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Cosa significa essere italiani? Dibattito sull’identità nazionale

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Cosa significa essere italiani? Dibattito sull’identità nazionale


frecce tricoloreChe cosa significa essere italiani, oggi? Prima di tutto sentirsi italiani e contenti di esserlo. Il che non vuol dire churchillianamente, «sto con il mio Paese (o il mio popolo) giusto sbagliato che sia». Significa non denigrarsi, attività che ci è molto congeniale, e essere coscienti che la nostra storia e la nostra cultura fanno di noi un popolo molto speciale, quali che siano i problemi che dobbiamo affrontare – oggi – come nazione e Stato. Significa capire che in molti Paesi dell’Occidente possono esserci realtà, politiche e sociali, migliori di quelle di cui disponiamo noi: ma questo non significa che ovunque, tutto, sia meglio che da noi, meglio di noi. Continuando con questa autodenigrazione, così provinciale, finiremmo per ridurci psicologicamente proprio come quegli extracomunitari che sognano di arrivare in un Paese «altro», quale che sia.

Essere italiani, oggi, significa accettare l’evento epocale della globalizzazione sapendo che non la si può evitare, ma anche che non si deve farsene divorare. E che l’unico modo per mantenere la nostra identità è, appunto, volerne avere una, rispettarla, proteggerla. Significa continuare a subire l’Europa unita (perché l’abbiamo subita, non voluta) senza cedere all’appiattimento che l’Ue vuole imporre a tutti i popoli europei per formarne un altro, gigantesco e astratto, senza radici e senza coscienza di sé. Charles de Gaulle parlava di «una certa idea della Francia», che ai suoi occhi era «come la Santa Vergine di un affresco medioevale, votata ad un destino eminente ed eccezionale». La grandeur.

Dopo il fascismo, nessun italiano mediamente prudente oserebbe dire qualcosa del genere di noi/popolo e della nostra patria. L’ha fatto, di recente, un’italiana geniale quanto coraggiosa, Ida Magli: «Gli italiani hanno avuto e hanno intelligenza e creatività superiore a tutti gli altri popoli. Per questo sono stati e sono superiori» (Elogio agli italiani, Rizzoli, 2000). Naturalmente, la superiorità ci viene dalla nostra storia e da come ci ha formati e sviluppati, certo non da questioni biologiche di razza. Autodenigrarci, sport nazionale, per le quotidiane miserie della cronaca e della politica significa avere sguardo da miope, e ignorare i secoli di storia che hanno fatto – fanno – di noi un grande popolo. È lo stesso motivo per cui i francesi si sentono, e sono, un grande popolo. Loro, però, non giocano al ribasso, si compiacciono di sé e amano se stessi nella propria nazione (e per questo ci stanno antipatici).

È esemplare quanto ha dichiarato il ministro dell’Immigrazione, dell’Integrazione e dell’Identità nazionale Eric Besson: la nazione «rappresenta un valore imprescindibile di fronte alle sfide poste dalla deriva dei nuovi integralismi, dallo sviluppo delle attuali forme di comunitarismo e di regionalismo, dalla costruzione progressiva dell’identità europea, dalla mondializzazione dell’economia». È così che un governo moderatamente di destra come quello francese non ha nessun imbarazzo a chiamare un ministero dell’«Identità nazionale», ben sapendo che l’espressione fu usata come cavallo di battaglia, tre decenni fa, dal deprecato xenofobo Jacques Le Pen. Con la stessa indifferenza ai luoghi comuni del politicamente corretto, Besson ha lanciato un grande dibattito su che cosa significa «essere francese oggi»: ovvero, anche, su come possa diventarlo un immigrato extracomunitario. Tutt’altro dibattito, si badi bene, da quello – piccino – in corso da noi: se concedere il voto alle amministrative, e quando dare la cittadinanza, e se nascere in Italia basti per essere italiani. Qui si tratta di integrazione fra culture, difficile da operare per legge. Lo scambio fra culture diverse è da sempre uno strumento di progresso. Confrontandosi e interagendo l’una con l’altra, la somma di esperienze, tradizioni e caratteristiche che chiamiamo «cultura» può arricchire i diversi gruppi. Grazie alla lingua, alla religione, alla storia comuni, a due guerre mondiali, al fascismo, alla Chiesa, alla televisione e ai centocinquanta anni trascorsi, possiamo dire di essere un popolo coeso, più unito di quanto sembri dalle differenze nord/sud.

Ma siamo anche un popolo abituato da secoli a considerare gli altri come diversi e ostili in quanto invasori e padroni, anche se apportatori di ordine, tranquillità e angherie da accettarsi per quieto vivere («Franza o Spagna purché se magna»). Siamo abituati a integrazioni «alte», con culture superiori alla nostra per ordinamento amministrativo, capacità militari, rapidità evolutiva, ma che abbiamo reso sempre poco influenti sul nostro modo di essere perché potevamo opporre loro una superiorità estetica e storica. Né, per mancanza di colonie a lungo tenute, siamo abituati a culture diverse da quelle europee, che nascono in gran parte dalla matrice latina, quindi da noi. All’improvviso, da pochi anni, ci troviamo a dover convivere – senza averlo scelto – con popoli che non conoscono e non riconoscono la nostra storia, la nostra religione, la nostra cultura.

