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Così il congresso diventa una conta su Veltroni

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Così il congresso diventa una conta su Veltroni


Il tour elettorale di Walter Veltroni fa tappa a TorinoIl nuovo contro il vecchio. La base contro la nomenklatura. Guai alle «vecchie appartenenze». E quanto sono brutte le correnti. E come sono squallidi gli accordi di potere. È un distillato di puro veltronismo il contenuto del video con cui Dario Franceschini ha annunciato ieri mattina sul suo sito web ciò che era già chiaro a tutti. E cioè che l’attuale leader non è più dell’idea – ammesso e non concesso che lo sia mai stato – di concludere a ottobre la sua «missione» da segretario del Partito democratico, come aveva più volte dichiarato. Obiettivo della candidatura: «Non tornare indietro» e consegnare il Pd «ai nostri figli e nipoti».

«Pensavo di passare il testimone alle nuove generazioni. In questi giorni, però, ho visto riemergere protagonismi e litigiosità. Non posso riconsegnare il partito a quelli che c’erano prima di me, molto prima di me», ha detto Franceschini, giustificando così il dietrofront con la scesa in campo di Pier Luigi Bersani («chi c’era prima di me») e del principale tra i suoi grandi elettori, Massimo D’Alema («chi c’era molto prima di me»).

La differenza con Veltroni è che quest’ultimo si era dimesso a febbraio spiegando di aver fallito, mentre Franceschini si rilancia ora sostenendo di aver vinto: «Sono stato chiamato a guidare il Pd quattro mesi fa in un momento difficile, quando il progetto sembrava inesorabilmente destinato a fallire. Oggi potrei dire missione compiuta, abbiamo arginato la destra e ridato futuro al progetto».
Scamiciato e informale, Franceschini ha registrato il suo videomessaggio davanti a una scenografia allestita al pian terreno del quartier generale di largo del Nazareno, negli studi di Youdem, il canale satellitare voluto da Veltroni per fare concorrenza alla dalemiana Red tv. Parlando davanti a una spartana libreria, tra i modelli più diffusi di una ben nota catena svedese (particolare che ha subito dato la stura a battute e ironie: «Siamo passati da I care a Ikea»), l’ex popolare ha disseminato l’intervento di omaggi ai suoi sponsor congressuali: l’evocazione di una nuova alleanza di centrosinistra (cara agli ex Ds come Piero Fassino quanto agli ex Ppi come Beppe Fioroni), un po’ di patto generazionale per il welfare (strizzatina d’occhio agli Ichino e ai Treu), una spruzzata di green economy (assist ai rutelliani). E poi giovani, giovani, giovani. «Ascolterò chi ha avuto ruoli di responsabilità nel governo e in politica dal ‘96 a oggi ma ho intenzione di investire in una nuova squadra di donne e uomini cresciuti nella militanza: sindaci, amministratori, segretari locali, coordinatori di circolo. Fuori da ogni vecchio schema, fuori da ogni superata appartenenza».

