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Addio “compagno Fini”. Ora Gianfranco è sociale

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Addio “compagno Fini”. Ora Gianfranco è sociale


GIANFRANCO FINI

Un Fini sociale. Che guarda alla famiglia. Ai giovani. A voler esser un pizzico maliziosi si potrebbe anche aggiungere un Fini che si concentra sugli italiani. Insomma, sarà un presidente della Camera diverso, che ridisegna le sue priorità. Non vuol dire che il cofondatore del Pdl abbia deciso di abbandonare le battaglie che hanno caratterizzato il suo anno politico che s’avvia a conclusione. Semplicemente, si tratta di rinnovare l’agenda, di introdurre nuovi elementi, nuovi contenuti. E sicuramente anche nuovi toni.

Il rapporto con Silvio Berlusconi si mantiene sereno.  Presto per dire che sia tornato saldo. Ma il fatto che i due, dal giorno della statuina vicino a piazza Duomo, oltre ad essersi visti si siano sentiti quattro volte al telefono, è segno che qualcosa è cambiato. Qualcosa di sostanziale. Certo, per ora oggetto dei colloqui sono stati soprattutto gli auguri per le festività. Convenevoli. Poco, quasi per nulla: è corsa lungo le cornette la politica. In ogni caso, il clima è cambiato. E forse più che la statuina a farlo mutare è stato il fuorionda con il quale era stato svelato un colloquio riservato tra il presidente della Camera e il procuratore della Repubblica di Pescara. Clima diverso e ora si cambiano anche gli argomenti.

Il Fini targato 2010 sarà molto più attento alle questioni economiche. E in particolare sociali. Per esempio, il principale inquilino di Montecitorio è deciso a chiedere che il governo applichi uno dei punti qualificanti del programma di governo: realizzi il quoziente familiare. Insomma, metta mano al sistema fiscale prevedendo aiuti alle famiglie. Nel piano presentato alle elezioni 2008, si parla esplicitamente di quoziente (come in Francia, dove i contribuenti vengono considerati anche come nucleo familiare), sebbene si citi la sua introduzione in via sperimentale. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti si sta muovendo su una strada analoga, ma diversa che preveda bonus in base ai figli che fanno parte della famiglia.

Di sicuro, Fini chiederà di accelerare questo processo. Altro tema che il presidente della Camera si appresta a lanciare riguarda il welfare. In particolare, la nuova bandiera sarà un sistema di stato sociale più inclusivo soprattutto per i giovani. D’altro canto, il welfare inclusivo era nel decalogo che ha compilato Fini nel suo libro «Il futuro delle libertà». E per capire che tipo di stato sociale immagini l’ex leader di An basta ricordare le sue parole del giugno scorso sulle garanzie: «Occorre correggere le anomalie delle frammentazioni e della disparità di trattamento che abbiamo ereditato dal passato. Lo sforzo deve essere quello di costruire un welfare inclusivo che non discrimini i precari rispetto ai garantiti. Un sistema più moderno che miri a tutelare il lavoratore nelle varie fasi della sua vita professionale oggi non più all’insegna necessariamente del posto fisso ed a tempo indeterminato.

In questo senso – ammoniva Fini – il sistema di ammortizzatori sociali deve coprire i nuovi rischi del mercato del lavoro, permettendo al lavoratore di affrontare i cambiamenti senza che questi si traducano inevitabilmente in negativi arretramenti delle sue condizioni di vita». Non mancheranno certamente gli appelli al dialogo e alle riforme condivise, e i moniti contro i voti di fiducia. Ma si parlerà meno di immigrati e anche la legge sulla cittadinanza verrà presto accantonata con la scusa della campagna elettorale incipiente. Fini appare deciso anche a riscoprire una sua battaglia un po’ messa da parte: quella a favore delle donne.

Sul sito della sua fondazione Farefuturo, da pochi giorni, compare un nuovo testo con il quale si annuncia che l’associazione «vuole promuovere una “rivoluzione della dignità” centrata sull’insostituibile ruolo sociale della donna, sul valore originale della sensibilità e dell’ingegno, su una vera politica delle pari opportunità, sulla riscoperta anche del ruolo materno». Più in generale, l’intera fondazione subirà una mutazione: meno futili provocazioni culturali e più analisi, più ricerca, più proposte (che poi dovrebbe essere l’obiettivo numero uno). Infatti sul web è l’intera pagina di presentazione dell’organizzazione ad essere stata riscritta. Al primo punto si legge: «L’egemonia del presente domina lo spazio del dibattito del nostro Paese. Soffriamo di un pericoloso schiacciamento sull’immediato del “tempo storico”: la cultura del sondaggio diventa l’unica premessa per azioni, strategie, leadership; il “mark to market” diventa sistema decisionale e cifra delle politiche pubbliche e delle scelte private. Farefuturo vuole promuovere una rinnovata cultura strategica».

Un capitolo a parte riguarda i rapporti internazionali. La fondazione del presidente della Camera ha stretto alleanze con quella dell’ex premier spagnolo Aznar (Faes) e con la fondazione Adenauer e alcuni eurodeputati che provengono da An hanno riscoperto un certo interesse nei loro confronti da parte degli esponenti della Cdu. Fini ne è consapevole e infatti vedrà i parlamentari di Strasburgo a lui più vicini subito dopo le feste, forse in un pranzo informale.

