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«Scrivo al mio Paese e vi dico cosa farei»

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«Scrivo al mio Paese e vi dico cosa farei»


Caro Direttore, scrivo al mio Paese. Scrivo agli italiani che tornano a casa, a quelli che non si sono mossi perché lavoravano o perché non possono lavorare. Scrivo agli imprenditori che fanno e rifanno i conti della loro azienda chiedendosi perché metà del loro lavoro di un anno debba andare a finanziare uno Stato che non riesce a finire da sempre la costruzione di un’autostrada come la Salerno-Reggio Calabria o che alimenta autentici colossi del malaffare come quelli emersi
in questi mesi.

Scrivo ai lavoratori che sentono che si è aperto un tempo nuovo e difficile, in cui, per resistere alla pressione di una globalizzazione diseguale, dovranno rinegoziare e ritrovare un equilibrio nuovo tra diritti e lavoro. Scrivo ai nuovi poveri italiani, i ragazzi precari, che arrivano a metà della vita senza uno straccio di certezza, senza un euro per la pensione, senza un lavoro sicuro, senza una casa, senza la sicurezza di poter mettere al mondo dei figli. E senza che politica e sindacati si occupino di loro.
Mi permetto di scrivere agli italiani solo perché sento di avere un minimo di titolo per farlo. In fondo due anni fa, un secolo di questo tempo leggero e bulimico, quasi quattordici milioni di italiani fecero una croce sul simbolo che conteneva il mio nome come candidato alla presidenza del Consiglio. Se un milione e mezzo dei 38 milioni di votanti avesse scelto il centrosinistra riformista invece di Berlusconi ora saremmo noi a guidare il Paese.

Ma non è successo, per tanti motivi. Come cercherò altrove di approfondire, credo più per ragioni profonde e storiche che per limiti di quella campagna elettorale che si concluse con il risultato elettorale più importante della storia del riformismo italiano. Non è successo e dopo alcuni mesi io mi feci da parte. Forse è questo l’altro titolo per il quale sento di potermi rivolgere al mio Paese. Sono stato tra i pochi che si sono fatti da parte davvero (caricandomi responsabilità certo non solo mie). Non ho chiesto alcun incarico, non ho fatto polemiche, non ho alimentato veleni. Ho semmai taciuto e ingoiato fiele, anche di fronte a varie vigliaccherie.

Cosa sta succedendo a noi italiani? Abbiamo trascorso la più folle e orrenda estate politica che io ricordi. Una maggioranza deflagrata, un irriducibile odio personale e politico tra i suoi principali contraenti, toni e giudizi che si scambiano non tra alleati ma tra i peggiori nemici. E poi dossier, colpi bassi, una orrenda aria putrida di ricatti e intimidazioni che ha messo in un unico frullatore informazione, politica e forse poteri altri costruendo un mix che non può non preoccupare chi considera la democrazia come un insieme di regole, di valori, di confini. Il Paese assiste attonito allo sfarinarsi della maggioranza solida che era emersa dalle urne, a ministri che sembrano invocare freneticamente la fine della legislatura, nuovi voti, nuovi conflitti laceranti. Mentre stanno per essere messe in circolo emissioni consistenti di titoli pubblici per finanziare il nostro abnorme debito pubblico chi governa questo Paese sembra dominato dal desiderio della instabilità. E, tutto, senza una parola di autocritica. Chi ha vinto le elezioni e ne provoca altre neanche a metà delle legislatura vorrà almeno dichiarare il proprio fallimento politico?

L’alleanza di centrodestra sembra immersa nello scenario dei Dieci piccoli indiani di Agatha Christie. Prima l’abbandono di Casini, ora la irreversibile crisi con Fini. Le forze più moderate hanno abbandonato uno schieramento sempre più dominato dalla logica puramente personale degli interessi di Berlusconi e dallo spirito divisivo di una Lega che alimenta ogni forma di egoismo sociale con lo sguardo solo al tornaconto elettorale immediato. Con effetti che già registriamo nel sentire diffuso e nei comportamenti. Un Paese che smarrisce il suo senso di comunità, la sua anima solidale, la sua coscienza unitaria finisce con lo sfarinarsi violentemente.

Quella che stiamo vivendo è una profonda crisi del nostro sistema. Era la mia ossessione quando guidavo il Pd. Mi angoscia l’idea che la democrazia rischi sotto la pressione delle spinte populistiche e dei conservatorismi di varia natura. E la crisi di questi mesi rafforza una distanza siderale tra la vita politica e i reali bisogni dei cittadini e della nazione. Berlusconi forza costantemente e pericolosamente i confini immaginando di vivere in un regime che non esiste. Se ci fosse un semipresidenzialismo lui certo non potrebbe disporre, ciò che è già una insopportabile anomalia oggi, di giornali e tv con i quali promuovere se stesso e randellare i suoi avversari. Ma neanche quella che su questo giornale è stata giustamente definita la «repubblica acefala» può fare sentire al Paese che il sistema politico tempestivamente ascolta, comprende, decide. Indeterminatezza di tempi, modalità, sedi di decisione hanno accompagnato anche altre stagioni politiche.

Questo è il rischio che corriamo, l’alternativa tra una monarchia livida e una pura difesa dell’esistente. E tra i cittadini rischia di rafforzarsi l’idea che di fronte alla velocità del nostro tempo, dei suoi repentini mutamenti sociali e finanziari, a essere più «utile» sia un sistema che decide, qualsiasi esso sia. Il rischio è che si faccia strada, anche in Occidente, quella suggestione di «democrazia autoritaria» che è già una realtà in sistemi, come quello russo o, in forma diversa, in quello cinese, che stanno segnando il tempo della fine dei blocchi. La possibilità che la società globale porti con sé un principio di disunità e che questo reclami poteri centrali forti e semplificati è molto di più di un rischio. Rimando per una analisi più compiuta al volume di John Kampfner Libertà in vendita o al bellissimo lavoro di Alessandro Colombo La disunità del mondo. In una società globale una democrazia che non decide è destinata a soccombere. Ma in una società globale la suggestione autoritaria si scontra con una irrefrenabile esigenza di libertà, libertà di sapere, dire, pensare.

