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La sinistra parla. Berlusconi (e l’Italia) vincono

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La sinistra parla. Berlusconi (e l’Italia) vincono


di-pietro-torta-in-facciaSono da poco passate le tredici. Nella piazza d’armi della caserma di Coppito della Guardia di Finanza sono riuniti i Grandi del mondo. Si scopre una targa dove c’è scritto «L’Aquila bella, mai non po’ morire», poi un minuto di silenzio e un applauso liberatorio e beneaugurante. Non poteva concludersi meglio il vertice del G8. Non poteva essere premiata meglio la «follia» di convocare i leader dei maggiori Paesi della terra nel cuore del più grave disastro italiano degli ultimi anni. Ha detto Obama: «L’Aquila sarà ricostruita. La coraggiosa gente di questa città sarà sempre nei nostri cuori». Angela Merkel ha guardato le macerie di Onna e ha promesso di aiutare questo paesino oltre cinquant’anni fa martoriato dai nazisti.

Le first ladies hanno interrotto il loro viaggio romano e hanno visitato commosse e stupefatte le rovine. L’Aquila è stata per tre giorni al centro dell’attenzione mondiale e il governo ha preso un impegno per la ricostruzione con l’intera comunità nazionale.
Il summit ha fatto bene agli abruzzesi ed è stato un successo per l’Italia. Obama, che nei giorni scorsi aveva fatto smentire le critiche del New York Times all’organizzazione, non ha lasciato passare giorno senza elogiare l’Italia. Ieri in conclusione ha detto: «L’ospitalità italiana è stata straordinaria». José Zapatero, leader di un Paese che secondo il Guardian avrebbe dovuto sostituire l’Italia nel G8, ha detto: «Tutto ha funzionato molto bene, è stato fatto un buon lavoro». L’elogio non ha riguardato soltanto l’ospitalità. Ecco le parole di Gordon Brown: «Dobbiamo ringraziare Silvio Berlusconi per aver inserito temi come i mutamenti climatici e la sicurezza alimentare in questo G8». È andata talmente bene che qualcuno ha scritto: «Questo è il risultato vero che il nostro Paese, il governo Berlusconi e i futuri governi incassano al G8 e che l’Italia può riporre in cassaforte come un capitale». Non sono le parole di un apologeta, le ha scritte Vittorio Zucconi sulla Repubblica.

Qualcosa non ha funzionato o qualcosa ha funzionato? Dipende dai punti di vista. Qualcosa non ha funzionato per chi sperava nel peggio. Se si guarda dal punto di vista dell’orgoglio nazionale dobbiamo essere contenti. Berlusconi ha vinto la sua scommessa. Quando proclamò nei giorni terribili del dopo-terremoto che il G8 si sarebbe spostato qui, fra le macerie e le scosse quotidiane, molti lo presero per pazzo e, come al solito, esagerato. Sembrava un’avventura. Il G8 richiede un’organizzazione immensa, poi andavano messe in conto le contestazioni e poi, forse innanzitutto, andavano convinti i partecipanti. Nel giro di poche ore dissero tutti di sì. L’Aquila sarebbe stata una capitale mondiale, la solidarietà sarebbe stata universale. I Grandi si fidavano dell’Italia.

Il G8 metteva alla prova il «governo del fare». Altre prove erano già state superate. La «monnezza» a Napoli e gli aiuti ai terremotati scattati in poche ore. Ma sembrava un’impresa impossibile quella di portare qui i Grandi del mondo e dare dimostrazione di ospitalità e di efficienza. Senza lagne, senza stare con il cappello in mano. Un’Italia sofferente e efficiente. Qui si è innescato il tentativo di fare uno sgambetto al governo, di metterlo alla gogna ma di frantumare al tempo stesso la speranza italiana e degli aquilani. Nel giro di qualche settimana abbiamo assistito a un crescendo di improperi e di anatemi. L’Italia era diventata un Paese impresentabile di cui vergognarsi. I giornali, alcuni giornali, inglesi e americani erano in prima linea nel raccontare un’Italia alle corde e un governo non in grado di ospitare il summit. Alla vigilia del G8 addirittura la «bomba» dell’espulsione del nostro Paese dal consesso dei Grandi. Di Pietro nel pieno svolgimento del vertice ha preso in affitto una pagina dell’International Herald Tribune per chiedere aiuto per la democrazia italiana. Non si era mai vista una cosa così.

È dovuto intervenire, con la sua saggezza e il suo amor patrio, il presidente Napolitano per chiedere serietà e riflessione. Tuttavia l’attenzione di ogni giorno era rivolta ai titoli dei giornali ostili. Giravano le voci sul «colpo grosso» che avrebbe dovuto azzoppare definitivamente il premier. Molti ne erano certi: il berlusconismo è finito e sarà un vertice internazionale a certificarlo. Non è andata così, per fortuna. La bolla mediatica si è sgonfiata all’arrivo di Obama, di fronte alla passeggiata del premier con il presidente Usa per le strade dell’Aquila, dopo i documenti che il summit produceva sui maggiori temi della crisi internazionale.