Non occorre citare i fatti di Rosarno per capire che l’Italia e gli italiani sono turbati dalla grande trasformazione sociale dovuta alla massiccia immigrazione di gente di cultura e religione diversa. È un fenomeno che viviamo in ritardo rispetto all’Europa e che stiamo affrontando (meglio, non affrontando) in modo inadeguato, incerto, confuso. Non siamo aiutati, in questo frangente, da un mondo politico/intellettuale pochissimo analitico e propositivo, dominato da un buonismo insulso o da una ripulsa istintuale. Gli intellettuali, in particolare, ci mettono del loro dividendosi fra «arcitaliani» e «antitaliani»: entrambi i gruppi intenti a difendere una propria eccellenza – pro o contro – che finisce per essere la stessa cosa: perché gli «arci» sono anche «anti» e viceversa. E, fra una preposizione e l’altra, perdono la strada. Che è, poi, quella maestra di una definizione antica: un popolo è fatto dalla sua lingua, dalla sua storia, dalla sua religione.

La lingua si impara. Chi è bravo, alla svelta, chi lo è meno in parecchio tempo. Ma una cosa è parlare una lingua per essere in grado di comunicare, altra cosa è coglierne i profondi significati di senso. Anche la storia si impara, più facilmente, ma la «comunanza di storia» è fatta non di libri e date e avvenimenti, bensì di un sentire comune, formato evento dopo evento nei secoli, con le esperienze della vita quotidiana. Io sono, anche, quel che sono stati i miei trisnonni, di cui si è persa la memoria. Quanto alla religione, è il più difficile dei problemi, perché investe tutto il modo di essere, anche gli strati più profondi e inconsci del comportamento. Tant’è che un convertito – da qualsiasi religione a qualsiasi altra – rimane culturalmente cristiano, o ebreo, o musulmano.

A dimostrare che la religione è l’elemento più importante per la comprensione fra popoli (e ve lo dice un non credente) abbiamo esempi quotidiani, a centinaia di migliaia: il nostro rapporto con sudamericani e filippini (geograficamente lontanissimi) è molto più facile, immediato e meno spigoloso che con gli islamici provenienti da cento miglia oltre il Mediterraneo. I musulmani che vengono in Italia per motivi economici, aderiscono con più difficoltà – quando lo fanno – ai nostri modi di essere, alla nostra cultura, perché hanno storie e modelli forti, diversi dai nostri e per loro difficilmente rinunciabili. Infine, al di là dei problemi di lingua, storia, religione, ce n’è un altro. L’immigrato, perdiventare davvero italiano, dovrebbe avere – intimamente – il piacere di esserlo. Lo stesso che dobbiamo avere noi.

Giordano Bruno Guerri per Il Giornale

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2010: l’elenco dei miei desideri per l’Italia.

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2010: l’elenco dei miei desideri per l’Italia.


italy___grunge_by_tonemappedEh sì, ogni anno che passa tirare le somme di quello che sta per concludersi diventa sempre più complicato forse perché, almeno per quanto mi riguarda, con il trascorrere del tempo divento sempre più esigente, soprattutto nei confronti di me stesso. Così, anziché scrivere un resoconto di ciò che è stato nel 2009, tenterò di fare un elenco delle cose che mi aspetto dal 2010. Massì, mi prendo la libertà di fare una sorta di lista della spesa anche perché, in fondo, sognare non solo non costa nulla ma è anche un ottimo esercizio, che inconsciamente ci spinge a lottare sempre e comunque per il massimo obbiettivo. Insomma, nessuno riuscirà mai a togliermi dalla testa che, se proprio dobbiamo metterci in gioco, tanto vale farlo puntando alla posta più alta. Sempre e comunque. A conferma di quanto vi ho appena detto, spesso e volentieri, quando qualcuno mi chiede “come và” amo rispondergli che se mi lamentassi sarei un ingrato e se mi esaltassi sarei uno che si accontenta. Fatta questa già lunga ma doverosa premessa posso cominciare a dare libero sfogo alla mia immaginazione, tentando di elencare tutto ciò che desidero (senza il condizionale) per l’anno che tra poche ore vedrà la luce. Desidero che il clima politico finalmente cambi, che il confronto sulle idee prenda il posto dell’astio e degli attacchi personali, da entrambe le parti. Desidero non sentirmi più dire frasi del tipo “non capisco come possa, una persona in gamba come te, stare da quella parte politica”. Desidero che il Presidente Fini torni a scaldare il cuore mio e del popolo della destra, riappropriandosi di argomenti che, sono sicuro, continuano ad essere parte integrante del suo dna politico ed umano. Desidero che il Presidente Berlusconi consegni il Partito nelle mani di una nuova classe dirigente, puntando convintamente sulla generazione dei trentenni, che dovranno essere messi nelle condizioni di affrontare e vincere la sfida di una vera e propria “Rivoluzione del merito”. Desidero che maggioranza ed opposizione, questa volta, facciano il possibile e l’impossibile per portare a compimento quel processo riformista di cui la nostra Italia ha terribilmente bisogno. Desidero che l’opposizione collabori, senza pregiudizi, con la maggiornanza per arrivare quanto prima alla soluzione della crisi economica puntanto, innanzitutto, alla salvaguardia dei posti di lavoro. Desidero che maggioranza e opposizione, nell’ottica di un reciproco riconoscimento, s’impegnino per arrivare ad una definitiva “Pacificazione nazionale” consegnando, in modo definitivo e inappellabile, le antiche divisioni ideologiche ai libri di storia. Desidero che i cosiddetti cattivi maestri della sinistra radicale vengano finalmente isolati, perché non possano più inculcare, specialmente nei più giovani, sentimenti negativi come quello che, ad esempio, spinge qualcuno a gridare il vergognoso slogan “1, 10, 100, 1000 Nassirya”. Desidero che gli oltre 9000 Soldati Italiani impegnati in Missioni di Pace in tutto il mondo siano onorati e rispettati da tutti gl’italiani. Desidero che tutti i rappresentanti delle Forze dell’Ordine siano onorati e rispettati da tutti gl’italiani. Desidero che la mentalità degli italiani diventi sempre meno provinciale e che, cioè, la finisca di anteporre interessi di bottega a quelli dell’intera comunità. Desidero che ogni italiano sia orgoglioso della sua Patria e che si commuova quando sente l’Inno o vede sventolare il Tricolore, sempre, non solo quando vinciamo i Mondiali di calcio. Desidero che a Como, la mia città, venga abbattuto al più presto quell’orrendo muro che oscura il Lungo Lago. Desidero, per me stesso, di continuare a migliorare in tutto ciò che faccio rimanendo sempre fedele a me stesso e guadagnandomi, sul campo, il ripetto e la stima delle persone che mi sono vicine e che credono in me. Desidero, infine, che questo 2010 regali ad ognuno di voi la forza di credere e lottare per inseguire ogni desiderio. E realizzarlo.