Poi verranno i viaggi all’estero. Due quelli più importanti. Il primo a Washington su invito della speaker della Camera Usa, Nancy Pelosi, per febbraio. Non esclude un incontro anche informale con Obama, sebbene non sia prassi che il presidente degli Stati Uniti riceva il presidente di un ramo del Parlamento italiano: sono al lavoro le diplomazie. Il secondo a Gerusalemme, sempre in febbraio: per Fini un ritorno.

Fabrizio Dell’Orefice per Il Tempo

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“Dopo otto anni abbiamo meno paura”

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“Dopo otto anni abbiamo meno paura”


world_trade_center_north_towerAd otto anni dall’11 settembre 2001 è possibile tirare un bilancio della guerra al terrorismo dichiarata dal presidente Usa George W. Bush all’indomani del tragico evento. La data sta ormai a indicare nel mondo intero uno spartiacque tra due periodi storici, come lo sono state il 5 agosto 1945 con la prima bomba atomica, e il 9 novembre 1989 con la caduta del Muro di Berlino.

“Prima” dell’11 settembre il terrorismo islamista non era considerato un potente fenomeno globale, come invece è stato ritenuto “dopo” con l’effetto di provocare un profondo ripensamento delle strategie politiche e militari internazionali delle grandi e medie potenze, non solo in Occidente. Durante la Guerra fredda (1947-1989) la priorità delle democrazie occidentali era lo scontro con l’Unione Sovietica. Con l’11 settembre la difesa dal e la lotta al terrorismo islamista sono divenuti gli imperativi che hanno impegnato le risorse morali e materiali dell’occidente mobilitando l’intelligence e gli apparati militari.

Per avere un’idea di come gli effetti si sono fatti sentire sulla vita quotidiana di centinaia di milioni di persone, basta pensare a quel che è cambiato negli aeroporti. Sul piano militare le campagne condotte dagli Stati Uniti in Afghanistan e Iraq hanno avuto esiti discutibili o ancora aperti. Se per un verso la guerra a Saddam ha avuto il benefico effetto di defenestrare un dittatore sanguinario, per un altro non è riuscita a pacificare la regione che resta tormentata. Probabilmente, nell’ottica della lotta al terrorismo, quella iniziativa di Bush Jr. è stata inutile e controproducente perché ha richiamato sul territorio diversi gruppi riconducibili al fondamentalismo islamista.

Per un altro verso la guerra d’Afghanistan che, diversamente dall’Irak, ha a che fare con Al Queda, dimostra dopo anni che il confronto con il fondamentalismo terrorista islamico non può essere affrontato soltanto con l’uso della forza militare ma richiede una strategia più complessa che punti anche sulla collaborazione economica e civile. Solo gli anni a venire diranno se ciò è possibile, e con quali risultati. Diversamente dalle imprese militari, è ormai indubbio che sul piano dell’intelligence e della prevenzione civile l’Occidente ha avuto finora ragione del terrorismo sul proprio territorio.

Dopo l’11 settembre a New York e gli altri tragici casi di Londra e Madrid, in America e in Europa non vi sono più stati significativi episodi terroristici di matrice islamista, segno che i servizi segreti, le polizie e gli altri apparati di sicurezza hanno funzionato attraverso un efficace coordinamento internazionale indispensabile per affrontare il fenomeno transnazionale. La presenza attiva di minoranze fondamentaliste e terroristiche in seno al miliardo e mezzo di islamici distribuiti sui tre continenti ha provocato un mutamento anche nei rapporti tra gli Stati. La Russia semiautoritaria, la Cina capital-comunista e l’India, in ragione delle loro minoranze etniche, e il Pakistan, a causa della presenza di veri e propri centri islamisti sovversivi, hanno dovuto collegarsi all’Occidente per combattere il terrorismo interno.

Al tempo stesso i cosiddetti paesi “islamici moderati” come l’Egitto e, per altri versi, l’Arabia Saudita, sono stati anch’essi spinti ad appoggiarsi agli americani per resistere più efficacemente alla pressione fondamentalista interna. Un altro fattore emerso dopo l’11 settembre è la proliferazione nucleare che ha aperto una duplice questione di sicurezza interna e internazionale. In primo luogo la potenziale nuclearizzazione di paesi come l’Iran ha sconvolto l’equilibrio nella regione e di conseguenza minaccia la sicurezza di Israele. In seconda istanza la fabbricazione di ordigni atomici da parte di iraniani, nordcoreani, siriani e altri simili Stati dà origine a un pericolo ancora più grave: la diffusione di materiale atomico miniaturizzato anche a gruppi terroristi non statali in grado di farne ovunque un uso ricattatorio.

Tirando le fila in un bilancio complessivo, è realistico affermare che oggi l’Occidente è in grado di difendersi molto meglio di quanto non lo fosse otto anni fa; ma, al tempo stesso, è indubbio che nel mondo intero sono cresciuti i pericoli delle forze del terrore, siano esse arroccate in alcuni Stati come l’Iran e la Somalia, o diffuse in gruppi che per le loro azioni criminali si celano dietro lo schermo ideologico dell’islamismo.

Massimo Teodori per Il Tempo

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Se anzichè Obama fosse stato Berlusconi? Apriti cielo.

