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Bianchini all’assessore: «Il violentatore? Tranquille, ci penso io»

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Bianchini all’assessore: «Il violentatore? Tranquille, ci penso io»


presunto_stupratore_370468210«Tranquilla, ci pensiamo noi a presidiare il territorio». Mail spedita da Luca Bianchini, coordinatore del circolo del Torrino del Pd, all’assessore provinciale Patrizia Prestipino. Che racconta: «Si era sparsa la voce che lo stupratore seriale potesse essere del XII Municipio, avevo spedito una mail a tutti i militanti chiedendo di fare attenzione.

Ecco, lui mi aveva risposto: “Tranquilla, ci penso io…”». Altro flash da piazza del Sole, dove Bianchini vestiva i panni dell’impegno politico, mentre il suo lato oscuro intanto pensava al prossimo stupro. Quando si parlava di sicurezza, di crimini, di violenze a Roma, Bianchini era quasi radicale, credeva nella linea della fermezza. Se qualcuno in passato nel Pd aveva sottovalutato l’emergenza sicurezza a Roma, Bianchini no, Bianchini aveva sempre creduto nella linea della severità. S’inseguono i paradossi, una tragica ironia, in questa storia del coordinatore del circolo Pd che in casa conserva il cd con le immagini di violenze sulle donne, che trascorre le serate a cercare una nuova vittima nelle periferie romane: c’è un manifesto nel circolo, annuncia un dibattito con alcuni leader romani – Milana, Prestipino e Zingaretti. Coordina: Luca Bianchini. Il tema? “In tanti per salvare l’Italia”.

«Fra noi donne del circolo c’è uno sgomento maggiore, la storia di Bianchini dimostra che uno stupratore non ha nazionalità, spesso è un insospettabile. Tutte, io per prima, abbiamo un ricordo: lui che ci accompagna a casa. Ma come facevi a capirlo? A chi oggi polemizza, a Marino, chiedo: come facevamo a vedere il lato oscuro di Bianchini?», dice Paola Vaccari, coordinatrice del Pd del XII Municipio (zona Eur e Torrino di Roma). Quante volte nel Partito democratico si è ricamato sulla necessità di coinvolgere la società civile, di dare spazio a chi s’impegna senza chiedere nulla in cambio, ai trentenni? Ecco, Luca Bianchini, 33 anni, rientra in questa descrizione. Il circolo di piazza del Sole nasce all’inizio del decennio come circolo della Margherita. Il padre di Bianchini è molto attivo nel comitato di quartiere e porta il figlio con sè, «un bravo ragazzo, ha tanta voglia di impegnarsi».

E Luca Bianchini è sempre lì: lavora alla società Metropolitane e, sia pure a fatica, porta avanti gli esami di legge, ma riesce a passare le sue giornate al circolo, anche quando diventa Ulivo e Pd. Non sarà un esempio di profondità politica, di analisi, forse non diventerà il nuovo Veltroni o il nuovo Rutelli, però Bianchini va d’accordo con tutti e non si tira mai indietro. Così, quando qualche mese fa Gerry Mottola, il coordinatore del circolo, lascia per impegni personali, si fa una rapida votazione e tutti sono d’accordo. Il coordinatore del circolo è Luca. E’ giovane, è disponibile, è impegnato, non ha mai chiesto una poltrona, sembra il ritratto del perfetto militante del nuovo Pd dal volto pulito. Sembra. «Se c’era da fare volantinaggio, se bisognava girare per il quartiere lui era sempre disponibile. Siamo tutti increduli», ripete Antonio Scelzi, consigliere del XII Municipio del Pd.

Fa male questa storia, in un Partito democratico romano lacerato dalle spaccature verso il congresso, con il segretario comunale Riccardo Milana, ex Margherita, messo in mezzo per questa storia di Bianchini. Con Ignazio Marino che impietoso parla di «questione morale». Gli altri del Pd romano, anche quelli da sempre non teneri con Milana, lo difendono, dicono no alle strumentalizzazioni. Ma tornano alla mente le frasi, i comunicati, i proclami di tutti i leader locali del Pd contro il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, perché aveva fallito sul tema della sicurezza, perché gli stupri a Roma continuavano. Ecco, sarà più difficile ora incalzare Alemanno sapendo che lo stupratore seriale partiva ogni sera proprio da un circolo del Pd. E’ fin troppo facile per esponenti del Pdl non avvezzi al fioretto attaccare, come ha fatto ieri il consigliere comunale Fabrizio Santori: «Il Pd guarda la pagliuzza di Alemanno, ma non vede la trave nei propri occhi».

