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“Siamo in piazza, ci sparano addosso”

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“Siamo in piazza, ci sparano addosso”


iranian-supporterTwitter, Skype, Facebook. L’informazione dall’Iran passa ormai soltanto attraverso le nuove tecnologie. Te ne accorgi quando tenti di metterti in contatto con i tuoi amici, la tua interprete, le persone che ogni volta che arrivi nel loro Paese rendono il tuo lavoro più facile e che manifestano una voglia enorme di comunicare. Un desiderio che, in momenti come questi, non si placa, ma esige maggiore attenzione. Dallo scorso settembre, infatti, la compagnia telefonica nazionale è controllata dai Guardiani della Rivoluzione attraverso la Etemad Mobin che fa capo ai Pasdaran. Difficile trovare, quindi, chi sia disposto a parlare. Meglio usare la classica chat, oppure cercare un intermediario, che faccia da ponte, come Maryam. La chiameremo così per assicurarne l’anonimato. Maryam vive in Italia e comunica quasi ogni giorno con i suoi amici in Iran. «Hanno paura di rilasciare interviste telefoniche ad occidentali perchè le linee sono sotto controllo», mi spiega. Qual è l’alternativa per non sacrificare la loro incolumità in nome di qualche informazione in più? «Mi faccio raccontare io, come se fosse una normale chiacchierata, e poi ti traduco. Così è meno pericoloso», assicura. In realtà, tutto non è così semplice, a partire dalla difficoltà nel prendere la linea fino alle interferenze. Vengo a conoscenza così di Parinaz. Anche lei è scesa in piazza, domenica a Teheran, insieme ai suoi amici.

Tutti studenti come lei. Venticinque, ventisei, ventisette anni. «Eravamo nella zona di Vali Asr, all’incrocio con Enghelab, la zona dell’università Amir Kabir», racconta. «Gli agenti impedivano a tutti di unirsi. Ci siamo ritrovati in gruppetti sparsi, nel tentativo di aggregarci gli uni con gli altri. Nonostante gli agenti di polizia continuassero a puntare le armi all’altezza del viso». La sensazione è che, superato lo shock per le prime morti, durante gli scontri della scorsa estate, questa volta le persone avessero meno paura. La rabbia, invece, è cresciuta. Molto. Si vede anche dalla reazione dei manifestanti che hanno attaccato poliziotti e Basiji con qualunque cosa capitasse loro a portata di mano: sassi o vetri. La ragione è legata al fatto che «fare fuoco mel mese di Muharram, il primo mese del calendario islamico, uno dei quattro considerati sacri, è stata una violazione troppo forte; una provocazione evidente», aggiunge Maryam. «È vero, questa volta avevamo meno paura. Abbiamo acquisito maggior determinazione e sicurezza», conclude Parinaz, lanciando un assist a Fatemeh (altro pseudonimo), che come lei è stata per le strade di Teheran nelle ultime ore.

Con Fatameh ho appuntamento su Skype, alle 17 ora italiana, fissato grazie ad un sms che è riuscita a ricevere, nonostante il blocco delle comunicazioni. «Domenica è stato completamente differente», esordisce. «Teheran era nelle mani dei manifestanti e sono sicura che chi è al governo si è spaventato per questo. La gente combatteva davvero e per la prima volta è riuscita a mettere in fuga la polizia». Immagini che sono rimbalzate ovunque nel mondo, attraverso YouTube, Twitter e blog, a conferma dell’impossibilità di impedire la fuoriuscita di notizie nel villaggio globale. «Gli iraniani stanno diventando sempre più aggressivi e sono disposti a lottare per i loro diritti, pur sapendo che potrebbero essere uccisi per questo. Anche il nipote di Mousavi è morto, ma lui non è diverso da un altro martire. Questo è il prezzo da pagare per la libertà».