Dunque l’unica strada che i veri democratici devono percorrere è quella di una repubblica forte e decidente. Ma questa comporta profonde e coraggiose innovazioni, nei regolamenti delle Camere, nell’equilibrio dei poteri tra governo e Parlamento, nelle leggi elettorali, nella riduzione dell’abnorme peso della politica, nella soppressione di istituzioni non essenziali. Bisogna semplificare e alleggerire, bisogna considerare il tempo delle decisioni come una variante non più secondaria. E, soprattutto, l’Italia, tutta, deve ingaggiare una lotta senza quartiere alla criminalità che succhia ogni anno 130 miliardi di euro alle risorse del Paese. Non basta che si arrestino i latitanti. La mafia è politica, è finanza. La mafia compra e condiziona. La mafia invade tutto il territorio e credo che ora, guardando le cronache di Milano o di Imperia, ci si accorga finalmente che non è un problema della Kalsa di Palermo o una invenzione di Roberto Saviano, ma una spaventosa realtà che altera il mercato, distorce la concorrenza, limita la libertà delle persone.

Le culture di progresso non possono declinare solo un verbo: difendere. Agli italiani non sembra di vivere in un Paese da conservare così come è. Un Paese che non ha una università tra le prime cento del mondo (dopo averle inventate), che ha una metà, meravigliosa, di sé sotto il condizionamento di poteri criminali, che ha evasione altissima e altissima pressione fiscale, che ha una amministrazione barocca e il primato dei condoni, che scarta come un cavallo l’ostacolo ogni volta che deve sfidare sondaggi e corporazioni. Un Paese fermo, che ha bisogno di correre. Che ha bisogno di politica alta, ispirata ai bisogni della nazione. Non è retorica. Parri, De Gasperi, Moro, Ciampi, Prodi e altri hanno dimostrato che si può stare a Palazzo Chigi per servire gli italiani. Bene o male, ma servire gli italiani. Non se stessi.

Spero che si concluda rapidamente l’era Berlusconi. Ma forse con una visione opposta a quella di alcuni protagonisti della vita politica italiana. Spero che finisca questo tempo non per tornare a quello passato. Non per mettere la pietra al collo al bipolarismo e riportare l’orologio ai giorni in cui pochi leader decidevano vita e morte dei governi, quasi sessanta in cinquanta anni, come l’andamento del debito pubblico testimonia in modo agghiacciante. Anche perché quei partiti avevano storie grandi che affondavano nel Risorgimento o nelle lotte bracciantili e quei leader avevano fatto, insieme, la Resistenza o la Ricostruzione. Berlusconi è stato un limite drammatico per il bipolarismo, perché la sua anomalia (una delle tante, troppe della storia italiana) ha costretto dentro recinti innaturali, pro o contro, una dialettica politica che avrebbe potuto e dovuto esprimersi nelle forme tipiche della storia del moderno pensiero politico occidentale. Senza Berlusconi in Italia potremo finalmente avere un vero bipolarismo, schieramenti fondati sulla comunanza dei valori e dei progetti, capaci di riconoscersi e legittimarsi reciprocamente in un Paese con una politica più lieve e perciò più veloce ed efficiente nella capacità di decisione del suo sistema democratico. Solo così sarà possibile affrontare, in un clima civile, l’indifferibile esigenza di ammodernamento costituzionale per dare alla democrazia la capacità di guidare davvero la nuova società italiana. Se saremo invece tanto cinici da pensare che il declino di Berlusconi possa aprire la strada a un nuovo partitismo senza partiti e alla sottrazione ai cittadini del potere di decidere il governo, finiremo con l’allungare l’agonia del berlusconismo e l’autunno italiano.

In questa estate orrenda non per caso la frase più citata dai leader politici è stata «Mi alleo anche con il diavolo pur di…». Lo ha detto Calderoli parlando del Federalismo, lo hanno detto alcuni leader del centrosinistra parlando della necessità di una santa alleanza contro Berlusconi. Io rimango dell’idea che invece le uniche alleanze credibili, prima e dopo le elezioni, siano quelle fondate su una reale convergenza programmatica e politica. In fondo il repentino declino del centrodestra conferma proprio questo. È giusto semmai che, in caso di crisi di governo, si cerchino soluzioni capaci di fronteggiare per un breve periodo l’emergenza finanziaria e sociale e di riformare la legge elettorale dando forma, per esempio attraverso i collegi uninominali e le primarie per legge, a un moderno e maturo bipolarismo. Perché poi, alle elezioni prodotte dal dissolvimento della destra, si presenti uno schieramento alternativo capace di assicurare all’Italia quella stagione di vera innovazione riformista che questo nostro Paese non ha mai conosciuto. Perché questo Paese deve uscire dall’incubo dell’immobilità che perpetua rendite e povertà. Deve conoscere un tempo di radicale, profondo cambiamento. È questo, da decenni, il frutto dell’alternanza nei diversi Paesi europei.

Il nostro è un meraviglioso Paese. Amare l’Italia e gli italiani dovrebbe essere una precondizione per partecipare alla vita politica. Chiunque alzi gli occhi nella Cappella Palatina di Palermo o nella galleria di Diana di Venaria Reale non può non sentire tutto intero l’orgoglio di essere figlio di questo Paese e della sua straordinaria e travagliata storia. Lo stesso orgoglio che si prova pensando agli italiani che lavorano per la nazione, imprenditori od operai, insegnanti o poliziotti. Per questo il nostro Paese merita di più. Merita di più dei dossier e dei veleni. Di più della politica ridotta a interesse di un leader. Di più delle alleanze con il diavolo. Il nostro Paese deve smettere di vivere dominato solo da passioni tristi. È difficile. È possibile.

Walter Veltroni

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Casini: “Voto anticipato? Un fronte unico anti Silvio”

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Casini: “Voto anticipato? Un fronte unico anti Silvio”


casiniSe Berlusconi vuole andare al voto anticipato sappia che si troverà di fronte alle urne uno schieramento repubblicano in difesa della democrazia». Nel suo studio al quinto piano di Montecitorio dove si gode una vista magnifica sui tetti di Roma, Pier Ferdinando Casini distende le gambe su un tavolino sorseggiando un tè con l’aria di chi si sente «in forma smagliante».

E tra un ragionamento e l’altro, Casini non lesina stoccate: dà del «paranoico» al premier, «con simpatia s’intende»; avverte Formigoni che per allearsi con l’Udc alle regionali deve dimostrare di non essere succube della Lega. E annuncia che appoggerebbe Emiliano con il Pd in Puglia anche se Vendola si presentasse lo stesso.

Casini, cosa c’è in fondo al tunnel? Perché questi strappi continui del premier?
«L’unica strategia plausibile è che ritenga di andare al voto anticipato, non c’è altro modo di spiegare un comportamento così dissennato. Così trasmette un’immagine di sua insicurezza e di precarietà dell’Italia. E’ chiaro che in queste condizioni una richiesta di elezioni anticipate farebbe emergere uno schieramento repubblicano a presidio della democrazia. E poiché penso che la democrazia sia un valore io mi schiererei “senza se e senza ma” in sua difesa».

