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La Russa: «In Afghanistan i Tornado possono sparare»

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La Russa: «In Afghanistan i Tornado possono sparare»


ignaziolarussa2«Rivolgo un ap­pello ai magistrati affinché il tempo di sequestro dei blinda­ti ‘Lince’ sia ridotto al mini­mo », dice Ignazio La Russa. In un’intervista al Corriere , il ministro della Difesa affronta alcuni degli aspetti più contro­versi e delicati della missione militare in Afghanistan, della quale i sigilli giudiziari ai mez­zi italiani danneggiati dalle bombe talebane sono un indi­ce. Fino a che punto si può far finta che una missione chia­mata «di pace» non sia in un territorio di guerra? A quali norme devono essere sottopo­sti i nostri militari? Quanti ri­belli sono stati uccisi dai sol­dati italiani? Tra il codice mili­tare di pace applicato attual­mente e quello militare di guerra che venne impiegato in Iraq, il ministro del Popolo della libertà indica una terza strada: «Serve un codice per le missioni internazionali sul quale è possibilissima un’inte­sa con l’opposizione».

I capi del parco macchine del contingente italiano in Afghanistan hanno detto al nostro inviato Lorenzo Cre­monesi che a undici Lince colpiti dai ribelli sono stati messi sigilli giudiziari: per renderli «a disposizione» della Procura di Roma tenu­ta a indagare. Ministro, con­ferma?
«Sì. Non ho il numero esat­to, ma l’articolo è corretto. Dal governo Prodi in poi, tran­ne la parentesi dell’Iraq, il co­dice che si applica non è quel­lo militare di guerra, bensì il codice militare di pace. Se ci sono morti e feriti è come se questo avvenisse in una nor­male esercitazione. Tant’è che stiamo correndo ai ripari».

Verso dove?
«Io non me la sentivo di ap­poggiare un ritorno al codice militare di guerra. Alcuni del Pdl, con un emendamento, me lo chiedevano. Ho detto: lasciate stare, si creano più po­lemiche. Per farli desistere ho impiegato un argomento: nel­le commissioni Difesa del Par­lamento è possibilissima un’intesa con l’opposizione per un codice militare specifi­co per le missioni internazio­nali. Né di pace né di guerra».

Qui sta il punto. All’origi­ne dei sigilli ai Lince non è l’ambiguità in base alla qua­le, per farla apparire nei limi­ti dell’articolo 11 della Costi­tuzione, la missione italiana viene presentata come pacifi­ca mentre agisce in quella che gli alleati definiscono una guerra?
«Non è tanto per l’ambigui­tà. E’ per la scelta fatta dal Par­lamento di applicare il codice militare di pace. So che il mio predecessore al ministero, Ar­turo Parisi, l’ha subita, come l’ho subita io. Ma la rispetto, come va rispettata la Costitu­zione. Per questo stiamo pre­disponendo il nuovo codice».

Per vararlo non serve una legge costituzionale?
«Se ne discuterà in Parla­mento. Vi sono fautori di en­trambe le tesi».

Nel frattempo i Lince?
«Rivolgo un appello ai ma­gistrati affinché il tempo di se­questro dei Lince sia ridotto al minimo. Per la specificità della missione, e perché an­che i blindati rotti ci servo­no » .

A che cosa?
«Per i pezzi di ricambio. Questi Lince continuano a sal­vare le vite di molti soldati. Anche sabato una bomba ne ha fatto saltare uno, ma nessu­no è rimasto ferito. Forse i ma­gistrati pensano che il mezzo, molto danneggiato, possa sta­re sotto sequestro senza pro­blemi. Invece da lì si prende­rebbero i pezzi di ricambio per gli altri mezzi».

Non ne avete?
«Non portiamo tutti i ri­cambi in Afghanistan perché, statisticamente, sono i Lince usurati o danneggiati a fornir­li. E non c’entrano i fondi».

