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La rappresentanza e l’impegno civile

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La rappresentanza e l’impegno civile


fini-profiloI contenuti e le forme della “rappresentanza politica” e il loro rapporto con l’attività di governo costituiscono da sempre, fin dalle origini dello Stato liberale, uno dei grandi temi su cui si è soffermata la riflessione giuridica e politologica. Nell’epoca della globalizzazione e della diffusione del sapere democratico, i fondamenti caratterizzanti la rappresentanza in campo politico sono stati sottoposti a forti tensioni per ragioni di varia natura che, come hanno evidenziato, in alcuni dei loro ultimi scritti, studiosi del calibro di Ralf Dahrendorf e Yves Mény, sembrano aver rotto l’equilibrio fra l’esigenza che nel Parlamento, sede della “rappresentanza”, trovi espressione il pluralismo della società civile nella molteplicità dei suoi orientamenti, e le esigenze di governabilità rappresentate da forme di investitura diretta degli esecutivi. Che cosa significhi tutto questo per gli ordinamenti democratici di massa può essere spiegato solo se, da un lato, si connette il tema della rappresentanza con quello della politicità, e, dall’altro, quest’ultimo con le trasformazioni dello Stato moderno e degli istituti rappresentativi nell’ambito del processo di globalizzazione.

Per svolgere alcune sintetiche considerazioni in relazione alle diverse concezioni, tecniche e prassi relative alla rappresentanza in campo politico che si sono succedute nel tempo, mi avvarrò anche di alcuni esempi storici, primo fra tutti quello che ha contrapposto le affermazioni di Antoine Barnave e di Robespierre i quali, nel dibattito del 10 agosto 1791 in seno all’Assemblea Nazionale Costituente, affermarono due principi antitetici. Il primo, Barnave, disse che «la qualità di rappresentante non è legata all’elezione», il secondo, Robespierre, affermò, invece, che «la qualità di rappresentante è legata all’elezione». Sullo sfondo vi era la rilevante questione giuridica, oltre che ovviamente politica, se il Re, pur non essendo eletto, avrebbe comunque potuto essere qualificato “rappresentante” e, conseguentemente, «partecipare con il veto all’esercizio della sovranità, cioè all’espressione della volontà generale». Le teorie moderne della rappresentanza ci dicono che quest’ultima non si forma soltanto attraverso l’atto elettivo da parte dei componenti di un collegio, dal momento che anche chi non fa derivare la propria posizione potestativa da una elezione può assumere i caratteri di un rappresentante (è questa la cosiddetta “teoria della rappresentanza istituzionale”).

Dal punto di vista storico, sono state soprattutto le teorie elaborate durante l’Ottocento a legittimare i modelli monarchico-costituzionali attraverso l’utilizzo del principio rappresentativo, in progressiva evoluzione verso il regime parlamentare che incardina la democraticità all’interno della forma di governo. Rappresentatività e democraticità sono termini coesistenti e complementari, ma che possono presentarsi anche disgiunti. Perché la rappresentatività assuma carattere democratico è necessario che la rappresentanza sia veramente espressiva della volontà popolare. La variabile decisiva per individuare e seguire lo svolgersi e il radicarsi delle concezioni sulla rappresentanza in campo politico è, infatti, quella relativa al processo di estensione del suffragio, unita alla diffusione del costituzionalismo come limite al potere. Libertà come limite alla concentrazione del potere ed eguaglianza dei diritti politici costituiscono i due elementi fondamentali che caratterizzano la nascita del costituzionalismo democratico.

Mi piace ricordare, a questo proposito, una bella frase di Thomas Paine, padre del costituzionalismo americano e precursore delle teorie sulla sovranità popolare, che scrisse: «Una Costituzione non è l’atto di un governo, ma l’atto di un popolo che crea un governo: un governo senza costituzione è un potere senza diritto; una costituzione è antecedente ad un governo e il governo è solo la creatura della costituzione». Ecco, dunque, il punto: ogni analisi sulla rappresentanza non può che prendere le mosse dal principio di sovranità popolare. Non interessa, dunque, una qualunque rappresentanza, interessa la rappresentanza politica di un sistema democratico. Mi sembra questa la questione da cui ripartire per condurre una riflessione sulla rappresentanza e sugli istituti ad essa collegati la cui difesa spetta non ad un organo qualsiasi, ma all’organo attraverso il quale, in primo luogo, anche se non esclusivamente, si realizza il principio democratico: il Parlamento. Parlamento che, per il suo legame diretto con il popolo, rappresenta lo strumento principale attraverso il quale il popolo stesso esercita la sua sovranità. I problemi molteplici che si sono manifestati negli ultimi tempi in forme nuove e particolarmente vistose, espressione di una crisi fra istituzioni rappresentative e cittadini elettori, mettono a dura prova la democraticità del sistema.

Tra le cause principali che hanno determinato nelle democrazie occidentali il problema del deficit rappresentativo dei partiti e delle istituzioni, con conseguente svuotamento delle forme della rappresentanza, vi sono il tramonto delle ideologie, la tendenza degli interessi ad autorappresentarsi, l’influenza dei mass-media, divenuti canali di trasmissione della domanda politica, la moltiplicazione dei luoghi in cui può allocarsi l’istituto della rappresentanza, i processi di “deterritorializzazione” dell’autorità politica, l’interdipendenza dei mercati globali, nonché le nuove forme di governance multilivello su scala non solo comunitaria. Inoltre, com’è noto, le democrazie contemporanee hanno tutte significativamente premiato il ruolo del potere esecutivo a scapito delle assemblee elettive. Anche se è sbagliato ritenere che le funzioni assolte da quest’ultime siano soltanto di natura simbolica e sebbene permanga in tutti gli ordinamenti democratici un vincolo formale di fiducia tra esse e l’esecutivo, è quest’ultimo, infatti, che detta in modo prevalente il cosiddetto policy-making (la politica del fare), la fisionomia e la composizione politica dell’esecutivo dipendono direttamente dall’esito delle consultazioni elettorali, spesso proprio condotte sulla base di una procedura che riduce ad opzione binaria tra due leader la complessità dei problemi che le democrazie avanzate sono chiamate ad affrontare.

C’è allora da chiedersi: che fine ha fatto la rappresentanza politica? Quale sorte è toccata a questo antico istituto che per secoli ha segnato, pur tra incessanti e profondi rimaneggiamenti, l’esperienza politica occidentale? Che la rappresentanza sia anch’essa crollata insieme al muro di Berlino, fagocitata dalla crisi post-ideologica? Eppure, da che mondo è mondo, i governanti non governano per se stessi, per il loro vantaggio privato o in virtù di meri rapporti di forza. O almeno non può apparire che accada questo. Essi esercitano la loro autorità necessariamente nel nome di un’autorità che li trascende, ieri quella divina oggi quella della medesima autorità governata. Sul piano pratico chi governa anzitutto rappresenta, e perciò “rende presente”, chi presente non è e nemmeno può esserlo, ovvero il titolare di tale autorità. Per Gerhard Leibholtz, uno dei massimi studiosi della rappresentanza, rappresentare significa «che qualcosa che non è realmente presente ridiventa presente… Tramite la rappresentazione qualcosa viene posto al tempo stesso come assente e come presente». È un problema, quello del mandato e della sua natura, che incombe su tutta la vicenda della rappresentanza moderna, ma che forse mai si è posto in termini tanto problematici come si pone attualmente, nel passaggio dall’uno all’altro millennio, perché mai come ora si è assottigliato il legame tra rappresentanti e rappresentati. Al punto che la teoria certifica l’obsolescenza della rappresentanza, proponendo di archiviarla, o quasi, dal lessico politico in vigore.

