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Di Pietro: “premier istiga”. La Bindi rincara la dose: “Non faccia la vittima”

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Di Pietro: “premier istiga”. La Bindi rincara la dose: “Non faccia la vittima”


di-petro-comizio“Presenterò un esposto-denuncia contro Di Pietro per associazione a delinquere”. La ‘minaccia’ del sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto è quella che meglio sintetizza il clima si innesca nei confronti del leader dell’Idv Antonio Di Pietro considerato colpevole non solo di aver creato un clima “di odio” verso Berlusconi, ma anche di averlo indicato, subito dopo l’aggressione subita a Milano, come “l’istigatore” della violenza. Durissimi toni anche dal presidente del Pd, Rosy Bindi, secondo la quale “resta il fatto che tra gli artefici di questo clima c’è anche Berlusconi, non può sentirsi la vittima”. Immediata la replica del Pdl che invita Bersani a dissociarsi: “Le campagne di odio, l’aggressione giornalistica, il linguaggio folle, che non è soltanto del capo degli irresponsabili Antonio Di Pietro, hanno preparato il terreno”. Il segretario del Pd: “Va condannato senza se e senza ma ogni gesto di violenza”.

L’attacco di Di Pietro “Come al solito quando si tratta di criticare l’Idv i soliti ‘Soloni’ capiscono fischi per fiaschi. Ribadisco allora che noi tutti deploriamo e condanniamo l’aggressione subita dal presidente del consiglio. Ci mancherebbe altro!”. Così il leader dell’Idv Antonio Di Pietro commenta l’aggressione al premier a Milano. “Però – aggiunge – non può e non deve legittimare e giustificare la dilagante esasperazione che l’assenza di politiche economiche e sociali di questo governo sta provocando nei confronti di miglia di lavoratori e padri di famiglia”. “Già nei giorni scorsi – prosegue – avevo avvertito del rischio incombente che a qualcuno saltassero i nervi e non è prendendosela con me che si risolvono i problemi, ma affrontandoli e dando risposte ai bisogni dei cittadini, cosa che il governo Berlusconi non ha fatto e non pare abbia alcuna intenzione di fare”.

Cicchitto: “Istiga alla violenza” “Leggiamo la dichiarazione di Di Pietro su Berlusconi: essa conferma che egli è un autentico provocatore che sta scatenando una spirale di violenza nel Paese approfittando della debolezza politica dei suoi alleati”. E’ quanto afferma il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto. “Vedremo se verrà confermata la linea di alcuni esponenti politici di fare con questo figuro addirittura un ridicolo Cnl. Con Di Pietro al massimo si possono fare le brigate rosse e le brigate nere che hanno caratterizzato i momenti peggiori della vita politica italiana. In effetti – conclude Cicchitto – se ci fosse un minimo di razionalità politica intorno a lui bisognerebbe fare un autentico cordone sanitario”.

Crosetto pronto a denunciare “Oltre ad esprimere piena solidarietà al presidente del Consiglio, con alcuni colleghi parlamentari presenterò un esposto-denuncia contro l’onorevole Di Pietro per istigazione a delinquere”. Lo annuncia Guido Crosetto, sottosegretario alla Difesa e deputato del Pdl. “Le sue parole e i suoi atteggiamenti dell’altro giorno – aggiunge – hanno dato legittimazione a tutti coloro che vedono nella violenza il modo migliore per esprimere le proprie opinioni”. “Penso che tutta la politica debba fare in modo che questa persona non trovi più alcun dialogo da parte di chi – conclude Crosetto – pensa che il bene comune si amministri e si raggiunga solo con un sereno confronto democratico”.

Bindi: “Il premier non faccia la vittima” “Tra gli artefici di questo clima c’è anche Berlusconi, non può sentirsi la vittima”. Per la presidente del Pd Rosy Bindi “questi gesti vanno sempre condannati, mai giustificati. Qualche volta, però, sono spiegabili”. “Motivi di esasperazione ce ne sono molti, legati alla crisi economica che alcuni pagano con prezzi altissimi”, dice Bindi in un’intervista alla Stampa. “La sensazione più diffusa è che non sai più a chi rivolgerti, chi ti tutela. C’è perfino una rottura in parte creata ad arte del movimento sindacale. E poi c’è uno scontro politico che si porta dietro sicuramente frange estremiste o persone che perdono la testa, ma – sottolinea – chi ha più responsabilità fa di tutto per dividere il paese”. I contestatori “sbagliano, non si disturbano le piazze degli altri”, ma “è anche vero che c’è modo e modo per zittire le persone. E anche oggi il premier ha mantenuto toni duri, mancava solo la frase: e per tutto questo ora andiamo al voto”, sostiene Bindi, secondo cui “le opposizioni sono pronte a reagire se il premier vuole elezioni per cambiare la Costituzione”.