Sta dicendo che se la situazione precipitasse lei farebbe fronte comune alle elezioni con il Pd e Di Pietro?
«Innanzitutto dico che uno schieramento repubblicano dovrebbe interpellare le coscienze di tanti parlamentari della Pdl, che non credo possano accettare una deriva di questo tipo. Aggiungo che una divisione del Paese così lacerante sarebbe perniciosa e mi auguro che Berlusconi non segua questa strada. Ma un caso del genere richiederebbe una risposta inedita rispetto a quelle che si sono prefigurate fino ad oggi. Osservo però che minacciare le elezioni anticipate non significa averle».

Se il Capo dello Stato, in caso di dimissioni del premier, desse un incarico a Fini per un governo istituzionale lei lo voterebbe?
«Chi guida un esecutivo lo decide solo il presidente della Repubblica. E’ chiaro che noi saremmo disponibili a una soluzione istituzionale e continuo a mantenere la mia convinzione che in cinque minuti si potrebbe fare un governo».

Cosa spinge Berlusconi a confliggere con Fini e Napolitano?
«Lui ha una certa allergia alla diversità. Ieri toccava a me, oggi a Fini e domani a qualcun altro. Preferisce un governo a sua immagine e somiglianza. Ma ritenere che questo presidente della Repubblica sia parte di una contesa contro Berlusconi è una fuga dalla realtà. Siamo alla paranoia generalizzata. Che dovrebbe fare Napolitano? Inveire contro i giudici? La deposizione di Graviano dimostra poi che il meccanismo in essere è di garanzia per tutti. E’ una deriva inconcepibile a quindici anni dalla discesa in campo con cento voti di maggioranza. Dov’è questo complotto?».

A proposito, a lei è mai venuto in mente di bonificare i suoi uffici quando era presidente della Camera?
«Sono cose ordinarie, sì l’ho fatto anche io. Ma lo fanno anche a Palazzo Chigi».

Fini, oggetto di attenzioni a destra e sinistra, è stato tirato per la giacca da Rutelli. Un errore o un salto in avanti?
«Io di Rutelli posso parlare solo per le cose giuste che fa. Quelle sbagliate non le commento. Non ho la pretesa di arruolare nessuno in un mio futuro Partito della Nazione, ma se si creeranno condizioni nuove, come dice la canzone, si scoprirà solo vivendo».

Abbiamo cominciato con le politiche, finiamo con le regionali che sono certificate da una data sicura e imminente. Appoggerà Formigoni in Lombardia? E voterebbe Emiliano in Puglia anche se Vendola si presentasse lo stesso?
«Contro Formigoni non abbiamo nulla. Ma se Formigoni vuole fare il “Re Travicello” della Lega ne prenderemo atto. Vedremo intanto se oggi a Milano firmerà con me in segno di solidarietà al cardinale Tettamanzi offeso dai leghisti. Per quel che riguarda la Puglia, ricordo che Emiliano è un sindaco e nella sua giunta c’è l’Udc. Poiché governa bene Bari credo che potrebbe governare bene la sua regione».

Carlo Bertini per La Stampa

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Rutelli lancia il messaggio: “Allearci con Fini? Perché no…”

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Rutelli lancia il messaggio: “Allearci con Fini? Perché no…”


rutelliONOREVOLE Rutelli, che affetto le ha fatto vedere mezzo Pd sfilare al No B-Day?

“Nessun effetto. L’agenda della sinistra la fanno Di Pietro & C., ed è normalissimo che il Pd vada loro appresso. Piuttosto, dopo sei mesi di Congresso e primarie, era stato annunciato un cambiamento, che però non c’è: su una materia squisitamente politica come la giustizia, il segretario Bersani non va in piazza; la presidente Bindi sì; alcuni dirigenti figurano tra gli attivisti; altri ci sono, ma in spirito; altri ancora si dichiarano decisamente contrari. Che dire? Pazienza».

Eppure, col Pd finirete per allearvi, no?
«Non ho alcuna avversione per il Pd, anche se considero tradite le condizioni che avevamo posto per sciogliere la Margherita: no al socialismo europeo; no al collateralismo con la Cgil e le cooperative; sì a una nuova cultura politica e a un vero pluralismo. Invece, siamo tornati al Pds. Non escludo un’alleanza, ma questo Pd è parte del problema, non della soluzione alla crisi italiana».
Crede che altri ex popolari la seguiranno nell’Api?
«E’ probabile, anche perché credo che col tempo il Pd si riunirà alla sinistra massimalista, ma non stiamo facendo campagna acquisti. Verrà con noi chi ci crede, chi sarà d’accordo con le idee e i progetti che presenteremo a Parma, il prossimo 11 e 12 dicembre».
Tra lei e Casini c’è una promessa di matrimonio, puntate al dopo Berlusconi?
«Certo che ci incontreremo, con Casini. Ma non abbiamo fretta. Dobbiamo rafforzarci, raccogliere molti consensi per unire le forze ragionevoli, i riformatori che vogliono migliorare l’Italia e uscire da questa ‘guerra dei 15 anni’».
Alle regionali con chi starete?
«Non do per scontata nessuna intesa elettorale. Non mi alleerò con Berlusconi, naturalmente, ma siamo pronti ad andare da soli, o con formule innovative, per costruire intese locali efficaci».


C’è chi ritiene che il destino di Fini sia quello di unirsi a voi…

«Il rapporto di Fini con Berlusconi è ormai profondamente deteriorato. Tocca a lui decidere: vuole diventare una sorta di capo-ombra della sinistra, dove raccoglie i maggiori consensi? Oppure pensa ancora di ereditare il centrodestra, dopo la fine del Pdl? O, invece, come io spero, concorrere a formare una ‘Kadima’ italiana, come hanno fatto Sharon e Shimon Peres, con coraggio, per rispondere alla crisi drammatica del loro paese? Lo sapremo presto».
Uscito di scena Berlusconi, potreste allearvi con un centrodestra magari guidato da Fini?
«Perché no? Il dopo Berlusconi porterà ad un’inevitabile ristrutturazione della politica italiana. Il problema è che non inizierà grazie ad uno Spatuzza o al processo Mills…».


Crede che la legislatura arriverà al suo termine naturale?

«Nessuno può dirlo. Una cosa è certa, se Berlusconi resta in sella è soprattutto perché fino ad oggi sono mancate alternative…».


Crede ancora nel bipolarismo?

