Addio alle polemiche. Addio ai dissidi delle ultime settimane. Addio a tutto. Prevale la fraterna amicizia. Gianfranco Fini alza la cornetta e chiama subito il Cavaliere ma i collaboratori del premier gli spiegano che sta facendo gli esami al San Raffaele. E più tardi gli spiegheranno anche che non è in condizioni di parlare al telefono, è stato informato e ringrazia di cuore e appena potrà richiamerà. Dunque l’aggressione a Berlusconi fa mettere da parte qualunque dissapore. Tanto il presidente della Camera si sente in diritto di intervenire al Tg1 con parole inequivocabili: «È un brutto giorno per l’Italia e tutte le forze politiche hanno il dovere di fare in modo che il Paese non riviva gli anni di violenza».
Fini esprime la propria «condanna» per quanto accaduto, «un gesto di violenza – dice – che non può essere giustificato». Il riferimento, per quest’ultima dichiarazione, era al commento che era stato fatto da Antonio Di Pietro, un commento di quasi comprensione del gesto di Massimo Tartaglia. Il principale inquilino di Montecitorio aveva seguito comizio di Silvio Berlusconi da casa in diretta tv. Ed era già apparso risollevato visto che non c’erano stati gli strappi auspicati da quelli che gli uomini di Fini chiamano i «falchi berlusconiani». Anzi, il presidente della Camera non era stato nemmeno citato nel corso del discorso in piazza Duomo e non si erano sentiti nemmeno accenni velati. Poi l’aggressione. Fini chiama subito Ignazio La Russa, che è con Berlusconi e Milano. Gli chiede che cosa sia accaduto. Quindi decide di cercare il premier. Subito dopo, intervengono tutti gli uomini più vicini al co-fondatore del Pdl.
Italo Bocchino, vicecapogruppo Pdl alla Camera: «L’aggressione a Berlusconi è frutto di un intollerabile clima di violenza verbale nei confronti del presidente del Consiglio liberamente scelto dagli italiani». «Al premier – aggiunge – va la vicinanza di tutti coloro che non consentiranno operazioni di piazza, peraltro violente, tese a rappresentare una tensione che non dovrebbe appartenere alla nostra democrazia». Quindi tocca al viceministro Adolfo Urso, che è anche segretario della fondazione FareFuturo: «Una aggressione vigliacca, frutto di una campagna d’odio che sta avvelenando la vita politica e il Paese. Piena solidarietà umana e politica al premier Berlusconi».
A ruota arriva anche il commento ufficiale della fondazione finiana: «Il clima d’odio, di rancore, di delegittimazione dell’avversario e del nemico non può che creare mostri, non può che riportare l’Italia a un tempo che nessuno vorrebbe più vivere. Oggi – aggiunge – è stato un gesto di un singolo. Gravissimo. Ma domani potrebbe essere di più. E per questo che non è più tempo dei falchi. È tempo, deve essere il tempo, delle colombe». La nota di FareFuturo aggiunge anche che «è per questo che la solidarietà e la condanna non sono sufficienti. Perché purtroppo il gesto folle di un individuo rischia di diventare il simbolo dell’apertura di una stagione nera per la storia d’Italia. Una stagione in cui il dialogo e la condivisione perdono terreno rispetto alla logica della barricata, dello scontro, della guerra».
Un altro finiano, Carmelo Briguglio, chiede che della sicurezza del premier se ne occupi adesso il Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. L’unico finiano a non profferire verbo è Fabio Granata. Da parte sua nessun commento. Né di solidarietà a Berlusconi né di condanna del gesto: anche questo è un segno dei tempi.
Fabrizio Dell’Orefice per Il Tempo
Ci sono momenti in cui bisognerebbe abolire due parole: ma e però. L’aggressione di un uomo, in questo caso di un primo ministro, è uno di quelli. Di fronte alla violenza non possono essere accettate subordinate, ammiccamenti o tantomeno giustificazioni. Il giorno che la politica italiana tutta lo avrà compreso fino in fondo, allora sarà davvero matura.