Se viene ucciso un milita­re italiano, la Difesa lo di­chiara: dal 2001 in Afghani­stan ne sono morti 15. Man­ca però un dato: quanti mili­ziani afghani sono stati ucci­si dai nostri soldati in scon­tri a fuoco?
«Il numero preciso non vie­ne tenuto. Non c’è una conta­bilità anche perché è difficile accertarlo. Di certo il numero degli insorti — talebani, traffi­canti di droga, tutti coloro che compiono atti ostili — è superiore alle perdite subite dai contingenti internaziona­li. E di molto».

Quelli colpiti da italiani?
«Anche per i nostri il rap­porto è di sicuro più alto. Quando i nostri sono stati co­stretti a difendersi, gli altri hanno subito perdite. Tra i contingenti siamo quelli che hanno avuto meno lutti, an­che se non per questo meno dolorosi».

I morti afghani sono di più da quanto avete tolto i ca­veat che limitavano l’impie­go dei militari in combatti­mento?
«No, la natura della missio­ne non è mai cambiata e l’uni­co caveat tolto è sull’impiego fuori dalla zona Ovest, per al­tro quasi mai utilizzato».

I cacciabombardieri Tor­nado italiani hanno già co­minciato a dare copertura aerea ai soldati, ossia a spa­rare oltre che ad avere fun­zioni di ricognizione?
«Dopo aver informato le Ca­mere, ho dato via libera ai co­mandanti. A loro valutare. Parliamo non delle bombe, che sull’aereo non portiamo neanche. Ma del cannoncino dei Tornado, simile a quello degli elicotteri Mangusta».

Quanti Predator, aerei sen­za pilota, manderete in più?
«Per ora li raddoppiamo: al­tri due. Sarebbe bene averne di più, ma al momento abbia­mo questi. Li manderemo in­sieme con altri elicotteri».

Maurizio Caprara per Il Corriere della Sera

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Badanti, lo stop di Maroni: “Nessuna sanatoria”

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Badanti, lo stop di Maroni: “Nessuna sanatoria”


roberto-maroni1Porte chiuse. Non ci sarà nessuna sanatoria per le badanti, quella di questi giorni è “una polemica basata sul nulla”, visto che già da ora, prima dell’entrata in vigore del ddl sicurezza, i lavoratori in nero sono puniti. Lo ha detto il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, nel corso di una conferenza stampa al Viminale. “Già oggi – ha aggiunto – se un clandestino svolge un lavoro in nero può essere espulso”. “Si sta facendo – ha spiegato Maroni – un gran discutere su una norma non ancora in vigore, dimenticando che ci sono già leggi che puniscono il lavoro nero, specie se viene svolto da un clandestino”.

Lega contraria Sull’ipotesi di sanatorie, il ministro è netto: “Il parlamento – ha osservato – è sovrano, ma io personalmente sono contrario a una sanatoria che non si potrebbe fare per una particolare categoria di lavoratori. Ciò è fortemente sconsigliato dal patto europeo sull’immigrazione che è un impegno sottoscritto da tutti i capi di governo dell’Europa, per cui mi sento di escludere l’ipotesi di sanatoria”. Maroni ha poi definito “eccessivi” i numeri circolati in questi giorni sulle badanti irregolari, ricordando che molte sono di paesi recentemente entrati nell’Unione europea e quindi non hanno bisogno di regolarizzazione. Quanto a chi ha parlato del rischio carcere per la badante, il ministro ha sottolineato che “il reato di clandestinità introdotto con il ddl sicurezza prevede una sanzione penale che non è il carcere, ma una pena accessoria e cioè la possibilità di immediata espulsione con provvedimento del giudice di pace”. Dunque, ha aggiunto, “sono state fatte polemiche sul nulla visto che già oggi, col ddl sicurezza non in vigore, un clandestino può essere identificato ed espulso e ulteriormente sanzionato se fa un lavoro in nero”.