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Se anzichè Obama fosse stato Berlusconi? Apriti cielo.


obama-lato-bLo scatto è di quelli simpatici, Obama e Sarkò  che non rimangono indifferenti di fronte al “lato B” di un’avvenente delegata brasiliana. Foto immediatamente ripresa dai più cliccati blog statunitensi, che ci scherzano su, com’è giusto che sia. Esattamente come accadde in Francia quando, a quel buongustaio di Sarkozy, cadde l’occhio sul decoltè della meravigliosa modella israeliana Bar Rafaeli. Ma cosa sarebbe successo se, anzichè Obama, quella foto avesse ritratto Berlusconi? Apriti cielo. Con ogni probabilità Repubblica avrebbe mandato alle stampe un’edizione straordinaria, pubblicando la foto incriminata a tutta pagina, magari con quel bel titolo a nove colonne che da mesi hanno pronto, tenuto in naftalina in attesa di trovare uno straccio di prova che incastrasse il Premier: “Berlusconi colto sul fatto, avevamo ragione noi”. Già me li vedo certi soloni, a stracciarsi le vesti in televisione, ad urlare allo scandalo ed alla “reputazione dell’Italia compromessa”, al fallimento del G8. E poi, beh, non mancherebbe tutto lo stuolo degli intellettuali radical chic in piazza, a chiedere le dimissioni di un Presidente del Consiglio “indegno”. E Di Pietro? Oltre ad una pagina sull’Herald Tribune arriverebbe a comprarne una anche su Ciociaria Oggi per gridare, con ancora più veemenza, allo scandalo ed alla nostra democrazia che è “in grave pericolo”. Santoro e Travaglio farebbero pressioni fortissime sulla Rai per organizzare una 24 ore di Annozero (ovviamente tutta incentrata sullo “scandalo”) nella quale, udite udite, ricostruirebbero la scena del crimine ingaggiando Belen Rodriguez per farle interpretare la delegata brasiliana. Ma, per loro sfortuna, in quella foto c’è Obama e allora domani tutti assisteremo ad una vera e propria “riabilitazione del culo” leggendo teorie su quanto sia chic e in girarsi a guardare il fondoschiena di una bella ragazza. Purchè non ci si chiami Silvio Berlusconi.

Alessandro Nardone

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La soddisfazione di Berlusconi: “Non siete riusciti a rovinare tutto”

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La soddisfazione di Berlusconi: “Non siete riusciti a rovinare tutto”


Italy G8 SummitAlla fine qualche sassolino dalle scarpe se l’è tolto. E l’ha fatto nel modo a lui più consono, con una battuta e con il sorriso. In un auditorium affollato di giornalisti, davanti alle telecamere di tutto il mondo, era inevitabile che la domanda sul suo privato arrivasse. Così come era inevitabile che a farla fosse proprio un giornalista di Repubblica, quotidiano che da tre mesi martella l’opinione pubblica sulla vita del presidente del Consiglio. E così è stato. «Ci avete provato a rovinare tutto ma non ci siete riusciti». Parole che dal podio della grande sala al centro della cittadella del G8, suonano quasi come una liberazione.
Anche l’espressione di Berlusconi è di quelle sollevate, forte anche dell’accoglienza e dell’affetto che i Grandi della Terra gli hanno riservato al vertice aquilano. Nel secondo giorno dei lavori del summit gli attestati di stima e di ringraziamento al premier italiano sono stati tanti, e da tutti i Paesi ospiti qui a Coppito. Molti in privato. Ma tanti anche in pubblico. Non ultimo quello fatto dal presidente Obama, proprio durante la conferenza stampa di fine giornata. Un incontro con i media piuttosto lungo e suddiviso in due parti. La prima, appunto con il presidente Obama e il premier australiano Kevin Rudd per presentare l’istituto globale, con sede in Australia, per la cattura e il sequestro dell’anidride carbonica. L’inquilino della Casa Bianca, prima di tracciare un bilancio dei lavori, si rivolge «all’amico Berlusconi», ringraziandolo per «l’eccellente ospitalità sua e degli italiani tutti». Ringraziamento a cui si associano tutti i leader presenti sul palco dell’auditorium: oltre a Rudd ci sono il britannico Gordon Brown, il presidente messicano Felipe Calderòn e quello canedese Stephen Harper. Berlusconi è in piedi, dietro Obama e ascolta compiaciuto.
La sala è stracolma di giornalisti. Molti americani e inglesi. Tanti gli italiani. Finisce la presentazione di Obama e Rudd, e tempo di fare un cambio di scena, passando ad un solo podio centrale con il logo del G8 in bella vista, che il premier torna davanti alla stampa per spiegare quanto fatto nella giornata e, cosa più importante, replicare alle domande dei giornalisti. Intanto una premessa: Berlusconi ha fatto capire che, a suo giudizio, anche il clima informale e di cordialità tra i leader – riscontrabile in mondovisione – ha rappresentato finora una delle chiavi del successo del vertice. «Avrei voluto che le telecamere avessero potuto riprendere il clima e la sintonia tra noi durante i lavori». Mentre parla lo stile è quello annunciato più volte e cioè sobrio («sarà il vertice della sobrietà», è stato il leit motiv del Cavaliere alla vigilia del G8).
Racconta alla stampa le importanti decisioni prese durante il summit, dal clima agli aiuti ai Paesi poveri e il disarmo nucleare, tema su cui Obama ha proposto un vertice per l’anno prossimo. Alla fine le tanto attese domande dei giornalisti. Le prime sui dossier trattati nel summit. Le ultime sul gossip politico. «Ci sono due tipi di realtà: quella vera della gente comune e quella dei giornali», tuona il premier rispondendo ad una domanda sulle polemiche di questi giorni. Aggiungendo che quella dei giornali spesso è «pura fantasia. Mi pare lampante». Torna sul G8, sugli importanti risultati raggiunti, sugli incontri svolti nel secondo giorno del summit. Non ultimo quello pomeridiano con il gruppo del J8, ragazzi dai 14 ai 17 anni. «Un momento davvero toccante – racconta Berlusconi -. Hanno portato il loro documento e ogni leader del G8 si è fatto fotografare vicino al giovane del proprio paese».
Sta quasi per chiudere l’incontro con i giornalisti quando il cronista di Repubblica chiede la parola. «Non avete raggiunto il risultato che volevate. Auguri», replica secco il Cavaliere alla domanda se davvero l’immagine dell’Italia fosse stata rovinata dalla stampa da lui stesso accusata di remare contro il paese. Nelle prime file, dove si trova la delegazione italiana, scatta l’applauso. Il premier lascia la sala soddisfatto. Il sassolino è tolto.