Il Pdl: “Ciarpame politico” Le affermazioni della Bindi “sono un lascito del passato: nelle sue parole si percepisce quel terribile concetto di superiorità morale che è tipico della sinistra”. I sottosegretario Paolo Bonaiuti commenta duramente le affermazioni dell’esponente del Pd sul’aggressione al presidente del Consiglio. “Finché la sinistra – ammonisce Bonaiuti – si tirerà dietro questo ciarpame non arriverà a nulla. Il moralismo li anima li rende convinti di essere solo loro depositari della verità. È un’arretratezza che va superata”. Bonaiuti poi torna ad attaccare il gruppo editoriale Espresso-Repubblica e l’editoriale di oggi sull’Unità, “in cui si dice che il colpo di Duomo in testa a Berlusconi gli darà più titoli e vigore per la campagna elettorale per le Regionali”. “Dire che un fatto come quello – puntualizza – possa essere utilizzato a fini politici non fa altro che generale violenza ed odio”. E conclude: “Mi dispiace che la sinistra riformista invece di fare proposte concrete per il Paese si allei con Di Pietro ed il suo linguaggio volgare”.

Napolitano: “Basta spirale di violenza” “Esprimo la più ferma condanna del grave e inconsulto gesto di aggressione nei confronti del Presidente del Consiglio al quale va la mia personale solidarietà”. Inoltre esprimo “il più netto, rinnovato appello perché ogni contrasto politico e istituzionale sia ricondotto entro limiti di responsabile autocontrollo e di civile confronto, prevenendo e stroncando ogni impulso e spirale di violenza”. Con queste parole il Capo Dello Stato Giorgio Napolitano commenta l’aggressione. Il Presidente, secondo quanto si è appreso, ha chiamato in tarda serata il presidente del Consiglio esprimendo per telefono tutta la sua solidarietà.

Il Giornale

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L’ultimo saluto dell’Italia ai Parà

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L’ultimo saluto dell’Italia ai Parà


celioLa Basilica gremita per le solenni esequie e le massime autorità dello Stato, i parenti delle vittime,
i militari, ma anche gente comune. I funerali di Stato presieduti dall’ordinario militare monsignor Vincenzo Pelvi. All’interno della chiesa, a destra e a sinistra dell’altare, per consentire anche a chi è particolarmente lontano dall’altare di seguire le varie fasi della Messa. Il presidente del Consiglio recita il “mea culpa” durante le esequie. Il premier si batte il petto, durante la preghiera che dà inizio alla cerimonia funebre.

I PARA’ UCCISI IN AFGHANISTAN – Avvolte nel tricolore, le bare dei sei parà – il tenente Antonio Fortunato, il primo caporal maggiore Matteo Mureddu, il primo caporal maggiore Davide Ricchiuto, il sergente maggiore Roberto Valente, il primo caporal maggiore Gian Domenico Pistonami, il primo caporal maggiore Massimiliano Randino – sono state allineate ai piedi dell’altare. Ai due lati i parenti delle vittime.

Nella Basilica, gremita, siedono ai primi banchi il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il premier Silvio Berlusconi, i presidenti del Senato, Renato Schifani, e della Camera, Gianfranco Fini, e il presidente della Corte Costituzionale Francesco Amirante. Presenti anche ministri e sottosegretari e i vertici militari delle Forze Armate. Al rito funebre partecipano anche i quattro militari italiani – tre parà e un sottufficiale dell’Aeronautica – rimasti feriti nell’attentato.