Il volto ferito e pieno di sangue di Silvio Berlusconi non può che lasciare sgomenti, non riesco ad immaginare una persona seria o che ami definirsi democratica e perbene che possa avere una reazione diversa.
Se invece la prima cosa che passa in testa è pensare che se la sia cercata o meritata, allora siamo entrati in uno spazio in cui la dialettica politica è degenerata.
Abbiamo ricevuto numerose lettere di persone che spiegano l’accaduto e lo comprendono come reazione ad un governo che definiscono «xenofobo», «antidemocratico» o «razzista». Sono persone che mostrano di essere solidali con gli immigrati e i più deboli, sconvolte per gli attacchi di Berlusconi ai magistrati e preoccupate per la democrazia, ma non toccate da ciò che è accaduto ieri sera. Questo modo di ragionare mi fa paura: come è possibile mostrare sensibilità a senso unico, battersi contro le violenze e poi giustificare un’aggressione, essere democratici e pacifisti e provare soddisfazione per il volto tumefatto di Berlusconi. Significa che l’ideologia continua a inquinare le coscienze, ad oscurare le menti.
Si può pensare che il presidente del Consiglio sia inadatto a governare, essere convinti che le sue esternazioni contro gli altri poteri dello Stato così come contro gli organi di garanzia siano allarmanti e sbagliate, essere preoccupati per quelle leggi «ad personam» che rischiano di peggiorare lo stato della giustizia italiana, ma niente di tutto ciò può giustificare la violenza. C’è una linea che in democrazia non si può passare, un discrimine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è a cui non si può derogare. E dire che sembrerebbe essere chiaro a tutti: tanto che anche a sinistra si invita alla mobilitazione democratica in seguito ad ogni aggressione o violenza. Questo deve valere anche per il leader di un governo di centrodestra, anche per Silvio Berlusconi.
Da ieri sera i blog e Internet sono invasi da battute, ironia, festeggiamenti e dai deliri di chi ci spiega che se l’è cercata. Su Facebook sono già nati decine di gruppi di fans dell’aggressore, Massimo Tartaglia, che in poche ore hanno raccolto migliaia di sostenitori. La rete, purtroppo, mostra ancora una volta di raccogliere il peggio di noi, ma politici e giornali hanno il dovere di non dare sponde, di essere seri e di capire che le giustificazioni ci portano su strade senza ritorno e che non si può continuare ad alzare il livello dello scontro.
E questo riguarda non solo la sinistra ma anche il premier, la sua maggioranza e i giornali che gli sono più vicini. Da mesi quasi nessuno sembra capace di sottrarsi alla tentazione di alimentare il clima terribile in cui viviamo, l’Italia somiglia sempre più ad uno stadio in cui si sente solo la voce degli ultras che gridano mentre incendiano le curve. In questo scontro continuo, in cui si parla soltanto dei destini del premier, si è persa di vista qualunque considerazione sullo stato del Paese e sui suoi bisogni.
Il presidente del Consiglio, a cui va la nostra solidarietà sincera, speriamo sia così saggio da capire che proprio lui – l’aggredito – ora può fare la differenza: può abbassare i toni e aprire la strada per un confronto più civile e rispettoso. C’è da augurarsi che anche tutta l’opposizione lo capisca e sia capace di isolare chi delira.