«Credo nella democrazia dell’alternanza. Combatto, da sempre, il bipartitismo: in Italia, produce solo guerre tra Guelfi e Ghibellini. Constato, purtroppo, il fallimento degli attuali due poli: sono dominati dalle estreme — Lega e Di Pietro — anziché da moderati, liberali e riformatori».


Dipendesse da lei, con quale legge elettorale si voterebbe?

«Col sistema tedesco, che ha dimostrato di funzionare perfettamente. Pone in campo non più di 5-6 partiti. Ed è legato a un sistema istituzionale che funziona altrettanto bene».


L’Api sarà un partito cattolico?

«Moltissimi cattolici stanno trovando casa nell’Alleanza per l’Italia. Che non sarà, però, un partito confessionale, ma il luogo di incontro di laici credenti e laici non credenti. A Parma presenteremo una Dichiarazione sulla laicità. Appena dodici righe: un documento molto importante».
Dice il sindaco di Firenze Renzi che lei vuole diventare il Blair italiano ma farà la fine di Gava…
«Guardi, Renzi ha iniziato molto bene come sindaco, ma aveva promesso di star lontano dalla politica e invece parla piuttosto spesso e non sempre in modo adeguato: non fa bella figura se mostra irriconoscenza, né se dà pagelline un po’ presuntuose. Anche se capisco una certa necessità di riallinearsi a sinistra».

Andrea Cangini per Quotidiano Nazionale

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Condono-lampo per la villa di Santoro

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Condono-lampo per la villa di Santoro


santoro_annozeroLa costiera amalfitana, i limoni, il mare verde, un paradiso specie da quelle finestre affacciate sul golfo. Tre piani di roba con terreno e agrumeti, eccola lì Villa Santoro, nuova acquisizione del tribuno di Annozero, tenuta da 950mila euro, quasi per intero pagati con assegni circolari. Abitazione con annesso terreno «disposta su tre livelli, composta da quattro vani al piano terra, da tre vani con cucina bagno ingresso ripostiglio e terrazzo al primo piano» si legge nel rogito, e altro spazio da utilizzare e ristrutturare al piano superiore.

Don Michele da Salerno, gran fustigatore di condoni e scudi fiscali, fa shopping immobiliare in vista della prossima estate e le pratiche burocratiche, per il vip di origini salernitane, viaggiano come Eurostar. La casa comprata il 26 giugno scorso ad Amalfi, frazione Lone, proprio in copp ’o mare, aveva un difettuccio ma è stato tutto risolto per Sant’Oro, e in tempi record, talmente record da far imbufalire parecchia gente in attesa da anni per le stesse questioni di permessi. Nell’atto di vendita firmato dal notaio Andrea Pansa se ne parla dopo qualche pagina, laddove si precisa che il fabbricato presenta un successivo ampliamento «realizzato in assenza del dovuto titolo». In parole semplici: abusivamente. Per quell’abuso edilizio era stata presentata domanda di condono presso il Comune di Amalfi moltissimi anni prima, nel marzo 1986, ovvero 23 anni di attesa senza nulla di fatto. Poi però è successo qualcosa, il «fabbricato» è diventato oggetto di interesse di Michele Santoro, quello della tivù, non uno qualsiasi ma una potenza soprattutto nella sua terra d’origine. E così Santoro a gennaio del 2009 versa già un preliminare, cioè un anticipo in diverse tranches. Dunque a gennaio, quando il conduttore Rai si aggiudica la nuova residenza amalfitana, la villa ha ancora il suo «ampliamento realizzato in assenza del dovuto titolo abitativo», cioè l’abuso. Poche righe dopo, però, il notaio Pansa attesta la novità: «In data 21 maggio 2009 è stato rilasciato dal Responsabile dell’Ufficio Tecnico del Comune di Amalfi permesso a costruire in sanatoria n. 175».

Ricapitolando la tempistica: primo pagamento a gennaio, condono dell’abuso a maggio, rogito a giugno. In sostanza la pratica ferma dal 1986 e ormai ricoperta dalla polvere viene miracolosamente resuscitata dagli archivi del comune di Amalfi e prontamente risolta nel giro di poche settimane. Un miracolo, degno di Sant’Oro: per lui il 2009 è l’annozero dei condoni edilizi. Ma il paese è piccolo e la gente mormora, il miracolo santoriano passa di bocca in bocca, e arriva anche agli amalfitani che quel permesso lo aspettano da tempo, ma di miracoli non ne vedono affatto. Si rivolgono alle associazioni, come «Cittadinanza Attiva», coordinata da quelle parti dal ragionier Andrea Cretella: «Mi sono arrivate un sacco di telefonate di gente indignata perché si è sentita scavalcata. Ci sono tantissime pratiche di quel tipo giacenti al comune di Amalfi e quella di Santoro è stata sbrigata subito, in quattro e quattr’otto? Abbiamo chiesto gli atti al Comune per capire come è stato possibile ma ce li hanno negati, e questo è grave».

Ma c’è anche un altro mistero a Villa Santoro. Il nome del venditore, Alfonso Cavaliere, corrisponde a quello di un consigliere comunale del Pd di Amalfi, cioè del Comune che ha condonato rapidamente l’abuso. Il Giornale ha contattato il Comune per verificare se la data di nascita dell’Alfonso Cavaliere nel rogito è la stessa dell’Alfonso Cavaliere nel Pd locale, e il Comune ha confermato: 26 aprile 1965. Poi abbiamo contattato il consigliere del Pd, che invece ha smentito di essere parte in causa: «No, non sono io, è un mio cugino…». Misteri. Il Comune di Amalfi, e questo non è un mistero, è gestito da una giunta di centrosinistra, e lì il paladino dell’anti-berlusconismo catodico, Michele Santoro nato a Salerno il 2 luglio 1951 e residente ai Parioli di Roma, è una celebrità, un vanto della costiera intellettual-progressista. Qualcuno se lo ricorda ancora giovanissimo agitatore e organizzatore della cellula salernitana di «Servire il Popolo», il movimento della sinistra maoista di fine anni ’60, e poi ancora giovane e rampante direttore della «Voce della Campania», già aspirante martire della libertà di stampa.