Per quello che riguarda l’Italia, le conseguenze della “transizione” avviata con i referendum elettorali del 1991 e del 1993 e con il trauma di Tangentopoli, entrambi legati agli effetti del crollo del muro di Berlino, hanno reso evidente la crisi dei partiti tradizionali. Il grande elemento di novità introdotto nell’ordinamento italiano dalla riforma della legge elettorale può essere riassunto nel passaggio da un sistema proporzionale, pressoché puro, al graduale radicamento del “maggioritario”. La bipolarizzazione della competizione politica ha portato di conseguenza all’apparizione e al consolidamento di un soggetto nuovo: la coalizione, non più intesa come un accordo fra partiti del tutto “sovrani”, ma come soggetto, per recuperare una interessante definizione di Marco Olivetti, «avente natura non tanto federale, quanto confederale, ovvero di una unione stabile, con soggettività autonoma, fra soggetti che conservano la plenitudo potestatis, vale a dire il diritto di uscire dalla coalizione come soggetti, ridiventando del tutto autonomi».

Il combinato disposto risultante dalla struttura bipolare nella competizione politica e dal ruolo del soggetto “coalizione” non rende più utilizzabile, soprattutto in ragione del nuovo sistema elettorale, la famosa definizione che Leopoldo Elia dava del sistema parlamentare italiano quale sistema a “multipartitismo estremo”. La forma di governo italiana del 2009 è, dunque, fortemente diversa rispetto agli assetti che la caratterizzavano all’inizio degli anni novanta. La trasformazione che l’ha interessata non ha tuttavia consentito un approdo permanente e stabile sulle agognate spiagge della democrazia maggioritaria. Sarei tentato di dire che, dopo più di un anno dall’inizio della XVI legislatura, la forma di governo italiana attraversa ancora una fase di transizione, collocandosi a metà fra l’ormai lontano sistema proporzionale puro e gli equilibri del parlamentarismo modello Westminster.

Sul punto trovo oggettivamente interessante l’alternativa posta in modo limpido da Giovanni Sartori che osserva come «nei sistemi maggioritari la rappresentanza è meno fedele, ma arriva più in alto, al governo; mentre nei sistemi proporzionali la rappresentanza è più fedele, ma ha una proiezione più corta, arriva solo all’assemblea». Proprio perché quello che dice Sartori ha una sua oggettiva validità, è stato necessario bilanciare la minore rappresentatività del sistema bipolare con l’introduzione del concetto – mutuato dal mondo economico – di accountability, di political accountability (“il dover rispondere agli elettori”). Dietro a questa espressione, di non facile traduzione, si cela l’idea che gli eletti debbano “rendere conto” ai rappresentati del loro operato. L’individuazione di una formula ad hoc per esprimere un concetto che dovrebbe essere già ricompreso nella concezione classica di rappresentanza politica – ma soprattutto di sovranità popolare e di pluralismo – sottolinea la maggiore garanzia che il sistema bipolare offre, sotto questo punto di vista, ai cittadini. In un sistema maggioritario di tipo bipolare, il programma di governo viene determinato fin dalla presentazione della coalizione al corpo elettorale.

È innegabile che in questo modo la controllabilità da parte del corpo elettorale, che non conferisce più una “delega in bianco” ai partiti, è massima e l’attività del governo può essere in ogni momento confrontata con le previsioni programmatiche. Il discorso è complesso e difficile da analizzare in breve tempo. Ciò che comunque mi preme affermare è che, proprio perché il paese si è ormai abituato al sistema maggioritario, e a scegliere la coalizione di governo, l’esigenza di dare stabilità al governo non deve comportare l’abbandono del modello di democrazia parlamentare. Il problema di fondo è quello di aumentare contemporaneamente la capacità deliberativa del Parlamento e del governo perché senza questa capacità deliberativa non si regge il confronto con gli altri centri di potere non solo transnazionali.

Sono questi grandi centri di potere che metteranno a dura prova la politica, il ruolo della politica, in una società che si evolve, se non aumenta la capacità deliberativa degli organi democratici. Ma l’aumento della forza deliberativa degli organi di governo e parlamentari, in un regime democratico, deve collocarsi in un quadro di accrescimento delle caratteristiche di democraticità dell’ordinamento stesso. In altri termini, dobbiamo realizzare una vera e propria “democrazia governante”. Ma che cosa vuol dire “governante”? Non come è stata intesa in qualche sciatta polemica italiana, più decisionista con solo capacità di decisione. Democrazia governante, come ci ha sempre insegnato Leopoldo Elia, si contrappone a democrazia “governata”. La democrazia era governata quando, pur essendoci il suffragio universale, tuttavia erano i notabili che esercitavano un’influenza preponderante; nella democrazia governata l’influenza del censo faceva sì che vi fossero pochi leader ed un ceto dirigente ristretto. La democrazia governante, invece, comporta l’esigenza di individuare, per ciascuna procedura di decisione politica, un punto di equilibrio condiviso fra il suo grado di rappresentatività e quello di efficienza.

Si tratta, come è noto, di un problema solo apparentemente tecnico che, in realtà, sottende tutte le tensioni proprie del confronto fra interessi e schieramenti politici contrapposti. Peraltro, la diversità di tradizione fra l’esperienza inglese e quella dei parlamenti dell’Europa continentale costituisce ancora, nonostante il graduale ravvicinamento reciproco, un elemento strutturale di distinzione, sullo sfondo del quale si è venuta affermando la tendenza alla razionalizzazione del parlamentarismo europeo. Una tendenza volta cioè a risolvere in chiave decisionista il dilemma fra rappresentatività ed efficienza, attribuendo al Governo una significativa influenza nelle procedure parlamentari e riducendo di conseguenza gli spazi di autonoma iniziativa parlamentare.

Come diffusamente evidenziato dalla dottrina pubblicistica più recente, gli effetti di questa tendenza sono stati principalmente di due tipi: in primo luogo, di tipo istituzionale, nel senso di una crescente dislocazione del ruolo dei Parlamenti verso la funzione informativa e di controllo. In secondo luogo, di tipo funzionale per l’attività dei deputati, nel senso che, fatte salve le tradizionali garanzie previste a favore dei dissenzienti, gli ambiti di autonoma visibilità delle iniziative dei singoli parlamentari tendono gradualmente a ridursi, in ragione della disciplina di gruppo, della azionabilità solo collettiva di alcuni strumenti procedurali e della esperibilità di fatto limitata di altri strumenti, quali quelli di sindacato ispettivo. Bisogna, inoltre, sempre tener presente che l’originaria tripartizione dei poteri – legislativo, giudiziario ed esecutivo – è stata arricchita, recentemente, di un dato nuovo: mi riferisco al sistema di garanzie rappresentato dalle autorità indipendenti. Queste istituzioni, ponendosi come entità super partes, “hanno un po’ rubato la scena” ai Parlamenti, nel loro ruolo di garante ultimo della legalità. Naturalmente, nell’era della globalizzazione e della diffusione del sapere democratico, la riflessione politica e dottrinale sull’insieme di queste problematiche ha dovuto misurarsi con alcune nuove variabili di contesto, di cui si è venuta acquisendo crescente consapevolezza.

