Salve, sono Mohamed Venez-Janiì, bambino musulmano di anni dieci. Stamattina ero contento di andare a scuola perché dovevamo andare a vedere il presepe e a festeggiare con i canti di Natale. Invece stamattina la maestra ha detto che per rispetto nei miei confronti si resta in classe e non si festeggia Natale. Gesù Bambino è troppo offensivo per noi islamici, ha detto, la Madonna vergine, devota e madre, è un insulto ai diritti delle donne, i Re Magi sono tre offese alla Costituzione repubblicana, gli Angeli sono una presa in giro dei trans, il bue e l’asinello sono un’offesa ai diritti degli animali ridotti a termosifoni della grotta, e il panettone è un insulto consumista alla fame nel mondo. Ma il Natale tutto, ha detto, mortifica quelli come me, che non sono cristiani, ci offende e ci prende pure in giro perché ci riduce nel presepe a beduini, pastori e cammellieri. Ma la maestra non sa che per noi islamici beduini non è un’offesa, e nemmeno pastori e cammellieri. Mio zio è cammelliere e ha pure le capre e io da grande volevo fare il beduino. Comunque Natale non si festeggia per rispetto mio.
La maestra della classe accanto, più furba, ha trasformato il Natale in festa della luce: io non lo so, perché vengo da lontano, ma forse a Natale si festeggia la santa natività dell’Enel. La maestra del piano di sotto, invece, non ha fatto festeggiare e ha spogliato l’albero di tutte le palle luminose perché quattro ladri hanno rubato l’insegna ad Auschwitz; ma non ho capito che c’entra con Gesù Bambino.
Non vi dico la rabbia che mi ha preso quando ci ha detto che non si andava più a cantare «Tu scendi dalle stelle» e non si mangiava più il panettone per rispetto di noi islamici. E non solo mi sono arrabbiato perché ci hanno tolto una bella mattinata di festeggiamenti, ma questa cosa che non si festeggia perché ci sono io musulmano mi ha fatto odiare per la prima volta da tutti i miei compagni di classe perché hanno capito che a causa mia e della mia famiglia non si festeggia Natale e non si canta ma si interroga e si fanno i compiti. Mi hanno preso per uno che piange e si arrabbia se gli altri festeggiano, non ama il Bambinello e detesta la Madonna come il Panettone.
Dicono che vengo dalla Rabbia saudita. Non mi invitano più alle feste perché pensano che io sono contrario e gliela tiro. Vedono me, mia madre Fatima e mio padre Alì, come guastafeste e anche un poco terroristi. E invece non è vero: a me piace Natale e a casa mia di solito a Natale si mangia l’Agnellone perché pure per noi è una mezza festa, mi è simpatico il Bambinello, la gente intorno al presepe è tutta delle parti mie, non c’è nemmeno un personaggio padano o inglese. Tutti mediorientali come me. Salvo gli angeli che sono come le hostess degli aerei, vivono in cielo e non hanno una terra loro.
Questa storia che si deve rispettare me che sono islamico mi ha stufato. Il giorno prima della festa di tutti i santi, la mia maestra ha detto che non dobbiamo festeggiare perché si offendono non solo gli islamici, gli ebrei e i non credenti ma pure i protestanti. Poi, d’accordo con il capo d’istituto, ci ha riuniti tutti intorno alla cattedra e ha tolto dal muro il crocifisso. Ha detto che quel segno lì, sperduto sul muro a fianco alla lavagna, che non avevo mai notato, offendeva me e tutti quelli che come me non credono e non pregano per Cristo. A me è dispiaciuto vedere quel poveretto magro magro e già sofferente, pieno di sangue e con quei chiodi conficcati nelle mani e nei piedi, finire in una busta di plastica e andare chissà dove; raccolta differenziata, almeno spero. I miei amici dicevano: ma che ti ha fatto Gesù Cristo, che ha fatto alla tua famiglia? E io non sapevo cosa dire perché non mi aveva fatto niente, non mi offendeva affatto, mi faceva pena. Mio padre ne aveva parlato pure bene, diceva che era un profeta, comunque una brava persona. E non ce l’aveva con noi musulmani né tifava per gli americani anche perché quando c’era lui, non c’erano ancora né l’Islam né l’America.