I lavori di ristrutturazione e di recupero dell’ampliamento abusivo della villa santoriana sarebbero già in corso. Il progetto definitivo, a quanto risulta, è stato presentato e autorizzato dall’Ufficio tecnico di Amalfi. Del resto c’è molto terreno da utilizzare intorno alla villa, e sarebbe un peccato lasciarlo lì. A quanto si dice, Santoro penserebbe a una grande piscina. Si vedrà, prossimamente su questi schermi.
L’affare è fatto, il buen retiro estivo di Santorescu quasi pronto, un bel costo però: quasi un milione di euro (200mila con mutuo il resto cash) per l’acquisto più le spese di ristrutturazione. Le risorse non mancano a Santoro, ma questo si sapeva. Settecentomila euro all’anno dalla Rai (calcoli fatti da Il Tempo), tra stipendio e bonus vari. Poi c’è il milione e 400mila euro di risarcimento deciso dal Tribunale, dopo la sua esclusione dalla prima serata Rai. Sarà con quello che ha comprato Villa Santoro ad Amalfi? Sarebbe curioso. In tv grazie a un giudice, villeggiante di lusso in costiera ancora grazie a una sentenza.

Paolo Bracalini per Il Giornale

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Esclusivo// Caso Avvenire e libertà di stampa: 10 domande a Massimo D’Alema

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Esclusivo// Caso Avvenire e libertà di stampa: 10 domande a Massimo D’Alema


10-domande-a-massimodalemaHo seguito con molta attenzione la vicenda che ha portato alle dimissioni l’ormai ex Direttore de L’Avvenire, Dino Boffo. Inutile dire che ho apprezzato moltissimo l’ennesima dimostrazione di coraggio da parte del Direttore Feltri e del suo Condirettore Sallusti che si sono presi la briga di pubblicare una notizia che, evidentemente, da tutti gli altri era ritenuta scomoda, troppo scomoda. Tant’è che la sua divulgazione ha scatenato un vero e proprio putiferio. Sì, perché stavolta i mestieranti della morale sono stati letteralmente smascherati e, quindi, colpiti nel vivo. Schiumano rabbia da tutti i pori, e c’è da capirli: scoperchiando il pentolone nel quale da anni rimestavano i trascorsi giudiziari di Boffo, Il Giornale ha dimostrato che questi signori non sono in possesso di alcun titolo per pontificare sui presunti (e sottolineo presunti) difetti morali di Berlusconi. Ma c’è chi non si da per vinto e, nonostante la palese evidenza dei fatti, si ostina a mistificare la realtà, sbraitando scompostamente che il Presidente Berlusconi, difendendosi dai continui e pretestuosi attacchi alla sua persona, stia attentando nientepopodimeno che alla “libertà di stampa”. Uno di questi è l’uomo di maggior peso politico all’interno del PD, Massimo D’Alema che ieri, in un’intervista al CorSera ha affrontato l’argomento esordendo così: “Si è creata una situazione pesante e allarmante: l’episodio del direttore dell’Avvenire segna uno spartiacque: un qualsiasi giornalista che abbia una notizia imbarazzante o fastidiosa per il presidente del Consiglio sa che da oggi in poi, se la pubblica, è a rischio di pesanti ritorsioni. Al fondo di questa barbarie c’è l’anomalìa italiana”. A questo punto, visto che nell’ultimo periodo va anche di moda, dal nostro piccolo ed insignificante sito internet chiediamo all’Onorevole D’Alema di chiarirci ulteriormente le idee, ponendogli dieci domande, semplici semplici:

1 Onorevole D’Alema, non ritiene che il Dottor Boffo non avrebbe avuto nulla da temere se avesse avuto la fedina penale pulita?

2 Onorevole D’Alema, puo’ affermare, senza timore di essere smentito, che la documentazione pubblicata da Il Giornale sia falsa e che ci troviamo, quindi, effettivamente di fronte ad una “patacca”, come scritto dalla maggior parte degli organi di stampa a Voi notoriamente vicini?

3 Onorevole D’Alema, una volta verificata l’autenticità di tale documentazione e considerata l’entità e la tipologia del reato per cui il Tribunale di Terni lo ha condannato, trova deontologicamente e culturalmente corretto che il Dottor Boffo abbia espresso, dalle colonne del suo giornale, giudizi morali nei confronti del Presidente del Consiglio per fatti attinenti alla sua sfera privata?

4 Onorevole D’Alema, per quale motivo Il Giornale non avrebbe dovuto pubblicare la notizia?

5 Onorevole D’Alema, non crede che affermare, come fa Lei, che Il Giornale non avrebbe dovuto pubblicare una notizia (per altro documentata) costituisca, di fatto, una limitazione della libertà di stampa?

6 Onorevole D’Alema, perché commentando la pubblicazione di atti giudiziari come la condanna di Boffo parla di “episodio allarmante” e, invece, ritiene “un problema vero” i pettegolezzi con i quali, da mesi, gli organi di stampa notoriamente a Lei vicini tentano di screditare il Presidente del Consiglio?

7 Onorevole D’Alema, in merito alle inchieste in cui è stato coinvolto il Suo partito in Puglia ha tentato di minimizzare affermando: “ho l’impressione che vi sia una grande esagerazione. Almeno nei titoli di alcuni giornali”. Ora, perché quando il Presidente Berlusconi si difende da attacchi giornalistici basati non su atti giudiziari, ma sul cosiddetto gossip, lo accusate di voler attentare alla libertà di stampa?

8 Onorevole D’Alema, non le sembra di usare due pesi e due misure attaccando gli organi di stampa quando si occupano di notizie che, oltretutto, si basano su atti giudiziari e non su semplici pettegolezzi, che riguardano il suo partito?

9 Onorevole D’Alema, per avvalorare la Sua tesi secondo cui il Presidente Berlusconi, con le querele, starebbe attentando alla libertà di stampa, ha dichiarato che: “quando sono diventato presidente del Consiglio ho rimesso tutte le querele”. Ci permettiamo, però, di farle notare che la sua nota querela al vignettista Giorgio Forattini (per la quale perse il posto a La Repubblica ed a cui, non contento, chiese un risarcimento di 3 miliardi delle vecchie lire) risale all’ottobre del 1999, quando Lei rivestiva la carica di Presidente del Consiglio e giudicò una vignetta: “Gravemente lesiva della mia reputazione”. Ora, pur tenendo conto che dopo qualche tempo ritirò la querela, non pensa che il comportamento che ha tenuto in quella circostanza non le conferisca alcun titolo per poter dichiarare, riferendosi al caso Avvenire: “Un qualsiasi giornalista che abbia una notizia imbarazzante o fastidiosa per il presidente del Consiglio sa che da oggi in poi, se la pubblica, è a rischio di pesanti ritorsioni”?