Giancarla Rondinelli

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Che batosta per i gufi

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Che batosta per i gufi


ITALY-FINANCE-ECONOMY-G8Alla fine le temute foto sono uscite. Foto di escort? Villa Certosa? Palazzo Grazioli? Bacio saffico o doccia lesbo? Topolanek scatenato? Festini hard? Macché. Le foto del giorno sono quelle di Obama e Berlusconi che passeggiano fra le macerie dell’Aquila. Il presidente americano in manica di camicia che si avvicina ai vigili del fuoco e dice loro: «Avete fatto un buon lavoro». Il premier italiano che fa da compunto padrone di casa. E poi la Merkel, e poi Medvedev, anche loro fra le case distrutte, i Grandi della Terra che per una volta diventano Grandi sulla terra.
Eccole qui le foto che tutti temevano. Ce ne sono anche altre. C’è Berlusconi che abbraccia Sarkozy, il saluto con il premier giapponese, la foto di gruppo da cui non manca nessuno. Chissà come saranno delusi i gufi che favoleggiavano di esclusioni dell’Italia dal G8, chissà come saranno delusi i corvi che avevano già annunciato le defezioni in massa dei leader mondiali, o almeno di qualche first lady. Invece no: ecco lì, le first lady ci sono, soprattutto ci sono i loro mariti. Tutti insieme, nella rituale foto di gruppo, senza corna né cucù. Un’iniezione di serenità, un bagno di real-ottimismo. E l’Italia che fa bella figura davanti al mondo intero. Ecco la foto che i gufi temevano davvero.
Ma sì, avete visto che cosa è successo ieri? Il presidente americano Obama, l’idolo della sinistra italiana, ha incoronato Berlusconi. Ha elogiato la sua leadership, ha fatto i complimenti alla splendida organizzazione. Non sono parole dovute. Così come non era dovuta la lunga passeggiata fra le macerie dell’Aquila. Ogni scelta del presidente americano è studiata e meditata, confidano i suoi collaboratori: c’è un messaggio dietro quell’immagine in maniche di camicia che emoziona tutti e che trasuda di umanità, cordialità e attenzione per il nostro Paese. Quanta differenza tra la realtà vista ieri e quella descritta dai quotidiani in questi giorni. Non ci avevano forse raccontato che Obama considerava poco e male l’Italia a causa di Berlusconi? Com’è che adesso è lì in maniche di camicia a stringere la mano dei vigili del fuoco? Com’è che parla di grande leadership italiana?
Il fatto è che ieri i castelli di bugie sono crollati di colpo. Mentre i giornali inglesi sparavano i loro ultimi proiettili bagnati, il premier Brown elogiava pubblicamente il governo italiano e il vertice dell’Aquila. La Merkel tramite il suo portavoce diceva: G8 organizzato in modo scrupoloso. Poi prometteva aiuti per Onna. E Medvedev si faceva condurre, pure lui, tra le macerie e annunciava di voler adottare un palazzo dell’Aquila. Ma i Grandi della Terra non dovevano snobbare l’Italia? Macché. Tutti lì, presenti e positivi. Così positivi che per trovare qualcosa di negativo, la Repubblica, ieri mattina è stata costretta all’ennesimo bluff: ha cercato di montare come un caso («Hu Jintao lascia il vertice») il ritorno in patria del leader cinese, determinato soltanto dall’aggravarsi della rivolta uighuri. Ennesimo tentativo fallito. Tentativo piuttosto miserabile, per altro.
Il quotidiano fondato da Scalfari ha collezionato un flop dopo l’altro negli ultimi giorni. Ma è possibile che finisca così uno dei più violenti attacchi mediatici a un premier che sia mai stato organizzato? Possibile che Repubblica abbia caricato a testa bassa senza avere in mano nient’altro? Possibile che si riduca agli uighuri? Ma non ci hanno lasciato intendere per settimane che al G8 saltava fuori il grande imbarazzo, lo scandalo finale, lo scoop definitivo? Non avevano evocato lo spettro del ’94? Questo vertice non doveva essere il calvario di Berlusconi, il suo caviale del tramonto? Non ci avevano raccontato che c’era la scossa? Per il momento la scossa non s’è vista. Al massimo la riscossa. Di Berlusconi. Persino l’assalto no global è finito in nulla, il terremoto non ha creato problemi. E sui contenuti, invece, sono stati raggiunti accordi forse anche insperati. È solo il primo giorno. Ma per il momento ce n’è D’Avanzo per poter dire: cari gufi, se finisce così, non vi viene il sospetto di aver fatto un clamoroso autogol?