Alessandro Nardone

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L’inutile Europa ci toglie pure il crocifisso

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L’inutile Europa ci toglie pure il crocifisso


crocifissoLe religioni non sono monete. Fare l’unificazione europea a tavolino, cominciando astutamente dall’economia e dalla moneta, ha permesso finora di tenere basso lo scontro con ciò che veramente crea i popoli ed è creato dai popoli: i loro sentimenti, le loro fedi, il loro spirito, il loro passato, la loro storia, le loro tradizioni, i loro valori, i significati che i popoli assegnano al loro «essere se stessi». Le religioni praticamente sono il contenitore di tutto questo, lo rispecchiano nel momento stesso in cui lo plasmano. Noi possiamo cercare di spiegare in termini teologici le differenze fra la Chiesa cattolica e quella ortodossa, oppure fra quella ortodossa e le varie chiese riformate, ma che non sia stata la teologia a crearle si vede a occhio nudo: il rituale ortodosso con la solennità dei suoi gesti, con il calore dei suoi canti, con l’intensa calma passione delle sue icone, è frutto dell’anima russa, di nient’altro che del popolo russo. Nessun inglese, nessuno svedese avrebbe mai potuto produrlo.
I politici che hanno progettato l’Unione europea hanno affermato che ci univamo perché eravamo uguali; ma nelle religioni non si è, non si può essere uguali, perché appunto, come le lingue, esse si differenziano in funzione della diversità dei popoli. Adesso, dunque, è giunto per l’Ue il momento più difficile: vivere l’unione senza isterilirci, senza morire. Questo significa per prima cosa salvaguardare i segni visibili dell’appartenenza religiosa. In Italia l’architettura, le rappresentazioni pittoriche, i crocifissi, le innumerevoli Madonne, fanno parte della storia, dell’arte, delle tradizioni di un paese che si è talmente alimentato, lungo lo scorrere dei secoli, della bellezza del Vangelo che sarebbe impossibile immaginare un S. Francesco senza il dolce paesaggio dell’Umbria, un S. Benedetto senza l’ordinata gravità del lavoro romano, un Raffaello senza l’innamorata contemplazione della Vergine Maria. Oggi si vogliono togliere i crocifissi dalle aule nelle scuole pubbliche; per proteggere, come si afferma, la libertà degli studenti. Ma anche le migliaia di edicole della Madonna, che proteggono i viandanti agli incroci delle strade, sono «pubbliche»; presto qualcuno, giustamente, vorrà che vengano eliminate. Guardiamo bene in faccia il prossimo futuro: se nell’Ue per essere liberi bisogna che in pubblico vengano cancellati tutti i segni che indicano un’appartenenza, questo significa che nessun popolo sarà più un popolo, salvo che si ritenga che possa farci sentire «Popolo» l’esposizione nelle scuole e agli angoli delle strade della faccia di Barroso. Il «privato» non crea un popolo, ed è questo che succederà: tutte le differenze saranno costrette a vivere, o a sopravvivere, nell’ambito del privato e l’Europa sarà debolissima perché saranno a poco a poco cancellati, anche nella memoria, i tratti distintivi che legano fra loro i popoli che la compongono.
Toccare le abitudini religiose significa toccare l’anima dei popoli. Cosa pericolosissima, anche là dove sembra, come in Europa, che le fedi siano ormai sbiadite, la partecipazione ai precetti in declino. Questo è un punto di cui i governanti, anche quelli ecclesiastici che hanno aderito alla realizzazione dell’Unione europea, non hanno tenuto conto: la scarsa aderenza visibile ai dettami delle Chiese, soprattutto nell’area occidentale, non significa l’abbandono, ma piuttosto, insieme allo sviluppo sempre maggiore del pensiero critico, un bisogno religioso anch’esso critico, profondo, difficile da esprimere, ma esigentissimo, «vero», che finora la chiesa cattolica non ha saputo esaudire. Ma, proprio perché i cristiani oggi conoscono meglio il significato di una religione, la loro ribellione scatterà di fronte alla pretesa dei governanti di togliere i crocifissi dalle scuole più che a un’imposizione di uguaglianza di carattere dottrinale. Perché questo, in Europa, tutti lo sappiamo bene; sono stati i nostri più grandi pensatori a insegnarcelo, da Platone a Cartesio a Leopardi: «Essere, è essere diverso».
I governanti italiani, dunque, si muovano subito; nell’interesse dell’Italia, ma anche dell’Europa. Bisogna istituire a Bruxelles l’abitudine a innumerevoli «eccezioni»…