Ieri il circolo di piazza del Sole era chiuso, due vetrine al piano terra di una sfilza di palazzi. Paola Vaccari, coordinatrice del Pd del XII Municipio: «Noi andiamo avanti. Questa storia ci insegna che la violenza non ha nazionalità. Ci siamo battuti sempre in difesa delle donne e contro i pregiudizi, continuiamo a farlo».

Mauro Evangelisti per Il Messaggero

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Nel Pd scoppia il caso dello stupratore-dirigente

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Nel Pd scoppia il caso dello stupratore-dirigente


luca-bianchiniAncora una volta la cronaca nera diventa spunto di polemiche politiche. E i candidati alla segreteria del Pd non perdono l’occasione di accusarsi a vicenda, rimarcando ancora una volta le contraddizioni e le fratture all’interno del Partito democratico. Si accusano a vicenda per l’appartenenza al partito dello stupratore seriale, un bruto, un «mostro». «Trovo davvero incredibile che un criminale che già 13 anni fa era stato coinvolto in odiosi reati di violenza sessuale possa essere arrivato a coordinare un circolo del Pd», attacca il senatore Ignazio Marino, terzo incomodo per la corsa alla segrteria e critico verso i criteri di selezione dei dirigenti locali.

«È evidente – spiega Marino – che nel Pd abbiamo una questione morale grande come una montagna, che non può essere ignorata né sottovalutata. Come vengono individuati i coordinatori dei circoli? È chiaro che non sono scelti liberamente ma imposti». Ne scoppia un caso politico, con la durissima reazione degli altri due candidati al congresso di ottobre: l’attuale segretario Franceschini e lo svidante dalemiano Bersani. «Le parole di Marino – attacca Franceschini – sono offensive per migliaia di coordinatori di circolo, quadri e centinaia di migliaia di iscritti. Una cosa è il dibattito congressuale tra candidati e anche la comprensibile tentazione di far accendere i riflettori. Un’altra è utilizzare un episodio oscuro e terribile, il caso, come abbiamo letto sui giornali per parlare di questione morale nel Partito Democratico».

«Sono davvero dispiaciuto per le dichiarazioni di Marino. Cose del genere non le pensa di noi il nostro peggiore avversario», è il commento dell’altro aspirante leader democratrico, Pier Luigi Bersani. «La parola giusta è costernazione. Nessuno era in grado di conoscere l’altra faccia di Luca Bianchini», dichiara invece il senatore Lucio D’Ubaldo. «D’altra parte i coordinatori dei circoli non vengono imposti, ma scelti attraverso democratiche consultazioni tra tutti gli iscritti al partito – continua D’Ubaldo – Per questo consiglierei a Marino di scorporare dalla sua cultura cattolica l’aggiunta di alcuni ingredienti estranei e malsani». Secondo l’eurodeputato David Sassoli si tratta solo di «un drammatico fatto di cronaca. «Sarebbe poco dignitoso da parte di chiunque prestarsi a strumentalizzazioni politiche».

A chiudere il caso arriva in serata una nota del partito: «Da informazioni desunte dagli organi inquirenti emerge che non c’è alcun riscontro, né nel casellario giudiziario, né nei carichi pendenti, dei precedenti giudiziari dell’imputato riferiti dalla stampa. Il Pd di Roma ribadisce il proprio sgomento e la propria costernazione per il fatto che la persona accusata con pesantissimi riscontri di essere lo stupratore seriale ricercato fosse un aderente e un coordinatore di circolo del Pd. «Pertanto ogni forma di strumentalizzazione politica – conclude la nota – deve essere respinta»

Il Tempo

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La tregua è già finita. Ticket Dario-Debora?