Che la gente sia molto più arrabbiata è convinta anche Zahra. Con lei ho un appuntamento su Facebook, per il classico botta e risposta via chat. Ma la connessione va e viene. «Userò i siti per forzare il blocco», mi aveva annunciato nel corso di una brevissima telefonata. Quello che riesce a comunicarmi ora sono ansia e paura, miste ad eccitazione. «Stiamo per esplodere. Nessuno teme più nulla: gas lacrimogeni, colpi di manganelli, prigione. Neanche la morte». E una emoticon, una faccetta stilizzata che piange, tipica del linguaggio breve degli sms, chiude la nostra conversazione.

Antonella Vicini per Il Tempo

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Le sue ultime parole: «La guerra? Sporco lavoro ma qualcuno deve farla»

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Le sue ultime parole: «La guerra? Sporco lavoro ma qualcuno deve farla»


alessandro-di-lisio«La guerra è uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farla» ha scritto Alessandro Di Lisio su Facebook prima di morire in Afghanistan. Non mancherà chi utilizzerà questa frase per la solita propaganda spicciola contro le missioni militari sui fronti più caldi. Invece sono le parole vere e crude di un soldato, il caporalmaggiore Di Lisio, che non si è mai tirato indietro. Un parà tutto d’un pezzo, nato a Campobasso. Un ragazzo che ha sacrificato la sua vita per quello in cui credeva. «Mentre altri alla sua età si fanno prendere da mille distrazioni, Alessandro ha affrontato una missione in cui sapeva che rischiava la vita. Era un ragazzo convinto, che faceva onore ai suoi 25 anni», racconta il colonnello Vittorio Stella. Comandante dell’8° reggimento guastatori paracadutisti di Legnago, l’unità del parà caduto in terra afghana.
Di Lisio si era fatto tatuare sul braccio sinistro un cane dalla faccia simpatica con il basco da paracadutista. Amava la gloriosa divisione Folgore, che da El Alamein a Farah si è coperta di gloria. E aveva un allevamento di cani. «Non era solo un mio commilitone, ma un compagno per tutta la vita» ricorda il caporalmaggiore scelto Nicola Iasci. A Nassirya, nell’inferno iracheno, erano stati fianco a fianco. «Ha scelto lui il mio bulldog che ho chiamato Tyson – racconta l’amico –. Voleva rimanere per sempre nell’esercito e non si tirava mai indietro». I due guastatori si sono lanciati assieme con il paracadute «quando la tensione si taglia con il coltello. E se Alessandro non era a bordo si arrabbiava».
Sembra che pure il padre fosse un paracadutista, ma ora è distrutto dal dolore. «Non posso crederci, non è vero, forse è uno scherzo?» avrebbe detto quando ha ricevuto la terribile notizia. Suo figlio era un ragazzone alto e robusto, capelli neri e corti tagliati all’americana. «Stava con Mariangela da due anni e mezzo», raccontano i commilitoni. Su Facebook ha scritto «troppo di destra», come orientamento politico. La 22ª compagnia guastatori, di cui faceva parte, si chiama “Angeli neri”, ma Alessandro non era un invasato e tantomeno un estremista o un fanatico. Piuttosto un ragazzo schietto e coraggioso. «Non è andato in Afghanistan per motivi meramente economici. La sua era una scelta di vita. Per noi era un esempio nei momenti belli e anche in quelli brutti», ricorda l’amico Iasci. I due giocavano a calcetto assieme e del commilitone ricorda un particolare: «Il timbro di voce: prima ancora di vederlo arrivare lo sentivi».
A casa ha lasciato la famiglia che vive a Peschiatura di Oratino, in provincia di Campobasso. Il padre Nunzio, la madre Addolorata e le sorelle Maria e Valentina, che piangono il giovane parà caduto in Afghanistan. Secondo il sindaco del piccolo centro, Orlando Iannotti, «Alessandro era un ragazzo solare, comunicativo e affidabile».
Sulla rete il guastatore della Folgore è già un «eroe». «Portare la pace a volte comporta rinunce importanti e Alessandro ha rinunciato alla propria vita… cosa dire… onore all’uomo, onore al soldato, ciao Alessandro anche se non ti conosco!!!!», scrive un navigatore. Altri pensano all’angoscia dei parenti: «Quando ho sentito la notizia alla tv della morte di un militare ho avuto i brividi… mio marito caro Ale è un tuo collega, capisco cosa vuol dire», scrive Mariangela.
Il caporalmaggiore Di Lisio era stato in missione in Irak nel 2005 e questa volta è partito con una cinquantina di militari del genio guastatori. In Afghanistan era arrivato ad aprile. Per i suoi 38 amici su Facebook aveva scritto: «Mancano soltanto tre mesi di guerra… solo tre mesi».
www.faustobiloslavo.com