Anche i non berlusconiani dovrebbero essere contenti. Figuratevi che cosa sarebbe successo se fosse andato come tanti strateghi di sciagura avevano previsto. Non solo una leadership politica colpita, ma un Paese in ginocchio. L’Aquila dimenticata. Le rovine del capoluogo abruzzese sarebbero persino apparse poca cosa di fronte alle macerie della politica italiana. Era questo che alcuni volevano che accadesse? Ci sono momenti in cui si coglie la differenza fra la legittima opposizione a un governo e la mancanza di spirito nazionale. Non c’entra niente l’autonomia della politica tanto meno la libertà di stampa. C’entrano quelle cose che sono nel Dna dei grandi Paesi e che qui troppo spesso vengono dimenticate. Se il summit dell’Aquila è stato un successo il merito è del governo e di Berlusconi. L’azzardo è stato premiato. La politica del fare di questo milanese testardo e esagerato è stata premiata. Dovremmo esserne tutti contenti, oggi. Domani rimettiamoci le nostre magliette politiche. Io, da italiano, ragiono così.

Peppino Ccaldarola per Il Giornale

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Che batosta per i gufi

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Che batosta per i gufi


ITALY-FINANCE-ECONOMY-G8Alla fine le temute foto sono uscite. Foto di escort? Villa Certosa? Palazzo Grazioli? Bacio saffico o doccia lesbo? Topolanek scatenato? Festini hard? Macché. Le foto del giorno sono quelle di Obama e Berlusconi che passeggiano fra le macerie dell’Aquila. Il presidente americano in manica di camicia che si avvicina ai vigili del fuoco e dice loro: «Avete fatto un buon lavoro». Il premier italiano che fa da compunto padrone di casa. E poi la Merkel, e poi Medvedev, anche loro fra le case distrutte, i Grandi della Terra che per una volta diventano Grandi sulla terra.
Eccole qui le foto che tutti temevano. Ce ne sono anche altre. C’è Berlusconi che abbraccia Sarkozy, il saluto con il premier giapponese, la foto di gruppo da cui non manca nessuno. Chissà come saranno delusi i gufi che favoleggiavano di esclusioni dell’Italia dal G8, chissà come saranno delusi i corvi che avevano già annunciato le defezioni in massa dei leader mondiali, o almeno di qualche first lady. Invece no: ecco lì, le first lady ci sono, soprattutto ci sono i loro mariti. Tutti insieme, nella rituale foto di gruppo, senza corna né cucù. Un’iniezione di serenità, un bagno di real-ottimismo. E l’Italia che fa bella figura davanti al mondo intero. Ecco la foto che i gufi temevano davvero.
Ma sì, avete visto che cosa è successo ieri? Il presidente americano Obama, l’idolo della sinistra italiana, ha incoronato Berlusconi. Ha elogiato la sua leadership, ha fatto i complimenti alla splendida organizzazione. Non sono parole dovute. Così come non era dovuta la lunga passeggiata fra le macerie dell’Aquila. Ogni scelta del presidente americano è studiata e meditata, confidano i suoi collaboratori: c’è un messaggio dietro quell’immagine in maniche di camicia che emoziona tutti e che trasuda di umanità, cordialità e attenzione per il nostro Paese. Quanta differenza tra la realtà vista ieri e quella descritta dai quotidiani in questi giorni. Non ci avevano forse raccontato che Obama considerava poco e male l’Italia a causa di Berlusconi? Com’è che adesso è lì in maniche di camicia a stringere la mano dei vigili del fuoco? Com’è che parla di grande leadership italiana?
Il fatto è che ieri i castelli di bugie sono crollati di colpo. Mentre i giornali inglesi sparavano i loro ultimi proiettili bagnati, il premier Brown elogiava pubblicamente il governo italiano e il vertice dell’Aquila. La Merkel tramite il suo portavoce diceva: G8 organizzato in modo scrupoloso. Poi prometteva aiuti per Onna. E Medvedev si faceva condurre, pure lui, tra le macerie e annunciava di voler adottare un palazzo dell’Aquila. Ma i Grandi della Terra non dovevano snobbare l’Italia? Macché. Tutti lì, presenti e positivi. Così positivi che per trovare qualcosa di negativo, la Repubblica, ieri mattina è stata costretta all’ennesimo bluff: ha cercato di montare come un caso («Hu Jintao lascia il vertice») il ritorno in patria del leader cinese, determinato soltanto dall’aggravarsi della rivolta uighuri. Ennesimo tentativo fallito. Tentativo piuttosto miserabile, per altro.
Il quotidiano fondato da Scalfari ha collezionato un flop dopo l’altro negli ultimi giorni. Ma è possibile che finisca così uno dei più violenti attacchi mediatici a un premier che sia mai stato organizzato? Possibile che Repubblica abbia caricato a testa bassa senza avere in mano nient’altro? Possibile che si riduca agli uighuri? Ma non ci hanno lasciato intendere per settimane che al G8 saltava fuori il grande imbarazzo, lo scandalo finale, lo scoop definitivo? Non avevano evocato lo spettro del ’94? Questo vertice non doveva essere il calvario di Berlusconi, il suo caviale del tramonto? Non ci avevano raccontato che c’era la scossa? Per il momento la scossa non s’è vista. Al massimo la riscossa. Di Berlusconi. Persino l’assalto no global è finito in nulla, il terremoto non ha creato problemi. E sui contenuti, invece, sono stati raggiunti accordi forse anche insperati. È solo il primo giorno. Ma per il momento ce n’è D’Avanzo per poter dire: cari gufi, se finisce così, non vi viene il sospetto di aver fatto un clamoroso autogol?

Mario Giordano per Il Giornale

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Berlusconi: «Ho fatto un miracolo»

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Berlusconi: «Ho fatto un miracolo»


berlusconi-g8Era impossibi­le che non lo facesse, che non sentisse il bisogno almeno di una parola rivolta a quelli che per natura considera da sem­pre «amici» prima che colle­ghi, interlocutori personali prima che leader di altri Stati. E alla fine Silvio Berlusconi quella parola, che in realtà è risultato un chiaro messag­gio, l’ha pronunciata: «Sapete tutti benissimo che mi attac­cano sul piano personale, ma state tranquilli, io durerò alla guida del mio Paese altri quat­tro anni». Per il Cavaliere farlo davan­ti a tutti i leader del G8 è sta­to come togliersi un peso dal­lo stomaco.