Giovanardi insiste “Fare qualcosa per colf e badanti è indispensabile, si tratta di vedere tecnicamente come. Ma il governo ci sta lavorando”. Il sottosegretario alla Famiglia, Carlo Giovanardi, torna a ribadire la necessità di regolarizzare la situazione anagrafica di colf e badanti, proposta che nei giorni scorsi ha fatto scattare forti polemiche interne alla coalizioni. Da qui la proposta del ministro della difesa, Ignazio La Russa: “Regolarizziamo solo le badanti, alle colf ci pensiamo dopo”.

Il governo pensa a una mediazione Salvare la badante: la missione è complessa giuridicamente, il percorso tecnico non è ancora stato individuato, le incognite sono molte, ma la missione del Governo sembra essere chiara, dopo l’uscita del sottosegretario Carlo Giovanardi, sostenuto da diversi esponenti della maggioranza. La palla è ora nel campo del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, che, insieme al collega del Welfare, Maurizio Sacconi, dovrebbe mettere a punto una soluzione che risparmi colf e badanti dalla “mannaia” del reato di clandestinità introdotto dal ddl sicurezza. Gli uffici tecnici del Viminale, ad oggi, non sarebbero – secondo quanto si apprende – stati investiti dell’incarico. L’intento del ministro leghista – non poco irritato dall’uscita di Giovanardi – sarebbe quello di far decantare le polemiche e prendere il tempo necessario di riflessione. Dopo di che l’obiettivo sarebbe quello di mettere a punto un provvedimento rigoroso ed inattaccabile che eviti il rischio di sanatorie generalizzate (vietate peraltro anche dall’Europa), ma nello stesso tempo porti a regolarizzare quelle collaboratrici domestiche extracomunitarie che sono diventate ormai indispensabili per le famiglie di tantissimi italiani, di qualsiasi colore politico.

La proposta di La Russa “Per uscire da questa questione, io propongo di restringere il campo alle sole badanti che si occupano di anziani ultrasettantenni e disabili. Poi, in un secondo momento, vedremo la questione delle colf che pure lavorano nelle famiglie e contro le quali certo nessuno si metterà a fare una caccia”. Il titolare della Difesa offre una soluzione al problema della regolarizzazione di colf e badanti dopo il via libera al pacchetto sicurezza. Quanto alla possibilità che i deputati del Pdl presentino emendamenti in grado di modificare provvedimenti legislativi già in Parlamento per intervenire sulle regolarizzazioni, La Russa aggiunge: “Non consiglio e non sconsiglio nulla ai singoli deputati che sono liberi, sconsiglio ai gruppi di seguire i deputati”.

La boutade del Senatùr Giovanardi? “Lui ha sempre chiesto queste cose, sospetto che gli piacciono le badanti dell’est…”. Il leader del Carroccio, Umberto Bossi, risponde così a chi gli chiede della proposta del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi di regolarizzare colf e badanti. “Io dico – spiega Umberto Bossi mentre pranza con il figlio in un bar vicino alla Camera dei deputati – che dobbiamo stare attenti perchè si tratta di milioni di persone e la gente non è tutta d’accordo…”. Il problema, tuttavia, esiste fin dall’emanazione della Bossi-Fini, che ha introdotto il sistema della chiamata dall’estero per i lavoratori extracomunitari: in questo modo, per la regolarizzazione della badante clandestina che lavora presso una famiglia, serve che il datore di lavoro ne faccia richiesta, che la donna torni nel Paese di origine e da lì aspetti l’ok per rientrare in Italia. Un meccanismo farraginoso che da tempo aspetta di essere riformato.

La portata del problema Gli ultimi decreti flussi (che hanno fissato una quota di 65mila ingressi per colf e badanti per il 2007 e 105mila per il 2008) attendono ancora l’esaurimento dell’esame delle domande. Una soluzione andrà poi trovata per le tante richieste provenienti da datori di lavoro stranieri, dietro cui potrebbero celarsi tentativi di aggirare la legge. Servirebbe una verifica puntuale di ogni domanda in modo da selezionare quelle che hanno i crismi della legalità e procedere quindi alla regolarizzazione. Insomma, la soluzione del problema-badanti non si annuncia semplicissima: gli esperti dei ministeri interessati dovrebbero cominciare a lavorare sul tema a breve.