Mario Giordano per Il Giornale

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Berlusconi: «Ho fatto un miracolo»

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Berlusconi: «Ho fatto un miracolo»


berlusconi-g8Era impossibi­le che non lo facesse, che non sentisse il bisogno almeno di una parola rivolta a quelli che per natura considera da sem­pre «amici» prima che colle­ghi, interlocutori personali prima che leader di altri Stati. E alla fine Silvio Berlusconi quella parola, che in realtà è risultato un chiaro messag­gio, l’ha pronunciata: «Sapete tutti benissimo che mi attac­cano sul piano personale, ma state tranquilli, io durerò alla guida del mio Paese altri quat­tro anni». Per il Cavaliere farlo davan­ti a tutti i leader del G8 è sta­to come togliersi un peso dal­lo stomaco.

Il palcoscenico era quello che più gli interes­sa, quello dei suoi pari, quel­lo che in questi mesi ha pro­dotto i crucci maggiori: il dan­no di immagine all’estero, nelle cancellerie di mezzo mondo, la reputazione sfre­giata di un leader che alla re­putazione internazionale tie­ne più di ogni altra cosa. Troppo grande la tentazione per resistere, per non sentire il bisogno di dare almeno un breve messaggio di forza ai leader degli altri Paesi. Per chi lo ha ascoltato non è stata una sorpresa: dalla Me­rkel a Sarkozy, sino ad Oba­ma, del nostro presidente del Consiglio tutti conoscono i tratti caratteriali e forse tutti in qualche modo si attendeva­no un accenno a quello che da alcune settimane leggono sui giornali dei rispettivi Pae­si. La giornata del presidente del Consiglio è stata sobria che più non si poteva, priva di quel «berlusconismo» che l’ha reso detestabile o amato in giro per il mondo, sotto in­vece che sopra le righe: nono­stante fosse l’ospite di casa, in fondo il personaggio più at­teso. Un understatement im­posto dagli eventi più che dal­la natura dell’uomo, e che per un attimo è venuto via. «Questa giornata mi ripaga di tante amarezze», ha confi­dato al presidente della Regio­ne Gianni Chiodi, in uno de­gli intermezzi del program­ma.

Anche in questo caso è ri­sultata palpabile l’ansia che evapora, il sospiro di sollievo di un premier che negli ulti­mi giorni ha cercato di con­centrarsi più di ogni altra co­sa sul successo e sulla riusci­ta del G8: per i risultati del vertice, ma anche per ridare forza alla propria immagine. Un’immagine che ieri ha ri­cevuto più di un aiuto pro­prio dalla Casa Bianca. Le pa­role di Obama sulla leader­ship forte dell’Italia, quelle dello sherpa americano a smentire i contenuti della stampa anglosassone ( Guar­dian e New York Times) sulle mancanze dell’agenda del ver­tice. Quindi le incombenze del padrone di casa: il ricevi­mento degli ospiti, l’arrivo dei leader, le strette di mano, la tensione che si scioglie, le prime sessioni di lavoro, i pri­mi risultati concreti sul clima e sull’economia. Ha scherzato anche con i giornalisti, in una conferenza stampa annunciata senza do­mande dallo staff ma che alla fine ha visto proprio lui chie­dere domande che non sono arrivate: ‘Visitate tutti i salo­ni della cittadella di Coppito, qui siete tutti i benvenuti, ci vogliamo tutti bene…’. E an­cora, rivolto ai cronisti: ‘So­no orgoglioso di aver fatto quasi un miracolo’, alluden­do all’organizzazione del ver­tice nella zona del terremoto, dove il G8 tornerà entro fine anno, per un sessione riserva­ta alle protezioni civili degli otto Paesi più industrializza­ti. Sui fondi all’Africa, ai Paesi in via di sviluppo, ha rassicu­rato: ‘Manterremo gli impe­gni per il global fund entro la fine dell’anno’. Sulla crisi è stato come sempre ottimista: ‘Intendiamo mandare un messaggio di fiducia; la crisi, per la parte più dura, è alle nostre spalle’. Ma c’è da giu­rare che quella frase pronun­ciata davanti agli altri leader è stata forse la più impegnati­va. Almeno emotivamente.

Marco Galluzzo per Il Corriere della Sera

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G8, Obama: “L’Italia? Ha forte leadership”

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G8, Obama: “L’Italia? Ha forte leadership”


g8-obama-berlusconiDopo tante attese è iniziato il vertice del G8: all’ordine del giorno le nuove regole per l’economia e la finanza, i cambiamenti climatici e gli aiuti all’Africa. Uno dopo l’altro i capi di stato e di governo hanno raggiunto il capoluogo abruzzese e sono stati accolti dal presidente del Consiglio. Silvio Berlusconi e il cancelliere tedesco Angela Merkel hanno visitato il centro di Onna, il paese più colpito dal terremoto. Fra poco a Coppito, sede della Guardia di Finanza, iniziano ufficialmente i lavori del summit. Fra i tanti leader all’Aquila mancherà uno dei protagonisti del vertice, il presidente cinese Hu Jintao, tornato in patria dopo tre giorni in Italia a causa della rivolta della minoranza musulmana degli uiguri, che Pechino sta reprimendo in modo pesante.