Ma ora che la maestra ha tolto il crocifisso, l’albero, il presepe, la festa di Natale, i canti e le preghiere perché offendevano me, una mia amichetta ha detto: ma perché sei così incazzuso e ti offendi per ogni cosa che abbiamo e festeggiamo noi? Ma io non mi offendo affatto, è lei, la maestra, che dice così. Ho paura che ci toglieranno pure Pasqua perché offende noi musulmani. Ho paura che si inventeranno qualcosa per toglierci pure le vacanze dell’estate e diranno che non si fanno perché noi musulmani odiamo il mare e preferiamo il deserto. Bugia, a me piace il mare. Io non so perché voi italiani vi vergognate di fare le cose che avete sempre fatto, di far vedere agli altri le cose che vi piacciono da sempre; non volete farci capire che pure voi avete un dio, solo che lo chiamate e lo vedete in altro modo. Ho l’impressione che questa maestra – che legge la Repubblica ma siccome è pluralista, come dice lei, porta a volte in classe l’Unità, Il fatto e Il manifesto – trova la scusa che c’è in classe l’islamico ma è lei che non sopporta il Natale.
Forse perché s’annoia, forse perché da bambina perdeva a tombola, forse perché il marito la trova racchia, o non so, perché detesta la Croce, il Papa e tutti i suoi dipendenti. A me il presepe piace; mi piace meno quel panzone vestito di rosso, Babbo Natale, che mi sembra un pagliaccio carico di vizi, pensa solo a ingrassare e a farci ingrassare e mi fa pure paura perché è travestito. Anzi una volta ho chiesto alla maestra come si dice di uno che ama i bambini? E lei mi ha detto «pedofilo».
Babbo Natale allora è pedofilo. Perché non lo mettete in galera? Ma poi non dite che lo fate per rispetto del bambino islamico. Smettetela perché se andiamo avanti così, nessuno mi invita più a giocare insieme. Non avete capito che a forza di rispettarmi, mi state escludendo da ogni vostra festa. Comunque ora che non ci sente la maestra dico la parolaccia: Buon Natale.
Marcello Veneziani per Il Giornale
Ricordate “La guerra dei Roses”? È un bel film di ormai vent’anni fa in cui Michael Douglas e Kathleen Turner (diretti da Danny De Vito) interpretano la storia della coppia perfetta, ovvero quella stereotipata in cui lui e lei si conoscono per caso ai tempi dell’università e, da allora, è un continuo crescendo di rose e fiori. Ma la loro relazione, così perfetta, ad un certo punto si deteriora e loro finiscono con l’odiarsi. Perchè? Il paradosso è che non c’è, un perché. O meglio, non uno preciso, ma una serie di tanti piccoli motivi che, disseminati durante il loro quotidiano cammino comune, si sono via via ingigantiti, alimentati dallo scemare della passione e dall’aumentare di un’insensata competizione interna alla coppia. Vi ricorda qualcosa, vero? Certo che sì, e sono sicuro che leggendo le mie righe avrete accennato un sorriso, cogliendo immediatamente la metafora con cui ho voluto approcciarmi a questo spinoso (sempre per restare in tema di rose) argomento. Berlusconi e Fini, Fini e Berlusconi, Silvio e Gianfranco, Gianfranco e Silvio: sono ormai mesi che leggiamo di loro in termini, per così dire, contradittori. Un continuo susseguersi di agenzie, dichiarazioni vere o presunte, bene o male interpretate, di fuori onda e di commenti di parte. Sì, avete letto bene, di parte. Perché (almeno sulla carta stampata) si sono formate due opposte fazioni, che per intenderci definirei curve, da cui i rispettivi ultras di Silvio e Gianfranco non se le mandano certo a dire. Anzi. Picchiano come dei fabbri. Ma a ben vedere è uno scontro