Il Giornale

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“Miracolo di Silvio: anche sotto attacco ci ha fatto vincere”

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“Miracolo di Silvio: anche sotto attacco ci ha fatto vincere”


ignazio-la-russa1«Nessun passo indietro. Anzi, un avanzamento dell’area di governo che ha dell’incredibile, visto ciò che è successo nell’ultimo anno: crisi, terremoto in Abruzzo. Insomma, chiunque avrebbe messo la firma».
Ministro La Russa, il Pdl perde però due punti rispetto alle Politiche.
«Il dato viene subito pareggiato dai seggi in più ottenuti rispetto alle Europee di cinque anni fa. Ma questo raffronto non va bene: è come equiparare pere e mele».
In che senso?
«Il confronto non va fatto con le elezioni del 2008, ma con le consultazioni del 2004. E il nostro risultato è uno dei migliori nell’Ue».
In ogni caso, puntavate al 40%.
«Per quanto mi riguarda, ho sempre dichiarato che quello era l’obiettivo massimo. Ma ci saremmo arrivati senza il forte, inaccettabile, astensionismo al Sud e nelle isole, nostre tradizionali roccheforti».
Dica la verità: «gufava» per non tagliarsi il pizzetto?
«L’avevo promesso e l’avrei tagliato. Ma se dobbiamo scherzare, mi fa piacere averlo salvato… Detto questo, parliamo di un’asticella minima posta dal premier che, per sua forma mentis, puntava a galvanizzare l’elettorato. Con una tecnica rodata, baldanzosa, basata sull’ottimismo. In ogni caso, non c’è alcuna controprova, perché senza la sua sfida magari avremmo preso meno».
Referendum sul Cavaliere?
«Assolutamente no. Ed è miracoloso quello che è riuscito a fare, portando il Pdl poco al di sotto delle Politiche, nonostante l’attacco concentrico, calunnioso, gossiparo e giudiziario che ha subìto, senza che si sia potuto difendere nelle sedi proprie. Quindi, premier e partito escono assolutamente vincitori».
Ma a vincere è pure la Lega, per cui – lei dice – Berlusconi ha fatto pure campagna elettorale, provocando «mugugni» interni in Veneto.
«Si è speso molto e non ha esitato, da premier più che da leader del Pdl, a parlare di azione comune di governo. Non a caso, nel comizio finale era sul palco con Bossi. Incredibile, per l’opposizione».
Incredibile?
«Ma sì, se Franceschini e Di Pietro si dovessero incontrare per caso in aeroporto, o alla stazione, non si saluterebbero. E poi, il segretario del Pd, che ha seminato vento ma raccolto tempesta, è stato masochista».
Masochista?
«Sì, politicamente, s’intende, vista la sua felicità per il risultato».
Torniamo al Carroccio. Davvero non vi preoccupa la sua crescita?
«No, semmai ci fa piacere, perché conferma la bontà del nostro esecutivo. E probabilmente è dovuta alla minore astensione al Nord e all’aumento ottenuto nelle regioni dove non era presente o poco rappresentato. Ma voglio essere sincero».
Faccia pure.
«Sarebbe stato un problema se ci avesse scavalcato. Ma niente sorpasso: il Pdl è avanti in tutte le circoscrizioni, così come in Veneto».
Nulla da rimproverarvi?
«Abbiamo fatto il massimo e si deve portare avanti una maggiore presenza nel territorio. Certo, la macchina organizzativa va migliorata, ma è ovvio: il Pdl ha poco più di due mesi di vita. È stato un primo banco di prova e in futuro dovremo utilizzare tutte le nostre potenzialità».
È mancato il sostegno diretto di Gianfranco Fini?
«Guardi, i candidati che provenivano da An sono andati fortissimo. Ma cosa avrebbe dovuto fare di più Fini? Mi sbaglio o si è detto, polemizzando, che non doveva intervenire? Mettiamoci d’accordo. È il presidente della Camera e ha fatto ciò che tutti ci aspettavamo».
Nessun «disturbo» da «FareFuturo»?
«Secondo me, la sua influenza, in più o in meno, è di cento voti».
Nel Lazio, sempre in tema di ex aennini, l’invito interno è stato: no Berlusconi, votate una nostra «terna».
«Io ho fatto “ambo”: ho detto di votare Berlusconi, poi il sottoscritto, terzo nome a scelta. Nel Lazio, è vero, c’era una maggiore competizione. E non escludo che sia avvenuto. Ma lo stesso discorso vale anche per gli ex di Forza Italia».
Chiudiamo con il caso Sicilia.
«Il risultato è stato grave. È da irresponsabile aver fatto nascere una nuova giunta adesso, in un clima di conflitto politico. Una scelta che non ha avvantaggiato di certo Lombardo, mentre ha accresciuto la disaffezione verso la politica. Ma l’astensionismo è stato agevolato dalla scarsezza del Pd: non aiuta avere un avversario “spappolato”».