La guerra è infine iniziata. E nonostante un persistente lavorìo terzista, che continua a sondare ogni pertugio di mediazione e rinvio della resa dei conti, andrà avanti fino all’autunno. Anche la guerra di veline avvelenate è già in corso. Il tentativo di Franceschini e della sua cordata congressuale è presentare Bersani come il candidato dell’apparato e del Palazzo, agitando lo spettro di una sua vittoria nella conta tra gli iscritti, primo passaggio delle assise secondo statuto, ma preconizzando il bagno di folla purificatore delle primarie aperte a tutti, che saranno l’ultimo atto del congresso («Parlerò direttamente alla base», è non a caso uno dei passaggi salienti del Franceschini-pensiero, anch’esso mutuato dal breviario veltroniano). Ma il messaggio principale, destinato ad alimentare una già sperimentata campagna contro «maggiorenti e oligarchi», è quello sul «chi c’era prima di me». Singolare formulazione, dato che il Pd esiste solo da due anni e, a voler essere puntuali, il solo «che c’era prima» di Franceschini è giustappunto il suo grande sostenitore Veltroni. Gli altri vengono tutti «prima», da una parte e dall’altra: sono i gruppi dirigenti dei partiti fondatori, Ds e Margherita. Ma la retorica del rinnovamento, la medesima che già ispirò il «partito liquido», passa sopra certi dettagli: sarà dunque sull’annoso e occhettiano concetto del «nuovo che avanza» che si snoderà la piattaforma congressuale del leader neo-candidato. Come testimonia la spericolata graduatoria di verginità politica redatta dal capogruppo alla Camera Antonello Soro, secondo cui Franceschini, consigliere comunale della Democrazia cristiana all’inizio degli anni Ottanta, «è un quadro relativamente giovane, che non ha ricoperto incarichi di partito se non in quest’ultima fase». A puntellare l’operazione immagine di rinnovamento contribuirà Debora Serracchiani, mascotte della mozione Veltroni-Franceschini, e tutto il filone di quel gruppetto di blogger e che da anni svolge la professione di «giovani del Pd».

Dall’altra parte l’obietttivo di Bersani, che non ha voluto commentare il videomessaggio («Io d’ora in poi parlerò solo “per” e mai “contro”»), è proprio schiacciare il più possibile l’immagine di di Franceschini sul suo predecessore: «Trasformando il congresso in una conta per Veltroni o contro Veltroni – dicono i fedelissimi dell’ex ministro dello Sviluppo economico – ci fa un regalo. Perché Veltroni il congresso lo ha già perso nel paese, col totale fallimento della sua linea e la serie ininterrotta di sconfitte elettorali che ha provocato». Un concetto che un fedelissimo dalemiano esprime più coloritamente così: «Se Franceschini vuole allearsi con lo zombie (Veltroni, ndr), peggio per lui e meglio per noi».

Stefano Cappellini per Il Riformista

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Nel Pd parte la corsa per sostituire Franceschini

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Nel Pd parte la corsa per sostituire Franceschini


franceschini-pdWalter Veltroni era ancora segretario del suo partito quando il 5 febbraio 2009 Pier Luigi Bersani annunciò: «Ho deciso di espormi subito perché sento il disamore dei nostri lettori, la mancanza di una prospettiva.

Hanno bisogno di un punto di riferimento, altrimenti se ne vanno». Poche parole che annunciavano già 4 mesi fa la sua decisione a candidarsi al congresso del partito del prossimo ottobre. Da quel giorno tante cose sono cambiate: Franceschini è succeduto al Walter nazionale, il Pd è stato sconfitto alle Regionali in Sardegna, alle Europee e in buona parte dei comuni e delle provincie che sono stati chiamati a rinnovare sindaci e presidenti. Una cosa però è rimasta certa: Bersani vuole la poltrona di Franceschini e annuncia la sua candidatura a segretario. Una conferma arrivata proprio nel giorno in cui si riuniva la segreteria del Pd che oltre a indire una riunione di Direzione per dopodomani, ne ha stilato l’ordine del giorno che prevede di fissare per il 25 ottobre la data per il voto delle primarie. Indicativamente poi dovrebbe decidere anche la data del congresso ipotizzato per l’inizio dell’autunno.

Momento nel quale gli iscritti del Pd dovranno vagliare le richieste di candidatura che verranno presentate al partito (i candidati dovranno, ad esempio, avvere raccolto almeno il 5% del consenso degli iscritti a livello nazionale oppure il 15% in almeno cinque regioni). E così, all’indomani dei ballottaggi, si è aperta la terza fase all’interno del Pd. Una fase inaugurata proprio con la notizia data direttamente da Bersani sulle pagine del proprio sito internet. Una dichiarazione che sarà ufficializzata solo il 1 luglio con una manifestazione a Roma durante la quale illustrerà le sue “Idee per il Pd e per l’Italia”.