Ida Magli per Il Giornale

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Cercando l’Italia ci si scopre italiani (ma con riserva)

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Cercando l’Italia ci si scopre italiani (ma con riserva)


frecce-tricolori«Il mio Paese, a torto o a ragione» è una cosa che nessun patriota potrebbe nemmeno pensare, tranne in un caso disperato.
È come dire «Mia madre,
sobria o ubriaca».
Gilbert Keith Chesterton

«Patria» è un concetto che sembra tanto saldo, tanto chiaro, e invece è uno dei più suscettibili ai cambiamenti del sentire comune: nelle epoche storiche come nell’attualità. Quando, «fatta l’Italia», occorreva ancora «fare gli italiani», lo Stato nato con la forza dal Regno di Piemonte mise ogni impegno nell’educare i neoitaliani a un vero culto della patria, soprattutto nelle scuole e nelle caserme. Si raggiunse lo scopo, più di forma che di sostanza, attraverso una propaganda ossessiva che ha la sua sintesi e il suo culmine nel Cuore di Edmondo De Amicis.
Un ulteriore contributo, ma di sangue e di dolore, venne dalla Prima guerra mondiale, fino all’apoteosi patriottarda del fascismo: che della parola patria fece un tale abuso, e una tale sovrapposizione al regime, da sciuparla per decenni, dopo l’8 settembre 1943 e la guerra civile tra fascisti e antifascisti. Ancora oggi è una parola che si pronuncia con un certo pudore, se non con imbarazzo.
Eppure la patria esiste e se ne parla sempre più spesso come fosse un antidoto a tentazione separatiste o di annullamento in un’Unione Europea che sembra fatta apposta per uccidere tute le patrie in un colpo solo. A proposito di attualità, sono da poco usciti tre volumi, diversissimi tra loro. Di uno, brillante per acume e originalità, abbiamo già parlato il 10 luglio: FAQ Italia di Francesco Merlo (Bompiani), dove la parola patria non compare, ma si tenta l’impresa anche più difficile di definire i suoi abitanti, gli italiani, quindi il loro rapporto con la terra dove sono nati e dove vivono, oltre che con l’istituzione che alla patria si sovrappone, ovvero lo Stato.
Il secondo saggio è di Giovanni Floris: Separati in patria. Nord contro Sud: perché l’Italia è sempre più divisa (Rizzoli, pagg. 266, euro 19). Floris analizza non il pericolo di una secessione, «quella che qualcuno auspica e qualcuno teme», bensì le antiche divisioni storiche, sociali, economiche e culturali che oggi «di certo vengono aumentate, in maniera sempre più netta, da un mix di logica, cinismo e rassegnazione».
È l’Italia che, per citare la grossolana sentenza di un acido giornalista inglese, verrà spartita in due: «Il Sud alla Camorra, il Nord alla Lega». Ovvero, scrive Floris, al Nord il centrodestra, al Sud «(se recupera) il centrosinistra, altrimenti un centrodestra arcaico, dai tratti un po’ democristiani e un po’ assistenzialisti. Da una parte (infine) la legge, dall’altra (nella migliore delle ipotesi) il caos». Con lo stile di un’inchiesta televisiva, di parte ma non faziosa, Floris analizza i vari scenari, le varie possibilità, ma è comunque uno di quegli italiani che all’Italia unita – davvero unita, ovvero sempre meno disomogenea – ci tiene davvero: ama il concetto di patria/Italia e lo considera un valore irrinunciabile.
Enrico Deaglio è l’autore del terzo saggio, Patria. 1978-2008 (il Saggiatore, pagg. 940, euro 22). È un libro singolare, nei contenuti e nel montaggio, che Deaglio ama presentare «come un film di carta»: ogni anno un capitolo, gli avvenimenti riportati come la notizia di un telegiornale, oppure «la scena di un film mai fatto o il risultato di uno scavo archeologico». Alla conclusione di ogni anno, un’antologia di libri e canzoni relativi. Basterebbe scorrere l’elenco di libri e canzoni per intuire – ce ne fosse bisogno – la posizione politica dell’autore, ma è ancora più utile questa breve sintesi, a partire da Tangentopoli: «Un Paese è stato colpito come l’11 settembre, nove-dieci anni prima dell’11 settembre. Un “proprietario” è diventato l’uomo politico più popolare proprio in quanto proprietario. Del vecchio mascellone e dei suoi metodi oggi si dice che aveva inventato la formula politica più adatta per un paese di refrattari».
Eppure, anche da Deaglio viene fuori un sottaciuto amor di patria, un senso di appartenenza. È questo il segnale più importante che viene dalla rinata attenzione alla patria, intesa non soltanto come scenario di parata, bensì come un luogo comune, magari non una madre, però da amare nonostante tutto.
Di patria si parlerà molto nei prossimi mesi, fino al culmine delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità, nel 2011. È bene che sia così, perché alla fine di ogni dibattito non potrà che prevalere la convinzione (e la riscoperta) del nostro essere popolo, popolo italiano, e che quindi una patria ce l’abbiamo, da tenere cara, da aiutare a migliorare.
In questo senso, per esempio, va un recente editoriale di Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera («Noi italiani senza memoria»). Parla appunto delle celebrazioni in vista dei centocinquantanni e lamenta che – prima il governo Prodi, poi quello Berlusconi – invece di mirare a un’unica, grandiosa opera celebrativa, abbiano preferito interventi disomogenei un po’ in tutte le regioni. Per la verità anch’io avrei preferito la costruzione di una grande museo della storia nazionale, o di una grande biblioteca come quella recentemente edificata a Parigi, piuttosto che il parco costiero di Imperia, il restauro del teatro San Carlo a Napoli o la sistemazione del Palazzo degli Esami a Roma.
Galli Della Loggia, però, arriva alla conclusione che né destra né sinistra sanno «cosa significhi, che cosa possa significare, oggi, l’Italia e l’essere italiani», e che «l’unico scopo che ci tiene insieme sembra essere oramai quello di spartirci il bilancio dello Stato, di dividerci una spoglia».
Significa vedere il bicchiere mezzo vuoto: a vederlo mezzo pieno, è semplicemente un bene che il denaro disponibile venga dislocato in tutto il Paese per opere pubbliche necessarie (auguriamoci soltanto che lo siano davvero). In un momento di crisi economica è anche questo un modo per tenere unito il Paese, dando il senso di uno Stato che non celebra se stesso ma che si fa patria lì dove serve, cioè ovunque.
Pavento, piuttosto, che le celebrazioni dell’Unità saranno ancora una volta un comodo rifugio per evitare il riesame critico della nostra storia risorgimentale, dandone la solita versione edulcorata, mitica e quasi acritica. Quando invece – per capire noi e i nostri problemi di oggi – occorre anche affrontare i nodi di un’Unità dai quali sono iniziate molte divisioni, molte ingiustizie, come la tremenda guerra civile che venne chiamata «lotta al brigantaggio». Quello sì, sarebbe un contributo al concetto di patria e della sua unità.
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La sinistra parla. Berlusconi (e l’Italia) vincono