In ogni ambito decisionale si tratta ormai di gestire democraticamente processi che, per loro natura, hanno ormai un’estensione che travalica i confini nazionali e che rischiano di non poter più essere completamente ed efficacemente governabili al solo livello nazionale. Di qui l’importanza di aderire su particolari temi ad una reale dimensione europea della decisione politica: fra questi, le politiche dell’immigrazione e della sicurezza; le politiche sociali e del lavoro; la formazione, la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica. La forza delle istituzioni, tuttavia, non dipende solo dalla rapidità delle decisioni: poter decidere rapidamente è oggi una necessità ineludibile, ma occorre anche prendere le decisioni giuste.

Il confronto necessario fra le diverse istanze politiche è, pertanto, sempre coessenziale ad un equilibrato assetto di poteri e su questo si fonda il ruolo, non marginale e non emarginabile, del Parlamento, rispetto al governo, da un lato, e alle autorità indipendenti, dall’altro. Alcune significative conferme, in tal senso, ci provengono dall’orientamento complessivo della riforma costituzionale francese dello scorso anno (Legge costituzionale n. 2008-724, del 23 luglio 2008), che ha recepito gli esiti di un ampio dibattito, sviluppatosi a partire dagli anni Ottanta, sulla necessità di riequilibrare il ruolo del Parlamento, rispetto a quello dell’esecutivo, nei processi di elaborazione delle politiche pubbliche e nella verifica del loro effettivo impatto sulla realtà economica e sociale. Un secondo elemento rilevabile nelle recenti esperienze degli ordinamenti europei consiste, invece, nell’aumento delle istanze di valorizzazione della democrazia partecipativa e deliberativa rispetto a quella rappresentativa, con conseguente richiesta di riappropriazione, da parte dei singoli membri della comunità, di spazi di coinvolgimento decisionale che non ne limitino l’intervento al solo momento del voto.

Di qui la diffusione della popolarità di procedure tipiche del contesto anglo-americano – dalle primarie alle cosidette public consultations – che una legge francese del 2002 ha qualificato come proprie della nuova “democrazia di prossimità”, termine nuovo nel dibattito politico e di cui ci si dovrà occupare. Da queste considerazioni ha tratto origine, a partire dagli anni Novanta, un ampio dibattito giuridico e politologico sulla complessiva ridefinizione del ruolo dei Parlamenti di cui ci restano significative testimonianze nell’abbondante produzione letteraria di quegli anni. Per non fare torto a nessuno dei prestigiosi autori italiani, mi limiterò a citare il cosiddetto “Rapporto Rippon”, (il cui titolo formale era Making the Law, fare la legge), del 1992, sulla modernizzazione e l’apertura delle procedure inerenti l’esame dei progetti di legge nell’ordinamento inglese, seguito, a distanza di dieci anni, da un analogo rapporto su quella che, per la prestigiosa Hansard Society britannica, sarebbe stata la vera sfida per i Parlamenti nel nuovo millennio: “Making government accountable”, rendere un governo responsabile, restituendo al Parlamento una effettiva capacità di chiamare il governo a rendere conto del proprio operato.

In termini ancora più generali, valorizzare, attraverso il Parlamento, la capacità ed il diritto degli elettori di chiedere conto delle scelte compiute dagli eletti. Si tratta di temi che, come è noto, fanno parte del dibattito corrente anche nel nostro paese dove, al di là del fragore delle polemiche più o meno quotidiane, e facendo anche tesoro di quanto evidenziato da un lungo e perdurante confronto sul tema delle riforme istituzionali, sono già stati individuati alcuni necessari ambiti di innovazione dei processi di decisione politica. Mi riferisco, in particolare, alla necessità di superare le aporie del bicameralismo perfetto, di concentrare la decisione legislativa sui grandi temi della politica nazionale, di ripensare la sessione di bilancio e di attivare, in modo efficace, gli strumenti e le procedure di esercizio della funzione di controllo parlamentare. E alcuni interventi in tal senso sono già stati avviati. Significative innovazioni sono inoltre già state introdotte in merito alla trasparenza e all’accessibilità da parte dei cittadini all’informazione parlamentare, veicolata attraverso molteplici fonti fra cui i siti internet delle due Camere.

Ma non è tutto: anche nella dimensione sovranazionale, il Parlamento sta recuperando il suo ruolo di sede primaria della rappresentanza, luogo dove convergono le pulsioni, le tendenze, le aspirazioni della comunità nazionale. Il Trattato di Lisbona, sviluppando quanto già previsto dai trattati vigenti, ha rafforzato il principio della piena informazione dei Parlamenti nazionali sui progetti degli atti comunitari, creando un canale autonomo, indipendente dai governi, al fine di favorire l’attività di controllo e di influenza sulla posizione degli esecutivi nella formazione del diritto comunitario. I Parlamenti nazionali sono, inoltre, coinvolti direttamente nella questione del riparto delle competenze tra Unione e Stati membri. Il Parlamento è così chiamato a svolgere un ruolo crescente nelle fasi ascendenti e discendenti del processo legislativo europeo e, a ogni modo, è sempre opportuno che, ad ogni affievolimento dei poteri dei Parlamenti nazionali, corrisponda un rafforzamento speculare dei poteri del Parlamento europeo nei processi di sovrastatualità.

C’è, tuttavia, un ulteriore profilo di cui tener conto nell’affrontare, con un maggior grado di problematicità, l’argomento della nostra conversazione. Un profilo, se volete, più squisitamente politologico, ma che, a mio avviso, non può però essere trascurato, se si vuole avere una visione più organica del problema della rappresentanza e del governo nell’era della globalizzazione, individuandone in concreto possibili prospettive evolutive. Parallelamente ai movimenti di opinione che abbiamo richiamato ed ai processi innovativi che ne sono scaturiti, gli anni Novanta coincidono, soprattutto in Italia, anche con una crisi diffusa dei soggetti tradizionali della rappresentanza politica e, più in generale, della “forma-partito”, da cui hanno tratto origine sia fenomeni di involuzione localistica, sia la tendenziale polarizzazione della rappresentanza politica intorno a figure carismatiche piuttosto che a soggetti organizzati.

Al di là, comunque, dei riflessi sull’ingegneria costituzionale e parlamentare, questa crisi ha inciso profondamente sui circuiti della partecipazione e della rappresentanza politica propri della nostra società; da qui la necessità che il potere politico esercitato venga accettato, nell’ambito di un quadro di regole condivise, in quanto al servizio di un progetto legittimato dal consenso del maggior numero dei membri della comunità e che veda tra i suoi princìpi inderogabili la difesa della libertà e dell’eguaglianza. Termini, quest’ultimi, da interpretare in maniera quanto mai concreta, entro il perimetro di un insieme di regole uguali per tutti, che siano presidio ed argine rispetto alle possibili degenerazioni dell’individualismo liberale in egoismo sociale e dell’egualitarismo socialista in assemblearismo o collettivismo.

Ci proviene dalla filosofia politica americana del XX secolo, filtrata in Europa attraverso la polvere del crollo del muro di Berlino, la graduale affermazione nelle democrazie europee di orientamenti di cultura politica, potenzialmente convergenti nel sostenere un restringimento del ruolo dello Stato e, quindi, della sfera d’incidenza della regolazione pubblica sia nel funzionamento del mercato – cioè nell’economia – sia nei processi di giustizia distributiva – cioè nella società. Mi riferisco, da un lato, alla cultura liberale, nelle sue diverse accezioni, prevalentemente ispirate, con diversa graduazione d’intensità, alla valorizzazione dell’individuo ed alla concezione di uno “Stato minimo”, efficiente e non burocratizzato. E, dall’altro, al “comunitarismo”, secondo l’espressione nata negli Stati Uniti, spesso incline, in funzione anti-individualistica, anti-liberale e anticapitalistica, ad un’esaltazione utopistica del solidarismo e della democrazia diretta, deliberativa e partecipativa, rispetto a quella rappresentativa.