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La tregua è già finita. Ticket Dario-Debora?


debora serracchianiPier Luigi Bersani si è mosso dai blocchi di partenza, Dario Franceschini ha accelerato per sorpassarlo. Il congresso del Pd è iniziato. La moratoria sulle assise chiesta dal segretario domenica sera, poco prima che si chiudessero le urne («Ne parliamo dopo i ballottaggi») è saltata. Certo, visti i tempi supplementari che impegneranno i democrat il 21 giugno, nessuno dei candidati alla segreteria tirerà l’elastico fino a romperlo. Ma una cosa è certa: riportare la tregua al quartier generale del Nazareno è difficile – per dirla con una vecchia metafora prodiana – come rimettere il dentifricio nel tubetto da cui è appena uscito.
«Dobbiamo muoverci anche noi. Non possiamo rimanere fermi», ha spiegato ieri mattina il segretario a Franco Marini, il padre nobile che in nome della corsa congressuale di «Dario» si sta spendendo per ricompattare tutta la truppa dei Popolari, a cominciare a Beppe Fioroni. A smuovere il leader del Pd ci ha pensato l’intervista che Bersani ha concesso ieri l’altro a Otto e mezzo. Un’intervista che Franceschini – come lui stesso ha fatto sapere anche al suo prossimo sfidante – non è piaciuta per niente.
«Non ho rotto nessuna tregua», è stata l’autodifesa di Bersani. Che, però, non ha arretrato di un millimetro rispetto all’analisi del voto europeo affidata all’ex europarlamentare Lilli Gruber: «Mi hanno fatto una domanda e ho risposto. Che cosa dovevo dire? Sostenere che siamo andati bene, mi pare faticoso». Una lettura, quella dell’ex ministro, praticamente identica a quella di Romano Prodi. «Il progetto del Pd resiste ma ci sono pagine da voltare», ha spiegato il Professore al Corriere della sera, aggiungendo che «queste elezioni sono andate sufficientemente male da rendere necessari e doverosi una serie di passaggi, a cominciare da quello congressuale».

L’uno-due firmato Bersani-Prodi ha costretto Franceschini a uscire allo scoperto. In un’intervista al Tg3, il segretario ha praticamente promosso il risultato delle Europee («C’è stato l’arretramento di Berlusconi, gli italiani hanno la testa sulle spalle»), quello più legato alla sua leadership nazionale; e ha sostanzialmente bocciato lo score «negativo» delle amministrative, pensando – come dicono al Nazareno – «sia alla Bologna bersanian-prodiana che alla Firenze del giovane Renzi, entrambi sotto la soglia del 50 per cento».
Fin qui le risposte pubbliche. Dietro le quinte Franceschini, che invoca un percorso congressuale «trasparente» e «senza liti», è già impegnato a tessere la tela delle alleanze. Il suo primo punto all’ordine del giorno è l’«operazione Serracchiani». Il segretario avrebbe già fatto sapere di volersi presentare alle assise avendo la «Debora che ha sconfitto il Papi» come vice. L’operazione ticket soddisferebbe tutti i requisiti: non giovane-giovane, uomo-donna, ex dl-ex ds. C’è un piccolo problema: la neo europarlamentare friulana è molto legata a Walter Veltroni, che per sostenerla ha fatto la sua prima iniziativa di campagna elettorale fuori dal Lazio. Di conseguenza, il parere dell’ex sindaco di Roma – che negli ultimi tempi s’era un po’ allontanato da Franceschini – potrebbe essere decisivo per convincere Serracchiani ad accettare la sfida congressuale.

Il resto della fazione del segretario si va via via componendo: Piero Fassino, che corre per la presidenza del partito, sta cercando di aprire una breccia tra gli ex ds e, nell’attesa, avrebbe già convinto Sergio Chiamparino (era un possibile outsider) ad essere della partita. L’attivismo dei franceschiniani sta coinvolgendo anche l’area cislina, un modo per tentare di arginare le truppe della Cgil che saranno schierati dalla parte opposta. Già in campo gli ex veltroniani: da Giorgio Tonini a Enrico Morando passando per Walter Verini, braccio destro dell’ex sindaco di Roma.