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La sinistra parla. Berlusconi (e l’Italia) vincono


di-pietro-torta-in-facciaSono da poco passate le tredici. Nella piazza d’armi della caserma di Coppito della Guardia di Finanza sono riuniti i Grandi del mondo. Si scopre una targa dove c’è scritto «L’Aquila bella, mai non po’ morire», poi un minuto di silenzio e un applauso liberatorio e beneaugurante. Non poteva concludersi meglio il vertice del G8. Non poteva essere premiata meglio la «follia» di convocare i leader dei maggiori Paesi della terra nel cuore del più grave disastro italiano degli ultimi anni. Ha detto Obama: «L’Aquila sarà ricostruita. La coraggiosa gente di questa città sarà sempre nei nostri cuori». Angela Merkel ha guardato le macerie di Onna e ha promesso di aiutare questo paesino oltre cinquant’anni fa martoriato dai nazisti.

Le first ladies hanno interrotto il loro viaggio romano e hanno visitato commosse e stupefatte le rovine. L’Aquila è stata per tre giorni al centro dell’attenzione mondiale e il governo ha preso un impegno per la ricostruzione con l’intera comunità nazionale.
Il summit ha fatto bene agli abruzzesi ed è stato un successo per l’Italia. Obama, che nei giorni scorsi aveva fatto smentire le critiche del New York Times all’organizzazione, non ha lasciato passare giorno senza elogiare l’Italia. Ieri in conclusione ha detto: «L’ospitalità italiana è stata straordinaria». José Zapatero, leader di un Paese che secondo il Guardian avrebbe dovuto sostituire l’Italia nel G8, ha detto: «Tutto ha funzionato molto bene, è stato fatto un buon lavoro». L’elogio non ha riguardato soltanto l’ospitalità. Ecco le parole di Gordon Brown: «Dobbiamo ringraziare Silvio Berlusconi per aver inserito temi come i mutamenti climatici e la sicurezza alimentare in questo G8». È andata talmente bene che qualcuno ha scritto: «Questo è il risultato vero che il nostro Paese, il governo Berlusconi e i futuri governi incassano al G8 e che l’Italia può riporre in cassaforte come un capitale». Non sono le parole di un apologeta, le ha scritte Vittorio Zucconi sulla Repubblica.

Qualcosa non ha funzionato o qualcosa ha funzionato? Dipende dai punti di vista. Qualcosa non ha funzionato per chi sperava nel peggio. Se si guarda dal punto di vista dell’orgoglio nazionale dobbiamo essere contenti. Berlusconi ha vinto la sua scommessa. Quando proclamò nei giorni terribili del dopo-terremoto che il G8 si sarebbe spostato qui, fra le macerie e le scosse quotidiane, molti lo presero per pazzo e, come al solito, esagerato. Sembrava un’avventura. Il G8 richiede un’organizzazione immensa, poi andavano messe in conto le contestazioni e poi, forse innanzitutto, andavano convinti i partecipanti. Nel giro di poche ore dissero tutti di sì. L’Aquila sarebbe stata una capitale mondiale, la solidarietà sarebbe stata universale. I Grandi si fidavano dell’Italia.

Il G8 metteva alla prova il «governo del fare». Altre prove erano già state superate. La «monnezza» a Napoli e gli aiuti ai terremotati scattati in poche ore. Ma sembrava un’impresa impossibile quella di portare qui i Grandi del mondo e dare dimostrazione di ospitalità e di efficienza. Senza lagne, senza stare con il cappello in mano. Un’Italia sofferente e efficiente. Qui si è innescato il tentativo di fare uno sgambetto al governo, di metterlo alla gogna ma di frantumare al tempo stesso la speranza italiana e degli aquilani. Nel giro di qualche settimana abbiamo assistito a un crescendo di improperi e di anatemi. L’Italia era diventata un Paese impresentabile di cui vergognarsi. I giornali, alcuni giornali, inglesi e americani erano in prima linea nel raccontare un’Italia alle corde e un governo non in grado di ospitare il summit. Alla vigilia del G8 addirittura la «bomba» dell’espulsione del nostro Paese dal consesso dei Grandi. Di Pietro nel pieno svolgimento del vertice ha preso in affitto una pagina dell’International Herald Tribune per chiedere aiuto per la democrazia italiana. Non si era mai vista una cosa così.