Il palcoscenico era quello che più gli interes­sa, quello dei suoi pari, quel­lo che in questi mesi ha pro­dotto i crucci maggiori: il dan­no di immagine all’estero, nelle cancellerie di mezzo mondo, la reputazione sfre­giata di un leader che alla re­putazione internazionale tie­ne più di ogni altra cosa. Troppo grande la tentazione per resistere, per non sentire il bisogno di dare almeno un breve messaggio di forza ai leader degli altri Paesi. Per chi lo ha ascoltato non è stata una sorpresa: dalla Me­rkel a Sarkozy, sino ad Oba­ma, del nostro presidente del Consiglio tutti conoscono i tratti caratteriali e forse tutti in qualche modo si attendeva­no un accenno a quello che da alcune settimane leggono sui giornali dei rispettivi Pae­si. La giornata del presidente del Consiglio è stata sobria che più non si poteva, priva di quel «berlusconismo» che l’ha reso detestabile o amato in giro per il mondo, sotto in­vece che sopra le righe: nono­stante fosse l’ospite di casa, in fondo il personaggio più at­teso. Un understatement im­posto dagli eventi più che dal­la natura dell’uomo, e che per un attimo è venuto via. «Questa giornata mi ripaga di tante amarezze», ha confi­dato al presidente della Regio­ne Gianni Chiodi, in uno de­gli intermezzi del program­ma.

Anche in questo caso è ri­sultata palpabile l’ansia che evapora, il sospiro di sollievo di un premier che negli ulti­mi giorni ha cercato di con­centrarsi più di ogni altra co­sa sul successo e sulla riusci­ta del G8: per i risultati del vertice, ma anche per ridare forza alla propria immagine. Un’immagine che ieri ha ri­cevuto più di un aiuto pro­prio dalla Casa Bianca. Le pa­role di Obama sulla leader­ship forte dell’Italia, quelle dello sherpa americano a smentire i contenuti della stampa anglosassone ( Guar­dian e New York Times) sulle mancanze dell’agenda del ver­tice. Quindi le incombenze del padrone di casa: il ricevi­mento degli ospiti, l’arrivo dei leader, le strette di mano, la tensione che si scioglie, le prime sessioni di lavoro, i pri­mi risultati concreti sul clima e sull’economia. Ha scherzato anche con i giornalisti, in una conferenza stampa annunciata senza do­mande dallo staff ma che alla fine ha visto proprio lui chie­dere domande che non sono arrivate: ‘Visitate tutti i salo­ni della cittadella di Coppito, qui siete tutti i benvenuti, ci vogliamo tutti bene…’. E an­cora, rivolto ai cronisti: ‘So­no orgoglioso di aver fatto quasi un miracolo’, alluden­do all’organizzazione del ver­tice nella zona del terremoto, dove il G8 tornerà entro fine anno, per un sessione riserva­ta alle protezioni civili degli otto Paesi più industrializza­ti. Sui fondi all’Africa, ai Paesi in via di sviluppo, ha rassicu­rato: ‘Manterremo gli impe­gni per il global fund entro la fine dell’anno’. Sulla crisi è stato come sempre ottimista: ‘Intendiamo mandare un messaggio di fiducia; la crisi, per la parte più dura, è alle nostre spalle’. Ma c’è da giu­rare che quella frase pronun­ciata davanti agli altri leader è stata forse la più impegnati­va. Almeno emotivamente.

Marco Galluzzo per Il Corriere della Sera

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G8, Obama: “L’Italia? Ha forte leadership”

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G8, Obama: “L’Italia? Ha forte leadership”


g8-obama-berlusconiDopo tante attese è iniziato il vertice del G8: all’ordine del giorno le nuove regole per l’economia e la finanza, i cambiamenti climatici e gli aiuti all’Africa. Uno dopo l’altro i capi di stato e di governo hanno raggiunto il capoluogo abruzzese e sono stati accolti dal presidente del Consiglio. Silvio Berlusconi e il cancelliere tedesco Angela Merkel hanno visitato il centro di Onna, il paese più colpito dal terremoto. Fra poco a Coppito, sede della Guardia di Finanza, iniziano ufficialmente i lavori del summit. Fra i tanti leader all’Aquila mancherà uno dei protagonisti del vertice, il presidente cinese Hu Jintao, tornato in patria dopo tre giorni in Italia a causa della rivolta della minoranza musulmana degli uiguri, che Pechino sta reprimendo in modo pesante.

La polemica del NY Times La giornata si è aperta con una nuova polemica innescata dal New York Times secondo cui la guida dal vertice dovrebbe essere affidata al presidente degli Stati Uniti. “Se questa sessione (del G8) deve giustificare il tempo e gli sforzi, il presidente Obama dovrà assumere la guida. È tempo per lui di capitalizzare il credito che si è guadagnato in diplomazia negli ultimi sei mesi”. Ma la replica di Obama non si è fatta attendere: la leadership italiana, ha detto, è “straordinaria, di cui siamo grati”.