L’OMELIA – Mons. Vincenzo Pelvi nella sua omelia li ha chiamati per nome, uno ad uno. “Antonio, Davide, Giandomenico, Massimiliano, Matteo, Roberto”, l’ordinario militare. “La tua vita a servizio della pace – ha detto, rivolto a ciascuno dei parà uccisi a Kabul – è motivo di consolazione e di gioia per il nostro paese che vive un grande dolore per la tua tragica scoparsa”. Per mons. Pelvi, oggi, “il popolo italiano è unito dal senso di umano turbamento di questo momento ma anche dall’ammirazione” per il sacrificio dei parà. “Se uno Stato non è in grado di proteggere da violazioni granvi e continue dei diritti umani e dalle conesguenze delle crisi, la Comunità Internazionale è chiamata a intervenire”. Nell’omelia, l’arcivescovo castrense si e’ rivolto ai sei para’ della Folgore dando loro del “tu” e ricordandone alcuni tratti della loro personalita’: “tu, Antonio, gigante buono, sempre pronto ad aiutare i piu’ piccoli e indifesi, non ti risparmiavi nel donare parole di gioia a chiunque incontravi. Con la tua dedizione ci consegni un’Italia piu’ coraggiosa, piu’ generosa, piu’ libera. Hai scelto di vivere per una passione per l’altro uomo, chiunque sia e dovunque si trovi, per il suo valore infinito: ecco la tua vocazione che lasci come fiaccola al tuo piccolo Martin”. “Tu, Davide – ha continuato – giovane solare e simpatico. Amo pensare, ora, alla coerenza della tua vita, frutto di una motivazione interiore che ti ha plasmato l’esistenza. Tu resti sempre un pacificatore, che ha creduto nella persuasione della parola rispettosa e nei gesti delicati e fattivi”. “Giandomenico, – ha proseguito mons. Pelvi nel suo dialogo personale con i parà – tutti ti conoscono come persona discreta, educata e tranquilla, con una fede semplice e sincera. Hai confidato sempre in Dio, che ti ha dato un cuore retto e magnanimo. Ti sei distinto per l’innato bisogno di aiutare gli altri, con le virtù proprie di ogni cristiano. La tua è una chiara lezione di pace evangelica nella insanguinata storia dei nostri giorni”. “Massimiliano – sono ancora le paroel del presule – non ti sei mai tirato indietro dinanzi ad ogni urgenza e di fronte al bisogno, nessuno potrà mai dimenticare la tua fede in Dio e una fedeltà senza compromessi all’amore del prossimo”. “Matteo – ha detto ancora Pelvi – sei stato sempre accogliente e ti accorgevi ogni giorno di quella parte dell’umanità, lacerata e offesa, dove ci sono persone umiliate a causa della malattia e dell’esclusione. Eri capace di grandi rinunce, convinto che il bene e’ piu’ forte e piu’ importante del male”. “Tu, Roberto – ha aggiunto – avevi compreso che una politica di odio, di eliminazione di coloro che si oppongono a noi porta solo ad una sconfitta. Sei stato in Afghanistan, percio’, per gettare le fondamenta, su cui le generazioni future potranno costruire una comunità internazionale pacifica. Difendevi cosi’ il tuo piccolo Simone, la tua famiglia, il tuo Paese, l’umanita’ intera”. “Care famiglie, grazie – ha poi concluso mons. Pelvi rivolgendosi ai familiari delle vittime – avete insegnato ad Antonio, Davide, Giandomenico, Massimiliano, Matteo, Roberto, il lessico della pace, fino all’eroismo della carita’, del dono della vita per il bene di altre famiglie. Nessun militare caduto per il proprio dovere e’ eroe da solo: lo e’ inscindibilmente con la sua famiglia e la sua Patria”.

L’ULTIMO SALUTO DI MARTIN – Il piccolo Martin, sette anni, figlio di Antonio Fortunato, uno dei militari uccisi a Kabul, è corso verso la bara del padre per accarezzarla e rendere l’estremo saluto al papà. Ai solenni funerali del padre indossa il baschetto rosso dei paracadutisti.

LA PREGHIERA – L’ex parà costretto su un sedia a rotelle dopo essere rimasto ferito in Somalia, adesso onorevole, Gianfranco Paglia legge la preghiera del paracadutista. Al suo fianco il piccolo Martin, figlio del capitano Antonio Fortunato. Un lungo applauso accompagna l’uscita delle bare dalla Basilica.