Sono questi i movimenti profondi con cui, travalicando gli schemi del formalismo giuridico, si dovrà misurare in futuro chi voglia individuare procedure e tecniche di adeguamento della rappresentanza politica alle esigenze di decisione e di raccordo fra i diversi attori politici di una società pluralista e di una democrazia inclusiva. E questi movimenti profondi sono destinati ad un’eterna e sterile conflittualità se non si riesce a farli convergere verso una concezione condivisa del bene comune e verso un rapporto costruttivo fra individuo e comunità. Non spetta a me scomodare categorie aristoteliche per tornare ad evidenziare come, in realtà, individuo e comunità abbiano un senso solo nella misura in cui si integrino. E come l’etimologia stessa del termine “libero” sottenda l’appartenenza ad una comunità che tuteli la dignità e i diritti.

C’è una pagina di un filosofo tedesco della prima metà del Novecento, Nikolai Hartmann: «Vi è un valore specifico della comunità – scrive Hartmann – esattamente come vi è un valore specifico dell’individuo. Nella comunità si perseguono fini lontani e si assolvono compiti di maggior respiro rispetto ai quali l’individuo non può non subordinare se stesso e i suoi scopi individuali, nella misura in cui la comunità nella quale l’individuo si colloca è portatrice di valori. Solo così si può parlare di un’elevazione morale dell’uomo in un impegno di valore verso la comunità e l’esistenza di tali valori non si può seriamente dubitare. L’organizzazione sociale di ogni genere e grado è allora di per sé un valore proprio; qualcosa la cui realizzazione in sé, pur nel più unilaterale degli sfiguramenti, è ancora fornita di valore, perché la sua negazione è lo scatenamento del privato egoismo».

Una comunità portatrice di valori come antidoto allo scatenamento del privato egoismo; l’aggregazione costruttiva dei membri della comunità intorno a quei valori, contrapposta alla disgregazione individualistica ed alle lacerazioni determinate dal conflitto fra gli interessi. Sono questi, in sintesi, i messaggi che mi sembra di poter ricavare da queste condivisibili parole di Hartmann e che ritengo di proporvi come chiave interpretativa delle ragioni di una necessaria riattivazione dei circuiti sociali che sottendono alla rappresentanza politica. Si arriva così al nucleo incandescente del rapporto fra individuo e comunità; al punto in cui la dimensione etica si intreccia concretamente con quella politica, evidenziando come nelle moderne democrazie rappresentative lo Stato costituzionale debba porsi come la struttura giuridica grazie alla quale il sistema politico e la società civile possono svolgere una funzione costruttiva di stimolo dell’individualità. Mi rendo conto di aver introdotto qualche elemento apparentemente estraneo al vostro ambito di studio e di ricerca che, tuttavia, ritengo non possa limitarsi alla mera elaborazione asettica di schemi teorici, ma debba annoverare fra i suoi valori di riferimento quella pienezza di significato e di spessore su cui si fonda il rispetto delle norme, comprese ed accettate da una comunità in quanto al servizio del bene comune.

Quale deve essere allora, in tale prospettiva, il ruolo dei giuristi ed in particolare degli specialisti delle procedure di funzionamento delle istituzioni politiche? Offro, a questo riguardo, qualche indicazione pratica traendo spunto da un aneddoto di storia americana. Nel 1863, un ufficiale del Genio dell’esercito americano, Henry Martyn Robert, per l’autorevolezza ed il prestigio sociale di cui godeva la sua persona fra i suoi concittadini, fu incaricato di presiedere un’assemblea riunita nella chiesa della cittadina in cui viveva, per discutere e deliberare su alcune questioni d’interesse collettivo. Per quanto non fosse in grado di rifiutare, si rese subito conto di non essere all’altezza del compito che era chiamato a svolgere: il sovrapporsi degli interventi infervorati degli oratori, le modalità di formulazione ed esposizione delle diverse proposte e la difficoltà di compilare un testo-base per la decisione, lo convinsero della necessità, per qualunque organo assembleare rappresentativo di una comunità, di disporre di un quadro certo di norme di riferimento per l’esercizio dei diritti dei singoli e delle funzioni dell’organo nel suo complesso. A questo fine, gli venne spontaneo far riferimento alle procedure della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, adattandole in modo da renderle idonee a regolare ordinatamente e civilmente qualunque riunione pubblica o privata. Nacquero così, nel 1876, le “Robert’s Rules of Order”, un manualetto di procedure assembleari, attraverso cui, in un certo senso, nell’esperienza statunitense, le procedure parlamentari irradiano tutti i circuiti dell’associazionismo, sociale e politico, presenti nella società americana.

Il valore di questo aneddoto consiste, a mio avviso, nel suggerire come la costruzione di una cultura della rappresentanza, della partecipazione e della decisione politica, anche nell’era della globalizzazione e della diffusione del sapere democratico, scaturisce e si consolida nell’esperienza quotidiana. E in questo, il ruolo-guida del “giurista medio colto”, secondo l’espressione della dottrina tedesca, appare determinante. Solo così, in linea con la lezione di Raymond Aron, è possibile «dedurre il potere dalla libertà», superando un atteggiamento negativo nei confronti della rappresentanza istituzionale e della partecipazione politica e proponendo a ciascun membro della comunità di prendere parte, con i suoi diritti e le sue responsabilità, alla costruzione di una prospettiva di progresso, per sé e per gli altri, attraverso le leggi, il lavoro, la cultura e l’impegno civile e politico. In altre parole, attraverso la crescita materiale, morale e civile della società.

Gianfranco Fini

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Sia maledetta la nostalgia ma la nuova Destra dove è andata a finire?

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Sia maledetta la nostalgia ma la nuova Destra dove è andata a finire?


LIDO DI MILANOCaro Giornale,
forse la questione posta da Angelo Mellone è questa: gli intellettuali di destra – identificati in quanto tali in un gruppetto di persone incolpevoli (Marcello Veneziani, Marco Tarchi, Alessandro Giuli e Stenio Solinas) – sono indietro rispetto alla destra che, al contrario, è al governo, decide e determina il cambiamento. E gode di smagliante consenso.

A parte il fatto che lo smagliante consenso se lo gode, a buon ragione, il Cavaliere – vorrei proprio vedere, infatti, senza Silvio Berlusconi, che cosa resterà del Popolo della Libertà – se la questione posta da Mellone è quella di capire perché mai tutte le brave persone sopraindicate non se la vogliono vivere l’attuale stagione, è argomento già raccontato. Torna ogni estate, le raccolte de il Giornale possono testimoniarlo. Ma visto che sono stato preso di striscio da Mellone, e visto che a differenza degli altri io posso vantare la colpevolezza di una militanza di partito, una cosa vorrei dirla, ma così, raccontando due episodi.