10 Onorevole D’Alema, il 18 luglio scorso, il quotidiano Il Riformista riprese una nostra finta intervista nella quale un personaggio di fantasia dichiarava che: “un noto politico mi propose di candidarmi, in cambio voleva essere sculacciato”, inserendola in un articolo intitolato “Santo e puttaniere”, ovviamente riferito al Presidente Berlusconi. Non crede che il fatto di manipolare a proprio uso e consumo e, quindi, di pubblicare una notizia senza nemmeno verificarne l’attendibilità sia sintomatico di quanto, alcuni organi di stampa a Voi notoriamente vicini, siano disposti a dare credito a chiunque pur di screditare il Presidente Berlusconi?

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Puglia, appalti sanità per finanziamenti: sequestrati bilanci dei partiti di sinistra

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Puglia, appalti sanità per finanziamenti: sequestrati bilanci dei partiti di sinistra


arrestatoE’ l’inchiesta sugli appalti pubblici della sanità pugliese. Ma anche dell’intreccio tra droga, escort, festini, mafia e politica. E questa mattina i magistrati della procura di Bari hanno battuto un nuovo colpo. I bilanci dei partiti politici del centrosinistra della Puglia vengono acquisiti dai carabinieri nell’ambito dell’indagine del pm Desirè Digeronimo sul presunto intreccio tra mafia, politica e affari nella gestione degli appalti pubblici nel settore sanitario. Le acquisizioni vengono fatte nelle sedi regionali di Pd, Socialisti, Prc, Sinistra e Libertà, Lista Emiliano. Gli accertamenti disposti dal magistrato, che ha firmato decreti di esibizione di documentazione, riguardano l’ipotesi di illecito finanziamento pubblico ai partiti in riferimento al periodo compreso dal 2005 a oggi, comprese le ultime elezioni al Comune di Bari. I militari hanno acquisito anche tutta la documentazione relativa ai contratti e ai rapporti “intrattenuti dai partiti con gli istituti di credito”.

Indagati L’inchiesta del pm della Dda verte sulla gestione degli appalti pubblici nel settore sanitario, sulle nomine dei primari e sul presunto intreccio mafia, politica e affari e che, tra gli altri, ha anche convocato e ascoltato in una audizione di cinque ore il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. Tra manager delle Asl pugliesi, dirigenti della Regione e politici sono circa 20 gli indagati in questa inchiesta, tra loro l’ex assessore regionale alla Sanità Alberto Tedesco (Pd), ora senatore. Le ipotesi di reato sono di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, alla concussione, al falso, alla truffa; per alcuni reati si ipotizza l’aggravante di aver favorito un’associazione mafiosa. Il pm vuole verificare se nei bilanci siano stati regolarmente iscritti tutti i finanziamenti ricevuti dal mondo imprenditoriale. Anche questa ipotesi investigativa si baserebbe su intercettazioni telefoniche.

Il sistema Tedesco è recentemente subentrato al Senato dopo l’elezione del senatore De Castro al parlamento europeo. Tedesco si dimise il 6 febbraio scorso ancor prima di ricevere un avviso di garanzia e fu immediatamente sostituito nella giunta regionale da Tommaso Fiore. Sotto inchiesta ci sono sia le aziende di fornitura di materiale sanitario che fanno capo ai figli dell’ex assessore sia le aziende che fanno capo alla famiglia Tarantini. Accertamenti sono stati fatti soprattutto sugli appalti della Global System Hospital di Tarantini nelle Asl Bari e Bat.

Gli altri indagati Insieme a Tarantini tra gli imprenditori da tempo coinvolti nell’inchiesta del pm Digeronimo vi sono Dante Columella, amministratore della Tradeco di Altamura (Bari) che da un ventennio opera nel campo dello smaltimento dei rifiuti (anche sanitari) e ha gestito a lungo la discarica di Altamura e Diego Rana, imprenditore di Bisceglie (Bari) che opera nel settore della riabilitazione domiciliare.

Perquisito il Policlinico Contemporaneamente alla nuova accelerazione nell’inchiesta sulla sanità pugliese da parte del pm Digeronimo i militari della Guardia di Finanza hanno eseguito perqusizioni e sequestri di atti nel Policlinico di Bari, nei reparti di Ortopedia e di Neurochirurgia. Inizialmente l’inchiesta condotta dal pm Giuseppe Scelsi riguardava solo presunte tangenti e appalti di protesi (al centro ancora le società di Tarantini Technohospital e Global System Hospital). In seguito, le intercettazioni di Gianpaolo Tarantini hanno fatto nascere un altro filone sul giro di feste con politici ed escort. Da qui, l’indagine e l’iscrizione del 34enne imprenditore barese nel registro degli indagati con l’accusa di induzione alla prostituzione, fascicolo al cui margine è emersa la vicenda degli incontri della escort Patrizia D’Addario con il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.

Archiviazione Infine, in uno dei filoni di indagini delle quattro inchieste sulla sanità il pm ha chiesto l’archiviazione per i tre imprenditori Gianpaolo Tarantini, Cosimo Catalano ed Enrico Intini e per l’ex manager dell’Asl Bari Lea Cosentino. Questa parte dell’inchiesta riguardava la presunta turbativa d’asta di un appalto del valore di 55 milioni di euro per la gestione della pulizia negli ospedali dell’Asl Bari

Il Giornale

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Non c’è pace nel Pd: scoppiata la guerra dei soldi

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Non c’è pace nel Pd: scoppiata la guerra dei soldi


franceschini-conferenza-partito-democraticoCi mancavano solo i piccioli. Come se non bastasse lo stillicidio quotidiano offerto da chi si considera esponente del «nuovo» e accusa di «vecchio» il compagno di banco. O di chi sbandiera il vessillo della laicità tout court in faccia al collega di opinione opposta. Ma tant’è. Il Pd non finisce mai di annoiare, non c’è che dire. E adesso, riciccia fuori pure la vecchia ferita della «dote», evidentemente mai rimarginata del tutto. Un nervo scoperto, quello del patrimonio pre-nuziale dei due non più novelli ma sempre litigarelli sposi, che agita ancora i sonni dei possidenti Pci-Pds-Ds e dei giovani di belle speranze ex Ppi-Margherita.

Una questione non di poco conto, rilanciata a freddo – anzi a caldo, visto che il diretto interessato corre per la riconferma – nientemeno che dal segretario. È Dario Franceschini, infatti, chiudendo due giorni fa il seminario estivo della Scuola di politica di Salvatore Vassallo, nella rossa Romagna, ad approfittare di chi in platea chiede lumi, sulle decine di fondazioni in mano ai suoi cugini politici, per sentenziare: «Il Partito democratico è un soggetto giuridicamente nuovo e non ha ereditato né attivi, né passivi. Ci sono fondazioni Ds con immobili e credo che, al netto dei debiti pagati, tutto il patrimonio e tutte le risorse debbano andare a finire al Pd, che abbiamo fatto insieme». Insieme, dunque, sottolinea l’ex Dl, convinto che non ci sia «ragione giuridica né politica perché ciò non accada».