La polemica del NY Times La giornata si è aperta con una nuova polemica innescata dal New York Times secondo cui la guida dal vertice dovrebbe essere affidata al presidente degli Stati Uniti. “Se questa sessione (del G8) deve giustificare il tempo e gli sforzi, il presidente Obama dovrà assumere la guida. È tempo per lui di capitalizzare il credito che si è guadagnato in diplomazia negli ultimi sei mesi”. Ma la replica di Obama non si è fatta attendere: la leadership italiana, ha detto, è “straordinaria, di cui siamo grati”.

Obama da Napolitano Quasi trenta minuti a quattrocchi, poi un lunghissimo incontro allargato: aria di grande intesa fra Quirinale e Casa Bianca. “Contribuiremo alla ricostruzione dell’Abruzzo” in particolar modo della università de L’Aquila, e anche attraverso le borse di studio. Il presidente americano mette l’accento anche sulla cooperazione tra Roma e Washington “in posti come l’Afghanistan, dove lavoriamo fianco a fianco”, ma poi aggiunge: “Non si tratta di una collaborazione militare quanto fra quella fra due popoli”. Anche se, certo, “il governo italiano sta esercitando una leadership straordinaria di cui gli siamo grati”, per tutti i temi principali della riunione de L’Aquila, dai cambi climatici alla crisi finanziaria internazionale. Obama si sofferma sull’accordo firmato l’altro ieri a Mosca: “Serve come modello quando ci si deve rivolgere a Corea del Nord e Iran”.

“Elogio al Capo dello Stato” Il presidente Napolitano gode di “una reputazione meravigliosa, dell’ammirazione di tutto il popolo italiano, non solo per la sua carriera politica, ma anche per la sua integrità e gentilezza: è un vero leader morale e rappresenta al meglio il vostro Paese”, ha detto Obama al termine del colloquio con il presidente della Repubblica.

Brown: una seconda sveglia Il G8 rappresenta “una seconda sveglia per i grandi del mondo impegnati a risolvere la crisi finanziaria”. A dirlo è il primo ministro britannico, Gordon Brown che, con una serie di interviste all’avvio dei lavori del vertice ha sollecitato ancora una volta i paesi a affrontare la sfida della crescita economica e ha messo in guardia contro “il ritorno del protezionismo, un ostacolo all’economia mondiale”. “Si tratta per noi di una seconda sveglia – ha detto Brown. Le banche devono ricominciare a dare prestiti, il commercio mondiale deve riattivarsi e dobbiamo mantenere i prezzi delle commodity a un livello che permetta la crescita”.

Il Papa: aiuti ai poveri Il Papa invita i fedeli e i pellegrini presenti all’udienza generale in Vaticano a «pregare per i capi di Stato e di Governo del G8. “Da questo importante summit – ha auspicato Benedetto XVI – possono scaturire decisioni e orientamenti utili al vero progresso di tutti i popoli, e in special modo di quelli più poveri”.

Il Gironale

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Governo tecnico, voto, Obama. Un mese di bufale contro Silvio

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Governo tecnico, voto, Obama. Un mese di bufale contro Silvio


bush-welcomes-italian-pm-berlusconiDraghi presidente del Consiglio. Un complotto che arriva dall’estero, i soliti americani. Anzi, amerikani. In combutta con Fini, Tremonti dà una mano, D’Alema è il manovratore. La Chiesa dà il segnale. È mancata la massoneria. Ecco, che fine ha fatto la massoneria? Sempre tirata in ballo quando i governi sono in bilico.

Una settimana dopo il Riformista, altro quotidiano vicino al Pd, rilancia: «L’Onu e l’Europa isolano il governo». Il 21 sul Manifesto Piero Ottone, in un’intervista, rileva: «Contro Berlusconi tutti dovrebbero protestare. Soprattutto i giornali». E infatti i giornali vanno all’attacco. Il 28 sul Riformista spunta per la prima volta in un titolo la locuzione “governo istituzionale”. La tesi è questa: «Il colpo di scena è legato a quando Noemi, o chi per lei, parlerà. Perché qualcuno punterà l’indice: però in cambio di favori. Un’accusa che dai giornali finisce in procura e di fronte all’opinione pubblica». E più avanti si spiegava: «Se riuscissero a disarcionarlo lui, assicurano i suoi, si giocherà la carta dele elezioni anticipate».

Il giorno dopo La Stampa lascia intendere che è in arrivo un’offensiva giudiziaria stavolta sul fronte rifiuti. Si dà conto dello sfogo di Bertolaso sugli interrogatori troppo bruschi e infine l’annuncio: «Da giorni da Roma erano stati lanciati messaggi preoccupanti. Messaggi che lasciavano intendere una certa consapevolezza dell’attività di indagine in corso. Come se ci fosse stata una fuga di notizie pilotata. In questo clima, dunque, si aspettano novità giudiziarie». Poi tocca a Repubblica, ovviamente. Il giornale che più di tutti ha cavalcato la tesi della fine imminente. E il 31 scrive del fatto che nel 1994 alla Casa Bianca, come oggi, c’era un presidente democratico: un concetto che poi sarà costantemente ripreso da altri quotidiani. Arriva giugno e sul quotidiano di Ezio Mauro si legge questa frase di Berlusconi: «Sto per scoppiare».