È dovuto intervenire, con la sua saggezza e il suo amor patrio, il presidente Napolitano per chiedere serietà e riflessione. Tuttavia l’attenzione di ogni giorno era rivolta ai titoli dei giornali ostili. Giravano le voci sul «colpo grosso» che avrebbe dovuto azzoppare definitivamente il premier. Molti ne erano certi: il berlusconismo è finito e sarà un vertice internazionale a certificarlo. Non è andata così, per fortuna. La bolla mediatica si è sgonfiata all’arrivo di Obama, di fronte alla passeggiata del premier con il presidente Usa per le strade dell’Aquila, dopo i documenti che il summit produceva sui maggiori temi della crisi internazionale.

Anche i non berlusconiani dovrebbero essere contenti. Figuratevi che cosa sarebbe successo se fosse andato come tanti strateghi di sciagura avevano previsto. Non solo una leadership politica colpita, ma un Paese in ginocchio. L’Aquila dimenticata. Le rovine del capoluogo abruzzese sarebbero persino apparse poca cosa di fronte alle macerie della politica italiana. Era questo che alcuni volevano che accadesse? Ci sono momenti in cui si coglie la differenza fra la legittima opposizione a un governo e la mancanza di spirito nazionale. Non c’entra niente l’autonomia della politica tanto meno la libertà di stampa. C’entrano quelle cose che sono nel Dna dei grandi Paesi e che qui troppo spesso vengono dimenticate. Se il summit dell’Aquila è stato un successo il merito è del governo e di Berlusconi. L’azzardo è stato premiato. La politica del fare di questo milanese testardo e esagerato è stata premiata. Dovremmo esserne tutti contenti, oggi. Domani rimettiamoci le nostre magliette politiche. Io, da italiano, ragiono così.

Peppino Ccaldarola per Il Giornale

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G8, Obama: “L’Italia? Ha forte leadership”

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G8, Obama: “L’Italia? Ha forte leadership”


g8-obama-berlusconiDopo tante attese è iniziato il vertice del G8: all’ordine del giorno le nuove regole per l’economia e la finanza, i cambiamenti climatici e gli aiuti all’Africa. Uno dopo l’altro i capi di stato e di governo hanno raggiunto il capoluogo abruzzese e sono stati accolti dal presidente del Consiglio. Silvio Berlusconi e il cancelliere tedesco Angela Merkel hanno visitato il centro di Onna, il paese più colpito dal terremoto. Fra poco a Coppito, sede della Guardia di Finanza, iniziano ufficialmente i lavori del summit. Fra i tanti leader all’Aquila mancherà uno dei protagonisti del vertice, il presidente cinese Hu Jintao, tornato in patria dopo tre giorni in Italia a causa della rivolta della minoranza musulmana degli uiguri, che Pechino sta reprimendo in modo pesante.

La polemica del NY Times La giornata si è aperta con una nuova polemica innescata dal New York Times secondo cui la guida dal vertice dovrebbe essere affidata al presidente degli Stati Uniti. “Se questa sessione (del G8) deve giustificare il tempo e gli sforzi, il presidente Obama dovrà assumere la guida. È tempo per lui di capitalizzare il credito che si è guadagnato in diplomazia negli ultimi sei mesi”. Ma la replica di Obama non si è fatta attendere: la leadership italiana, ha detto, è “straordinaria, di cui siamo grati”.

Obama da Napolitano Quasi trenta minuti a quattrocchi, poi un lunghissimo incontro allargato: aria di grande intesa fra Quirinale e Casa Bianca. “Contribuiremo alla ricostruzione dell’Abruzzo” in particolar modo della università de L’Aquila, e anche attraverso le borse di studio. Il presidente americano mette l’accento anche sulla cooperazione tra Roma e Washington “in posti come l’Afghanistan, dove lavoriamo fianco a fianco”, ma poi aggiunge: “Non si tratta di una collaborazione militare quanto fra quella fra due popoli”. Anche se, certo, “il governo italiano sta esercitando una leadership straordinaria di cui gli siamo grati”, per tutti i temi principali della riunione de L’Aquila, dai cambi climatici alla crisi finanziaria internazionale. Obama si sofferma sull’accordo firmato l’altro ieri a Mosca: “Serve come modello quando ci si deve rivolgere a Corea del Nord e Iran”.

“Elogio al Capo dello Stato” Il presidente Napolitano gode di “una reputazione meravigliosa, dell’ammirazione di tutto il popolo italiano, non solo per la sua carriera politica, ma anche per la sua integrità e gentilezza: è un vero leader morale e rappresenta al meglio il vostro Paese”, ha detto Obama al termine del colloquio con il presidente della Repubblica.

Brown: una seconda sveglia Il G8 rappresenta “una seconda sveglia per i grandi del mondo impegnati a risolvere la crisi finanziaria”. A dirlo è il primo ministro britannico, Gordon Brown che, con una serie di interviste all’avvio dei lavori del vertice ha sollecitato ancora una volta i paesi a affrontare la sfida della crescita economica e ha messo in guardia contro “il ritorno del protezionismo, un ostacolo all’economia mondiale”. “Si tratta per noi di una seconda sveglia – ha detto Brown. Le banche devono ricominciare a dare prestiti, il commercio mondiale deve riattivarsi e dobbiamo mantenere i prezzi delle commodity a un livello che permetta la crescita”.