Pop, talmente Pop che persino l’opposizione, senza nemmeno accorgersene, ne è stata letteralmente fagocitata, costringendo il Pd e persino lo sguaiato Di Pietro a fare il tifo per il Presidente della Camera. Situazione impensabile solo fino a qualche mese fa che, a mio parere, più che i problemi tra Berlusconi e Fini, mette a nudo la pressochè totale mancanza di una figura carismatica nell’area di un centrosinistra sempre più ai margini della scena politica. Certo, qualcuno potrebbe obbiettare che, se la sinistra inneggia a Fini, è solo grazie ai suoi continui distinguo nei confronti del Governo ed a alcune battaglie per così dire “anomale” nell’ambito della destra. Ed in parte ha ragione. Non tanto per i richiami alla centralità del Parlamento o al rispetto degli altri poteri dello Stato, quelli sono per lo più atti dovuti alla carica che attualmente ricopre. Il nocciolo della questione sono alcune sue prese di posizione che l’elettorato di centrodestra fatica a comprendere e, quindi, mal digerisce. Mi riferisco, in particolar modo, a quella sull’immigrazione, tema sul quale Gianfranco batte ormai da qualche anno dimostrando, ad onor del vero, una sincera convinzione sulla valiidità dei suoi argomenti, non perdendo occasione per rimarcarli. Proprio questa sua tigna ha spinto alcuni commentatori d’area a dar voce ai sempre più numerosi mugugni di dirigenti e militanti, mettendo sotto gli occhi di tutti quel deterioramento di cui parlavo all’inizio. Ora, mettiamo che qualcuno rientri in Italia dopo un lungo viaggio e che sia rimasto alle notizie di un anno fa, beh, una volta letta questa prima parte del mio articolo potrebbe tranquillamente pensare che si tratti di semplice dibattito interno, su grandi temi di cui un grande partito come il Popolo della Libertà fa bene a discutere. Chi potrebbe dargli torto? Il problema, quello vero, è il contesto in cui è scoppiata questa grana, ovvero, nel bel mezzo di un’offensiva trash-forcaiola cominciata, guarda caso, nel momento di maggiore popolarità vissuto da Berlusconi, che era riusciito ad appropriarsi – anche grazie all’assist di un inconsapevole Franceschini – persino del 25 aprile. Da lì è partita la triste campagna che ben conosciamo, che è culminata con la spettacolarizzazione delle deposizioni di un criminale analfabeta di bassa lega come Spatuzza, passando attrraverso il gossip e la contradittoria bocciatura del Lodo Alfano. In un simile momento, dicevo, di tutto c’era bisogno tranne che di dare il la a questo scontro fratricida, che è nato con l’editoriale in cui Vittorio Feltri, dopo aver rinfacciato a Fini alcune dichiarazioni sul caso Boffo, lo attaccava apertamente, dando voce a quei famosi mugugni che, fin lì, erano rimasti strozzati nelle gole di chi si sentiva orfano del Fini-pensiero. Ovvio, Feltri è un grande giornalista, non un politico, ergo certi calcoli non gli competono, ma è un fatto oggettivo che con quel suo ormai celebre editoriale abbia tirato un bel calcione al can che dormiva, quantomeno in pubblico. Arrivati a questo punto, però, bisogna trovare una soluzione e per farvi capire come la penso torno alla metafora iniziale, quella del film. Vi ricordate il finale? Dopo essersene fatte di tutti i colori, la coppia, ormai stremata, si barrica in casa con l’intenzione di arrivare alla resa dei conti, una volta per tutte. Sia lui che lei erano pronti a tutto, infatti, proprio quando stanno per ammazzarsi entrambi si sfiorano la mano e, guardandosi negli occhi, capiscono di amarsi ancora.