Mario Calabresi per La Stampa
“Presenterò un esposto-denuncia contro Di Pietro per associazione a delinquere”. La ‘minaccia’ del sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto è quella che meglio sintetizza il clima si innesca nei confronti del leader dell’Idv Antonio Di Pietro considerato colpevole non solo di aver creato un clima “di odio” verso Berlusconi, ma anche di averlo indicato, subito dopo l’aggressione subita a Milano, come “l’istigatore” della violenza. Durissimi toni anche dal presidente del Pd, Rosy Bindi, secondo la quale “resta il fatto che tra gli artefici di questo clima c’è anche Berlusconi, non può sentirsi la vittima”. Immediata la replica del Pdl che invita Bersani a dissociarsi: “Le campagne di odio, l’aggressione giornalistica, il linguaggio folle, che non è soltanto del capo degli irresponsabili Antonio Di Pietro, hanno preparato il terreno”. Il segretario del Pd: “Va condannato senza se e senza ma ogni gesto di violenza”.
L’attacco di Di Pietro “Come al solito quando si tratta di criticare l’Idv i soliti ‘Soloni’ capiscono fischi per fiaschi. Ribadisco allora che noi tutti deploriamo e condanniamo l’aggressione subita dal presidente del consiglio. Ci mancherebbe altro!”. Così il leader dell’Idv Antonio Di Pietro commenta l’aggressione al premier a Milano. “Però – aggiunge – non può e non deve legittimare e giustificare la dilagante esasperazione che l’assenza di politiche economiche e sociali di questo governo sta provocando nei confronti di miglia di lavoratori e padri di famiglia”. “Già nei giorni scorsi – prosegue – avevo avvertito del rischio incombente che a qualcuno saltassero i nervi e non è prendendosela con me che si risolvono i problemi, ma affrontandoli e dando risposte ai bisogni dei cittadini, cosa che il governo Berlusconi non ha fatto e non pare abbia alcuna intenzione di fare”.
Cicchitto: “Istiga alla violenza” “Leggiamo la dichiarazione di Di Pietro su Berlusconi: essa conferma che egli è un autentico provocatore che sta scatenando una spirale di violenza nel Paese approfittando della debolezza politica dei suoi alleati”. E’ quanto afferma il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto. “Vedremo se verrà confermata la linea di alcuni esponenti politici di fare con questo figuro addirittura un ridicolo Cnl. Con Di Pietro al massimo si possono fare le brigate rosse e le brigate nere che hanno caratterizzato i momenti peggiori della vita politica italiana. In effetti – conclude Cicchitto – se ci fosse un minimo di razionalità politica intorno a lui bisognerebbe fare un autentico cordone sanitario”.
Crosetto pronto a denunciare “Oltre ad esprimere piena solidarietà al presidente del Consiglio, con alcuni colleghi parlamentari presenterò un esposto-denuncia contro l’onorevole Di Pietro per istigazione a delinquere”. Lo annuncia Guido Crosetto, sottosegretario alla Difesa e deputato del Pdl. “Le sue parole e i suoi atteggiamenti dell’altro giorno – aggiunge – hanno dato legittimazione a tutti coloro che vedono nella violenza il modo migliore per esprimere le proprie opinioni”. “Penso che tutta la politica debba fare in modo che questa persona non trovi più alcun dialogo da parte di chi – conclude Crosetto – pensa che il bene comune si amministri e si raggiunga solo con un sereno confronto democratico”.
Bindi: “Il premier non faccia la vittima” “Tra gli artefici di questo clima c’è anche Berlusconi, non può sentirsi la vittima”. Per la presidente del Pd Rosy Bindi “questi gesti vanno sempre condannati, mai giustificati. Qualche volta, però, sono spiegabili”. “Motivi di esasperazione ce ne sono molti, legati alla crisi economica che alcuni pagano con prezzi altissimi”, dice Bindi in un’intervista alla Stampa. “La sensazione più diffusa è che non sai più a chi rivolgerti, chi ti tutela. C’è perfino una rottura in parte creata ad arte del movimento sindacale. E poi c’è uno scontro politico che si porta dietro sicuramente frange estremiste o persone che perdono la testa, ma – sottolinea – chi ha più responsabilità fa di tutto per dividere il paese”. I contestatori “sbagliano, non si disturbano le piazze degli altri”, ma “è anche vero che c’è modo e modo per zittire le persone. E anche oggi il premier ha mantenuto toni duri, mancava solo la frase: e per tutto questo ora andiamo al voto”, sostiene Bindi, secondo cui “le opposizioni sono pronte a reagire se il premier vuole elezioni per cambiare la Costituzione”.