Fatto è che qualche mese fa ho incontrato per strada Fabio Granata, tra i consigliori di Gianfranco Fini, che a un certo punto, tra i nostri abbracci, mi ha chiesto: «Ma si può sapere perché ce l’hai così tanto con Fini?». Fermi tutti. Ci penso, non mi pare di avercela con il presidente della Camera, anzi, fa sempre di più un figurone. Immediatamente però, mi si accende un lampo: «Altro che. Ha preso un milione e mezzo di italiani, gli elettori del Msi, tutta gente per bene, quelli ai quali lui ha preso tutto per diventare quello che è, e li ha fatti tutti assassini. Se domani i miei figli dovranno vergognarsi di me – io che ho l’orgoglio di essere figlio di mio padre, figlio come sono di una famiglia, “Buttafuoco”, che coincide con la storia del Msi – dovrò ringraziare il signor Fini. Ha trascinato perfino Giorgio Almirante nella condanna». Ho detto questo, dopo di che me ne sono tornato nel mio brodo, io che non sono mai stato almirantiano, né finiano, né seguace del Fascismo del 2000, io che aborro le idee-cadavere – come d’altronde Granata che era come me, un ragazzo dei Campi Hobbit – io che stavo con Beppe Niccolai, l’eretico del socialismo tricolore, ho chiuso i conti con la politica anni e anni fa, quando la destra, prossima allo sdoganamento, chiudeva la propria stagione d’isolamento per incontrare finalmente Silvio Berlusconi.
Buon per loro, buon per tutti. Berlusconi è un campione della modernità che ha incontrato nel suo cammino il popolo della destra. Una casualità più che una strategia. Un ingrediente del piatto forte del populismo, ma resta il fatto che quel milione e mezzo d’italiani, malgrado le speranze parricide, è ancora un magma vivo fatto di storie, contatti, libri, amicizie e miti. Un magma che non c’entra niente con l’eredità maligna della sopraffazione, della tirannia o – peggio – dell’antigiudaismo criminale. L’apparato del nostalgismo – piuttosto – servì più alla destra che va avanti che alla grande stagione dell’eresia. Quando finalmente Marcello Veneziani può firmare in prima pagina un magnifico pezzo sul Corriere della Sera, possiamo esserne orgogliosi e felici perché in via Solferino, a fare finalmente una crepa sul muro del conformismo, Veneziani non ci arriva prostituendosi con qualche vaga formula tipo «l’antifascismo è un valore», o un atto di presenza presso i sacrari della democrazia, ma trascinandosi la ola di quelle storie, di quei contatti, di quei libri e di quei miti. Non è vero che rinunciando alla propria identità si guadagna consenso, è vero il contrario: si perde e si risulta patetici più che comici. Quanto meno esteticamente (abbiate cura almeno di toglierli i Ray-Ban quando assistete compunti alle commemorazioni delle Fosse Ardeatine: il tacco a punta e il trench da picchiatori in disarmo vi fanno capolino dalla faccia).

E sia maledetta la nostalgia. Quando si citano a sproposito i nomi, si dimentica che Marco Tarchi, facciamo l’esempio più importante, fu espulso dal partito per garantire la sopravvivenza a una cerchia la cui ragione sociale era speculare alla nostalgia post-fascista e fascistoide di tanti poveri citrulli in buona fede. E la cerchia, quella in mala fede, stava appollaiata tutta sugli occhiali di Gianfranco Fini.

C’era una volta quel partito, adesso non c’è più anche perché molti di loro, tra i migliori, andando a Varese e a Verona, li trovate con la Lega. In Sicilia stanno con Raffaele Lombardo, nel partito dell’Autonomia. E fanno bene. Fanno politica. E fanno benissimo i ragazzi di Casa Pound.

C’era una volta quel partito ed è rimasto tutto – che Dio lo benedica – nella sim di Maurizio Gasparri, l’unico vero erede di quel patrimonio perché vedi, caro Giornale, solo il mio compare (ho battezzato Gaia, la figlia di Maurizio e Amina) ha la dignità di rispettare quel mondo chiamandolo per nome e cognome. In ogni angolo d’Italia ognuno di loro, chiamando Gasparri, può trovare ascolto. E lui trova sempre qualcuno dappertutto. Qualche giorno fa sono andato a fargli visita e l’ho trovato concentrato a disegnare tanti cerchi concentrici su un foglio: «Vedi, compare? Siamo al governo, è vero, però una cosa deve essere chiara nei rapporti con il mondo a noi esterno. Nel primo cerchio, quello più importante, ci stanno i missini cromosomici, e nessuno me li deve toccare. Quindi i missini semplici, poi quelli del Msi-Dn che già sono una degenerazione con quel Dn e dopo si arriva ad An che è quella che è. Dopo ancora, arriva il Pdl che per fortuna ha il Cavaliere ad evitare che si facciano danni. Ecco, dal primo cerchio all’ultimo non c’è nulla che si possa cancellare». Quelli del primo cerchio sarebbero gli italiani di serie B secondo lo schema tanto caro alla cosiddetta destra che va avanti. Si salvano grazie ad una sim.

Giusto, caro Giornale, dovevo prendere parte al dibattito sollevato da Mellone, e ho parlato d’altro. Ma gli voglio dare ragione: personalmente sono indietro rispetto alla destra che va avanti. È vero: mi fanno pena le idee-cadavere. Per questo stavo con Niccolai, alla larga dal Fascismo del 2000 di Gianfranco Fini. E ancora di più mi fanno schifo le idee-ridicole. Per questo non so fare dibattito. E sempre viva la sim di Gasparri.

Pietrangelo Buttafuoco per Il Giornale

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A destra nessuno sa raccontare la nuova destra

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A destra nessuno sa raccontare la nuova destra


almirante Ha ragione Piero Ignazi: manca un libro che analizzi a fondo la storia, le idee, le organizzazioni e le tappe istituzionali della destra in Italia dal 1994 a oggi. Manca da più di dieci anni, dai tomi di Marco Tarchi, Dal Msi ad An (Mulino, 1997) e dello stesso Ignazi (Il polo escluso, Mulino 1998), dai contributi di Annalisa Terranova e Marco Di Troia sui movimenti giovanili, Planando sopra boschi di braccia tese e Fronte della gioventù (entrambi Settimo sigillo, 1996 e 2001), o dal volume (La destra allo specchio, Marsilio 2000) di Chiarini e Maraffi. Solo qualche reportage giornalistico come La fiamma e la celtica di Nicola Rao (Sperling&Kupfer 2007), qualche tentativo di teorizzazione o qualche pamphlet a tasso variabile di passione (Fabrizio Tatarella sul movimentismo giovanile, Cristina Di Giorgi sulla musica alternativa), cinismo o pressappochismo, è uscito.
Inspiegabilmente, o forse no. È un enigma di tratto provincialistico: strano ma vero, quando quella che per comodità ha da definirsi destra politica, quando il partito smarrito che consuma il suo ruolo di alternativa sistemica dopo lo scoppio di tangentopoli e la riforma elettorale maggioritaria, quando questo partito, il Msi poi An, comincia a vincere, a essere forza di governo, a farsi oltre il perimetro della retorica a filiazione nostalgica, quando la destra vince la sua battaglia per la cittadinanza politica e culturale e ritorna a farsi senso comune, cultura popolare maggioritaria che catalizza identificazione in milioni di italiani postideologici, la destra allora diventa per magia isterica un oggetto meno epico, troppo urbano, meno catalogabile sotto la categoria scomoda e per questo entusiasmante dell’“anomalia”, e dunque quasi noioso, poco interessante.

Strano ma vero, il processo di normalizzazione democratica della destra fa guadagnare in voti e in legittimazione a governare ma spinge intellettuali e politologi a occuparsi di altro o a fabbricare giudizi preconcetti. Non è spiegabile per i cultori della scienza politica e del soft power secondo Joseph Nye (Leadership e potere, Laterza, 2009), declinazione moderna del concetto di egemonia culturale, quando è ancora tutto da spiegare l’impatto consistente della destra anni Novanta sull’immaginario collettivo, ben prima che Giulio Tremonti facesse teorizzazioni alter-global. Non è spiegabile neppure per quella pattuglia denutrita di giornalisti e intellettuali che, ciascuno a modo suo, s’è sempre mosso all’interno della destra intesa questa volta come milieu culturale, sociale e da ultimo politico (magari per distaccarsene da molto tempo, com’è il caso di Tarchi). Molti di essi, infatti, hanno costruito le loro grandi – a volte – o piccole – molto spesso – fortune editoriali proprio sulla volontà di sparare sul vecchio quartier generale, mentre chi prova a costruire ipotesi di nuova cultura politica viene accusato di complicità con una politica dissolutrice dei vecchi slanci ideali.