Obama da Napolitano Quasi trenta minuti a quattrocchi, poi un lunghissimo incontro allargato: aria di grande intesa fra Quirinale e Casa Bianca. “Contribuiremo alla ricostruzione dell’Abruzzo” in particolar modo della università de L’Aquila, e anche attraverso le borse di studio. Il presidente americano mette l’accento anche sulla cooperazione tra Roma e Washington “in posti come l’Afghanistan, dove lavoriamo fianco a fianco”, ma poi aggiunge: “Non si tratta di una collaborazione militare quanto fra quella fra due popoli”. Anche se, certo, “il governo italiano sta esercitando una leadership straordinaria di cui gli siamo grati”, per tutti i temi principali della riunione de L’Aquila, dai cambi climatici alla crisi finanziaria internazionale. Obama si sofferma sull’accordo firmato l’altro ieri a Mosca: “Serve come modello quando ci si deve rivolgere a Corea del Nord e Iran”.

“Elogio al Capo dello Stato” Il presidente Napolitano gode di “una reputazione meravigliosa, dell’ammirazione di tutto il popolo italiano, non solo per la sua carriera politica, ma anche per la sua integrità e gentilezza: è un vero leader morale e rappresenta al meglio il vostro Paese”, ha detto Obama al termine del colloquio con il presidente della Repubblica.

Brown: una seconda sveglia Il G8 rappresenta “una seconda sveglia per i grandi del mondo impegnati a risolvere la crisi finanziaria”. A dirlo è il primo ministro britannico, Gordon Brown che, con una serie di interviste all’avvio dei lavori del vertice ha sollecitato ancora una volta i paesi a affrontare la sfida della crescita economica e ha messo in guardia contro “il ritorno del protezionismo, un ostacolo all’economia mondiale”. “Si tratta per noi di una seconda sveglia – ha detto Brown. Le banche devono ricominciare a dare prestiti, il commercio mondiale deve riattivarsi e dobbiamo mantenere i prezzi delle commodity a un livello che permetta la crescita”.

Il Papa: aiuti ai poveri Il Papa invita i fedeli e i pellegrini presenti all’udienza generale in Vaticano a «pregare per i capi di Stato e di Governo del G8. “Da questo importante summit – ha auspicato Benedetto XVI – possono scaturire decisioni e orientamenti utili al vero progresso di tutti i popoli, e in special modo di quelli più poveri”.

Il Gironale

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G8, ecco chi sta preparando la guerra. Rapporto dei Ros: 85 i gruppi a rischio

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G8, ecco chi sta preparando la guerra. Rapporto dei Ros: 85 i gruppi a rischio


g8La retata di ieri mattina dei no-global di Torino si sarebbe forse potuta rimandare di qualche giorno, vista la coincindenza dell’evento planetario. A seguito dell’arresto di ventuno «antagonisti» per gli incidenti avvenuti il 19 maggio scorso durante il G8 University Summit (uno di loro è stato preso proprio a l’Aquila), l’ala dura e pura del movimento ha infatti ripreso fiato e soprattutto spunto per invitare i compagni dei centri sociali più radicali e le frange anarchiche più «disobbedienti» a una risposta forte contro la «repressione dello Stato». In parallelo l’ala politica del movimento, sotto la sigla Patto di Base (Cobas, Sdl, Cub) ha ufficializzato il ricompattamento esprimendo solidarietà ai teppisti ammanettati e accusando il governo di «intimidire il movimento» e di «creare un clima di forte tensione per scoraggiare la partecipazione alla manifestazione nazionale del 10 luglio e introdurre elementi di provocazione tesi a giustificare eventuali inaccettabili aggressioni delle forze dell’ordine al corteo anti-G8».

C’è nuova e insistente fibrillazione nell’area di riferimento dei «movimenti» e fra i cani sciolti che indossano le felpe nere. Aria insalubre che potrebbe sfociare in contestazioni «mordi e fuggi» in occasione del G8, ma che da mesi viene respirata come ossigeno rigenerante per nuove e diversificate forme di contestazione. Nell’ultimo dossier dei carabinieri del Ros non a caso si fa riferimento all’«assemblea del Global Meeting Network tenutosi a Bologna l’8 febbraio 2009 cui hanno partecipato 150 ex disobbedienti in rappresentanza dei principali centri sociali». Fra i temi sul tavolo non tanto, e non solo, l’«adozione da parte del movimento della denominazione No-Logo per esprimere al meglio la volontà di sfuggire alla “chiusura identitaria e di rappresentanza” del passato» quanto piuttosto il via libera «per una “piena libertà di azione” ai militanti». I quali dovranno «autonomamente ricercare nel proprio territorio “gli aspetti peculiari di conflitto” e gli interventi più adeguati». Il tutto, ovviamente, finalizzato all’instaurazione di un «nuovo soggetto politico», da organizzare «secondo una logica federativa» con a capo i maggiori centri sociali «essenziali per il loro radicamento nel territorio dove va intercettato il conflitto». Per farsi pubblicità e per misurare le proprie potenzialità, il «nuovo» movimento ha in mente da tempo svariate strategie coincidenti con l’appuntamento dell’Aquila: non ultime «azioni di elevato impatto mediatico – insiste il Ros – con il concorso delle realtà del lavoro identificabili nel sindacalismo di base». Le prove generali, da Torino a Vicenza, non si contano.