Il Tempo

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Afghanistan, le salme rientrate in Italia Silenzio, lacrime e rabbia: “Sono eroi”

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Afghanistan, le salme rientrate in Italia Silenzio, lacrime e rabbia: “Sono eroi”


ciampino I feretri dei sei parà, avvolti nel tricolore, sono stati sbarcati dal C-130 e sono ora sulla pista dell’aeroporto di Ciampino dove vengono resi loro gli onori militari. L’aereo che ha trasportato in Italia i feretri dei militari – il capitano Antonio Fortunato, il sergente maggiore Roberto Valente, il caporal maggiore capo Massimiliano Randino e i caporal maggiori scelti Davide Ricchiuto, Giandomenico Pistonani e Matteo Mureddu – era decollato ieri pomeriggio dalla capitale afgana. Sulla pista dell’aeroporto romano le alte cariche dello Stato: il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il presidente del Senato, Renato Schifani, il presidente della Camera, Gianfranco Fini. Presente anche il ministro della Difesa Ignazio La Russa, accompagnato dai vertici militari.

La cerimonia All’interno del C-130 dell’Aeronautica sono entrati i paracadutisti che, a spalla, hanno trasportato le sei bare fino ai carri funebri, parcheggiati in un angolo della pista. I feretri passano davanti ad un picchetto della Folgore e ad una formazione interforze di cui fanno parte militari di tutte le Forze armate, crocerossine, appartenenti alle forze di polizia. Sul lato opposto i parenti, le autorità – con in testa il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano – e i vertici militari. Presenti anche due alti ufficiali afgani, frequentatori di corsi in Italia. Il presidente Napolitano ha reso omaggio alle salme dei sei parà. Su ciascuna bara il presidente ha poggiato la mano destra, inchinandosi. Quindi è rimasto ancora in silenzio davanti ai feretri avvolti nel tricolore. Poi l’ordinario militare per l’Italia, monsignor Vincenzo Pelvi, ha benedetto le salme: questo il primo atto delle breve cerimonia che è in corso a Ciampino. Dopo l’omaggio del capo dello Stato, è stato intonato il Silenzio e il picchetto schierato a Ciampino ha reso onore ai caduti.

I commilitoni Folta la rappresentanza dei berretti amaranto della Folgore. Tra di loro, il sergente maggiore Gianluca Spina, tornato solo una settimana fa da Kabul. “Io – racconta Spina – ero molto amico del capitano Antonio Fortunato. Lui è un eroe, morto per la Patria, ha dato la vita per qualcosa in cui credeva, è morto per tutti gli italiani”. Ora, aggiunge, “andremo avanti nel nostro lavoro con ancora maggiore convinzione, per rendere onore al suo ricordo”. All’aeroporto era presente anche il tenente della Folgore, Stefano Cozzella. “Provo – spiega – angoscia e dolore vedendo le famiglie distrutte per la perdita dei loro cari, ma anche rabbia per quello che è successo. Col capitano Fortunato – aggiunge – siamo stati insieme in missione in Bosnia, in Kosovo, in Albania, abbiamo condiviso tante cose e sapere che ora non c’è più mi rattrista moltissimo”.

Il basco del figlio Tra i parenti dei sei paracadutisti c’è anche Simone Francesco, di due anni – figlio del sergente maggiore Roberto Valente – in braccio alla madre e con il testa il basco amaranto della Folgore. All’aeroporto militare di Ciampino sono numerosi i familiari delle vittime che attendono che dal velivolo scendano i feretri. In un’area dell’aeroporto sono già sistemati i sei carri funebri che trasporteranno le bare all’Istituto di medicina legale dove verrà effettuata l’autopsia.

La camera ardente Una volta a Roma i corpi saranno sottoposti all’autopsia disposta dalla Procura della Repubblica che ha aperto un fascicolo sulla strage: una procedura che dovrebbe durare circa sei ore. Poi, nel tardo pomeriggio, verrà allestita la camera ardente presso l’ospedale militare del Celio: qui sarà vietato l’ingresso alla stampa che invece potrà assistere ai funerali solenni che si svolgeranno lunedì mattina alle 11 nella Basilica di San Paolo fuori le mura.

I feriti Intanto sono rientrati in Italia i quattro militari italiani rimasti feriti nell’attacco di giovedì. Il loro arrivo è avvenuto intorno all’1.30 all’aeroporto Leonardo da Vinci di Fiumicino, con un volo dell’Alitalia. Il primo maresciallo dell’Aeronautica Felice Calandriello e i primi caporalmaggiori della Folgore Rocco Leo, Sergio Agostinelli e Ferdinando Buono sono stati trasportati all’ospedale militare del Celio, a Roma. Le loro condizioni di salute non sono preoccupanti: i quattro paracadutisti accusano però un forte stato di choc che consiglia di tenerli ancora sotto osservazione.