«Come ho già detto da tempo – spiega Bersani -, ho intenzione di contribuire ad una vera discussione politica impegnandomi anche con la mia candidatura che non si rivolge contro nessuno e che vivrà in piena solidarietà con tutti gli amici e tutti i compagni del Pd». Ma chi saranno gli ipotetici avversari di Bersani? Ad ora nessun nome è dato per certo, anche se sembra che già oggi dovrebbe esserci l’annuncio di una riedizione del «Lingotto» voluta da Walter Veltroni durante la quale, con ogni probabilità, ribadirà il proprio sostegno alla riconferma di Franceschini. Supporto che dovrebbe arrivare anche da Piero Fassino e, forse come numero due nella corsa congressuale, anche da Debora Serracchiani, l’astro nascente del Partito.

A sostenere Bersani invece si starebbero schierando Massimo D’Alema ed Enrico Letta. Ma alla battaglia sembrano intenzionati a partecipare anche: Ignazio Marino fortemente sostenuto da Goffredo Bettini, ex braccio destro di Veltroni, che ha rotto con Franceschini, Paola Binetti esponente teodem del partito, Ermete Realacci, ex presidente di Legambiente, sostenuto da Francesco Rutelli. Infine dovrebbero esserci altri due nomi, ancora da stabilire, sostenuti dalle nuove leve del partito: il primo scelto tra il gruppo “Indietro non si torna” dei deputati Andrea Orlando, Andrea Martina e Francesco Boccia. L’altro verrà invece scelto il 27 giugno al «Lingotto» di Torino dall’altro gruppo di quarantenni composto da Matteo Renzi, Sandro Gozi, Paola Concia e Ivan Scalfarotto. Poi c’è chi come Sergio Chiamparino e Anna Finocchiaro chiedono invece di rinviare la resa dei conti dopo le Regionali del 2010 lasciando al posto del congresso solo una discussione politica ma senza conte.

Una richiesta bocciata immediatamente durante l’incontro di ieri tra Dario Franceschini e Pierluigi Bersani. Ma non solo il tema congresso è sul tavolo delle trattative, c’è anche da stabilire il rapporto con l’Idv di Antonio di Pietro che ieri ha lanciato una provocazione: «Il Pd si deve decidere, deve decidere cosa vuole fare da grande. Con noi sono mesi che non si fanno sentire, ci auguriamo si doti di una classe dirigente. Il Pd sta con un piede in una scarpa, e cioè noi, e con uno in un’altra, e cioè l’Udc. Ma tra poco rimarrà senza piede e senza scarpa».

Alessandro Bertasi per Il Tempo

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La partita delle Province è chiusa: il centrodestra vince 25-1

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La partita delle Province è chiusa: il centrodestra vince 25-1


franceschini-rideDario Franceschini prova a fingersi esultante. Ma fa la figura di quel tizio che si compiace per la brillantezza della propria capigliatura dopo che gli sono state amputate gambe e braccia. Perché conservare la Provincia di Torino e i Comuni di Firenze e Bologna sarà anche significativo, ma perdere altre 8 Province in precedenza governate dal centrosinistra e altri 3 Comuni capoluogo non è che sia consolante, specie dopo aver già alzato bandiera bianca in 17 Province e in una decina di Comuni di primo livello solo due settimane fa.