Il Pdl: “Ciarpame politico” Le affermazioni della Bindi “sono un lascito del passato: nelle sue parole si percepisce quel terribile concetto di superiorità morale che è tipico della sinistra”. I sottosegretario Paolo Bonaiuti commenta duramente le affermazioni dell’esponente del Pd sul’aggressione al presidente del Consiglio. “Finché la sinistra – ammonisce Bonaiuti – si tirerà dietro questo ciarpame non arriverà a nulla. Il moralismo li anima li rende convinti di essere solo loro depositari della verità. È un’arretratezza che va superata”. Bonaiuti poi torna ad attaccare il gruppo editoriale Espresso-Repubblica e l’editoriale di oggi sull’Unità, “in cui si dice che il colpo di Duomo in testa a Berlusconi gli darà più titoli e vigore per la campagna elettorale per le Regionali”. “Dire che un fatto come quello – puntualizza – possa essere utilizzato a fini politici non fa altro che generale violenza ed odio”. E conclude: “Mi dispiace che la sinistra riformista invece di fare proposte concrete per il Paese si allei con Di Pietro ed il suo linguaggio volgare”.
Napolitano: “Basta spirale di violenza” “Esprimo la più ferma condanna del grave e inconsulto gesto di aggressione nei confronti del Presidente del Consiglio al quale va la mia personale solidarietà”. Inoltre esprimo “il più netto, rinnovato appello perché ogni contrasto politico e istituzionale sia ricondotto entro limiti di responsabile autocontrollo e di civile confronto, prevenendo e stroncando ogni impulso e spirale di violenza”. Con queste parole il Capo Dello Stato Giorgio Napolitano commenta l’aggressione. Il Presidente, secondo quanto si è appreso, ha chiamato in tarda serata il presidente del Consiglio esprimendo per telefono tutta la sua solidarietà.
Il Giornale
La prima Corte d’Assise di Milano ha inflitto condanne fino a 15 anni di reclusione nel processo alle cosiddette “nuove Br” del partito comunista politico-militare. In tutto si registrano 14 condanne e tre assoluzioni. Il professore universitario, Pietro Ichino, ripetutamente minacciato dalle Br sarà risarcito con 100mila euro, così come la presidenza del Consiglio che riceverà un milione di euro.
Le pene più alte inftitte dai giudici della Corte d’Assise di Milano agli imputati al processo sulle presunte nuove Brigate Rosse sono state 15 anni per Claudio Latino e Davide Bertolato. La pena più lieve a Gian Pietro Simonetto, al quale sono stati comminati 10 giorni d’arresto con la sospensione della pena. In generale le condanne sono state inferiori a quanto aveva richiesto il pm Ilda Boccassini.
Ecco in dettaglio le condanne: 15 anni per Davide Bortolato e Claudio Latino; 13 anni e 10 mesi per Vincenzo Sisi; 11 anni e un mese per Bruno Ghirardi; 11 anni e 4 mesi per Alfredo Davanzo; 10 anni e 11 mesi per Massimiliano Toschi; 8 anni e 3 mesi per Massimiliano Gaeta; 7 anni di reclusione per Salvatore Scivoli; 3 anni e 8 mesi per Andrea Scantamburlo; 3 anni e 6 mesi per Amarilli Caprio, l’unica donna imputata, Alfredo Mazzamauro, Federico Salotto e Davide Rotondi. A dieci giorni di arresto Giampietro Simonetto. Assolti, invece, Michele Magon, Alessandro Toschi e Andrea Tonello.