Il Giornale

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Napolitano bacchetta Di Pietro

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Napolitano bacchetta Di Pietro


napolitanoÈ piuttosto strano che un Presidente della Repubblica debba difendere pubblicamente le proprie scelte. Soprattutto quando sono conformi al dettato costituzionale. Ma in Italia succede anche questo. Così Giorgio Napolitano, dopo essere stato criticato da Antonio Di Pietro per aver firmato il decreto sicurezza (il Capo dello Stato ha comunque mosso dei rilievi in una letter rivolta al ministro della Giustizia e al premier), è passato al contrattacco. E approfittando dell’annuale cerimonia per la consegna del Ventaglio della stampa parlamentare ha risposto, senza mai citarlo, all’ex pm.

«Sulla sicurezza – ha spiegato il presidente della Repubblica – c’è stata una promulgazione a tutti gli effetti, accompagnata con una lettera in cui c’erano delle valutazioni critiche. A chi ha criticato questa modalità consiglio di andare a rileggere il libro “Lo scrittoio del Presidente”, scritto da Luigi Einaudi, in cui lui stesso si rivolgeva al ministro del Tesoro di quell’epoca. È stata una strada dunque imboccata molte volte in passato». Quindi l’affondo: «Chi invoca polemicamente e di continuo poteri e perfino doveri di intervento che non ho, mostra di aver compreso poco della Costituzione e della forma di governo, non presidenziale, che essa ha fondato». «Presto attenzione a tutte le osservazioni e le riserve – ha aggiunto – anche a quelle espresse in modo più sommario e perfino aggressivo. Da tutte trarrò beneficio per l’ulteriore svolgimento del mio mandato che consiste nel rispettare la Costituzione, nel contribuire a farla vivere, nel richiamare i suoi valori, i suoi principi e le sue regole. A qualche fiero guerriero sembra che io lo faccia con la piuma d’oca sempre meglio, si potrebbe dire, che un vano rotear di scimitarra».

Ma Napolitiano ha difeso anche l’appello lanciato alla vigilia del G8: «Ho parlato di tregua una sola volta, in occasione del G8 trattandosi di un evento internazionale. Sono convinto di aver fatto il mio dovere». Capitolo chiuso? Neanche per sogno. Mentre Pdl e Pd applaudono il Capo dello Stato per le sue parole ragionevoli e equilibrate, Di Pietro rincara la dose. «”Excusatio non petita” – attacca -, mi verrebbe da dire alle osservazioni del presidente Napolitano per giustificare la lettera di rimbrotto invece che rinviare alle Camere un provvedimento come prevede la Costituzione. Abbiamo avuto il massimo rispetto chiedendo che ci sia il rinvio alle Camere e non un semplice rimbrotto.

La Costituzione prevede che quando un provvedimento viola l’ordinamento venga rinviato alle Camere. Approvarla con una lettera di rimprovero è come mettere il proprio sigillo sopra. Ecco perché speriamo che ciò non avvenga per il decreto intercettazioni. Rispetto istituzionale non significa chiedere a una forza politica di opposizione di non esercitare il suo ruolo parlamentare per far felice il presidente della Repubblica». Evidentemente non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

Nicola Imberti per Il Tempo

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Al Quirinale c’è grande saggezza

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Al Quirinale c’è grande saggezza


napolitanoIeri il Presidente ha respinto le dimissioni di tre consiglieri laici del Csm, Giuseppe Maria Berruti, Ezia Maccora e Vincenzo Siniscalchi che si erano dimessi per protesta contro il ministro Alfano che aveva parlato di nomine del Csm lottizzate. Napolitano ha difeso il Csm e ha invitato a lasciar perdere questi giudizi trancianti e ha inoltre invitato, come è solito fare, al reciproco rispetto fra politica e magistratura.
Tuttavia c’è un passaggio della nota del Quirinale che farà più rumore. Il Presidente non approva le «contrapposizioni esasperate» ma, aggiunge, bisogna evitare di «interferire nella fase delle decisioni del Parlamento». La frase è molto netta e si presta a molti ragionamenti. Nel recente passato molto spesso il dibattito parlamentare è stato accompagnato da prese di posizione della magistratura che non hanno tenuto conto delle prerogative delle Camere. Spesso è capitato di assistere anche ad interventi che oltre a rappresentare, per usare il linguaggio presidenziale, vere «interferenze», si sono tradotti nel tentativo di «tirare per la giacchetta» il Presidente della Repubblica per spingerlo a respingere, non firmando, le leggi che il Parlamento nella sua sovranità aveva approvato.