A tutt’altro progetto politico, seppur ispirato a un’idea federativa, si rifà la componente più radicale del movimento intenzionata a creare problemi nei prossimi giorni: quella anarchico-insurrezionalista, protagonista di numerosi attentati, sempre più spesso alleata ai no-global negli scontri con le forze dell’ordine. A una delle undici sigle che compongono la «Fai» (Federazione anarchica informale) sarebbero in qualche modo collegati i due presunti bombaroli fermati per il sabotaggio sulla ferrovia tra Orte e Ancona, e alcuni «personaggi di rilievo» monitorati prima e dopo i tafferugli del 4 luglio a Vicenza. Proprio per la delicatezza dell’imminente summit dei grandi della Terra, il Ros ha dovuto aggiornare il monitoraggio in quest’area eversiva (nel quale sono confluite anche le intercettazioni tra il brigatista Fallico e il ferroviere sassarese Bellomonte a proposito di un attentato al G8: «Bisogna fare qualcosa di grosso…»).

In cima alla black-list c’è il centro sociale «Gramigna» di Padova, famoso per alcuni dei suoi componenti arrestati e condannati quali appartenenti alle nuove Br, ma anche per le successive manifestazioni di solidarietà organizzate, non a caso, all’Aquila, nel cui carcere era detenuta Nadia Desdemona Lioce, killer di Biagi e D’Antona. Lo stesso dicasi per il centro sociale milanese «Panetteria Okkupata» a causa di presunti legami col famigerato «Partito comunista politico-militare». A seguire ecco gli attivisti dell’«Insurgencia» (di cui fa parte uno degli arrestati di ieri) protagonisti delle proteste contro l’apertura della discarica di Chiaiano.

Occhi puntati dei carabinieri su ben sette «realtà» romane, quattro piemontesi, cinque venete, otto toscane, sei liguri, tre napoletane, quattro abruzzesi (su tutti «Spazio Libero 51» dell’Aquila che potrebbe fungere da base per l’attività dei centri sociali) e una decina sparse ovunque nel meridione. Fra queste ultime particolare attenzione viene riservata al «giro» che ruota attorno agli ex della «Rete meridionale del Sud ribelle» sotto inchiesta per banda armata a Cosenza, e poi assolti. In queste ore si rivedono i filmati dei fiancheggiatori del centro sociale occupato «Crash» (13 indagati dopo lo sgombero forzato) di Bologna, città recentemente presa di mira dagli squatter anarchici con più attentati ai bancomat.

Si approfondiscono i segnali legati all’iperattivismo antagonista registrato in Umbria, dove solo a Spoleto in cinque sono finiti al fresco per aver costituito la cellula «Coop-Fai». E si cerca di capire cosa sta succedendo a Pisa, con gli anarco-insurrezionalisti alle prese con riunioni «carbonare» di proselitismo fino a Livorno che sfociano in blitz alle sedi del lavoro interinale Adecco. Sono oltre 85 le organizzazioni tenute sott’osservazione in queste ore ma una particolare attenzione meritano quei gruppi «senza fissa dimora» in stretto contatto con un migliaio di attivisti appartenenti alle frange anarchiche in arrivo dalla Germania, dalla Francia, dalla Spagna, e quel che più fa paura, dalla Grecia. Dove i black bloc da mesi colpiscono caserme dell’esercito, commissariati di polizia, ministeri, banche, scuole, supermercati, giornali. Il terrore in sessanta sigle: una è pure dedicata al ragazzo morto a Genova: «Brigata Carlo Giuliani» l’hanno chiamata.

Gian Marco Chiocci e Luca Rocca per Il Giornale

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Governo tecnico, voto, Obama. Un mese di bufale contro Silvio

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Governo tecnico, voto, Obama. Un mese di bufale contro Silvio


bush-welcomes-italian-pm-berlusconiDraghi presidente del Consiglio. Un complotto che arriva dall’estero, i soliti americani. Anzi, amerikani. In combutta con Fini, Tremonti dà una mano, D’Alema è il manovratore. La Chiesa dà il segnale. È mancata la massoneria. Ecco, che fine ha fatto la massoneria? Sempre tirata in ballo quando i governi sono in bilico.

Una settimana dopo il Riformista, altro quotidiano vicino al Pd, rilancia: «L’Onu e l’Europa isolano il governo». Il 21 sul Manifesto Piero Ottone, in un’intervista, rileva: «Contro Berlusconi tutti dovrebbero protestare. Soprattutto i giornali». E infatti i giornali vanno all’attacco. Il 28 sul Riformista spunta per la prima volta in un titolo la locuzione “governo istituzionale”. La tesi è questa: «Il colpo di scena è legato a quando Noemi, o chi per lei, parlerà. Perché qualcuno punterà l’indice: però in cambio di favori. Un’accusa che dai giornali finisce in procura e di fronte all’opinione pubblica». E più avanti si spiegava: «Se riuscissero a disarcionarlo lui, assicurano i suoi, si giocherà la carta dele elezioni anticipate».

Il giorno dopo La Stampa lascia intendere che è in arrivo un’offensiva giudiziaria stavolta sul fronte rifiuti. Si dà conto dello sfogo di Bertolaso sugli interrogatori troppo bruschi e infine l’annuncio: «Da giorni da Roma erano stati lanciati messaggi preoccupanti. Messaggi che lasciavano intendere una certa consapevolezza dell’attività di indagine in corso. Come se ci fosse stata una fuga di notizie pilotata. In questo clima, dunque, si aspettano novità giudiziarie». Poi tocca a Repubblica, ovviamente. Il giornale che più di tutti ha cavalcato la tesi della fine imminente. E il 31 scrive del fatto che nel 1994 alla Casa Bianca, come oggi, c’era un presidente democratico: un concetto che poi sarà costantemente ripreso da altri quotidiani. Arriva giugno e sul quotidiano di Ezio Mauro si legge questa frase di Berlusconi: «Sto per scoppiare».