Il Papa: aiuti ai poveri Il Papa invita i fedeli e i pellegrini presenti all’udienza generale in Vaticano a «pregare per i capi di Stato e di Governo del G8. “Da questo importante summit – ha auspicato Benedetto XVI – possono scaturire decisioni e orientamenti utili al vero progresso di tutti i popoli, e in special modo di quelli più poveri”.

Il Gironale

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Libertà

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Libertà


US-IRAN-JOURNALISTNon so se qualcuno di voi abbia visto Terra!, ieri sera. Non importa, quello che conta è che sappiate che, con una scelta piuttosto ovvia, ci siamo occupati di Teheran. Lo abbiamo fatto con una telefonica della brava inviata Mimosa Martini, “coperta” con immagini delle agenzie internazionali, quelle stesse che avete visto e rivisto in tanti telegiornali. Perché? Delle restrizioni della libertà d’informazione, in Iran, sapete tutti. E ne sapete abbastanza (la tv iraniana, la stampa iraniana, i giornalisti in esilio, il pedinamento degli inviati stranieri, gli inviti ad abbandonare il paese, “tanto le elezioni sono finite”, l’ostruzionismo nell’etere ai programmi in farsi della BBC, l’oscuramento a singhiozzo del web e delle reti di telefonia mobile, eccetera) da rendere risibile ogni cosa sia stata detta, con serietà o seriosità, con animosità o con petulanza, sulla libertà d’informazione nel nostro paese, l’Italia.
Ripeto spesso che non ho mai vissuto, da giornalista o da lettore o da telespettatore, una stagione di libertà come, questa, nell’informazione. Si sa tutto e si scrive di tutto, si vede tutto e di tutto, e persino di più, come in un poco fantasioso slogan Rai. Nel senso che il lettore forse potrà dirsi disorientato da una tale massa di notizie e opinioni, ma non potrà descriversi all’oscuro. Sa di inchieste giudiziarie – vedi Bari – ancora prima che diventino materia pubblica, però già pubblicabile. Sa di intercettazioni anche quando non hanno a che vedere con il cuore del reato, epperò rappresentino un qualche elemento di voyeurismo, di pettegolezzo, di innocuo mascariamento, per dirla alla siciliana. Sa di tutto, sia pure con la nevrosi che segna le notizie usa e getta, che siano quelle “a tempo”, come l’utilizzo improprio o no dei voli di stato, o la pandemia che appare e scompare.

E invece di lamentare il conformismo di tanta informazione, il rimasticare sempre le stesse cose, invece di prendersela con la volubilità, con la superficialità, con le cadute di gusto, eccoli, i guardiani dell’informazione, prendersela gli uni con gli altri, eccitati dal divieto di pubblicare le intercettazioni, o dalle inchieste a tesi preconfezionate del talk show militante. Tanti proclami colmi di apprensione, e vuoti, convegni pensosi e fuffa: basta la prima storia vera di censura, come quella che viene da Teheran, a far fare la figura dei bimbi viziati a tutti quelli che strillano di bavagli e regimi.

Ripeto spesso che se ci sono dei pericoli alla libertà d’informazione, questi vengono, oltre che dal conformismo militante di tanti giornalisti, dalla mercificazione della notizia, e dall’assoggettamento del mondo dei media alle oggettive leggi di mercato. Nel senso che un terreno delicato come quello delle notizie soffre, se le notizie hanno come criterio prevalente quello della loro vendibilità, e che una qualsiasi impresa dei media si snatura, se viene trattata come una qualsiasi impresa che sforna prodotti. Ovvio che un servizio prodotto in due giorni costa meno che un servizio prodotto in una settimana, ma la qualità del prodotto finale ne risente. Ovvio che un’intervista fatta al telefono costa meno che un incontro a tu per tu, ma il botta e risposta sfuma. Ovvio che il commento e l’opinione costano solo la firma dell’editorialista, e il lavoro dell’inviato sul campo costi molto di più, ma il tribunale dei media dovrebbe richiedere, oltre che periti di parte, qualche testimone. Ed è ovvio che in tivù si moltiplichi il genere talk show, nel quale lo studio e il conduttore sono parte centrale, e i servizi sul campo, quando ci sono, sono solo un pretesto per avviare la discussione: felice il conduttore, felici i politici e gli esperti che hanno la loro visibilità, felice il cassiere che non è costretto a mandare in giro troupe da pagare e assicurare, meno felice il racconto della realtà.

Scrivo queste righe da Atri, in Abruzzo, dove inizia un festival di tre giorni dedicato al reportage, e si inaugurano mostre fotografiche che resteranno aperte tutta l’estate, e tra esse una collettiva dedicata al terremoto di aprile. Sarà anche una festa, con concerti, letture e quella convivialità spontanea che nasce quando vecchi amici si incontrano, non una pensosa riflessione sulle sorti del reportage e degli inviati, né un malinconico ritratto dello stato delle cose. Ma se mi capita, farò notare che nessun reportage viene da Lampedusa, dove dalla fine di maggio non vi sono sbarchi, e la macchina dei soccorsi, della raccolta, dei controlli è surrealmente inoperosa, ciò che meriterebbe di essere raccontato, senza pregiudizio alcuno. Se mi capita farò notare che è una televisione spagnola a mostrare i militari italiani in combattimento, in Afghanistan. Questo nostrano giornalismo impegnato e ciarliero è andato un po’ meglio a Teheran. Ma adesso dovrà scontare il prezzo della censura. Per Terra! prevedo un’altra pausa lunga due anni nella concessione di un visto. Nell’attesa faremo a tempo a partecipare a qualche appassionato convegno sulla libertà d’informazione, la realtà da una parte, il suo specchio dall’altra. Se vi va fate un salto ad Atri.