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Iran, Fini: “Debole la condanna Ue”

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Iran, Fini: “Debole la condanna Ue”


fini-big“L’omaggio alla realpolitik non puo’ impedire alla Ue di esprimere tutto lo sdegno per quanto avviene a Teheran” afferma Fini. ‘Non credo – spiega il presidente della Camera – che questo sdegno emerga dal comunicato. Non ci ho trovato nemmeno la parola condanna’. Quanto alla crisi ‘alla crisi non si risponde tornando allo statalismo, al protezionismo e al indebitamento pubblico: soprattutto per l’Italia si rischierebbe di trovarsi in una situazione di scarsa competitivita”.

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Iran, arrestati otto funzionari dell’ambasciata britannica

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Iran, arrestati otto funzionari dell’ambasciata britannica


mousaviOtto impiegati di nazionalità iraniana dell’ambasciata britannica a Teheran sono stati arrestati con l’accusa di “aver avuto un ruolo di rilievo” nelle manifestazioni di protesta per l’esito ufficiale del voto delle elezioni presidenziali del 12 giugno. Lo rende noto l’agenzia di stampa semi ufficiale iraniana Fars senza citare alcuna fonte e precisando che la notizia non ha ancora ricevuto conferma ufficiale.
Lo scontro diplomatico Londra-Teheran - “Negli ultimi giorni abbiamo ricevuto numerose, a volte confuse, notizie di arresti di cittadini britannici o di persone connesse a cittadini britannici. Continuiamo a chiedere loro notizie alle autorità iraniane”, ha commentato il ministero degli esteri britannico, precisando di non essere in grado di confermare la notizia degli otto arresti. Nei giorni scorsi, l’Iran ha espulso due diplomatici britannici e Londra ha risposto con una misura uguale. Un parente di uno degli arrestati ha detto che non riesce più a rintracciare il suo congiunto da un giorno: il suo cellulare è spento.

La Farnesina: serve una posizione comune -  ”Quando si arrestano funzionari di un’ambasciata si compiono fatti certamente gravi”, sui quali serve una “posizione comune”. Lo ha detto il ministro degli esteri, Franco Frattini, spiegando che per questa ragione ne parlerà questo pomeriggio alla riunione sull’Iran dei 27, organizzata a margine del vertice Osce di Corfù.
“Oggi ne discuteremo – ha detto – perchè il problema non può essere affrontato a livello nazionale. Serve una posizione comune”.

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«È un massacro, ci uccidono tutti» Spari sulla folla per le strade di Teheran

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«È un massacro, ci uccidono tutti» Spari sulla folla per le strade di Teheran