Subito dopo il voto sempre Repubblica rilancia una nuova tesi: i report dell’ambasciata americana sono negativi per il Cavaliere. Il 14 spunta il fantasma Draghi. Si riferisce: «A Palazzo Chigi sentono da settimane gli echi di un’indiscrezione che circola negli ambienti confindustriali e che indicano nel governatore Draghi il potenziale presidente di un esecutivo tecnico, di salute pubblica, un governo per gestire la crisi». Si fanno notare anche che Pd e Casini difendono Draghi sempre più spesso. Sullo sfondo si parla anche di un ruolo della fondazione di Montezemolo, Italiafutura, presentata proprio ieri. Sia chiaro, tutto ciò avviene anche per l’amplificazione dei politici, si apre un ampio dibattito. Al punto che lo stesso premier deve intervenire per annunciare un piano eversivo in atto per farlo fuori. E D’Alema risponde con le scosse. Spuntano anche i piani segreti di Murdoch d’intesa con De Benedetti. Romanzi. Il tutto condito dall’incontro di Berlusconi con Obama che Repubblica annuncia di essere stato declassato da colazione di lavoro e semplice caffettuccio alla Casa Bianca. E ogni indiscrezione viene amplificata dai giornali stranieri che moltiplicano gli effetti. Bevendosi qualunque voce riportata dai giornali italiani senza alcuna verifica come quella scritta dall’Espresso di un Gianni Letta che avrebbe preso le distanze dal Cavaliere e copiata pari pari dal Sunday Times.

È un sistema che si autoalimenta. Politici che spifferano o che inventano tesi, i giornali le riportano, altri politici le leggono e le arricchiscono di nuovi particolari in un circolo vizioso autoreferenziale e senza fine. E così, fantasie diventano realtà. Almeno sulla carta. Berlusconi ne è stato in mezzo e al centro. Ha scelto di non leggere più i giornali salvo le cose indispensabili. Un modo per esorcizzare anche se nemmeno lui può escludere che qualcuna di quelle indiscrezioni si possa avverare. Magari dopo il G8.

Fabrizio Dell’Orefice per Il Tempo

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Il G8 con il freno tirato: niente condanna all’Iran

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Il G8 con il freno tirato: niente condanna all’Iran


frattiniPiù che il diritto, poté la Realpolitik. E così, nonostante dichiarazioni verbali ferme nei toni e assicurazioni di non aver ingranato nessuna retromarcia, i ministri degli Esteri del G8 lasciano Trieste siglando un documentino appena allarmato per quanto è accaduto e accade in Iran nel dopo-voto, ma senza metterne in discussione l’esito. Ovvero: un riconoscimento di fatto della nuova presidenza di Mahmoud Ahmadinejad.
«È chiaro che le posizioni non erano le stesse… » cercava di giustificare Bernard Kouchner, ministro degli Esteri francese, poco prima che trapelassero i testi messi a punto proprio sulle vicende di Teheran. Era effettivamente già noto che la Russia di Putin aveva storto a lungo il naso sulla possibilità di una dura condanna del regime teocratico – come avrebbero voluto i governi di Parigi, Londra, Berlino e anche Roma – ma non era stato messo in preventivo che alla fine Mosca avrebbe avuto la meglio nel rendere così soft il documento. E infatti nel testo messo a punto, come poi illustrava Frattini al termine della sessione di lavoro, il G8 si limitava ad avanzare la richiesta che le violenze «cessassero immediatamente», aggiungendo un «forte invito a cercare soluzioni pacifiche per la crisi in corso» e notando che i ministri degli Esteri del G8 erano «costernati e addolorati per le vite perdute».
Non era un po’ pochino? La deplorazione non era riduttiva rispetto alla condanna annunciata? Sempre Frattini lo escludeva seccamente: «Il G8 non ha rinunciato per niente a una propria espressione di forte condanna per la perdita di vite umane e per la repressione in atto». E teneva ad aggiungere: «Non si può ancora considerare chiusa a oggi la partita» sui risultati del voto. «Abbiamo usato un linguaggio chiaro per condannare le limitazioni della libertà» gli faceva eco il tedesco Frank-Walter Steinmeier. «Nessun cambio di linea!» giuravano altresì Kouchner e il britannico Milliband.
In realtà i toni erano smorzati, e di parecchio, rispetto alle previsioni. Forse anche perché – al di là del niet russo – è un work in progress quello che si appresta sull’Iran. Intanto c’è da fare i conti con le richiese d’asilo di tanti oppositori che si affacciano nelle ambasciate occidentali a Teheran (Frattini ha confermato il rilascio di 50 visti individuali nei giorni scorsi, lasciando nel vago il resto, ma da fonti consolari sembra che cresca il numero di richieste e di quei 50 visti parecchi sarebbero stati dati a feriti negli scontri); e della questione visti si discuterà nella Ue già quest’oggi a Corfù, nel vertice Ue-Russia e in quello dell’Osce. In secondo luogo i toni non ultimativi si devono forse anche alla necessità di trovare spiragli nella spinosa questione del nucleare dei mullah.
Frattini ha fatto sapere a nome del G8 tutto che resta «necessario» trovare una soluzione diplomatica ma che «il tempo non è illimitato». Da quel che è trapelato, gli 8 grandi si sono dati un nuovo appuntamento a New York a settembre (prima della consueta assemblea Onu) e se per quella data Teheran non sarà tornata disponibile ai controlli dell’Aiea si riservano di intervenire con sanzioni ancora più pesanti nei confronti del governo di Ahamadinejad.
Morbidi o comunque cauti con gli iraniani, i ministri degli Esteri degli 8 grandi – dopo consulto del “quartetto” sul Medio Oriente guidato da Tony Blair giunto appositamente a Trieste per guidarne i lavori – sono apparsi invece molto più ultimativi con gli israeliani, specie sugli insediamenti dei coloni ultrà su territori palestinesi. Dopo aver chiesto infatti «a entrambe le parti di adempiere ai loro impegni nella Road Map», i ministri degli Esteri reclamano l’immediato «congelamento degli insediamenti, compresi quelli cresciuti naturalmente», nonché la fine della «insostenibile situazione di Gaza» e di atti terroristici. Duro il G8 anche con i nord-coreani, cui si chiede l’immediata cessazione di esperimenti nucleari e missilistici. Mentre sull’Afghanistan si pensa ad una serie di nuovi aiuti economici e militari in attesa del risultato del voto presidenziale di agosto, con i russi che contestano la strategia Nato e si candidano a guidare un nuovo processo di pace.