Toni Capuozzo per il Foglio

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Come evitare la trappola del carisma

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Come evitare la trappola del carisma


berlusconi-libertaNon è lesa maestà affermare che, anche nell’epoca delle leadership mediatiche e dei partiti presidenzializzati, i partiti esistono perché la maestà di un leader deve sempre poter godere di sostegni e contrappesi. I sostegni servono quando una leadership – persino le più inossidabili – incontra delle fasi di debolezza o di difficoltà. I contrappesi sono necessari perché un leader non può essere sempre indispensabile e neppure può essere costantemente costretto a essere guardiano e garante dell’intero consenso di cui gode un partito.
In Europa è certamente tramontata l’epoca dei partiti di socializzazione di massa, le mastodontiche agenzie che si occupavano – come recitava uno slogan della socialdemocrazia tedesca – di fornire senso e idee all’esistenza dei militanti, accompagnando la loro vita dalla culla alla tomba. Oggi i partiti contemporanei non sono più gli unici canali di reclutamento alle cariche pubbliche, sono sfidati dai gruppi di interesse nella rappresentanza dei gruppi sociali, mentre la televisione e Internet surrogano molte delle funzioni che una volta svolgevano le strutture territoriali. Ma anche oggi, in un contesto politico radicalmente mutato, i partiti non possono ridursi a essere dei «partiti del leader» che legano il proprio destino e le proprie fortune esclusivamente alla biografia di un capo, diventandone una sorta di comitato elettorale permanente. Questi partiti, e ce ne sono in ogni sistema politico, soccombono a quella che si potrebbe definire la «trappola del carisma»: se il carisma non viene istituzionalizzato in una routine che crea organizzazione e produce classe dirigente al di fuori e al di là delle qualità politiche del leader, il partito è destinato a scomparire o a frammentarsi appena il suo leader entra in crisi o il suo carisma conosce una fase di appannamento.
Il Popolo della libertà nasce con l’ambizione legittima e percorribile di diventare il più grande partito di massa europeo per quantità di consensi e per numero di adesioni. Altre ragioni non esistono, visto che la leadership e il consenso di Berlusconi sono una funzione autonoma dall’esistenza di un’organizzazione di partito radicata sul territorio, essendo legati più alla cultura popolare, al senso comune e allo «spirito italiano» di cui Berlusconi è l’interprete per eccellenza. Il Pdl sorge come sigillo politico della lunga fase di transizione della seconda Repubblica, verso un bipolarismo che ruota attorno a due grandi partiti e ai loro alleati.
All’indomani del congresso fondativo, su queste pagine ho scritto un articolo intitolato «Fatto il popolo, bisogna fare il partito». L’operazione, va detto con franchezza, richiede tempi medio-lunghi, va compiuta in una fase in cui il centrodestra ha il vento in poppa ma non è semplice al tempo del governo, perché la maggior parte della classe dirigente del centrodestra è occupata nell’esecutivo, nelle istituzioni e negli enti locali, e l’esperienza storica insegna che ricoprire contemporaneamente ruoli istituzionali e ruoli dirigenziali all’interno di una struttura complessa come un partito da undici o tredici milioni di preferenze è quasi impossibile. Ma è un’operazione comunque necessaria, non procrastinabile per una serie di ragioni, prima delle quali la presenza della Lega come alleato di governo e come «competitore amichevole» nella raccolta del consenso al Nord (e non solo, ormai).
La Lega è un partito nato carismatico che però si è sviluppato nel tempo come movimento di massa, con sezioni disseminate sul territorio, una classe dirigente arrivata ai vertici dopo lunghi tirocini negli enti locali, un’agenda politica semplice e chiaramente riconoscibile attorno a temi come il federalismo, la sicurezza e il comunitarismo ultraidentitario. Con queste caratteristiche, sta incassando i dividendi più ghiotti dei successi del governo, perché è in grado di socializzarli quotidianamente nell’elettorato grazie alla sua rete di sezioni e di militanti. E dunque, la vicenda della Lega insegna che anche nell’epoca della politica mediatizzata e presidenziale la parola magica che dà lungo respiro ai partiti resta la militanza.
Una leadership popolarissima che ha saputo resistere al fango mediatico e gossiparo piovuto addosso è l’enorme valore aggiunto che il Pdl ha in Berlusconi mentre altri (e si vede) non hanno. I centri culturali, i new media, l’apertura alle energie nuove della società civile, la sburocratizzazione delle strutture, un’agenda politica concreta e post-ideologica sono ingredienti essenziali di un partito che non vuole assomigliare a un dinosauro intento all’occupazione dello Stato e delle istituzioni. Ma il Pdl si potrà fare partito forte e ramificato solo quando saprà cavarsela anche senza la supplenza costante del suo leader.
L’Italia ha bisogno di un grande partito patriottico e modernizzatore. Il Pdl deve completare al più presto la sua strutturazione territoriale, aprire i circoli, lanciare una grande stagione di adesioni, coinvolgere il Mezzogiorno nell’agenda di modernizzazione, cominciare oltre i momenti elettorali una vita di iniziative autonome anche rispetto al governo che è la sua espressione istituzionale e che ha bisogno di una costante legittimazione dal basso. L’affermazione alle elezioni amministrative mostra che questo processo di definizione di una classe dirigente locale è stato attivato, ma è solo l’inizio. Accanto alle migliaia di rappresentanti servono centinaia di migliaia di militanti, da non convocare a intermittenza.

Angelo Mellone per Il Giornale

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