Da ultimo è accaduto alla legge sulle intercettazioni telefoniche che Napolitano valuterà, nella sua autonomia, appena il Parlamento avrà licenziato il provvedimento. Lo spirito garantista del Capo dello Stato, oltre che il suo inflessibile attaccamento alle istituzioni, non poteva restare silente di fronte a tentativi di travolgere il corretto rapporto fra i diversi organi dello Stato. Il problema che pone Napolitano non è solo un grande problema politico ma è, con tutta evidenza, anche un problema culturale. Abbiamo alle spalle, e temo anche di fronte a noi, anni in cui il dibattito sulla magistratura ha dato vita a teorizzazioni che poco hanno a che fare con un corretto funzionamento delle istituzioni.

Il continuo scambio fra politica e magistratura indebolisce la stima verso i magistrati dell’opinione pubblica. Appena qualche giorno fa, inoltre, abbiamo letto, in una intervista post elettorale, dell’ex pm di Catanzaro oggi europarlamentare di Di Pietro, Luigi De Magistris, addirittura la definizione della magistratura come di “un potere diffuso” che si dovrebbe contrapporre ad altri poteri. Nasce da qui, da questa estrema politicizzazione della magistratura che esorbita dai propri compiti, la vera malattia italiana.
Ovviamente nessuno di noi deve dare alle parole del Presidente della repubblica un significato diverso dalla lettera del comunicato. Ma questo invito a “non interferire” sull’attività parlamentare mentre essa si volge ha il valore di un severo ammonimento. Finchè la magistratura riterrà che l’intera vita pubblica deve essere soggetta alla propria iniziativa “preventiva” non saremo un paese normale.

Peppino Caldarola per Il Tempo

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Instant poll La7: il Pdl 39-43%, il Pd 27-31%

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Instant poll La7: il Pdl 39-43%, il Pd 27-31%


listeSeggi chiusi alle 22. Subito dopo la conclusione delle operazioni di voto inizierà lo scrutinio delle schede relative alle europee. Domani alle 14 partiràinvece lo scrutinio per le amministrative. In base al primo instant poll per le Europee 2009, elaborato da Ipr per La7 e su un campione di 5mila elettori, il Pdl si attesterebbe tra il 39 e il 43%, il Pd tra il 27 e il 31%, la Lega Nord avrebbe tra il 6,5 e il 10,5% dei consensi, Di Pietro-Idv tra il 5 e l’8% mentre l’Udc si attesterebbe tra il 3,7 e il 5,7%. Rifondazione Comunista-Comunisti Italiani si collocherebbero invece tra il 2 e il 4% mentre sotto la quota del 4% si attesterebbero, tutti tra l’1 ed il 3%, Sinistra e Libertà, L’autonomia e la Lista Pannella-Bonino.

Scende l’affluenza Sempre in forte calo l’affluenza alle urne per le Europee. È stata del 52,9% l’affluenza alle urne per le elezioni europee registrata in Italia fino alle 19 di oggi, seconda e ultima giornata di voto. Nella precedente tornata elettorale per le europee, nella quale pure si votò di sabato pomeriggio e di domenica, alle 19 di domenica aveva votato il 58,5% degli elettori. Si conferma il calo dell’affluenza alle urne anche per le elezioni comunali. Secondo i dati forniti dal ministero dell’Interno, alle 19 ha votato il 64,29% degli aventi diritto, contro il 66,94 delle precedenti consultazioni. Alle provinciali l’affluenza di ferma al 56,8%, con un calo del 3,7%. Consolidando, almeno per ora, una tendenza al ribasso che non si è mai interrotta dalle prime elezioni dell’eurocamera, nel 1979. Si conferma il calo dei votanti a queste elezioni europee a livello di tutta l’Unione, e non si raggiunge nemmeno il 45% che si auspicava nelle istituzioni comunitarie. Secondo i dati provvisori diffusi dal parlamento europeo questa sera, l’affluenza sarebbe del 43,01%, contro il 45,47% del 2004. Il dato è stato elaborato dall’istituto Tns. Se confermato, il dato segna il minimo storico rispetto a tutte le precedenti elezioni.