Alessandro M. Caprettini per Il Giornale

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A Teheran centinaia di arresti. E nessuna risposta all’invito al G8

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A Teheran centinaia di arresti. E nessuna risposta all’invito al G8


soldati-iranLa radio di Stato ha diffuso un primo bilancio degli scontri: le persone arrestate dalla polizia iraniana sabato a Teheran sono 457. Gran parte degli arresti sono stati effettuati intorno a piazza Azadi. Una quarantina di membri delle forze di sicurezza sono rimasti feriti e 34 edifici governativi sono stati danneggiati.

Il ministro degli Esteri Franco Frattini si aspetta entro oggi una risposta dall’Iran sull’invito a partecipare al G8 di Trieste, che si apre giovedi’. “Oggi siamo a lunedi’, quindi è ovvio che si ritiene implicitamente declinato l”invito se non arriva una risposta”, ha detto il titolare della Farnesina.

Il Consiglio dei Guardiani iraniano, da parte sua, non ha finora riscontrato “irregolarità di rilievo” nelle elezioni presidenziali del 12 giugno. Eppure, ricorda Cnn, in alcune circoscrizioni si sono avuti più voti conteggiati che elettori iscritti nelle liste elettorali.

Per la radio iraniana di Stato quella trascorsa è stata ”la prima notte di pace e tranquillità dalle elezioni”. Ma la calma è apparente, scrive il Washington Post : fino a tarda notte, riferiscono i blog e il New York Times, i sostenitori di Moussavi sono di nuovo saliti sui tetti delle abitazioni e hanno urlato “Morte al dittatore” e “Allah u Akbar”.

La figlia dell’ex presidente iraniano Hashemi Rafsanjani, un degli uomini piu’ influenti dell’Iran, è stata intanto rilasciata ieri sera dalle autorita’ iraniane dopo una detenzione di alcune ore. La donna era stata arrestata assieme ad altri quattro membri della sua famiglia per avere partecipato a manifestazioni vietate dal regime. Lo ha annunciato la televisione di Stato.

Negli ultimi giorni la Tv nazionale aveva diffuso immagini di Faezeh Hashemi che in strada parlava a centinaia di manifestanti pro-Mousavi a Teheran. La figlia dell’ex-presidente Rafsanjani non ha mai nascosto la sua opposizione al presidente Mahmoud Ahmadinejad, la cui rielezione il 12 giugno è contestata da Mir Hossein Mousavi. Da parte sua Ahmadinejad ha accusato la famiglia di Rafsanjani di corruzione.

Il Financial Times intanto prova a guardare avanti: un partito alleato dei moderati, rivela il quotidiano britannico, ha invitato ieri il leader riformista Mousavi a dare vita a un ‘blocco politico’ capace di lanciare una campagna di lungo termine contro il governo ‘illegittimo’. Il partito del Kargozaran, vicino a Akbar Hashemi-Rafsanjani, non riconosce nello stesso Moussavi, peraltro, il leader rappresentativo di tutte le opposizioni.

Il Wall Street Journal rivela oggi che gli sforzi delle autorità di Teheran di censurare le attività web dei contestatori possono contare su tecnologie e strumenti tecnologicamente all’avanguardia, forniti da compagnie occidentali: si stratta della tedesca Siemens e della finlandese Nokia, che per fare affari in Iran hanno dato vita ad una joint venture per fornire agli ayatollah la possibilità di una deep packet inspection. In altre parole, grazie ad adeguati software, le autorità non sono solo in grado di censurare l’accesso a particolari siti da parte degli utenti iraniani, ma anche di monitorarne in profondità le loro attività on line. Il monitoring center, installato nella sede della Telecom iraniana, che opera in regime di monopolio, era parte di un più ampio contratto che include la cesssione di tecnologia per le reti dei cellulari, hanno confermato al WSJ fonti vicine al business, concluso nella seconda metà del 2008.

RaiNews24

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Obama: «Italia cruciale in Afghanistan». In arrivo tre detenuti da Guantanamo.

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Obama: «Italia cruciale in Afghanistan». In arrivo tre detenuti da Guantanamo.


berlusconi-e-obamaE’ iniziato con un «Great to see you, my friend!» (“è bello vederti amico mio”), l’incontro fra Barack Obama e Silvio Berlusconi alla Casa Bianca, dove il presidente degli Usa ha accolto il presidente del Consiglio poggiandogli entrambe le mani sulle spalle. L’incontro è durato più di due ore, oltre i sessanta minuti inizialmente programmati. Berlusconi è infatti giunto alla Casa Bianca alle 16 e l’ha lasciata alle 18,30 per incontrare lo speaker della Camera, Nancy Pelosi.