Alessandro Nardone
In tempi di appelli più o meno credibili in nome del valore (sacrosanto, intendiamoci) della “libertà di stampa” occorre, a mio modestissimo avviso, aprire una breve riflessione su un aspetto del quale nessuno, fin’ora, ha tenuto debitamente conto, ovvero la vera e propria rivoluzione in atto sul web. Per consentire anche ai meno appassionati di comprendere l’estrema importanza di quest’argomento, parto da una dichiarazione che Ezio Mauro – Direttore di Repubblica - ha rilasciato qualche giorno fa rispondendo all’inchiesta con cui Il Giornale ha scoperto che gran parte dei firmatari dell’appello promosso on line dal quotidiano di De Benedetti fossero, in realtà, inesistenti. Qualche esempio? Tra i firmatari compaiono migliaia di nomi pittoreschi come Vorrei Cheparlaste o Bruce Lagodigarda, tanto per citarne un paio.
Bene, ad un fatto oggettivamente incontestabile Mauro ha risposto con un luogo comune ormai stantio: “La rete è democrazia”. Vero, per molti aspetti lo è, ma va anche detto che esistono innumerevoli esempi di quanto si sia abusato dell’estrema libertà messa a disposizione dal web, utilizzandola a proprio uso e consumo, nella stragrande maggioranza dei casi per insultare il nemico di turno nascondendosi comodamente dietro l’anonimato di un nickname. Negli ultimi anni il web è stato letteralmente invaso da milioni di blog che, il più delle volte, si trasformavano in veri e propri vomitatoi, all’interno dei quali chiunque poteva dare libero sfogo ai suoi istinti (per lo più animaleschi) repressi.
Le vittime? Beh, anche in questo caso il repertorio è vastissimo ma il principio è sempre lo stesso: mi stai antipatico? Ti odio? Ti diprezzo? O, più semplicemente, sono accecato dall’invidia? Bene, in assenza del coraggio necessario per affrontarti e dirtelo in faccia e, soprattutto, non volendo correre il rischio di beccarmi una denuncia per diffamazione, mi apro un bel blog e ti sputtano sul web. Facile, no? In molti si erano illusi che l’onda potesse essere cavalcata, financo per creare un partito politico, salvo poi prendere atto di aver preso una grossa cantonata.
Era, infatti, inevitabile che prima o poi la tendenza s’invertisse, sostanzialmente per due motivi. Il primo è che l’utente medio di internet è sempre più informato e quest’aspetto lo porta a prediligere un’informazione attendibile e di qualità. Il risultato è che i blog di cui parlavo pocanzi, i vomitatoi, scompaiono mentre i blog di livello non soltanto accrescono quotidianamente le loro visite ma, cosa ancora più importante, fanno opinione. Probabilmente l’esempio più eclatante è l’americano Huffington Post, che si avvale della collaborazione quotidiana di oltre 3000 bloggers le cui inchieste, negli anni, sono state tanto attendibili ed efficaci da renderlo il sito d’informazione più influente anche all’interno della Casa Bianca. Il secondo motivo è l’avvento dei Social Network come Facebook e Twitter, che hanno avuto il grande merito d’introdurre il concetto di microblogging ovvero, come si fa quando si aggiorna il proprio stato, sintetizzare il proprio pensiero in una frase lunga poco più di 140 caratteri, proprio come un sms. Si calcola che attualmente siano oltre 250 milioni le persone che hanno aperto un profilo su Facebook, e che lo usano quotidianamente per condividere con i propri conoscenti opinioni, foto, video e quant’altro.
La differenza sostanziale è che, in un Social Network, gli utenti che tentano di mantenere l’anonimato vengono esclusi dal resto della comunità, proprio perché in palese conflitto con il concetto stesso di social networking. Questo significa che se qualche buontempone decide di fare qualcosa che prevarichi la libertà altrui, viene messo nelle condizioni di andarsene, insomma, si auto esclude. Senza considerare che, proprio alla luce di questo motivo, i calunniatori di professione sono più facilmente perseguibili. Una rivoluzione positiva, dunque, che va nella direzione di una sempre maggiore “socializzazione” della rete, che dovremo essere bravi a sfruttare stando sempre attenti, però, alle informazioni che decidiamo di darle in pasto.