Anche a sinistra questo accade, ma in forma più complessa, dato il maggior potere di radicamento e interdizione che là detengono i residui dell’industria culturale. A destra, diciamola così, può esser data una lettura di, per lo più, tipo generazionale di questa infelice combinazione di disinteresse e disprezzo per le vicende politiche e culturali che partono dagli anni Novanta della seconda Repubblica. Alcuni esempi possono spiegare questo continuo alternarsi dei due registri della nostalgia e del risentimento. A destra, come a sinistra, nell’eterna riproposizione del mito reducista e dell’«ai tempi nostri», vige ancora il duplice principio della valenza morale del radicalismo politico e della superiorità etica della generazione degli anni Settanta: ciò che è venuto dopo è per forza di cose peggiore, contaminato con il “regime” che si voleva distruggere, quando forse si tratta solo della giovinezza che fu che stinge dalla memorialistica eroica alla semplice cronaca. È sintomatico, ad esempio, che in un libro come il recente Storia della destra di Adalberto Baldoni (Vallecchi, 2009), il Baldoni autore di un gran testamento generazionale come quel Noi rivoluzionari – prefazione straordinaria di Beppe Niccolai – che fece infuriare Almirante per il suo elogio del ’68, ebbene anche in Baldoni il pathos narrativo si arresta alle soglie del 1994 e cede il passo a una liquidazione piuttosto frettolosa di ciò che accade quando la destra, diremmo con Alessandro Caprettini, torna a veder le stelle. Lo spazio dedicato all’esame della dimensione aggregativa e musicale nelle esperienze giovanili o all’attività culturale si ferma agli anni ’80, salvo i rimandi bibliografici. I campi giovanili degni di menzione sono “solo” i tre campi Hobbit degli anni ’70, ed eventi significativi come i quattro Campobase degli anni ’90, che pure mobilitano migliaia di ragazzi, affrontando dibattiti a volte laceranti (memorabile quello sull’antiproibizionismo a Rocca Scalegna nel 1998) non trovano neppure la dignità di una citazione in nota, al pari della trasformazione del Fronte della Gioventù in Azione giovani. Stesso discorso per le riviste e gli istituti culturali (Area, che pure a fine anni ’90 supera la 10mila copie vendute, non è citata).

Un minoritarismo blindato ha fatto in modo che all’interno della medesima definizione di “cultura di destra” convivesse un po’ di tutto, storici, politologi, letterati, giornalisti, tradizionalisti e rivoluzionari, conservatori e futuristi, sinistri e destri. La seconda Repubblica ha permesso di superare questo eclettismo ideologico forzato: c’è chi recupera la vocazione antica, modernizzante, laica e nazionale della destra, e chi si costruisce l’immagine di un tradizionalismo a tinte reazionarie o persino antirisorgimentali che in Italia non è mai esistito in forme significative. Ad ogni modo, negli ultimi quindici anni l’immaginario di destra ha invaso il campo del costume e degli stili di vita, la cultura politica di destra ha trovato aria nuova e rinnovata sulle riviste, sui quotidiani, nelle iniziative editoriali, nei media elettronici, e persino nelle università. Eppure questo interessa poco. Sarà che si dà per assodato il paradigma dell’assorbimento, prima politico poi culturale poi antropologico, della destra nel berlusconismo. O sarà che qualche intellettuale, messo alla prova della trasformazione in politiche pubbliche delle sue teorizzazioni, fallisce e si ritrova a esser pretesto per Sandro Bondi quando scrive, a ragione, che la cultura «diventa inutile piagnisteo» se non è capace di farsi cultura politica. Conviene dar la colpa a qualcun altro o invocare la rovina del Tempo e della Storia. Nostalgia e risentimento. La nostalgia è quella per il tempo (per i cinquantenni, il tempo della gioventù) quando si stava meglio perché si stava peggio. Il risentimento per una speranza tradita è ciò che muove figure le più incomponibili come Marcello Veneziani, scultore in libri come La cultura della destra (Laterza, 2007) di un’idea immobile di destra che mai scende a patti con la modernità degenerata (eccezion fatta, guarda caso, per Berlusconi), o Pietrangelo Buttafuoco quando comunica sul Foglio di aver preso casa lontano dall’arena politica, o Stenio Solinas, critico feroce dell’evoluzione culturale di Gianfranco Fini. Tale evoluzione l’ha lodata invece un ex antipatizzante come Giuliano Ferrara: scherzo della sorte, alla sua corte sta Alessandro Giuli, il cui Il passo delle oche (Einaudi, 2007), se si scansano gli schizzi delle invettive, offre qualche spunto di interesse per comprendere come un impolitico osserva il processo di costituzionalizzazione della destra. Ma, ancora oggi, sono praticamente assenti le analisi di taglio comparativo sulla destra italiana e il contesto europeo. Ha ragione Ignazi: strano ma vero, è assente un volume rigoroso di analisi della mutazione della destra, culturale e politica, negli anni della seconda Repubblica, magari anche critico o supercritico, che racconti a fondo dimensioni decisive come il passaggio dall’alternativa al governo, la contaminazione con il berlusconismo, la dinamica dei processi culturali. Strano ma vero, non c’è.

Angelo Mellone per Il Giornale

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Decreto anticrisi, Fini lima il testo

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Decreto anticrisi, Fini lima il testo


GIANFRANCO FINIArriva il voto di fiducia sul maxiemendamento che raccoglie tutte le modifiche al testo del decreto anticrisi. Ma per sbloccare l’iter finale della sua approvazione il governo ha dovuto faticare non poco. E soprattutto ha dovuto lasciare per strada una serie di norme come la stretta sulle banche, quelle sulle reti energetiche e sugli studi di settore. Il governo però ha dato il via libera a un ritocco delle risorse per gli investimenti degli enti locali virtuosi: la dote sale da 2 a 2,250 milioni di euro.
Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha infatti bloccato in una prima fase l’ammissibilità dell’articolato con i cambiamenti al testo originario. Fini «pur rendendosi conto delle ragioni del governo» ha stoppato «un limitato numero di disposizioni, integrazioni e correzioni, oltre a due emendamenti presentati in commissione». Insomma il presidente di Montecitorio ha svolto il suo ruolo di garante delle procedure fino in fondo. Condizionando il suo via libera allo stralcio di disposizioni che, se approvate con la fiducia, non avrebbero tenuto conto del lavoro del Parlamento. Tra queste anche la norma che metteva sotto il controllo di Camera e Senato l’attività e il budget della Corte dei Conti e la sanatoria per i contributi non versati per le slot machine.
Non è stato uno scontro quello ingaggiato dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ma il suo disegno di portare a casa un pezzo di manovra senza il vaglio delle commissioni competenti si è infranto sul rigore regolamentare di Fini. Che dopo il confronto fcon il ministero dell’Economia sulle prerogative del Parlamento ha ottenuto un compromesso che non ha però soddisfatto l’opposizione. Il presidente della Camera ha richiamato gli interventi del Capo dello Stato ed è tornato a sottolineare che il binomio tra maxiemendamenti e fiducia crea «difficoltà nel rapporto tra maggioranza e opposizione, Governo e Parlamento» e non consente «il pieno dispiegarsi delle prerogative parlamentari alimentando tensioni nella complessa dinamica istituzionale».