Sarà. Intanto, però, seduto accanto alla tanto young macchina di voti Debora Serracchiani, ma poco democrat quando dice di voler spedire i dissidenti, chi non segue cioè la linea ufficiale del capo, ad «attaccare manifesti sui muri», Franceschini assesta un colpo preciso. Diretto al principale antagonista del suo stesso schieramento, tanto per parafrasare Walter Veltroni: ovvero, Pierluigi Bersani. Dalle cui parti, almeno per il momento, nessuno osa replicare alla querelle pecuniaria.

«Si tratta di un tema aperto e non mi sembra scandaloso sollevare la questione – commenta invece Sandro Gozi, prodiano della prima ora e adesso sostenitore di Ignazio Marino, il chirurgo terzo incomodo nella battaglia per la futura leadership -. Detto questo, penso che Franceschini abbia parlato da segretario ma anche da candidato, buttando la palla dall’altra parte, verso Bersani. A questo punto, sarebbe interessante sapere cosa ne pensi» l’ex ministro diessino.
Secondo Pierluigi Mantini, un tempo nel comitato di tesoreria Pd, passato da fine marzo nella squadra dei centristi, sarebbe utile sapere invece cosa ne pensi Piero Fassino. Già, proprio lui, l’attuale coordinatore della mozione franceschiniana, anni fa segretario dei Ds, che pensò bene a inizio gennaio di apostrofarlo, si fa per dire, in pieno Transatlantico e a microfoni di Radio radicale aperti («hai detto solo cazz…, mi sono rotto i c…»), perché reo di essersi lamentato con Libero, tra le tante cose, che molti circoli del Pd pagano l’affitto ai Ds. Seguì un botta e risposta di smentite. «Il nuovo partito alimenta il vecchio», ribadisce però adesso il deputato Udc, che premette: «È interesse di tutti che vi siano chiarezza e trasparenza sugli assetti proprietari e i nodi politici reali. Ma non voglio rivangare vecchie polemiche, visto che me ne sono pure andato da quel partito». Poi, però, aggiunge: «Ho accettato le scuse, ma devo mettere a verbale che venni aggredito per aver detto che vi era un ruolo troppo organizzato dei Ds, con le sue fondazioni, mentre adesso Fassino non dice nulla, nonostante Franceschini abbia affermato che è ora di finirla. Insomma, quando ne parlavo io, era un tabù. Comunque, spero che non se lo mangi…». Non avverrà. Fassino si fa sentire solo per smentire il «fantasma» di una scissione, di un ipotetico divorzio tra i coniugi finiti sotto lo stesso tetto. E per invitare tutti a stare «un po’ calmini».

Ma «il problema patrimoniale rimane», riconosce un esponente cattolico di lungo corso, orfano della guida di Francesco Rutelli. Quello che, per Rosy Bindi, farebbe bene a preparare i bagagli, se non si sentisse più integrato nel gruppo. Ma questa è un’altra storia, una delle tante. Come la sorta di catena di Sant’Antonio sui «nostalgici» ammalati di «berlusconite», avviata da Beppe Fioroni, a cui s’iscrivono per replicare a vicenda Livia Turco e Giorgio Merlo, tanto per citare il filone polemico di ieri. Ma «la vera paura», confida sconsolato un ex sottosegretario, «è che continui così fino ad ottobre».

Vincenzo La Manna per Il Giornale

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Autunno caldo, chi fa il tifo per gli scontri di piazza

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Autunno caldo, chi fa il tifo per gli scontri di piazza


di-petro-comizioLeggiamo titoli e articoli di quotidiani, ascoltiamo dichiarazioni di politici e di sindacalisti che inquietano perché dimostrano con crudezza di quale pasta anti italiana si nutrano certi personaggi, i loro movimenti, i loro giornali. La campagna di attacchi personali contro il presidente del Consiglio si è sgonfiata come un palloncino di fronte all’inconsistenza dei fatti e al disinteresse degli italiani? Anche sui faziosi giornali inglesi si stanno raccattando le ultime briciole di gossip e poi si passerà ad altro? Subito si prepara il nuovo, più tradizionale, sicuramente eversivo, progetto di attacco. Fosse la pratica dell’opposizione, anche la più spregiudicata, resterebbe un’arma legittima, anche se non condivisibile, ma dalla sinistra sparpagliata nelle sue sparse membra appetite dal famelico Antonio Di Pietro arrivano incitamenti alla lotta dura senza paura, richiami a un operaismo desueto e antistorico, evocazioni di pericoli di lotta armata, tutti conditi da un linguaggio sessantottino che stride con la realtà del Paese, tutti proiettati verso un prossimo, imminente, minacciato “autunno caldo”, che è necessario denunciare perché tentano di impedirci di diventare un Paese normale.
Cito da Il Manifesto, quotidiano comunista: «Credo che succederà questo. Che in settembre-ottobre avremo sette ottocento mila posti di lavoro in meno (un impoverimento per alcuni milioni di persone). Che taglieranno fondi alle università con metodi furbetti parlando di merito. E quando comincerà a volare qualche sasso… dovremo reimparare da capo a scrivere e pronunciare la parola “conflitto”. E sarebbe anche ora». Cito da Liberazione, sempre quotidiano comunista e sempre in prima pagina e corredato da foto di operai della Fiom in manifestazione, il volto coperto da una maschera bianca: «Per Federmeccanica il solo sindacato buono, parafrasando il generale Custer, è quello morto, o complice. Sarà un autunno davvero caldo».
Cito infine da un’intervista radiofonica concessa a Klauscondicio da Antonio Di Pietro, ancora fresco di insulti ai giudici della Consulta, al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al nostro Paese per mezzo di pagine acquistate su giornali stranieri: «In autunno l’Italia dei Valori sarà nei consigli di fabbrica. Saremo nelle piazze in difesa dei cassintegrati e dei lavoratori e di tutte quelle persone che vedono lesi i loro diritti fondamentali. In una parola saremo protagonisti dell’autunno caldo. Parteciperemo direttamente, anche informandoli laddove la legge in via di approvazione impedisce di informare i cittadini. Alla Camera hanno già approvato una legge che vieta all’informazione di fare il proprio dovere, e noi in questo caso saremo fra quelli che adotteranno la disobbedienza civile». Non basta, aggiunge: «Credo che potrebbero tornare le Brigate rosse, sia quelle pilotate che quelle non pilotate, entrambe criminali, che vanno combattute. Credo anche che non si possa utilizzare la legittima preoccupazione che deriva dalle Br per mettere il bavaglio e zittire coloro che sono in fabbrica, vengono messi in cassa integrazione e vengono mandati a casa». Vi basta per ritenere che questi anti italiani si stiano preparando a una battaglia politica condotta con mezzi sporchi, ricatti, metodi e azioni illegali? Io credo di sì, e credo anche che prima il Partito democratico si deciderà a smentire qualsiasi velleità di rimettere insieme una sinistra rappattumata, prima si deciderà a rompere qualsiasi forma di alleanza con Di Pietro, maggiori speranze di sopravvivenza e di una svolta finalmente socialdemocratica e riformista avrà.
Anche perché la verità è un’altra. Nei problemi più delicati della nostra economia e della nostra società qualcosa sta finalmente cambiando, l’abitudine incancrenita all’immobilismo è finita. Penso all’aumento graduale dell’età di pensionamento per le donne nella pubblica amministrazione a partire dal 2010, penso al percorso che porterà nel 2015 ad agganciare le pensioni alle aspettative di vita media. Così si libereranno finalmente molti soldi da destinare alla salute, agli asili nido, alla famiglia. Diventeremo come il resto d’Europa.
Penso al lavoro fatto per garantire una maggiore trasparenza ed efficienza della pubblica amministrazione. Penso ai brillanti risultati del ministro della Pubblica Istruzione, Gelmini, nell’introdurre i principi del merito e della competizione nella scuola e nell’università. Qualche giorno fa la signora ha tentato di tenere una conferenza stampa per illustrare la decisione storica di destinare una parte del Fondo di finanziamento ordinario – il sette per cento, cioè cinquecentoventicinque milioni di euro – scegliendo sulla base della qualità di ricerca e di didattica degli atenei. Ma, interrotta e boicottata da tal parlamentare Pedica, addetto ai disturbi per conto di Antonio Di Pietro, ha dovuto rinunciare. Questi sono i personaggi, queste le loro idee, che naturalmente sono liberi di esprimere. Finché non diventano istigazione a delinquere.