Subito dopo il voto sempre Repubblica rilancia una nuova tesi: i report dell’ambasciata americana sono negativi per il Cavaliere. Il 14 spunta il fantasma Draghi. Si riferisce: «A Palazzo Chigi sentono da settimane gli echi di un’indiscrezione che circola negli ambienti confindustriali e che indicano nel governatore Draghi il potenziale presidente di un esecutivo tecnico, di salute pubblica, un governo per gestire la crisi». Si fanno notare anche che Pd e Casini difendono Draghi sempre più spesso. Sullo sfondo si parla anche di un ruolo della fondazione di Montezemolo, Italiafutura, presentata proprio ieri. Sia chiaro, tutto ciò avviene anche per l’amplificazione dei politici, si apre un ampio dibattito. Al punto che lo stesso premier deve intervenire per annunciare un piano eversivo in atto per farlo fuori. E D’Alema risponde con le scosse. Spuntano anche i piani segreti di Murdoch d’intesa con De Benedetti. Romanzi. Il tutto condito dall’incontro di Berlusconi con Obama che Repubblica annuncia di essere stato declassato da colazione di lavoro e semplice caffettuccio alla Casa Bianca. E ogni indiscrezione viene amplificata dai giornali stranieri che moltiplicano gli effetti. Bevendosi qualunque voce riportata dai giornali italiani senza alcuna verifica come quella scritta dall’Espresso di un Gianni Letta che avrebbe preso le distanze dal Cavaliere e copiata pari pari dal Sunday Times.

È un sistema che si autoalimenta. Politici che spifferano o che inventano tesi, i giornali le riportano, altri politici le leggono e le arricchiscono di nuovi particolari in un circolo vizioso autoreferenziale e senza fine. E così, fantasie diventano realtà. Almeno sulla carta. Berlusconi ne è stato in mezzo e al centro. Ha scelto di non leggere più i giornali salvo le cose indispensabili. Un modo per esorcizzare anche se nemmeno lui può escludere che qualcuna di quelle indiscrezioni si possa avverare. Magari dopo il G8.

Fabrizio Dell’Orefice per Il Tempo

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Crisi: da Obama superpoteri a Fed, maggiore riforma dal ‘29

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Crisi: da Obama superpoteri a Fed, maggiore riforma dal ‘29


barack-obama-speechesSuperpoteri alla Federal Reserve, istituzione di una agenzia di protezione dei consumatori, oltre ad una stretta sui derivati che hanno amplificato una crisi economica senza precedenti. Sono questi alcuni tra i punti principali delle riforma del sistema finanziario, la più ampia dalla crisi del 1929, che il presidente Usa Barack Obama ha proposto oggi al Congresso degli Stati Uniti. Nel suo discorso pronunciato nella East Room della Casa Bianca, Obama ha avuto parole molto dure nei confronti dei responsabili della crisi. Erano presenti numerosi congressman (tra cui i senatori democratici Chris Dodd e Barney Frank, due tra i più influenti sulle questioni finanziarie), oltre ai principali responsabili delle istituzioni di controllo (primo tra tutti il numero uno della Fed, Ben Bernanke). Il presidente ha parlato di “cultura di irresponsabilità” criticando i recenti prodotti finanziari a rischio, definiti “soldi facili (guadagnati) attraverso meccanismi costruiti su fondazioni di sabbia”.

Obama, giudicando che la crisi è stata in realtà “il crollo di un intero sistema”, è tornato a criticare “gli stipendi eccessivi dei dirigenti”, spesso neppure collegati ai risultati ottenuti. Il documento trasmesso al Congresso conta 85 pagine (il Wall Street Journal ne pubblica il facsimile sul suo sito web) e ribadisce la fiducia dell’Amministrazione Obama nel libero mercato, alla base della prosperità americana. Una delle novità rispetto al passato, oltre ai nuovi poteri di controllo della Fed, è la possibilità per il Tesoro di prendere il controllo, se necessario, anche delle imprese diverse dalle banche. Il caso emblematico è quello della Aig, il colosso assicurativo (negli Usa, per l’americano medio il titolo Aig era l’equivalente dei Bot in Italia). Della Aig, rovinata dai derivati come i Credit Default Swap (Cds), una sorta di assicurazione sugli investimenti a rischio, il governo non è stato in grado di prendere il controllo perché la legge non lo autorizzava.

Se una banca crolla – ha ricordato Obama – gli Usa sono in grado di proteggere i risparmiatori e di mantenere la fiducia nel sistema bancario: si tratta di un processo creato durante la Grande Depressione per evitare gli effetti a catena. “E ha funzionato”, ha chiosato il presidente, prima di aggiungere: “Non abbiamo ancora nessun meccanismo per arginare il crollo di una Aig” o delle maggiori entità economiche finanziarie del Paese, spesso interconnesse. Obama vuole ora rilanciare il sogno americano attraverso “un mercato che premi il lavoro e la responsabilità, e non l’avidità, l’imprudenza e l’incoscienza”, come è successo negli ultimi anni. “E’ un momento difficile per la nostra nazione – ha concluso l’inquilino della Casa Bianca -. Ma in questo momento di sfide possiamo ancora una volta convogliare quei valori e quegli ideali che ci hanno portato a guidare l’economia globale, e ci porteranno di nuovo a guidarla”. Creando prosperità per tutti.