Il Giornale

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Anarchico armato di cacciavite tenta di aggredire La Russa

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Anarchico armato di cacciavite tenta di aggredire La Russa


ignaziolarussa2Giorgio Bornacin e Gianni Plinio – i due esponenti liguri di An che scortano il ministro della Difesa Ignazio La Russa alla Commenda di Prè, in una delle zone più degradate del centro storico genovese – continuano a guardarsi alle spalle. Li insospettisce un tipo che sta seguendo il corteo del ministro, senza divise, pennacchi, né agenti schierati in pompa magna. Fra l’altro, Plinio e Bornacin hanno anche il fisico adatto: sono due marcantoni che camminano con la testa alta e le spalle larghe. Plinio veste la giacca blu con il bottone sparato sulla pancia come una divisa, Bornacin ha gli occhiali scuri da agente speciale.
All’improvviso, il tipo sospetto si avvicina per scagliarsi contro La Russa, che quasi non ha nemmeno il tempo di accorgersi dell’aggressione. Immediatamente gli uomini della scorta si gettano sull’uomo e Bornacin, che ha anche il physique du rôle, gli sferra un cazzotto. L’aggressore viene immediatamente fermato ed è lo stesso ministro della Difesa a intercedere per lui: «Mi raccomando, non fategli male». Gli agenti lo immobilizzano e lo perquisiscono, trovandogli in tasca due cacciavite ed un tronchese, che avrebbero potuto essere usati contro il ministro. Poi, il controllo sull’identità: si tratta di un anarchico spagnolo trentaduenne che gravita attorno al centro sociale Inmensa e che era già stato protagonista di casi analoghi a Bologna e a Trento.
È lo stesso La Russa ad abbassare la tensione, calmando i suoi compagni di partito. E basta che le agenzie di stampa battano la notizia, che si scatena il tam tam della solidarietà: il cellulare del ministro squilla in continuazione e comincia anche una serie inquietante di domande. S. J. A., l’anarchico spagnolo, era lì di sua iniziativa o era stato mandato? L’aggressione può essere derubricata all’atto di un folle o poteva davvero sfociare in qualcosa di drammatico?
Certo, se serviva una prova provata della pericolosità di alcune zone del centro storico genovese, La Russa l’ha vissuta in diretta. Ma, nell’aggressione al ministro della Difesa, c’è anche un’altra prova. La cartina di tornasole della violenza che sta caratterizzando questa campagna elettorale. Violenza di cui sono sempre e regolarmente vittime le forze dei partiti che appoggiano la maggioranza di governo.
E così, sempre ieri, sempre a Genova, in piazza Banchi, un gazebo che raccoglieva firme della Lega Nord è stato circondato da una ventina di no global dei centri sociali che urlavano insulti e ha potuto arrivare indenne a fine giornata solo grazie alla presenza di più di dieci agenti di carabinieri, polizia e Guardia di finanza che proteggevano gli esponenti del Carroccio.
E così, l’altra notte, una bottiglia molotov è stata lanciata contro il gazebo del Pdl in piazza Caduti della Montagnola, a Tor Carbone a Roma. E così, sabato scorso i manifestanti contro le «leggi razziste» a Milano hanno illuminato con fumogeni il gazebo Pdl di piazza San Babila. E così, sempre a Roma, nello scorso fine settimana, tre gazebo del centrodestra alla Montagnola e a piazza Bologna, sono stati imbrattati con scritte offensive. E così, a Firenze, alcuni giovani volontari che stavano volantinando a favore del candidato sindaco del centrodestra Giovanni Galli sono stati aggrediti a tradimento.
La lista è lunghissima, praticamente quotidiana e praticamente a senso unico. A Torino, il 24 aprile un fantoccio raffigurante l’eurodeputato del Carroccio Mario Borghezio è stato ritrovato di fronte a una sede leghista, accompagnato da alcuni simpatici volantini che equiparavano il Carroccio al fascismo. E, sempre a Torino, sempre le sedi leghiste, sono state assaltate. E, sempre a Torino, in questa tristissima cantilena dell’intolleranza politica, sono state trovate scritte sui muri, blitz contro i furgoni della candidata del Pdl a presidente della Provincia e due attacchi anarchici contro i candidati della Destra, assaltati dagli squatter.
Cambiando le aspirazioni (qui, secche, toscane, con la acca rappresa), ma non le ispirazioni intolleranti e di sinistra, a Livorno sono state bucate le gomme dell’auto del coordinatore provinciale del Pdl e due bottiglie incendiarie sono state lanciate contro un comitato elettorale del partito di Berlusconi.
Insomma, in tutta Italia la stessa storia e gli stessi obiettivi. Con un particolare: l’unica volta che a essere violenti sono stati alcuni attacchini leghisti nei confronti di militanti comunisti del Pdci, immediate sono arrivate le scuse dei vertici del Carroccio di Novara. Credo che questo particolare spieghi il senso di questo articolo meglio di ogni analisi sociologica.