Alessandro Nardone
«Dopo il grande crollo del 1992-94 le classi dirigenti politiche di questo Paese hanno virtualmente troncato ogni legame con qualunque retroterra culturale», ha scritto Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera di venerdì 14. E Angelo Mellone sul Giornale di martedì 12 rileva che oggi, per una certa «pattuglia denutrita di giornalisti e intellettuali», la destra post 1995, una volta diventata «forza di governo», risulta essere un «oggetto meno epico, troppo urbano», tanto è vero che nel libro di Adalberto Baldoni, che ha dato spunto al suo intervento polemico, «il pathos narrativo si arresta alle soglie del 1994».
Credo che la risposta al problema esistenziale posto da Mellone (perché non c’è nessuno che scrive «un volume rigoroso di analisi della mutazione della destra, culturale e politica»?) stia nelle parole sue e del professor Galli della Loggia sopra riportate. Proprio perché uno di questi partiti italiani (nel nostro caso l’ex Msi ed ex An) ha troncato i suoi legami con la cultura delle origini c’è un’incomprensione e un disinteresse fra questo partito e una certa «denutrita pattuglia di gionalisti e intellettuali» che in precedenza nella Destra si riconosceva. Sarà consentita o no questa posizione, o tutti devono essere obbligatoriamente entusiasti delle (o interessati alle) posizioni che prima al Msi e poi ad An ha fatto raggiungere l’attuale presidente della Camera? Peraltro, non si capisce il motivo per cui Angelo Mellone si preoccupi: in contrapposizione a costoro mi pare che esista una pattuglia ben pasciuta di altri intellettuali e giornalisti che riesce a esporre i propri opposti punti di vista politici e culturali in Fondazioni, giornali, riviste, «iniziative editoriali, nei media elettronici e persino nell’università», come Mellone elenca con giusto compiacimento, controbilanciando questi «piagnoni», questi scetticoni circa le magnifiche sorti progressive della ex destra aennina discioltasi in Forza Italia.
E proprio dalle citate parole di Mellone si evidenziano i motivi di questa disillusione, che non è tanto un miscuglio di nostalgia e risentimento, secondo la sua ipotesi, quanto – appunto – il fatto che il suo «soggetto politico», come direbbero i politologi, sortito a partire dal 1995 non ha nulla di «epico», non sollecita alcun «pathos»… Esso è sembrato nel corso di ben quindici anni soltanto un poltronificio, pur se, secondo quanto afferma Mellone, esso è ormai «cultura popolare maggioritaria».
Ma è così? Se fosse una «cultura popolare maggioritaria», se ne dovrebbero notare gli effetti. Per quanti sforzi faccia non me ne accorgo. L’uso dei simboli forti è scomparso, se ne ha una paura folle, solo la Lega ne ha ormai l’appannaggio.
E tutto ciò perché avviene? Mellone ha usato una parola che mi ha fatto rabbrividire e che mi ha ricordato la Praga del 1968, quando lui forse era appena nato: «Il processo di normalizzazione democratica della destra», che poi diventa anche «il processo di costituzionalizzazione della destra». Mi spiace: una destra «normalizzata», all’esterno come all’interno, ha prodotto il solo effetto di azzerare quello che sempre Mellone definisce negativamente un «eclettismo ideologico forzato», che era invece la vera forza prima del Msi e poi di An. Sicché: al bando tutti coloro che non si riconoscono nelle posizioni ormai «normalizzate» del partito, sino a far assumere alla Nuova Destra posizioni ufficiali spesso non dissimili da quelle della Vecchia Sinistra, ad esempio in tema di «guerra civile» antirevisionista, come ha notato l’insospettabile (e profetico) Giampaolo Pansa su questo giornale il 24 luglio scorso.