Maxi-risarcimenti a Ichino e allo Stato
Alla Presidenza del Consiglio, costituita parte civile nel processo al Partito comunista politico-militare, i giudici ha riconosciuto il danno condannando alcuni degli imputati a risarcire in solido un milione di euro. E’ la stessa cifra che era stata richiesta dall’avvocato della presidenza del Consiglio, Michele Damiani. Il professore universitario e giuslavorista, Pietro Ichino, ripetutamente minacciato dalle Br sarà risarcito con 100mila euro.
Slogan e canto dell’Internazionale
Dopo la lettura della sentenza, gli imputati hanno intonato slogan e l’Internazionale. “Contro la crisi dell’imperialismo guerra di classe per il comunismo”.
Legali: “Democrazia ridotta a zero”
La sentenza “dimostra come gli spazi di democrazia siano ormai ridotti a zero”. Lo afferma uno dei legali degli imputati, Giuseppe Pelazza, che aggiunge: “I tribunali speciali negli anni ‘20 e ‘30 erano più rigorosi e garantisti. Questa valutazione non è inficiata dalle tre assoluzioni e dalle pene più lievi rispetto a quelle chieste dall’accusa”. Nel ricorso in appello, Pelazza e altri legali hanno annunciato di voler approfondire la sostituzione nell’ultima udienza di tre giudici popolari rispetto al collegio che ha seguito tutto il processo.
TGCOM
Parla a più riprese. Dalla mattina alla sera. Diverse le location e i canali di comunicazione scelti, ma in campo ci sono tutti i suoi cavalli di battaglia. Silvio Berlusconi si difende dalle accuse personali, attacca l’opposizione, elogia quanto fatto dal governo. Lo fa approfittando di una serie di interviste (Telelombardia, Mattino 5 e Sky), chiudendo poi dal palco del Palaghiacchio di Milano. Innanzitutto l’indagine sui voli di Stato. All’indomani dell’iscrizione nel registro degli indagati da parte della Procura di Roma, il presidente del Consiglio parla di «un caso risibile», spiegando che l’inchiesta «è obbligata» ma che l’archiviazione è sicura. «Non c’è stato nessun abuso d’ufficio c’è solo la meschinità di chi fa osservazioni del genere», cosa che rappresenterà «un altro boomerang» per la sinistra.
Ma non si ferma qui. Berlusconi ˜ricorda l’esistenza di una norma, varata dalla Presidenza del Consiglio, «che prevede che il premier, quando utilizza un aereo, possa portare con se a costo zero persone che ritiene di dover portare». E a Sky sottolinea: «Salgo su quegli aerei con il mio staff e ho l’assoluta libertà di invitare a salire chi voglio. Qualsiasi passeggero sale non fa aumentare di un euro il costo di quel volo. I miei ospiti non possono essere ripresi e fotografati nella loro intimità. Io ai miei ospiti offro le cene e uno spettacolo che non grava sul bilancio dello Stato visto che mi porto il cuoco e la servitù da casa». Dopo Bari e Firenze, il premier arriva nel capoluogo lombardo: insieme ad Umberto Bossi e al candidato alla Provincia di Milano Guido Podestà, chiude la campagna elettorale valida per le europee e le amministrative.
L’alleato ritrovato – Quando arrivano insieme sul palco del palazzetto sembrano davvero due vecchi amici. Ed è così che si presentano, come due persone che si conoscono ormai da tanti anni e che hanno «un ottimo rapporto». Berlusconi parla di Bossi come di un alleato leale. «Umberto ha fatto una campagna strepitosa e ai nostri avversari questa cosa non va giù e cioè che la nostra è un’alleanza di ferro e di acciaio». In sala non c’è il pienone tipico degli incontri del Cavaliere. Ci sono tanti ragazzi armati di palloncini e striscioni inneggianti “Silvio presidente”. In prima fila ci sono anche il portavoce del governo Paolo Bonaiuti, il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, il ministro della Difesa Ignazio La Russa. Il Cavaliere e il Senatur sono uno accanto all’altro sul palco centrale. Ribadiscono davanti a tutti il loro legame e la loro stima reciproca. Berlusconi ripete quanto detto in una intervista della mattina: «Con Bossi ci siamo promessi che se uno dei due va via, anche l’altro va». Ma il leader di Via Bellerio non ci pensa un attimo e replica: «Col cavolo, stiamo qui per tanti anni ancora». Piena solidarietà dal Senatur sul caso Noemi, «una montatura della sinistra». Per il leader della Lega, non c’è pericolo di perdere voti: «La gente non vota sul gossip». Anzi, la faccenda va trattata con ironia: «Cosa chiederò a Berlusconi? Con tutte quelle donne potevi darcene qualcuna».