Massimiliano Lussana per Il Giornale

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Intervista a Ignazio La Russa: “Governo dei fatti, il voto ci premierà”

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Intervista a Ignazio La Russa: “Governo dei fatti, il voto ci premierà”


ignazio-la-russa«Sa cosa le dico? Il Financial Times prova quasi un piacere fisico».

Addirittura, ministro La Russa?

«Ma sì, è la vecchia e abusata abitudine di andare contro l’Italia, a prescindere, in ogni caso».
Insomma, ieri Prodi, oggi Berlusconi. Attacchi senza effetti? Di tutta la vicenda gli italiani sanno farsi una ragione. E quindici anni di polemiche sul premier, dal conflitto d’interessi alle vicende giudiziarie, si sono sempre trasformati in boomerang».

Però all’estero…

«Guardi, i giornali stranieri vanno in soccorso a ciò che resta dell’Internazionale rossa. E alla sinistra non resta che puntare sul gossip. Così, mentre il cardinale Bagnasco, ad esempio, lancia un appello pertinente sui lavoratori, l’Unità e Repubblica si occupano del fidanzato di Noemi, tralasciando il “neo” della condanna giudiziaria. Con un’inchiesta che neanche il Bolero d’un tempo avrebbe disdegnato».

Voltiamo pagina: parliamo di Pdl. E dell’ultima scaramuccia, tra «L’Occidentale», testata online vicina agli azzurri, dove c’è chi vorrebbe mandare a casa Fini, e «Ffwebmagazine», rivista della fondazione del presidente della Camera, che lo difende.

«L’Occidentale? Ho scoperto che esiste, non ne avevo mai sentito parlare. In ogni caso, è autorevolmente rappresentata ed esprime un’opinione legittima, anche se non la condivido. E poi, quando si è in campagna elettorale…».