Affluenza più bassa in Sardegna Più in dettaglio, a vincere la palma dell’astensione è la Sardegna che, forse a causa di un effetto da ’saturazione elettoralè dovuto alla vicinanza tra il voto odierno e il recente rinnovo del Consiglio regionale, vede un calo di 20,47 punti rispetto a quattro anni fa (dal 37,63% al 17,16%). In termini assoluti, anche la Sicilia conferma la tendenza all’astensione con un affluenza che si arresta al 19,10%.

In Emilia record di votanti In controtendenza – ma pur sempre in calo – l’Emilia Romagna, che, col 40,56% degli elettori che si è già recata ai seggi, risulta la regione con la maggiore affluenza e registra una diminuzione di soli 1,94 punti percentuali rispetto a quattro anni fa. Relativamente alte anche le percentuali in Umbria (35,24%), Lombardia (34,66%), Piemonte (43,51%) e Toscana (34,34%). Cifre che calano scendendo a Sud, dove, salvo la Puglia (32,32%) e la Basilicata (30,87%), non si raggiunge quota 30 per cento.

Il voto all’Aquila Un caso a sé è rappresentato dall’Aquila, colpita dal terremoto a poche settimane dal voto odierno. Con un calo del 17,44%, la città abruzzese ha visto solo il 15,67% degli elettori andare a votare nei seggi organizzati tra le tendopoli (a mezzogiorno del secondo giorno di voto, nel 2004, aveva infilato la scheda nell’urna il 33,11% degli elettori).

Elezioni amministrative I dati dell’astensione sono meno drammatici nelle zone dove si vota anche per le province e i comuni. Anche qui, in termini assoluti, si registra, però, un calo dell’affluenza. Alle provinciali, a mezzogiorno ha votato il 33,53% degli aventi diritto (una percentuale che, rispetto al 35,33 nel 2004, fa registrare un calo dell’1,8, analogo al -1,7% di ieri notte). Alle comunali, ha votato il 38,78% degli aventi diritto. Si tratta di un calo dell’1,41% (era 0,8% alle 22 di ieri) rispetto al 40,19% dello scorso scrutinio. Saranno i rilevamenti delle prossime ore, ad ogni modo, a confermare, o meno, il trend sin qui registrato di un astensione che – causa maltempo in buona parte della penisola – non sembra motivata da motivi meteorologici.

Si vota fino alle 22 di stasera Alle urne sono chiamati 50.345.227 elettori per la scelta di 72 europarlamentari italiani. Lo scrutinio delle schede, per le elezioni europee, inizierà subito dopo la chiusura delle urne. Le schede per il rinnovo delle amministrazioni nelle 62 Province e nei 4.281 Comuni interessati inizierà, invece, a partire dalle 14 di domani.

Napolitano Appena rientrato da Venezia, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, accompagnato dalla signora Clio, si è recato a votare. Lo ha fatto nel suo seggio, all’istituto Regina Margherita di in via Panisperna, poco distante dal Quirinale.

Berlusconi Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha votato al seggio numero 502 di Via Scrosati a Milano, presso la scuola media Dante Alighieri. Assieme a lui si sono presentati al seggio il candidato del Pdl alla presidenza della provincia, Guido Podestà e la candidata al parlamento europeo Licia Ronzulli. Accolto da numerosi sostenitori che lo hanno applaudito, Berlusconi è rimasto pochissimi minuti all’interno del seggio, giusto il tempo per stringere la mano al presidente e agli scrutatori: quindi, dopo aver votato, ha lasciato la scuola media Dante Alighieri.

“L’Italia avrà l’affluenza più alta” “Penso che saremo il numero uno in Europa come affluenza alle urne, saremo quelli che hanno avuto la più alta percentuale in Europa”. Stringendo mani e soffermandosi qua e là con gli elettori fuori dal seggio dove ha votato, il presidente del Consiglio si è detto convinto che la bassa percentuale di votanti sia solo un fatto temporaneo e che entro questa sera si alzerà tanto da risultare prima in Europa. A chi gli ha chiesto se il Pdl sarà il primo partito in queste elezioni il presidente del Consiglio ha risposto dicendo solo “speriamo”, per poi trincerarsi dietro “il silenzio elettorale”, spiegando appunto di non poter parlare di politica in questo momento.