Anche Bersani è in movimento. «Pier Luigi», nell’attesa di incassare ufficialmente le fiches di D’Alema, sta continuando il pressing su Romano Prodi (a buon punto) ed Enrico Letta (idem). Al pari di Franceschini, anche l’ex diessino sta pescando nel campo altrui; su questo fronte, i contatti con Rosy Bindi, tanto per fare un esempio, sono già a buon punto. Non è tutto. Bersani segue con occhio particolarmente interessato i ballottaggi di Milano, Bari e Bologna: Filippo Penati, Michele Emiliano e Flavio Delbono, infatti, si schiereranno con lui.

Bersani contro Franceschini, Franceschini contro Bersani. E gli altri? Francesco Rutelli, che ancora ieri ha mandato in avanscoperta i suoi (Vernetti) per chiedere che i piddini vadano in un gruppo autonomo dai socialisti (Franceschini ha risposto no e domani incontrerà Schulz), continua a dare segnali di insofferenza. Il presidente del Copasir, in stretto contatto con Pier Ferdinando Casini, ha convocato per il 3 e 4 luglio, a Roma, una riunione dei «coraggiosi». Per la corrente rutelliana sarà l’occasione di contarsi tra chi esclude la scissione (Gentiloni, Lanzillotta) e chi no (Vernetti, Binetti).

Il 3 luglio sarà anche il giorno dei quarantenni dell’area oltrista del Pd, che promuoveranno la loro convention (a Roma) presentando la loro piattaforma congressuale. Tra di loro, c’è chi non esclude di presentare una candidatura alla segreteria. L’identikit potrebbe coincidere con Enrico Letta, sempre che quest’ultimo decida in extremis di non stringere i bulloni dell’accordo con Bersani. O un mister X ancora da inviduare, in una ricerca a tappeto in cui sarebbe impegnato – nelle ultime settimane – anche Goffredo Bettini.

Tommaso Labate per Il Riformista

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Detersivi, Real Madrid e battute copiate. StupiDario elettorale di un leader in crisi

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Detersivi, Real Madrid e battute copiate. StupiDario elettorale di un leader in crisi