1_28_a450A notte, quando a Teheran sono già le 23 le vedette di Twitter diffondono messaggi angoscianti e raccapriccianti. «Caricano i cadaveri sui camion, è un mattatoio, un essere umano non può comportarsi così, preghiamo Dio di salvarci si spara ad Aazad Street. A Lalezar Street e a Baharestan Street ci sono morti e sangue ovunque, colpivano la gente con la scure, come macellai. Dobbiamo scappare hanno preso uno di noi, dobbiamo fare in fretta». È l’ultimo appello dalle piazze del massacro, l’ultimo urlo dalle piazze di Teheran trasformate stando a questi frammentari e inverificabili brandelli di notizia in nuove Tienanmen. Il primo allarme scatta quattro ore prima quando la telefonata di una ragazza in lacrime trasmessa dalla Cnn e irrompe nell’etere. «È un massacro, ci bastonano come animali», urla con voce rotta dal pianto spiegando in inglese di avere 20 anni e di trovarsi nella zona intorno al Majlees, il parlamento iraniano.
«Tentano di buttarci giù da un ponte sopraelevato, colpiscono chiunque, c’è una donna coperta di sangue dalla testa ai piedi, l’hanno ridotta così sotto gli occhi di suo marito, le forze di sicurezza ci sparano addosso, la gente li implora di fermarsi, ma loro non ci ascoltano, continuano a sparare, ci vogliono tutti morti». Dopo quella telefonata è il caos, un caos comunicativo e mediatico che rende difficile valutare l’entità degli scontri. A dar retta ai messaggi diffusi dai vari attivisti di twitter gli incidenti si concentrano nella zona del parlamento intorno alla piazza e alla fermata del metrò di piazza Baharestan, vicino al Parlamento. «La gente sta portando i feriti a casa per assisterli», scrive uno. «Attenti agli elicotteri, guidano i basiji dall’alto», avverte un altro. In quella piazza mattatoio un gruppetto di 200 dimostranti sarebbe stato fermato dalla polizia e da consistenti gruppi di miliziani basiji in moto armati di bastoni elettrici e spranghe.
Chi siano gli organizzatori della protesta e chi la guidi non si sa. Il sito di Mir Hussein Moussavi accenna ad una manifestazione convocata nella zona del parlamento, ma si dissocia dagli organizzatori e raccomanda calma e moderazione. Di certo chi ha sfidato polizia e milizie fronteggia uno schieramento invalicabile e spietato. «È un inferno», scrive un testimone riferendo di una ragazza uccisa da diversi colpi di arma da fuoco e di un totale di almeno tre o quattro morti. «La piazza è piena di sangue», annota un altro messaggio che da i dimostranti in fuga verso un’altra piazza. Molte notizie risultano difficilmente confermabili. «Le ambulanze caricano i feriti e li portano nel deserto per lasciarli morire». Esagerazioni, forse, che danno l’idea della situazione di confusione in cui è sprofondata Teheran, una metropoli di 12 milioni di abitanti dove solo il regime sa, forse, cosa stia succedendo. L’impossibilità di verificare e controllare dopo la cacciata di tutti i giornalisti stranieri e la messa al bando o l’arresto di quelli locali lascia spazio, secondo alcuni messaggi alla disinformazione. «La voce della ragazza alla Cnn era troppo pulita e limpida, impossibile trovare una linea telefonica così pulita dall’Iran», annota un twitter sospettoso. Secondo la tv americana almeno altre due fonti confermerebbero però la «selvaggia violenza» delle forze dell’ordine.
«Ci stavano aspettando», racconta un altra voce trasmessa dalla Cnn. «Avevano armi e tenute antisommossa. È stato come cadere in una trappola. Ho visto molta gente con braccia, gambe e teste rotte. C’era sangue dappertutto e gas lacrimogeni come in guerra». Infine nella notte l’ennesimo affronto. «La famiglia di Neda, la ragazza uccisa sabato simbolo della repressione, è stata portata via da casa dalle forze di sicurezza».

Gian Micalessin per Il Giornale

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Iran, Obama condanna la repressione

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Iran, Obama condanna la repressione


barack-obama-speechesIl presidente Usa Barack Obama ha condannato oggi la repressione delle proteste anti-governative in Iran, nella sua dichiarazione più aspra sino a questo momento, definendo gli Usa “disgustati e oltraggiati” dalle violenze in corso a Teheran.

“Condanno fermamente queste elezioni ingiuste e mi unisco al popolo americano nel piangere ogni vita innocente persa”, ha detto, facendo riferimento alle vittime delle proteste contro la vittoria del presidente Mahmoud Ahmadinejad alle elezioni dello scorso 12 giugno.

Obama ha aggiunto resta aperto l’invito a Teheran a migliorare i rapporti con la comunità internazionale.