Obama era appena rientrato da Chicago, dove aveva partecipato a un convegno dei medici nel corso del quale ha presentato una serie di proposte per la riforma della sanità. Berlusconi aveva invece trascorso la prima parte della giornata in albergo a Washington, per preparare l’incontro alla Casa Bianca.

L’Italia accetta tre detenuti da Guantanamo. Al termine dell’incontro la prima comunicazione data da Obama riguarda Guantanamo: l’Italia ha comunicato agli Usa di accettare tre detenuti rinchiusi nel carcere creato dopo l’11 settembre. A fine maggio gli Usa avevano chiesto al nostro paese di accogliere due detenuti tunisini. «Vogliamo essere il paese in prima fila, anzi il primo paese a dare una mano agli Stati Uniti per quanto riguarda la necessaria chiusura della prigione di Guantanamo», ha commentato Berlusconi.

Afghanistan, dall’Italia contributo cruciale. Obama ha sottolineato il «contributo cruciale» dato dall’Italia nella coalizione impegnata in Afghanistan nell’opera di stabilizzare il paese ricordando che l’Italia offre il suo contributo alla pace nel mondo su diversi settori del pianeta.

Doha round. Per parte sua Silvio Berlusconi ha espresso l’auspicio che il G8 dell’Aquila possa contribuire a sbloccare le trattative riguardanti il Doha round (i negoziati per il commercio mondiale, avviati nel 2001). Berlusconi ha aggiunto: «Stiamo lavorando per arrivare ad un corpo di regole e principi per evitare in futuro una crisi finanziaria ed economica come quella che abbiamo avuto. Siamo d’accordo sul fatto che non sia pensabile che il G8 produca questo corpo. È uno step che sarà seguito dal G20 di Pittsburgh per arrivare a soluzioni condivise che non condizionino il libero espandersi dei paesi».

Iran. Nelle dichiarazioni di Obama la parte del leone l’ha fatta la situazione iraniana. Obama si è detto profondamente turbato per le violenze, aggiungendo che gli Stati Uniti rispettano la sovranità iraniana e sottolineando che devono essere rispettati la libertà d’espressione e il processo democratico. Obama ha specificato che gli Stati Uniti continueranno a perseguire un dialogo «duro e diretto» con Teheran.

Negoziato possibile in Medio Oriente. Il presidente americano ha poi parlato di Medio Oriente, dicendo che alla luce del discorso fatto dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu vi è ora «la possibilità di far ripartire i negoziati» tra israeliani e palestinesi. Secondo Obama, il discorso di Netanyahu dimostra che «ora possiamo ripartire con serie trattative». Obama ha detto di aver colto nel discorso di Netanyahu «un movimento positivo», ma ha precisato anche che Israele deve evitare ulteriori, mentre i Palestinesi devono mettere fine a ogni violenza.

Usa in buone mani. «Abbiamo rafforzato i legami già forti esistenti tra Italia e Stati Uniti», ha detto Obama parlando dei rapporti bilaterali, mentre Berlusconi ha replicato dicendo che «Barack ha posizioni non solo innovative, che guardano ad un futuro diverso e sono anche concrete e di assoluto buon senso. Ciò apre il cuore nel vedere che le sorti della più grande democrazia del Mondo sono assolutamente in buone mani. Sono qui a collaborare con Obama come ho fatto in passato con Clinton e con Bush. Sarei molto contento di augurarmi un rapporto personale, amichevole e diretto con Obama. Saranno i fatti a dirlo. Credo che abbiamo ben cominciato».

E «abbiamo cominciato bene» lo ha detto anche Obama. «Mi aspetto sempre dal premier Berlusconi – ha aggiunto – una opinione franca e onesta. Oltre al fatto che a me il premier Berlusconi piace personalmente, anche i nostri popoli si amano e hanno profondi legami e profonda comunità di valori».

«Non posso fare a meno di ringraziare il presidente Obama con un apprezzamento vero che viene da chi è per la terza volta presidente del G8, per la sua conoscenza, la precisione e la puntualità con la quale interviene su tutti i temi internazionali e sui grandi problemi», ha detto fra l’altro Berlusconi. Che poi ha concluso: «Sono legato a un giuramento di riconoscenza verso gli Usa che mi hanno dato la libertà, e hanno dato dignità al mio Paese dopo la seconda guerra mondiale».

Il Messaggero

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Progettavano un attentato durante il G8, arrestati sei esponenti delle Br

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Progettavano un attentato durante il G8, arrestati sei esponenti delle Br


arrestatoSecondo gli inquirenti stavano organizzando un attentato in vista del G8 alla Maddalena. Così, il blitz della Digos di Roma è scattato, questa mattina, dopo due anni d’indagini. In sette regioni italiane, gli uomini delle forze dell’ordine stanno eseguendo arresti e perquisizioni domiciliari: sei le persone finite in manette. Tra questi Luigi Fallico, esponente delle brigate Rosse della prima generazione.

Luigi Fallico, ex brigatista della prima generazione, è accusato dagli inquirenti di riannodare le fila della lotta armata. Fallico, negli anni ‘80, era comparso marginalmente in alcune inchieste su gruppi satelliti che ruotavano intorno alla brigate rosse. Nell’operazione sono coinvolti esponenti genovesi, di Milano e un sardo. Quest’ultimo e’ stato bloccato a Roma dove era arrivato per incontrare Fallico.

Ai domiciliari e’ finita una persona anziana, perche’ trovata in possesso di alcune armi. Nel corso delle perquisizioni sarebbe stata scoperta anche una bomba.

QN

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