Il planning del governo – «Credo che questo sia il miglior governo della Repubblica, non per il suo presidente del Consiglio, ma per la qualità, la passione e la competenza dei suoi ministri». Ad ascoltare i complimenti del presidente del Consiglio, nella sala del Palaghiacchio ci sono diversi esponenti dell’Esecutivo. E lui li chiama ad uno ad uno, invitandoli ad alzarsi in piedi. C’è Maria Stella Gelmini, c’è il suo portavoce Paolo Bonaiuti, c’è il sottosegretario Mario Mantovani. C’è pure Ignazio La Russa, sul quale il premier fa un annuncio pubblico: «Il ministro La Russa ha preso l’impegno davanti al suo presidente che nel caso il Popolo delle libertà superasse il 41% si taglierà barba e baffi». La lunga giornata di campagna elettorale è anche l’occasione per il premier di ricordare a tutti quanto fatto dal governo in questi mesi, come sono stati trattati alcune questioni fondamentali, come i rifiuti a Napoli o il terremoto all’Aquila. Attacca ancora su temi come giustizia («sulla quale è pronta la riforma e che sarà il nostro prossimo obiettivo») e intercettazioni. Rilancia su questioni come infrastrutture e presenza in Europa.
L’affondo finale – Come da tradizione, è all’avversario che il Cavaliere dedica l’attacco finale. Non usa mezzi termini quando parla di Dario Franceschini e del suo partito. Con una profonda convinzione: «Il Pd risorge solo se cambia i leader». Esternando su Skytg24, il premier non salva nulla dell’attuale dirigenza del Partito democratico. Prendendosela in particolare con Massimo D’Alema, «al quale si attribuiva una certa intelligenza». Quanto a Walter Veltroni, «è sparito». A questo punto il Cavaliere tira le somme: «Per questo non hanno un candidato, di bandiere non ne hanno». Tornando infine alle elezioni Berlusconi, dal palco milanese sottolinea il suo impegno in prima persona. «Ho avuto il coraggio di presentare la mia faccia, evidentemente l’opposizione non ha un leader con una faccia da spendere nè che abbia coraggio». Quindi la precisazione, più volte ribadita in questi giorni: «Per votarmi non basta mettere la croce sul simbolo Berlusconi presidente, bisogna che venga aggiunto anche il nome “Berlusconi”» nell’apposito spazio sopra la scheda elettorale.
Giancarla Rondinelli per Il Tempo
Erano pronti a colpire la metropolitana di Milano e la chiesa di San Petronio a Bologna i cinque maghrebini raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip su richiesta della Procura della Repubblica di Milano. Attacchi che il gruppo, attivo anche in Algeria, Marocco e Siria, voleva mettere a segno nella primavera del 2006. Per i 5 l’accusa è di associazione con finalità di terrorismo in Italia e all’estero, di finanziamento del terrorismo internazionale, di reclutamento e addestramento di numerose persone inviate in Iraq ed Afghanistan al fine di compiere attentati contro obiettivi civili e militari. Nel mirino della vasta organizzazione transnazionale c’erano, secondo i Ros, oltre all’Italia, anche la Francia, la Spagna e la Danimarca. La minaccia individuata all’epoca dalle indagini dei Carabinieri era stata ritenuta così concreta ed imminente da suggerire un provvedimento immediato di espulsione di alcuni fiancheggiatori da parte del Ministro dell’Interno.