“Abbiamo fornito una strada attraverso la quale l’Iran può unirsi alla comunità internazionale, impegnarsi ed entrare a far parte di norme internazionali. Sta al Paese decidere se percorrere o meno questa strada”, ha affermato parlando ad una conferenza stampa.

Il presidente Usa ha anche respinto le accuse iraniane secondo cui le potenze occidentali stanno istigando le proteste, definendole “palesemente false e assurde”.

Le autorità iraniane si sono dette pronte oggi a dare una lezione esemplare ai manifestanti. Agenti in tenuta antisommossa e militanti Basiji nelle principali piazze di Teheran hanno respinto le proteste di massa che si sono susseguite per tutta la settimana dopo l’annuncio della controversa rielezione del presidente Ahmadinejad.

Per il momento sembra che la leadership fondamentalista abbia raggiunto una posizione dominante. Le autorità hanno accusato oggi il segretario generale delle Nazioni Unite di interferire negli affari interni del Paese, dopo che Ban Ki-moon aveva chiesto di porre immediatamente fine all’uso della forza contro i civili.

“Il signor Ban Ki-moon, sotto l’influenza di alcune potenze, sta ignorando la realtà delle elezioni in Iran e le sue dichiarazioni contraddicono i suoi doveri … e sono una chiara interferenza negli affari di stato dell’Iran”, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Hassan Qashqavi secondo quanto riferito dall’agenzia stampa Isna.

PROLUNGATO TERMINE PER RECLAMI

In un’apparente concessione, però, l’Ayatollah Ali Khamenei ha accolto oggi la richiesta del principale organo legislativo iraniano di prolungare di cinque giorni il termine ultimo per presentare i reclami dei candidati alle elezioni presidenziali dello scorso 12 giugno, secondo quanto ha riferito la tv di Stato.

In precedenza il Consiglio dei Guardiani aveva nuovamente escluso l’annullamento del voto richiesto da Karoubi e dall’ex ministro moderato Mirhossein Mousavi, principale sfidante di Ahmadinejad.

“Il Consiglio dei Guardiani iraniano respinge l’annullamento delle elezioni presidenziali del 12 giugno, dicendo che non ci sono state significative irregolarità nelle operazioni di voto”, ha annunciato l’emittente in lingua inglese Press TV.

“Invece di sprecare tempo a ricontare alcuni voti, cancellate il voto”, ha detto Karoubi in una lettera al Consiglio.

Il Consiglio aveva già chiarito che non avrebbe annullato le elezioni, dicendosi pronto solo a ricontare il 10% delle schede in modo casuale.

Il risultato elettorale ha scatenato le più violente manifestazioni di piazza in Iran dalla rivoluzione islamica del 1979. Centinaia di persone sono state fermate dalla polizia nelle ultime due settimane.

“Le persone arrestate durante le ultimi vicende saranno trattate in modo da impartire loro una lezione”, ha detto un alto magistrato, Ebrahim Raisi, citato dalla televisione di stato.

Una delle accuse più ricorrenti da parte dei candidati sconfitti, che hanno presentato 646 denunce di irregolarità, è che il numero dei voti superi in alcuni collegi quello degli aventi diritto al voto.

Ma il portavoce del Consiglio dei Guardiani, Abbasali Kadkhodai, ha detto che ciò potrebbe essere dovuto al fatto che gli iraniani potevano votare dovunque volevano e che in ogni caso questo non avrebbe avuto un impatto significativo sul risultato elettorale.

Reuters

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L’appello di ItalianPeople continua, in nome di Neda e della Libertà

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L’appello di ItalianPeople continua, in nome di Neda e della Libertà


alg_nedaSono migliaia le persone, che nel giro di un paio di giorni, sono state invitate a dare il loro sostegno, anche se solo simbolico, alle ragazze ed ai ragazzi iraniani che stanno combattendo per la loro Libertà.

Certo, comprendo che ci possano essere punti di vista differenti anche su questo che è, comunque, un argomento assai delicato, quindi capisco chi si è rifiutato di aderire.