E c’è di più. Nonostante l’astensionismo si sia rivelato un boomerang significativo per il centrodestra (il ballottaggio non piace: basti pensare che si è passati da un primo turno attorno al 70% di votanti ad un secondo che mediamente ha visto alle urne il 45% dell’elettorato), c’è un dato di fondo che dev’essere analizzato molto più dei risultati nei luoghi più significativi dove si è proceduto ai ballottaggi. Il centrodestra s’impadronisce in pratica del Nord Italia e comincia ad erodere il «potere rosso» dove appariva inespugnabile fino a qualche tempo fa. Esempi? A bizzeffe. C’è il Comune di Prato (e per la Provincia il testa a testa è durato fino alla fine, concluso da uno zero virgola qualcosa in più per il centrosinistra) dove il Pdl prende il potere. E analogamente ci sono Orvieto, Gualdo Tadino e Bastia Umbra nel carniere del centrodestra, mentre a Terni l’assalto dell’ex presidente della Rai Baldassarre al Pd fallisce di un soffio. C’è Sassuolo, patria della piastrella dove Pdl e Lega ottengono un successo storico. Ci sono Fidenza e Bassano del Grappa, Casale Monferrato e Tortona, Pescia e Guidonia, Montecchio e Monselice. È una ondata che dilaga da Nord a Sud col Pd che risponde a malapena conquistando Montecatini dopo 10 anni e Massarosa, piccolo centro in provincia di Lucca. Un po’ pochino rispetto a un Pdl che – oltre a conquistare la sfida più importante e combattuta, quella di Milano – espugna anche le Province di Venezia, Belluno ed Ascoli Piceno, Savona e Frosinone, Crotone e Lecce. E s’impadronisce di Comuni come Caltanissetta (dopo 12 anni di guida a sinistra), Cremona, Ascoli Piceno e Brindisi.

Tenta di festeggiare Franceschini. Magari ci crede poco anche lui. Dalla sua, le conferme per le province di Torino, Cosenza, Rieti, Alessandria, Rovigo, Ferrara, Parma, Rimini, Arezzo, Grosseto. Ma ha ormai il fiato degli avversari sul collo. Il centrodestra, nelle Regioni rosse, ha il 40, il 45, in alcune zone il 49,8% come mai era accaduto in precedenza. Ad Alba, Saluzzo, Follonica, Cecina e Saronno i Democratici prevalgono di pochi punti, qualche centesimo. Eppure tutto avrebbe dovuto essere dalla loro: l’astensionismo che da sempre penalizza soprattutto il centrodestra, poco fideista e dunque scarsamente tentato da un ritorno alle urne. Il can can mediatico che si è alzato su Silvio Berlusconi nelle scorse settimane. Il ricorso alla «chiama» dei fedelissimi, specie in quelle Regioni appenniniche del centro-Italia, dove la fedeltà elettorale è fin troppo spesso coniugata con una forma soft ma concreta di clientela.

Dura la scomparsa al Nord per il Pd, se si eccettuano Torino ed Alessandria (a Padova si è rischiato l’affondamento, evitato per un pelo). Perse Venezia, Belluno, Cremona dove il canoista Oreste Perri si è involato col Pdl ad un traguardo anche qui storico. Decine e decine i piccoli centri trasmigrati in blocco al centrodestra, con un buon successo – nuovamente – della Lega. E nel rosso centro appaiono macchie azzurre ormai in ogni dove: dalla Toscana all’Umbria, dall’Emilia alle Marche. Erano 50 le Province governate dal Pd prima di questo ricorso alle urne. Franceschini ne mantiene poco più della metà. Il centrodestra ne contava solo 9. Ora ne ha più di 30, avendone strappate ben 23 all’avversario. Stesso andamento per i maggiori Comuni: il Pd ne aveva 25 ed ora ne potrà amministrare 18. Il centrodestra ne governava solo 5 ed ora potrà guidare una quindicina di amministrazioni di comuni capoluogo.
Eppure Franceschini si autocomplimenta e dice di aver visto nel risultato di ieri l’avvio della fine del «berlusconismo».

Sarà. Ma è davvero un caso strano che una forza politica, al governo da un anno, nel bel mezzo di una crisi economica globale e con in più un terremoto sul groppone, riesca a strappare così tante amministrazioni, provinciali e comunali, ai suoi avversari e in più s’insinui molto pesantemente in quelle che erano le roccaforti della sinistra italiana. Ma è ormai da un po’ di tempo che gli eredi di Pci e sinistra Dc vanno leggendo un’altra storia. O indulgono nello scegliere degli occhiali che paiono fatti con lenti deformanti.

Alessandro M. Caprettini per Il  Giornale

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