A questo punto sembra ingenuo o provocatorio chiedersi retoricamente per quale motivo nessuno della «pattuglia denutrita di giornalisti e intellettuali» senta il minimo impulso a occuparsi «scientificamente» della evoluzione (per loro: involuzione) di un partito così «normalizzato». Che motivo ne dovrebbero avere? Quale interesse potrebbe muoverli? Più consono per loro fare un esame critico, magari umorale, della situazione (non sempre distruttivo, spesso inutilmente propositivo) in base alle loro esperienze passate e presenti e non in nome di un’asettica «scienza politica» o di un pragmatico interesse contingente. Per far quel che chiede Mellone in senso tassonomico e quasi entomologico ci sono schiere ben pasciute che albergano nelle università e nelle Fondazioni e nei mass media elettronici cui utilmente affidarsi per uno scopo così alto. Noi, poveri denutriti, ci muoviamo solo se sentiamo il pathos, l’appeal dell’epico, che ci possiamo fare? La burocrazia e la normalizzazione non ci ispirano. Nemmeno la costituzionalizzazione ci esalta.
Gianfranco de Turis per Il Giornale
Caro Giornale,
forse la questione posta da Angelo Mellone è questa: gli intellettuali di destra – identificati in quanto tali in un gruppetto di persone incolpevoli (Marcello Veneziani, Marco Tarchi, Alessandro Giuli e Stenio Solinas) – sono indietro rispetto alla destra che, al contrario, è al governo, decide e determina il cambiamento. E gode di smagliante consenso.
A parte il fatto che lo smagliante consenso se lo gode, a buon ragione, il Cavaliere – vorrei proprio vedere, infatti, senza Silvio Berlusconi, che cosa resterà del Popolo della Libertà – se la questione posta da Mellone è quella di capire perché mai tutte le brave persone sopraindicate non se la vogliono vivere l’attuale stagione, è argomento già raccontato. Torna ogni estate, le raccolte de il Giornale possono testimoniarlo. Ma visto che sono stato preso di striscio da Mellone, e visto che a differenza degli altri io posso vantare la colpevolezza di una militanza di partito, una cosa vorrei dirla, ma così, raccontando due episodi.
Fatto è che qualche mese fa ho incontrato per strada Fabio Granata, tra i consigliori di Gianfranco Fini, che a un certo punto, tra i nostri abbracci, mi ha chiesto: «Ma si può sapere perché ce l’hai così tanto con Fini?». Fermi tutti. Ci penso, non mi pare di avercela con il presidente della Camera, anzi, fa sempre di più un figurone. Immediatamente però, mi si accende un lampo: «Altro che. Ha preso un milione e mezzo di italiani, gli elettori del Msi, tutta gente per bene, quelli ai quali lui ha preso tutto per diventare quello che è, e li ha fatti tutti assassini. Se domani i miei figli dovranno vergognarsi di me – io che ho l’orgoglio di essere figlio di mio padre, figlio come sono di una famiglia, “Buttafuoco”, che coincide con la storia del Msi – dovrò ringraziare il signor Fini. Ha trascinato perfino Giorgio Almirante nella condanna». Ho detto questo, dopo di che me ne sono tornato nel mio brodo, io che non sono mai stato almirantiano, né finiano, né seguace del Fascismo del 2000, io che aborro le idee-cadavere – come d’altronde Granata che era come me, un ragazzo dei Campi Hobbit – io che stavo con Beppe Niccolai, l’eretico del socialismo tricolore, ho chiuso i conti con la politica anni e anni fa, quando la destra, prossima allo sdoganamento, chiudeva la propria stagione d’isolamento per incontrare finalmente Silvio Berlusconi.