Invece, pur sforzandomi, faccio molta più fatica a comprendere i molti politici – di entrambi gli schieramenti – che hanno deciso di non prendere posizione, di non schierarsi. Ora, sono consapevole che molti di loro avranno cose più importanti da fare (e lo dico senza ironia), ma credo che questa battaglia (che personalmente ritengo sacrosanta) richieda, da parte loro, la stessa attenzione mostrata in altre iniziative veicolate sul web.

Noi aspettiamo e, nel frattempo, continueremo a sostenere questa ed altre iniziative nate nel segno della Libertà, proprio come ha fatto la giovane Neda che, per quel Valore, ha perso la vita.

Vi saluto, annunciandovi che la giornata di oggi, per questa battaglia, non è la fine, ma l’inizio. Quindi chiedo, a chi la pensa come noi, di continuare ad invitare amiche ed amici, magari inoltrandogli la lettera scritta ieri dalla sorella di Neda, con la quale vi saluto e vi ringrazio.

Alessandro Nardone

Aderisci anche tu: http://www.facebook.com/event.php?eid=107181618104&ref=mf

Teheran, 22 Giugno 2009 (h. 10.08) — “Ieri avevo scritto un breve appunto perchè avevo un’idea fissa: ‘domani sarà un grande giorno [alla manifestazione] , ma io potrei essere uccisa…’ Invece ora io sono qui, viva, e a essere uccisa è stata mia sorella. Sono qui a piangere mia sorella morta tra le braccia di mio padre. Io sono qui per raccontarvi quanti sogni coltivava mia sorella… Io sono qui per raccontarvi quanto fosse una persona dignitosa e bella, mia sorella…Sono qui per raccontarvi come mi piaceva guardarla quando il vento le agitava i capelli… Quanto [Neda] volesse vivere a lungo, in pace e in eguaglianza di diriiti…. Di quanto fosse orgogliosa di dire a tutti, a testa alta, ‘Io sono iraniana’…”

“Di quanto fosse felice quando sognava di avere un giorno un marito con capelli spettinati, [sognava] di avere una figlia e di poterle fare la treccia ai capelli e cantarle una ninna-nanna mentre dormiva nella culla. Mia sorella è morta per colpa di chi non conosceva la vita, mia sorella è morta per un’ingiustizia senza fine, mia sorella è morta perchè amava troppo la vita… Mia sorella è morta perchè provava amore per tutte le persone…”

“Chiunque leggerà questa mia lettera, per favore, accenda una candela nera con un piccolo nastro verde alla base e ricordi Neda e tutti i Martiri di queste giornate, ma quando la candela si sarà spenta non dimenticatevi di noi, non lasciateci soli…”

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Nel nome di Neda

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Nel nome di Neda


iran-5_1428382iNon si sa più dove piangere Neda, la ragazza uccisa in via Amirabad. L’appuntamento per i “terroristi” – come il regime definisce i manifestanti – che hanno deciso di sfidare l’avvertimento del capo della polizia Moghaddam è ballerino per tutta la mattina. La famiglia vorrebbe celebrare il rito funebre nella Moschea di Nilufar, ma la richiesta viene bocciata dalle autorità. Nel primo pomeriggio il tam tam  conduce un migliaio di coraggiosi in piazza  Haft-e-Tir. Ci sono candele accese e mani che si stringono.

Neda è più di un simbolo, ormai è una di famiglia e non importa che sabato fosse in quella maledetta via Amirabad per un caso o se avesse davvero scelto di rischiare insieme ai “terroristi”. Sui blog ci sono già decine di versioni e la testimonianza di una ragazza che dice di essere sua sorella. “Sono qui per dirvi che mia sorella era una persona per bene, che come me voleva sentire il vento tra i capelli, leggere Forough (Farrokhzad, la celebre poetessa), essere libera, tenera la testa alta e dire: Sono iraniana”. Queste frasi le hanno lette in molti e in piazza Haft-e-Tir c’è chi decide di ricordarla leggendo dei versi. Ma nelle piazze iraniane in questi giorni non c’è posto per la poesia. Forough viene interrotta dal fracasso degli elicotteri mentre partono idranti e lacrimogeni e nella confusione i proiettili volano in tutte le direzioni come in un videogioco. E’ lo stato d’assedio vaticinato per tutta la giornata: a destra e a sinistra i reparti anti-sommossa non lasciano vie di fuga.