Sul piano politico, ha puntualizzato comunque Tremonti, è chiara «la scelta di operare in una logica di avviso comune per una forte moratoria» per quanto riguarda il credito concesso dalle banche alle imprese. Quanto alle valutazioni rese note dal presidente Fini, che hanno portato allo stralcio delle norme su energia e studi di settore, Tremonti ha replicato che il governo «prende atto della forma e della sostanza, condividendone le ragioni». Nel dettaglio le norme cassate sono state quelle sul nuovo tetto all’incremento del tasso di interesse, le ulteriori misure sul massimo scoperto e quelle relative ai giorni di valuta. A saltare è stato anche il mini condono sui concessionari delle nuove slot machine.

Viene cancellato l’obbligo di azione disciplinare da parte del procuratore generale verso i pm nel caso di segnalazione del presidente dei magistrati contabili. Salta anche il controllo del Parlamento sul budget dell’istituto mentre restano invece i paletti alle indagine della corte sugli illeciti tributari. La presidenza della Camera ha bloccato l’inserimento di alcune misure che avrebbero riguardato le aziende cosidette «energivore». Semaforo rosso da parte del presidente di Montecitorio alla proroga per la pubblicazione dell’aggiornamento degli studi di settore al 31 dicembre.

Filippo Caleri per Il Tempo

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Se Fini riscrive la storia

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Se Fini riscrive la storia


ITALY-POLITICS-PDL-BERLUSCONI-FINIMa siamo in Italia dove tutti si vantano di qualcosa. E allora anch’io voglio ricordare di essere stato il primo ad accorgersi che Gianfranco Fini aveva vestito i panni della suocera di Silvio Berlusconi.

Cominciando a contraddire tutto quello che il Cavaliere sosteneva.

Si era all’inizio di questa primavera e da allora Fini non ha mai smesso di praticare il suocerismo. Anzi è andato assai più in là. Iniziando un gioco spericolato di smarcamento anche dalle proprie vecchie posizioni. Mostrandosi capace di un revisionismo con mille tigri nel motore, una Ferrari lanciata a trecento all’ora.

Tutto bene, accidenti! Al Bestiario sono sempre piaciuti gli azzardi dei politici. In tanti anni di lavoro, da cronista senza Ferrari della prima e poi della seconda Repubblica, ne ho visti e raccontati parecchi. E li ho sempre giudicati positivi, purché rispettassero un limite invalicabile. Quello di non passare dal revisionismo personale a uno più generale, con la pretesa di cambiare le carte in tavola della storia italiana.

Ma adesso ho l’impressione che Fini stia facendo proprio questo. Mercoledì scorso, nel partecipare a una commemorazione di Enrico Berlinguer tenutasi alla Camera dei deputati, ha pronunciato parole impegnative sulla figura del segretario del Pci. Magnificando «l’insegnamento di un leader di partito capace di guardare al di là degli interessi di parte». Un leader che per primo aveva posto il problema della «questione morale» e della «diversità comunista». E proprio «nel momento in cui si manifestavano le prime crepe nel rapporto di fiducia tra la politica e la società».

Ma era così Berlinguer? Non mi sembra. Penso di averlo conosciuto bene. Per le tante interviste che gli ho fatto, per i resoconti dei congressi dove veniva rieletto di continuo, per lo studio accurato del suo lavoro da segretario. Re Enrico era una delle figure che, in quel tempo, un cronista politico aveva l’obbligo di seguire giorno dopo giorno. Se voleva essere pronto a scriverne quando il giornale gli comandava di farlo.

Berlinguer era un monaco della politica, il dittatore del partito, un curatore inflessibile degli interessi del Pci, una grande chiesa che per lui veniva prima di ogni altra cosa. Al contrario di quel che oggi pensa Fini, erano proprio gli interessi di parte il suo primo obiettivo. Se non fosse stato così, Berlinguer non si sarebbe limitato agli “strappi” che di tanto in tanto faceva. Ma avrebbe rovesciato il corso politico del partito. Portandolo fuori dal ghetto comunista, per arrivare nel campo delle socialdemocrazie europee. Sotto questo punto di vista, per re Enrico “zero tituli”, come si usa dire oggi.

Lo stesso accadde per la questione morale e per la diversità comunista. Il Pci di Berlinguer era uguale a tutti gli altri partiti. Con la differenza che i finanziamenti illeciti arrivavano per intero alle Botteghe Oscure e non nelle tasche di qualche dirigente. Ma le tangenti c’erano. Anche il Pci le pretendeva e le incassava. Così come esistevano i fondi neri in dollari, versati ogni anno da Mosca.

Forse Fini ha dimenticato le storie che emersero al tempo di Mani Pulite. I dirigenti comunisti arrestati dalle procure di Milano e di altre città. La saga del “compagno G”, ossia del Greganti, uno di quelli che non hanno mai parlato se non per dirsi estranei alla raccolta mazzettara. Se non ricordo male, finì in cella anche il tesoriere del partito. Per arrivare dal dramma del povero Achille Occhetto, alle prese con le tangenti incassate dai dirigenti milanesi.

La rammento bene quest’ultima vicenda. Baffo di Ferro fu costretto a correre a Milano per fronteggiare due assemblee roventi di compagni di base. Angosciato, sostenne di non sapere nulla delle tangenti ambrosiane. Ma i giornali non mollarono la presa. Era il 1992 e arrivò la Festa nazionale dell’Unità a Reggio Emilia. In un dibattito sostenni che Occhetto doveva dimettersi da segretario del Pci. Se era vero che non sapeva, era un leader fasullo. Se mentiva, era un leader bugiardo.

Dopo aver saputo che il pubblico della Festa aveva applaudito quel provocatore di Pansa, scoppiò il finimondo. Occhetto giurò che non sarebbe più andato a Reggio per concludere la kermesse nazionale. Lo disse per primo a Piero Fassino, svegliato all’alba da una telefonata furibonda. Ma l’incolpevole Fassino non sapeva niente della bufera reggiana. Per metterci una pezza, Piero e poi D’Alema e infine Veltroni, allora direttore dell’Unità, sudarono sette camicie. E riuscirono ad ammansire l’ira di Achille.

Per questo mi vien da ridere quando sento Fini elogiare la questione morale di Berlinguer e la diversità del Pci. Vorrei ricordare al presidente della Camera che riscrivere la storia è sempre possibile. Ma che bisogna stare molto attenti nel farlo. Il revisionismo piace a me quanto a lui. Tuttavia, per praticarlo senza il rischio di scivolare, occorre misurare bene il passo. E avere solide basi culturali.

Non m’illudo che Fini segua il mio consiglio. Lui si muove secondo un progetto politico preciso: liberarsi di Silvio Berlusconi, ormai considerato un morto che cammina. Al di là di questa prima mossa, tutto è ancora da decidere. Un governo tecnico al posto di quello attuale? Un governo di unità nazionale, guidato dal presidente della Camera? Non lo so. Quando un big della casta partitica riscrive la storia a proprio uso e consumo, può accadere davvero di tutto.

Gianpaolo Pansa per Il Riformista

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Gheddafi in ritardo, Fini non lo riceve

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Gheddafi in ritardo, Fini non lo riceve


presindente-fini-2Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha annullato il convegno sulle relazioni italo-libiche che avrebbe dovuto svolgersi a Montecitorio dalle 17 con la partecipazione del leader libico Muammar Gheddafi.