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Obama: «Italia cruciale in Afghanistan». In arrivo tre detenuti da Guantanamo.

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Obama: «Italia cruciale in Afghanistan». In arrivo tre detenuti da Guantanamo.


berlusconi-e-obamaE’ iniziato con un «Great to see you, my friend!» (“è bello vederti amico mio”), l’incontro fra Barack Obama e Silvio Berlusconi alla Casa Bianca, dove il presidente degli Usa ha accolto il presidente del Consiglio poggiandogli entrambe le mani sulle spalle. L’incontro è durato più di due ore, oltre i sessanta minuti inizialmente programmati. Berlusconi è infatti giunto alla Casa Bianca alle 16 e l’ha lasciata alle 18,30 per incontrare lo speaker della Camera, Nancy Pelosi.

Obama era appena rientrato da Chicago, dove aveva partecipato a un convegno dei medici nel corso del quale ha presentato una serie di proposte per la riforma della sanità. Berlusconi aveva invece trascorso la prima parte della giornata in albergo a Washington, per preparare l’incontro alla Casa Bianca.

L’Italia accetta tre detenuti da Guantanamo. Al termine dell’incontro la prima comunicazione data da Obama riguarda Guantanamo: l’Italia ha comunicato agli Usa di accettare tre detenuti rinchiusi nel carcere creato dopo l’11 settembre. A fine maggio gli Usa avevano chiesto al nostro paese di accogliere due detenuti tunisini. «Vogliamo essere il paese in prima fila, anzi il primo paese a dare una mano agli Stati Uniti per quanto riguarda la necessaria chiusura della prigione di Guantanamo», ha commentato Berlusconi.

Afghanistan, dall’Italia contributo cruciale. Obama ha sottolineato il «contributo cruciale» dato dall’Italia nella coalizione impegnata in Afghanistan nell’opera di stabilizzare il paese ricordando che l’Italia offre il suo contributo alla pace nel mondo su diversi settori del pianeta.

Doha round. Per parte sua Silvio Berlusconi ha espresso l’auspicio che il G8 dell’Aquila possa contribuire a sbloccare le trattative riguardanti il Doha round (i negoziati per il commercio mondiale, avviati nel 2001). Berlusconi ha aggiunto: «Stiamo lavorando per arrivare ad un corpo di regole e principi per evitare in futuro una crisi finanziaria ed economica come quella che abbiamo avuto. Siamo d’accordo sul fatto che non sia pensabile che il G8 produca questo corpo. È uno step che sarà seguito dal G20 di Pittsburgh per arrivare a soluzioni condivise che non condizionino il libero espandersi dei paesi».

Iran. Nelle dichiarazioni di Obama la parte del leone l’ha fatta la situazione iraniana. Obama si è detto profondamente turbato per le violenze, aggiungendo che gli Stati Uniti rispettano la sovranità iraniana e sottolineando che devono essere rispettati la libertà d’espressione e il processo democratico. Obama ha specificato che gli Stati Uniti continueranno a perseguire un dialogo «duro e diretto» con Teheran.

Negoziato possibile in Medio Oriente. Il presidente americano ha poi parlato di Medio Oriente, dicendo che alla luce del discorso fatto dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu vi è ora «la possibilità di far ripartire i negoziati» tra israeliani e palestinesi. Secondo Obama, il discorso di Netanyahu dimostra che «ora possiamo ripartire con serie trattative». Obama ha detto di aver colto nel discorso di Netanyahu «un movimento positivo», ma ha precisato anche che Israele deve evitare ulteriori, mentre i Palestinesi devono mettere fine a ogni violenza.

Usa in buone mani. «Abbiamo rafforzato i legami già forti esistenti tra Italia e Stati Uniti», ha detto Obama parlando dei rapporti bilaterali, mentre Berlusconi ha replicato dicendo che «Barack ha posizioni non solo innovative, che guardano ad un futuro diverso e sono anche concrete e di assoluto buon senso. Ciò apre il cuore nel vedere che le sorti della più grande democrazia del Mondo sono assolutamente in buone mani. Sono qui a collaborare con Obama come ho fatto in passato con Clinton e con Bush. Sarei molto contento di augurarmi un rapporto personale, amichevole e diretto con Obama. Saranno i fatti a dirlo. Credo che abbiamo ben cominciato».

E «abbiamo cominciato bene» lo ha detto anche Obama. «Mi aspetto sempre dal premier Berlusconi – ha aggiunto – una opinione franca e onesta. Oltre al fatto che a me il premier Berlusconi piace personalmente, anche i nostri popoli si amano e hanno profondi legami e profonda comunità di valori».

«Non posso fare a meno di ringraziare il presidente Obama con un apprezzamento vero che viene da chi è per la terza volta presidente del G8, per la sua conoscenza, la precisione e la puntualità con la quale interviene su tutti i temi internazionali e sui grandi problemi», ha detto fra l’altro Berlusconi. Che poi ha concluso: «Sono legato a un giuramento di riconoscenza verso gli Usa che mi hanno dato la libertà, e hanno dato dignità al mio Paese dopo la seconda guerra mondiale».

Il Messaggero

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