E’ un dispiegamento colossale quello contro i “terroristi” e le loro candele, ma la polizia era stata chiara: vandali, hooligan non avrebbero avuto scampo. In piazza Haft-e-Tir non si sa più dove correre e la vertigine della sfida lascia presto spazio ad un panico che mozza il respiro. In questi giorni i “terroristi” hanno imparato tante cose. I lacrimogeni di nuova generazione causano dolori terribili e lasciano un senso di spossatezza che dura tre giorni, il curcuma è un portento per cicatrizzare le ferite e le ustioni chimiche, invece, sono un guaio serio e se investite da una sostanza sconosciuta bisogna cercare al più presto un medico e fare attenzione a strapparsi di dosso i vestiti. E però saperlo non rende le gambe più veloci quando i bassiji ti urlano dietro.
Corre voce che l’ambasciata più accogliente sia quella australiana, quella inglese invece pare sia stata appena evacuata, ma le notizie sono frammentarie e chi cerca la salvezza nel centro di Teheran spera di sgattaiolare in un vicolo buio e appiattirsi contro un muro.

Chi corre ha stampata in testa la cartina geografica della paura: il parco Laleh e lo stadio Shiroudi sono i luoghi dove si pianifica l’orrore. E’ li’ che si ammassano i reparti anti-sommossa, e’ li che si coordinano le squadracce di bassiji e pasdaran. E’ lì che testimoni hanno visto cadaveri e hizbollahi libanesi. A Vali-e-Asr invece è in corso un’altra manifestazione e forse anche a piazza Ferdowsi. Tra i “terroristi” gira voce che presto potrebbe essere braccato anche Mir Hossein Moussavi. I falchi premono perché venga punito prima che lo sciopero generale lo trasformi da leader riluttante in martire. Chi ha memoria del ‘78-79 spiega ai più giovani che probabilmente partirà tutto dal settore petrolchimico e che non c’è da perder tempo, bisogna organizzare le dispense, ritirare i contanti dalle banche, riempire le taniche di gasolio.

Tutti dicono che i tempi saranno molto duri prima di essere migliori e i terroristi si fanno coraggio. Khash-o-Khashak, polvere e spazzatura ha detto Ahmadinejad parlando dei manifestanti. E Khash-o-Khashak è diventato un inno per i rivoltosi. Viene gridato sui tetti quando scende la notte ed i bassiji bussano alle porte. Viene scaricato sui telefonini, perché ormai l’insulto è una parola d’ordine, una canzone corredata di video con le immagini più tragiche e commoventi di questo giugno di speranza e di sangue.
Nel frattempo la comunità internazionale grida ai brogli e Chatham House offre un resoconto della loro estensione. Il Consiglio dei Guardiani  ammette che sì, ci sono state “irregolarità” quantificabili in 3 milioni di voti, ma non c’è da inquietarsi non sono cifre che avrebbero potuto cambiare il responso delle urne. A tutto, in fondo, c’è una spiegazione e Kamran Daneshjou, capo della commissione elettorale, ha attribuito la miracolosa percentuale di votanti della città di Taft alla dolcezza del clima nella provincia di Yazd.

All’ombra dei seminari, intanto, continua la lotta dei seyyed. Da Qom arrivano indiscrezioni sulle manovre di Ali Akbar Hashemi Rafsanjani. Potrebbe sciogliere il silenzio alla preghiera del venerdì speculano alcuni consiglieri mentre la conta degli ayatollah pro e contro Khamenei viene aggiornata febbrilmente. Circola una lettera firmata da 40 membri del Consiglio (su 86) che chiede l’annullamento delle elezioni, una premessa al passo successivo e decisivo: l’azl, l’“impeachment”, il congedo di Khamenei.