Adnkronos
Quando andrà a riferire in Parlamento? E soprattutto, lo farà davvero? Due interrogativi che, all’indomani della sfuriata di Berlusconi sul caso Mills, inevitabilmente rimbalzano da una parte all’altra del Palazzo. «Su questa sentenza andrò a riferire in Parlamento. Lì dirò tutto quello che penso di questi giudici», aveva annunciato il premier nella scuola delle fiamme gialle di Coppito. Da qui poi l’interrogativo successivo: quando? Il fatto è che non è per niente sicuro che Berlusconi, alla fine, ci andrà in Parlamento. Anzi. Più passa il tempo e più la cosa sembra improbabile. Tanti i dubbi del premier.
A cominciare da quello di dare, con la sua visita in Parlamento, una ghiotta occasione all’opposizione per mantenere alta l’attenzione pubblica su tutta la vicenda Mills. Non ultimo, il voto imminente del 7 giugno. Per questo, nel Transatlantico di Montecitorio ieri, chi ipotizzava che l’orientamento del Cavaliere sarebbe quello di raccontare la sua verità ai parlamentari, specificava che «lo farà in Senato e non prima delle elezioni». Il premier sembra quindi avere ascoltato il consiglio di quanti temevano che un dibattito parlamentare di questo tipo si trasformasse in aperto scontro tra poteri dello Stato e finisse per distrarre l’opinione pubblica dai contenuti di una battaglia elettorale in cui il governo si presenta forte di molti buoni risultati (dal successo nella crisi dei rifiuti agli interventi post-terremoto e contro la crisi economica).
Il braccio di ferro con la magistratura «politicizzata» però è solo rimandato. Il Cavaliere infatti è sicuro, in base ai sondaggi, che la polarizzazione dello scontro lo favorisca in termini elettorali e comunque sembra deciso a un chiarimento definitivo: come ha detto nell’intervista concessa a Bruno Vespa per il suo ultimo libro, Berlusconi ritiene il giudice Nicoletta Gandus, che ha redatto la sentenza contro Mills, un «dichiarato nemico politico», una militante dell’estrema sinistra che avrebbe abdicato ai suoi doveri di imparzialità pur di colpirlo. A sostegno di questa tesi, il presidente del Consiglio cita una lista di fatti (anche relativi al processo Mills) e la lunghissima serie di processi che ha dovuto affrontare dalla sua «discesa in campo», oltre 100, un «record per tutto il sistema solare» ironizza. È lo stesso ufficio stampa di Palazzo Chigi a diffondere il testo dell’intervista, specificando che sono parole del premier raccolte dallo stesso Vespa nel 2008, quindi in tempi non sospetti e prima della sentenza verso l’avvocato inglese, emessa dal tribunale milanese nello scorso febbraio. A testimonianza di come il pensiero di Berlusconi su tutta questa storia sia sempre stato lo stesso.
Di come il suo desiderio di mettere fine ad una «giustizia che colpisce ad orologeria» ci sia sempre stato. E non solo. Sempre nella chiacchierata con Vespa Berlusconi ricostruisce il suo rapporto con Mills, «uno dei tantissimi avvocati» di cui si serviva all’estero «occasionalmente» la Fininvest, di «non ricordare» di averlo mai conosciuto, di non aver avuto ragione, nè personalmente, nè attraverso le sue società, di versargli i 600.000 dollari contestati dalla magistratura e ricorda, tra l’altro «un aspro contenzioso» fra la Fininvest e Mills «poichè questi si era trattenuto una ingente somma pari a ben 10 miliardi di lire di allora, che non voleva restituire e che poi effettivamente non restituì trattenendosela».
Giancarla Rondinelli per Il Tempo