franceschini-rideSe Forrest Gump ci ha insegnato qualcosa, è che «stupido è chi lo stupido fa». Non c’è patente di minchioneria che tenga: non si giudicano le persone, ma le loro azioni e le loro parole. Quindi, se il leader del Pd sforna boiate come se pescasse dalla borsa senza fondo di Eta Beta e addirittura pubblica un video elettorale su un sito di filmati pirata su internet, è divertente fare una succulenta e – per quanto possibile – divertita cernita delle sue corbellerie.
Lo StupiDario di Franceschini ha raggiunto in questi giorni il suo climax, come la sarabanda finale degli spettacoli pirotecnici. Madre delle uscite infelici è quel «fareste educare i vostri figli da Berlusconi?» che lo ha costretto a chiedere scusa e a incassare i rimbrotti anche dai suoi colleghi del Pd: in un attimo ha perso ogni credibilità sulla vicenda e ha dovuto abbassare le orecchie come un cocker. Geniale. Però il segretario non si è lasciato intimorire e ha puntato forte sul suo sense of humour: «Ho scoperto di avere i superpoteri, dato che per il Pdl influenzo i giudici». E in effetti se il Pd affonda alle Europee, lui sparisce come l’Uomo Invisibile. E ancora «il premier in campagna elettorale sembra che venda detersivo», oppure «sui rifiuti di Palermo fa promesse per dopo il voto, tanto “fatta la festa, gabbato lo santo”».
Il problema è che a «Ciuffolino» Franceschini le battute non riescono bene. È un po’ come l’oratoriano che c’è in ogni classe di liceo, che si impegna tanto ma non fa ridere manco se ti fa il solletico. Oddio, in realtà l’effetto spassoso lo ottiene, ma quando non vorrebbe. Quando dice «rivendico il bilancio positivo di Veltroni» la gente effettivamente ride assai. E quando poi si lascia scappare «se perdo le elezioni mica vado in Africa» pure. Veltroni escluso, che lo sfottò pare non l’abbia preso benissimo. Perché a volte pare proprio che non se ne accorga, che quando apre bocca fa solo danni. Si appella «all’unione dell’opposizione» e il giorno dopo litiga con Di Pietro; attacca il candidato-portiere del Pdl a Firenze dicendo «Galli è improvvisato» e poi magnifica la velista Alessandra Sensini candidata del Pd dicendo «le sue medaglie parlano per lei». Insomma, il dubbio che sia contagiato da Jerry Lewis e Fracchia c’è.
Le metafore sono il suo pezzo forte. Ne ha una confezione famiglia pronta all’uso: «Paragonare Blair a Mario Mauro? Come Maradona con Beccalossi». Secondo tempo: «La sfida politica in Italia dal 1994 è truccata dai mezzi di informazione: come giocare Spal-Real Madrid al Bernabeu tutto il campionato». Che sottointende anche un’altra verità: il Pdl è da Champions league e lui da serie C. Altro capitolo dello StupiDario sono le ossessioni. Tra il paranoico e il grottesco: «Berlusconi sta chiuso nel suo bunker di lusso ma deve capire che il mondo non è di plastica». E va be’, lo metteremo nel sacco nero. «L’8 giugno c’è un rischio per la democrazia», «le ronde sono come le camicie nere», e ancora «Berlusconi ha in mente un modello uzbeko». D’altronde lui quando è stato investito leader ha giurato sulla costituzione come se fosse Lincoln, se ne intenderà, no?
Come ogni cabarettista, ha pure lui i suoi tormentoni. Che rimano con Berlusconi. Se si tiene la tv accesa su un suo discorso a caso e si presta attenzione solo al suono, si sentirà «barabarabam… Berlusconi… pimpiripettenuse… Berlusconi». È il suo mantra: «Berlusconi dice di essere il leader più popolare del mondo? Io so che piace anche su altri pianeti»; «Berlusconi al G20 ci va in gita scolastica»; «Berlusconi senza sondaggi non dorme bene, ma io so che avrà il 92%». Addirittura, una volta gli è riuscito di essere spiritoso. Ospite in tv della Bignardi, ha raccontato la barzelletta di Berlusconi che chiede a un bimbo quanti anni ha. «Tre», gli risponde il piccolo. E il Cavaliere gli fa: «Alla tua età ne avevo 5». Divertente. Peccato che l’avesse già raccontata Berlusconi stesso qualche mese prima.
Insomma, mentre si affanna a rincorrere tutti, a Franceschini è scesa la catena della lucidità. E ha inforcato decine di dichiarazioni tra l’arlecchinesco e il grullo: «A Trento (dove il Pd stranamente non è affondato, ndr) vince l’Italia reale che non si fa condizionare dalle fiction». E ancora «Berlusconi è clerico-fascista», detta subito prima di correggere il tiro con un «la maggioranza è contro la Chiesa». Per non parlare delle sue tenere autodifese: «Finché ci sono, io sono l’unica voce del Pd» (magari l’unica che non urla) o «la guerra tra bande nel Pd interessa solo a 2-3 politologi», o ancora «al loro leader i democratici tirano calci nelle caviglie: io sono segretario da otto giorni ed è già un record» e «basta con i gufi che disegnano scenari lugubri per il Pd».
E in effetti gli scenari sarebbero meno plumbei se Dario pensasse fino a dieci prima di parlare. 1, 2… Magari non invito Berlusconi al 25 aprile con il risultato che poi quello ci va e lo loda pure Scalfari di Repubblica… 3, 4… magari non dico «tra moglie e marito non mettere il dito» salvo poi dichiarare a Chi che «uscirei a cena con Veronica a patto di non parlare di Silvio» chiosando con un «la politica del gossip ci danneggia»… 5, 6… magari non dico di Garimberti che «è super partes, non nostro» solo quando vota i direttori Rai fregandosene delle indicazioni del Pd… 7, 8… magari mi risparmio la beatificazione di Sassoli che dal Tg1 si candida «per una scelta di vita e di servizio»… 9, 10… e magari la pianto di dire che «gli italiani non sono stupidi e hanno capito che Berlusconi li prende in giro». Metti che gli italiani non sono stupidi sul serio e capiscono che a prenderli in giro sono io…

Marco Zucchetti per Il Giornale

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Ecco le ventidue paure del Pd