Buon per loro, buon per tutti. Berlusconi è un campione della modernità che ha incontrato nel suo cammino il popolo della destra. Una casualità più che una strategia. Un ingrediente del piatto forte del populismo, ma resta il fatto che quel milione e mezzo d’italiani, malgrado le speranze parricide, è ancora un magma vivo fatto di storie, contatti, libri, amicizie e miti. Un magma che non c’entra niente con l’eredità maligna della sopraffazione, della tirannia o – peggio – dell’antigiudaismo criminale. L’apparato del nostalgismo – piuttosto – servì più alla destra che va avanti che alla grande stagione dell’eresia. Quando finalmente Marcello Veneziani può firmare in prima pagina un magnifico pezzo sul Corriere della Sera, possiamo esserne orgogliosi e felici perché in via Solferino, a fare finalmente una crepa sul muro del conformismo, Veneziani non ci arriva prostituendosi con qualche vaga formula tipo «l’antifascismo è un valore», o un atto di presenza presso i sacrari della democrazia, ma trascinandosi la ola di quelle storie, di quei contatti, di quei libri e di quei miti. Non è vero che rinunciando alla propria identità si guadagna consenso, è vero il contrario: si perde e si risulta patetici più che comici. Quanto meno esteticamente (abbiate cura almeno di toglierli i Ray-Ban quando assistete compunti alle commemorazioni delle Fosse Ardeatine: il tacco a punta e il trench da picchiatori in disarmo vi fanno capolino dalla faccia).
E sia maledetta la nostalgia. Quando si citano a sproposito i nomi, si dimentica che Marco Tarchi, facciamo l’esempio più importante, fu espulso dal partito per garantire la sopravvivenza a una cerchia la cui ragione sociale era speculare alla nostalgia post-fascista e fascistoide di tanti poveri citrulli in buona fede. E la cerchia, quella in mala fede, stava appollaiata tutta sugli occhiali di Gianfranco Fini.
C’era una volta quel partito, adesso non c’è più anche perché molti di loro, tra i migliori, andando a Varese e a Verona, li trovate con la Lega. In Sicilia stanno con Raffaele Lombardo, nel partito dell’Autonomia. E fanno bene. Fanno politica. E fanno benissimo i ragazzi di Casa Pound.
C’era una volta quel partito ed è rimasto tutto – che Dio lo benedica – nella sim di Maurizio Gasparri, l’unico vero erede di quel patrimonio perché vedi, caro Giornale, solo il mio compare (ho battezzato Gaia, la figlia di Maurizio e Amina) ha la dignità di rispettare quel mondo chiamandolo per nome e cognome. In ogni angolo d’Italia ognuno di loro, chiamando Gasparri, può trovare ascolto. E lui trova sempre qualcuno dappertutto. Qualche giorno fa sono andato a fargli visita e l’ho trovato concentrato a disegnare tanti cerchi concentrici su un foglio: «Vedi, compare? Siamo al governo, è vero, però una cosa deve essere chiara nei rapporti con il mondo a noi esterno. Nel primo cerchio, quello più importante, ci stanno i missini cromosomici, e nessuno me li deve toccare. Quindi i missini semplici, poi quelli del Msi-Dn che già sono una degenerazione con quel Dn e dopo si arriva ad An che è quella che è. Dopo ancora, arriva il Pdl che per fortuna ha il Cavaliere ad evitare che si facciano danni. Ecco, dal primo cerchio all’ultimo non c’è nulla che si possa cancellare». Quelli del primo cerchio sarebbero gli italiani di serie B secondo lo schema tanto caro alla cosiddetta destra che va avanti. Si salvano grazie ad una sim.
Giusto, caro Giornale, dovevo prendere parte al dibattito sollevato da Mellone, e ho parlato d’altro. Ma gli voglio dare ragione: personalmente sono indietro rispetto alla destra che va avanti. È vero: mi fanno pena le idee-cadavere. Per questo stavo con Niccolai, alla larga dal Fascismo del 2000 di Gianfranco Fini. E ancora di più mi fanno schifo le idee-ridicole. Per questo non so fare dibattito. E sempre viva la sim di Gasparri.
Pietrangelo Buttafuoco per Il Giornale
Maurizio Belpietro, direttore di «Panorama» e destinatario delle foto rubate nella villa in Costa Smeralda di Silvio Berlusconi, come è cominciata per voi questa storia?
«Un po’ di mesi fa si fece vivo questo fotografo che io non conosco e di cui non sapevo neppure il nome. Avvicinò Giacomo Amadori, giornalista di Panorama».
Come mai proprio Amadori?
«Si era avvalso della sua collaborazione quando era stato in Sardegna per alcune inchieste».