A motivare la decisione il cospicuo ritardo di Gheddafi, che avrebbe dovuto vedere Fini alle 16.30 prima del convegno. Prendendo la parola nella Sala della Lupa della Camera, Fini ha detto: «La prevista manifestazione con il colonnello Gheddafi non ha avuto luogo a causa di un ritardo che al presidente della Camera non è stato giustificato». «Ragione per cui – ha proseguito Fini tra gli applausi della Sala – mi assumo la piena responsabilità di annullare l’iniziativa,nel pieno rispetto dell’Istituzione».

L’opposizione plaude all’iniziativa del presidente della Camera. Per D’Alema la decisione del presidente della Camera di annullare la manifestazione a Montecitorio in onore di Gheddafi per il prolungato ritardo del leader libico «è un gesto ineccepibile». «Sono d’accordo con il presidente Fini – ha detto l’ex ministro degli Esteri lasciando la Sala della Lupa – d’altra parte per il decoro delle istituzioni e il rispetto delle personalità invitate la decisione è ineccepibile». D’Alema, dopo la cerimonia annullata, si è recato nello studio di Fini dove si sta intrattenendo.

La Stampa

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Fini: “Berlinguer da ammirare”

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Fini: “Berlinguer da ammirare”


gianfranco fini «Ammirazione» per Enrico Berlinguer, in quanto «leader della sinistra che ebbe sempre di mira una prospettiva nazionale», e forte richiamo alla questione morale, in quanto «problema della democrazia e delle sue basi di consenso e di legittimazione che si sgretolano se viene meno il nesso tra etica e politica». Così, con un omaggio che a molti suonerà tutt’altro che formale, Gianfranco Fini, ha ricordato il segretario del Pci scomparso l’11 giugno di 25 anni fa. Il presidente della Camera ha commemorato il leader che guidò il più grande Partito comunista dell’Europa occidentale dal 1972 al 1984 nel corso del convegno che si è tenuto ieri nella sala della Regina di Montecitorio alla presenza del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e di numerosi esponenti della sinistra come Dario Franceschini, Massimo D’Alema, Walter Veltroni, Achille Occhetto, Piero Fassino e Fausto Bertinotti.

E con le sue parole Fini ha voluto proseguire, accelerando, sul percorso iniziato nell’ormai lontano 2003, quando manifestò l’opinione che i tempi fossero maturi per far votare gli immigrati alle elezioni amministrative e parlò del fascismo come «parte del male assoluto». Sulla traiettoria che lo ha visto picconare, senza molti imitatori nel suo partito, qualche pilastro del discorso politico tradizionale della destra italiana. E che aveva spinto, quella traiettoria, attenti osservatori di quel mondo a parlare, fra il serio e il faceto, di «compagno Fini».

Ieri un altro strappo, questa volta nel nome di Berlinguer. Certo, nel suo ricordo il presidente della Camera ha citato anche Giorgio Almirante, il suo maestro che volle salutare per l’ultima volta l’avversario alla camera ardente allestita a Botteghe Oscure e si mise in coda con i militanti comunisti. «Quando gli chiesi – ha detto Fini – perché fosse andato da solo mi rispose: “Non dovevo temere nulla, perché oltre il rogo non v’è ira nemica”. E poi mi confidò di essere rimasto colpito dal fatto che Berlinguer avesse voluto portare fino in fondo il suo comizio a Padova, fino all’estremo sacrificio».

Ma ha anche citato Massimo D’Alema. E proprio sulla «questione morale», un tema politico che gli anticomunisti italiani di tutti i colori, dai craxiani ai dc passando per repubblicani e liberali, hanno sempre liquidato come spocchiosa propaganda. «Nel richiamo al nesso tra etica e politica – ha detto Fini – si esprime un più generale spirito repubblicano. È quello stesso spirito che anche oggi deve essere valore condiviso dai diversi schieramenti politici».

Spirito repubblicano? Un concetto semiclandestino in Italia ma centrale nel dibattito politico della Francia. Dove «compagno» si dice camarade.

Vincenzo Pricolo per Il Giornale

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Il PdL puo’ fare a meno di Gianfranco Fini? A giudicare dai numeri pare proprio di no.

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Il PdL puo’ fare a meno di Gianfranco Fini? A giudicare dai numeri pare proprio di no.


fini-bigEsiste un aspetto di questa tornata elettorale, che nessuno degli analisti politici ha ancora preso in considerazione, un elemento imprescindibile per una valutazione corretta della performance del Popolo della Libertà e, in parte, anche di quella della Lega: Gianfranco Fini. Infatti, il Presidente della Camera – coerentemente con il suo ruolo istituzionale – non ha partecipato alla campagna elettorale per la prima volta dopo ben ventidue anni da quando, cioè, Almirante gli passò le redini del Movimento Sociale Italiano. Da allora, Fini, è stato uno dei protagonisti indiscussi della scena politica nazionale, capace di guadagnarsi, anno dopo anno, consensi sempre più ampi, a destra come al centro. Anni in cui, in ogni campagna elettorale, l’attuale Presidente della Camera ha sempre corso in prima persona, legando fortemente l’immagine di Alleanza Nazionale alla sua.  Un intreccio che, nonostante i saltuari mugugni con i quali una parte della base ha accolto alcune sue posizioni, era da considerarsi indissolubile. Dicevi Alleanza Nazionale, pensavi Gianfranco Fini. Punto. Certo, qualcuno potrà superficialmente obbiettare che oggi An non c’è più, che a marzo ha dato vita, insieme a Forza Italia, al Popolo della Libertà. Vero. Ma va anche osservato che Gianfranco Fini, insieme a Silvio Berlusconi, oltre ad essere stato il cofondatore del partito unico del centrodestra, ne è anche il leader più carismatico. Va da se, quindi, che pur non sottovalutando il valore degli altri rappresentanti dell’ormai ex Alleanza Nazionale, la mancanza di un pezzo da novanta come Fini abbia sicuramente contato nell’erosione di consensi che ha subito il PdL in queste elezioni europee, soprattutto se consideriamo che il travaso di voti è stato prevalentemente a favore di un partito, quello di Bossi, che è sempre stato lo storico competitor di An su tematiche universalmente riconosciute come “di destra”, vedi sicurezza e contrasto all’immigrazione clandestina.  A questo punto, dopo un risultato elettorale comunque soddisfacente, i vertici del PdL dovrebbero riflettere se sia il caso o meno di continuare a mantenere il cosiddetto low profile, lasciando campo aperto alla Lega su tematiche da sempre care all’elettorato della destra ed a quella cospicua fetta di popolazione che alcuni amano definire “la pancia del Paese”. Per completare l’analisi del voto lancio anche un altro sasso nello stagno, ovvero l’equazione secondo la quale Berlusconi pensa che, quando è al governo, non debba fare campagna elettorale. Niente di più sbagliato, come insegnano anche le politiche del 2006, perse nonostante i buoni risultati ottenuti dal governo più longevo e produttivo della storia della Repubblica. Insomma, per centrare l’ambizioso obbiettivo del 40/45%, il Popolo della Libertà deve riprendere, da subito, il costruttivo percorso politico che lo ha portato al Congresso Fondativo di Roma, tornando a coinvolgere i quadri ma anche e soprattutto la base, cominciando a fare politica anche nelle piazze e nelle sezioni del partito, unico modo per tornare a trasmettere altri due elementi irrinunciabili per la costruzione di una forza politica che vuole crescere su radici inestirpabili: entusiasmo e passione. Gli altri due elementi dai quali il PdL non puo’ permettersi di prescindere li conosciamo bene, si chiamano Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini.

Alessandro Nardone

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