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Ecco le ventidue paure del Pd


franceschiniUrla dalla paura. Se il Pd fosse una società di produzione cinematografica, questo sarebbe il titolo del suo prossimo film. Purtroppo per loro invece sono (ancora) un partito. Un partito politico che urla per la paura. I toni apocalittici assunti negli ultimi giorni, infatti, non sono altro che il tentativo di esorcizzare alcuni numeri che popolano di incubi le notti di Franceschini e compagni. Eccoli: 25 (la fallimentare percentuale attorno alla quale i sondaggi inchiodano i Democratici alle Europee); 27 (le amministrazioni provinciali ora a guida centrosinistra che vengono date per perse); 22 (i comuni capoluogo fortemente indiziati di finire al Pdl sui 30 coinvolti in questa tornata elettorale). Un terno secco che qualcuno nel Pd sta seriamente pensando di giocarsi al Lotto a mo’ di consolazione: urne sempre più vuote ma portafoglio un po’ più gonfio.
Di fronte allo spettro del tracollo i Franceschini boys, c’è quasi da capirli, si sono messi a gridare. Norme di contrasto all’immigrazione in vigore in tutti i Paesi europei diventano «leggi razziali». La sortita del premier alla festa di compleanno di una diciottenne si trasforma in «un caso di pedofilia». Quanto alla sentenza Mills e alle nomine Rai, beh: gli strepiti si sono fatti talmente assordanti da coprire gli oggetti del contendere.
Vogliamo parlarne un momento? Cominciamo dal processo all’avvocato inglese: una causa tenuta artificialmente in vita (il pm arrivò a postdatare il reato, una cosa mai vista!) e sulla cui conclusione con un esito di colpevolezza nessun cronista giudiziario (neppure i più antiberlusconiani) avrebbe scommesso un centesimo. Per un semplice fatto: mancavano le prove. Ma anche a voler prescindere da questi dettagli, spesso insignificanti in un tribunale italiano, si dà il caso che la sentenza di condanna di Mills risalga al 17 febbraio scorso. E già allora era apparso chiarissimo (e infatti fu detto e scritto ampiamente) che, contro ogni previsione ed evidenza, i giudici avevano ritenuto il legale un corrotto e Berlusconi, non processabile per il Lodo Alfano, il suo corruttore. Le motivazioni pubblicate l’altro ieri non aggiungono nulla a questo teorema. Eppure la scoperta dell’acqua calda ha subito scatenato l’uragano dell’indignazione. Con effetti anche comici.
Franceschini, il quale non perde occasione per «convocare» il premier in Parlamento a ogni stormir di fronde («venga a riferire di qua, venga a rispondere di là»), stavolta, visto che in Aula Berlusconi ha manifestato il proposito di andarci davvero, ha perso la testa. «Non si avvicini», ha tuonato. Cioè: il presidente del Consiglio, il quale tra l’altro è anche un deputato, secondo il leader dell’opposizione non può parlare in Parlamento. Un’interpretazione assai singolare della Costituzione di cui l’uomo inopinatamente chiamato a guidare il Pd si riempie tanto volentieri la bocca. La spiegazione però c’è: calenDario teme, con qualche ragione, che l’intervento faccia guadagnare ulteriori consensi a Berlusconi e che, di conseguenza, i numeri che tanto lo spaventano peggiorino.
Nel caso della Rai, poi, l’ipocrisia diventa arte. La nomina di Minzolini a direttore del Tg1 è «irricevibile» perché sarebbe stata decisa fuori dal Consiglio di amministrazione. Lo dicono, anzi lo urlano, quelli che della lottizzazione a Viale Mazzini hanno fatto una professione. Quelli che nel 2006 Riotta al Tg1 lo nominarono durante un vertice di maggioranza e lo insediarono mentre ancora non c’era una commissione di Vigilanza, in barba alla legge e ai loro stessi alleati, che difatti protestarono per essere stati tagliati fuori dalla spartizione. Ma che credibilità volete che abbia la levata di scudi del consigliere Van Straten, imposto in Cda da Veltroni in «articulo mortis», quando cioè l’uomo che più ha condizionato la Rai nell’ultimo decennio si era già dimesso da segretario del Pd?
La verità è che stanno recitando. Solo che quella che doveva essere la solita commedia, a causa dei numeri dei Democratici è diventata un film horror. E così gridano. Per il terrore.

Massimo de’ Manzoni per Il Giornale

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