Quindi non è Amadori che chiama il fotografo, come ha detto l’avvocato di Zappadu.
«Ma come può chiamarlo Amadori? Solo il fotografo sa che ci sono gli scatti! Evidente che questo signore fa il primo passo».
E tu che fai?
«Io non compro mai foto da chi viene a proporle, o le commissiono o le prendo dalle agenzie. Non faccio queste cose degli scoop rubati, non mi interessano, non faccio gossip. Quelle immagini non le vedo e non le tratto. Faccenda chiusa».
Dopodiché…
«Qualche giorno fa torna Amadori e mi dice: guarda che questo qui sta cercando di piazzare ancora quel servizio, l’ho risentito, ci siamo incontrati, pare stia trattando per un milione e mezzo di euro, sembrerebbero interessati Gente e un tabloid inglese che pubblicherebbe il servizio a ridosso del G8. Monica Mosca (direttrice di Gente, ndr) è andata a Parigi per discuterne con il suo editore Hachette».
Questo riferisce Amadori.
«Ovviamente continuo a non essere interessato perché non è affare mio. L’unica cosa che mi limito a fare, siccome la richiesta è enorme, è segnalare agli avvocati di Berlusconi che qualcuno dice di avere fotografie che riguardano Villa Certosa».
Perché hai avvertito Ghedini?
«Secondo una sentenza della Cassazione per scattare foto in un luogo privato occorre il consenso del proprietario».
E Ghedini che fa?
«Mi chiama Mitì Simonetto (responsabile dell’immagine di Berlusconi, ndr) perché voleva parlare con il fotografo e io li metto in contatto. Quando vedono gli scatti, li ritengono rubati e a quel punto parte un esposto al Garante della riservatezza. Punto. Tutta la vicenda è estremamente semplice».
Quindi tu le foto non le hai viste.
«No».
E non sai dire quante sono.
«Non ne ho idea».
Più o meno sai che cosa si vede.
«Da quanto mi hanno raccontato, in alcune Berlusconi che scende dall’aereo presumibilmente a Olbia, poi molti scatti dell’interno della villa con il premier ceco e il suo seguito, accompagnatori e accompagnatrici».
Gente in costume, in topless?
«In una proprietà privata magari prendono il sole».
C’erano Noemi Letizia o le altre ragazze della festa di Capodanno?
«Ma no, da quello che so io non c’è niente di tutto ciò».
Avevano un valore giornalistico quegli scatti?
«Il fotografo dice che Hachette stava per firmare un contratto da un milione e mezzo di euro, in realtà Gente ha rifiutato. Monica Mosca mi ha chiamato raccontandomi che fin dall’inizio loro non erano interessati».
Scatti certamente rubati.
«L’avvocato Ghedini mi ha detto che le foto erano prese almeno a un chilometro e mezzo di distanza. Non sono un frequentatore di Villa Certosa, non so quanto grande sia».
Perché Zappadu si è fatto vivo con «Panorama»? All’«Espresso» avrebbero comprato subito il servizio.
«Mi pare evidente anche dal prezzo: voleva vendere le foto a uno che le togliesse dal mercato. Faccio questo mestiere da anni, non mi è mai capitato di vedere richieste così esagerate».
Forse Zappadu sperava che avreste fatto come «Oggi» che acquistò le foto di Sircana con il trans per tenerle nel cassetto. Immagini che tu pubblicasti da direttore del «Giornale».
«Ma io non ho comprato le foto di Sircana: le ho tratte dagli atti giudiziari».
Quindi lui cercava di piazzare il colpaccio.
«Cercava di fare il furbo. Ma, più che con noi, voleva entrare in contatto con Berlusconi. Sapeva che per un giornale è difficile spendere quella cifra. I fotografi conoscono i tariffari, compreso quello di Panorama».
E quant’è?
«Io posso autorizzare spese fino a 10mila euro; per somme superiori decide l’editore. Le foto di Sircana, tanto per dire, non le potrei mai comprare perché Oggi sborsò 100mila euro».
Stefano Filippi per Il Giornale