Si può quindi capire.

«Sì, ma non impedirà al Pdl di ottenere un successo importantissimo. E scavalcare magari la soglia del 40% alle Europee».

Come convincerà gli indecisi?

«Gli italiani ci daranno fiducia, perché con noi si respira una nuova aria ed è cambiata l’etica».

In che senso?

«Be’, adesso il governo ci mette la faccia e si assume sempre le sue responsabilità. A Napoli come all’Aquila, senza dimenticare le misure anti-crisi. Insomma, non deleghiamo e ci impegniamo in maniera diretta, ad esempio su sicurezza e immigrazione, con la presenza dello Stato sul territorio per garantire i cittadini. In quest’ottica si legano il prolungamento e il progetto di aumentare, fino a 4.000 unità, a parità di costo, i soldati impegnati nel pattugliamento misto».

Siete pronti a metterci la faccia pure in Europa?

«Sì. Perché se diciamo che tuteleremo meglio gli interessi degli italiani, tranquilli, ci riusciremo».

Al Nord non sarà facile competere con la Lega.

«Sì, ma la speranza è che entrambi possiamo crescere. Noi, nello specifico, vogliamo convincere i nostri elettori che “la ricreazione è finita”. E a differenza di un anno fa, quando qualcuno poteva non avere certezze su una linea sempre condivisa tra Forza Italia e An, adesso non è più così. E oggi, su immigrazione e sicurezza, l’intesa, nel Pdl, è assoluta».

Continuano, sul fronte clandestini, le critiche dell’opposizione.

«Non si capisce perché per loro sia più umanitario farli arrivare in Italia, rinchiuderli nei Cie e poi espellerli. Comunque, noi lamentiamo innanzitutto un’assenza dell’Europa, miope, che vorremmo si occupasse del controllo flussi. E poi, con i respingimenti non mettiamo in discussione lo status di rifugiati e non abbiamo mai buttato nessuno a mare».

Saremo un Paese multietnico?

«L’Italia può essere multirazziale, ma non senza regole, con una sorta di “marmellata culturale”, con chi gira per strada con il burqa o toglie i crocifissi dalle aule».

Capitolo riforme. Sono davvero maturi i tempi?

«Noi votammo già la devolution: riduzione dei parlamentari, maggiore potere all’esecutivo, più forte capacità dei cittadini di incidere… La sinistra votò contro e quella riforma, con il referendum, fu abrogata. Mi auguro stavolta abbia cambiato idea».

Regione Sicilia: dolenti note?

«L’assenza totale di un’opposizione non è mai positiva. Ed è quasi inevitabile che la maggioranza se la faccia, in quel caso, al suo interno. Detto questo, ho il sospetto che da parte del presidente Lombardo ci sia l’affannoso tentativo di superare lo sbarramento del 4% per le Europee. E la ricerca di maggiore attenzione per una partita da condurre con l’Mpa a livello nazionale».

Lombardo riferisce che gli avete chiesto di attendere 48 ore.

«A Lombardo non chiediamo nulla. Semmai, gli abbiamo dato sincero e leale appoggio, facendolo eleggere e consentendogli, con l’1% nazionale, di ottenere un buon numero di parlamentari. Ma da coordinatore Pdl e siciliano vedo la forte necessità di rasserenare il clima e lavorare per l’obiettivo comune: la Sicilia».

Nell’isola l’Udc è nella giunta con voi. Rimarrà un caso isolato?

«Un segreto del successo del governo nazionale è la mancanza di contrasti, grazie all’assenza di Casini. Mi spiace, ma è così. L’Udc si considera alternativa alla Lega. E se dal punto di vista dei valori forse sono più vicini a noi, non lo sono da quello comportamentale».

Altro che porte aperte…

«Socchiuse, ma non cambia nulla. L’Udc non si decide mai: sembra una barchetta in mezzo al fiume che non vuole accostare…».

Vincenzo La Manna per Il Giornale

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