Il Giornale


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L’intesa col Quirinale: basta fango, «serve coesione»

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L’intesa col Quirinale: basta fango, «serve coesione»


napolitanoFoto, dossier, gossip, veline, colpi sotto la cintura. E sì che Giorgio Napolitano in mezzo secolo di attività politica di campagne elettorali ne ha vissute davvero tante: ma dure, «incarognite» come questa, forse non ne aveva mai viste. In questo clima, il suo appello alla «coesione nazionale» rilanciato in occasione della festa del Due Giugno, rischia di cadere nel nulla. «Ma io lo ripeto: l’Italia ha bisogno di unità. La gente lo sa e lo chiede a gran voce, è ora che se ne accorgano anche i palazzi della politica». Dopo il voto, «fra tre giorni», si metta «un punto a una campagna fuori tono» e si cerchi di tornare tutti nei binari.
Troppo pettegolezzo e poca sostanza, questa dunque in quattro parole l’analisi politica del capo dello Stato che «non si stanca» di chiedere moderazione. E così in qualche maniera dà pure ragione a Silvio Berlusconi, che da settimane tuona contro «l’odio e le menzogne» e che a Firenze, seguendo proprio un consiglio del capo dello Stato, ha deciso di abbassare i toni per una sorta di tentativo di disarmo unilaterale. C’è forse un nuovo feeling, anche se su un punto però Napolitano non vuole seguire il Cavaliere, l’attacco alla stampa. «Le critiche ai giornalisti per come stanno svolgendo il loro mestiere? Io non ne ho fatte, quindi con me non ce la potete avere…».
Giardini aperti al Quirinale. Ventimila ingressi, le bande militari, la musica, gli allegri bivacchi sull’erba, le foto-ricordo accanto ai corazzieri e gli applausi quando alle 18.30 arriva il presidente, ascolta un breve concerto e poi commenta la giornata. «È vero – dice – di periodi elettorali tesi ne ho vissuti parecchi, e tanti si erano incarogniti. Mi auguro però che fra tre giorni, a prescindere dal risultato elettorale, venga messo un punto e che tutti traggano motivo per assumere atteggiamenti più tranquilli e ponderati».
Napolitano insomma vuole «sobrietà nell’interesse del Paese». L’Italia, dice, ha già tanti problemi di suo, dalla crisi al terremoto, alle riforme da fare, che non può sopportare a lungo altri veleni e altre veline. Un esempio, si vota per le europee ma di Europa nelle ultime settimane si è parlato poco o punto. «È vero anche questo – spiega il presidente -. Io mi sarei aspettato una maggiore attenzione per i temi comunitari, invece…». Invece gossip. «Sì, anche questa è una triste consuetudine e non solo italiana. Ci sono Paesi in cui lo scetticismo e la diffidenza verso l’Europa è tale e tanta, si veda la Gran Bretagna, che la campagna elettorale ha preso tutto un altro corso».
In Italia, dove si litiga da sempre, stavolta si è andati davvero «fuori tono». È il Due Giugno e il presidente celebra, in un messaggio ufficiale alle forze armate, «i valori della Costituzione che ancora oggi e più che mai condizione e guida per la costruzione di un’Italia coesa, prospera e solidale e che sia elemento propulsivo di un’Europa finalmente unita e protagonista dello sviluppo economico».
Da qui la necessità di cambiare registro. I partiti hanno tre giorni di tempo per rimettersi a posto se non vogliono perdere il contatto con il Paese reale. «C’è un sentimento diffuso di unità e di coesione. Mi auguravo che ci potesse essere più attenzione da parte del Palazzo nei confronti di questa esigenza». Ma la campagna è stata senza esclusione di colpi. «Spero che a partire dalla settimana prossima questo sentimento popolare venga raccolto da chi ha funzioni rappresentative, politiche e istituzionali».
Un passo indietro quindi, proprio quello che aveva suggerito a Berlusconi, quando il Cavaliere, salito al Quirinale per il Consiglio supremo di difesa, si lamentava di «essere messo in croce» sulla sua vita privata. Ieri a Firenze il premier ha ridotto al minimo le esternazioni. E il Colle ha apprezzato.

Massimiliano Scafi per Il Giornale

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