Tatiana Boutourline per Il Foglio

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A Teheran centinaia di arresti. E nessuna risposta all’invito al G8

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A Teheran centinaia di arresti. E nessuna risposta all’invito al G8


soldati-iranLa radio di Stato ha diffuso un primo bilancio degli scontri: le persone arrestate dalla polizia iraniana sabato a Teheran sono 457. Gran parte degli arresti sono stati effettuati intorno a piazza Azadi. Una quarantina di membri delle forze di sicurezza sono rimasti feriti e 34 edifici governativi sono stati danneggiati.

Il ministro degli Esteri Franco Frattini si aspetta entro oggi una risposta dall’Iran sull’invito a partecipare al G8 di Trieste, che si apre giovedi’. “Oggi siamo a lunedi’, quindi è ovvio che si ritiene implicitamente declinato l”invito se non arriva una risposta”, ha detto il titolare della Farnesina.

Il Consiglio dei Guardiani iraniano, da parte sua, non ha finora riscontrato “irregolarità di rilievo” nelle elezioni presidenziali del 12 giugno. Eppure, ricorda Cnn, in alcune circoscrizioni si sono avuti più voti conteggiati che elettori iscritti nelle liste elettorali.

Per la radio iraniana di Stato quella trascorsa è stata ”la prima notte di pace e tranquillità dalle elezioni”. Ma la calma è apparente, scrive il Washington Post : fino a tarda notte, riferiscono i blog e il New York Times, i sostenitori di Moussavi sono di nuovo saliti sui tetti delle abitazioni e hanno urlato “Morte al dittatore” e “Allah u Akbar”.

La figlia dell’ex presidente iraniano Hashemi Rafsanjani, un degli uomini piu’ influenti dell’Iran, è stata intanto rilasciata ieri sera dalle autorita’ iraniane dopo una detenzione di alcune ore. La donna era stata arrestata assieme ad altri quattro membri della sua famiglia per avere partecipato a manifestazioni vietate dal regime. Lo ha annunciato la televisione di Stato.

Negli ultimi giorni la Tv nazionale aveva diffuso immagini di Faezeh Hashemi che in strada parlava a centinaia di manifestanti pro-Mousavi a Teheran. La figlia dell’ex-presidente Rafsanjani non ha mai nascosto la sua opposizione al presidente Mahmoud Ahmadinejad, la cui rielezione il 12 giugno è contestata da Mir Hossein Mousavi. Da parte sua Ahmadinejad ha accusato la famiglia di Rafsanjani di corruzione.

Il Financial Times intanto prova a guardare avanti: un partito alleato dei moderati, rivela il quotidiano britannico, ha invitato ieri il leader riformista Mousavi a dare vita a un ‘blocco politico’ capace di lanciare una campagna di lungo termine contro il governo ‘illegittimo’. Il partito del Kargozaran, vicino a Akbar Hashemi-Rafsanjani, non riconosce nello stesso Moussavi, peraltro, il leader rappresentativo di tutte le opposizioni.

Il Wall Street Journal rivela oggi che gli sforzi delle autorità di Teheran di censurare le attività web dei contestatori possono contare su tecnologie e strumenti tecnologicamente all’avanguardia, forniti da compagnie occidentali: si stratta della tedesca Siemens e della finlandese Nokia, che per fare affari in Iran hanno dato vita ad una joint venture per fornire agli ayatollah la possibilità di una deep packet inspection. In altre parole, grazie ad adeguati software, le autorità non sono solo in grado di censurare l’accesso a particolari siti da parte degli utenti iraniani, ma anche di monitorarne in profondità le loro attività on line. Il monitoring center, installato nella sede della Telecom iraniana, che opera in regime di monopolio, era parte di un più ampio contratto che include la cesssione di tecnologia per le reti dei cellulari, hanno confermato al WSJ fonti vicine al business, concluso nella seconda metà del 2008.

RaiNews24

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Esclusivo: attaccata l’Università di Teheran, ecco il video di uno studente

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Esclusivo: attaccata l’Università di Teheran, ecco il video di uno studente


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