Maria Giovanna Maglie per Il Giornale

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E stavolta Di Pietro evoca persino le Br

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E stavolta Di Pietro evoca persino le Br


1085La quantità di sciocchezze sparate ogni giorno da Antonio Di Pietro produce un effetto quasi narcotico, un ronzio di fondo, come per una zanzara cui si finge di abituarsi dimenticando che le peggiori pandemie della storia le hanno diffuse proprio i ditteri, i succhiatori di energie altrui. L’abitudine a un personaggio che ci ammorba quotidianamente con le sue tattiche da marciapiede fa dimenticare che una strategia di fondo Di Pietro tuttavia ce l’ha, anche se molti fingono di non vederla: i media danno risalto a ogni sua sparata come se esporla corrispondesse al tempo stesso a una sua relativizzazione, a una forma di controllo, come si fa con un cane che lasci abbaiare perché almeno sai che non ti morderà. Ma è un errore. E pure frequente, in Italia.
Di Pietro è un personaggio che farebbe qualsiasi cosa e che infatti la sta facendo, pur mimetizzato dal suo sciocchezzaio di contorno e dal suo essere tutto e niente: grillino, politico, magistrato, ministro, reazionario di destra, movimentista di sinistra, spregiudicato compilatore di liste locali, tutto. Di Pietro, un passo alla volta e spalleggiato da una discreta compagnia di giro, punta allo sfascio di ogni baluardo di riferimento, all’inasprimento di ogni conflitto istituzionale, alla delegittimazione progressiva degli ultimi basamenti da noi ritenuti intoccabili come la presidenza della Repubblica e la Corte costituzionale, per fermarsi alle tappe finali. Il resto, ossia le più elementari dinamiche democratiche, cerca di svuotarle di significato da anni: è lui a ergersi a personificazione e presidio del contrasto tra magistratura e politica, è lui ad accodarsi ai balordi che straparlano di dittatura e fine della democrazia (si accoda perché lui non inventa mai: copia, si impossessa, succhia appunto le energie altrui) ed è lui a spiegare che va tutto male, che il peggio è sempre alle porte, che c’è disinformazione e plagio delle coscienze.
Gianni Baget Bozzo, uno dei pochi che comprese da subito, proprio un anno fa su questo giornale scrisse questo: «Che cos’è il partito giustizialista che Di Pietro sta costruendo? È un partito che tende a dimostrare che la democrazia è essenzialmente corrotta e il corpo elettorale sbaglia. Che ci vuole un altro potere per guidare il Paese sulla via della salvezza e che il voto degli elettori deve essere presidiato da un partito dell’ordine. Il tema che lo Stato non possa essere affidato alla democrazia è la tesi fondamentale del pensiero reazionario. Se un popolo sente frustrato il bisogno fondamentale di sicurezza, se non riesce a ottenere con il suo voto ciò che pensa gli sia dovuto, si ha la crisi della democrazia. E Di Pietro mira proprio a questo, a mostrare che un corpo elettorale capace di dare la maggioranza a Berlusconi è un popolo immaturo, il cui voto va corretto in modo adeguato. Bisogna dimostrare che il popolo ha torto e che Berlusconi deve andarsene».
Come? In qualsiasi-modo-possibile. Ecco perché non gli importa niente di sputtanare il Paese con le sue balle puerili sparate sull’Herald Tribune (e pagate da noi) in coincidenza con un momento in cui la parte sana del Paese tifava appunto per il Paese, non per mezzo voto in più da guadagnare tra gli imbecilli. Ed ecco, scusandoci per la lunga premessa, come inquadrare le uscite che Antonio Di Pietro ha fatto anche ieri: dopo quelle dell’altro ieri e prima di quelle di oggi e di domani. Uno sciocchezzaio, cioè, misto a uscite più pericolose. Ha detto: «Credo che potrebbero tornare sia le Br pilotate che quelle non pilotate, entrambe criminali, che vanno combattute… l’Italia dei valori sarà nei consigli di fabbrica e nelle piazze in difesa dei cassintegrati e dei lavoratori… Saremo protagonisti dell’autunno caldo. Parteciperemo direttamente, anche informando laddove la legge in via di approvazione impedisce di informare i cittadini».
Traduzione: io, Antonio Di Pietro, auspico un autunno caldo con tanto di Br da combattere o di cui incolpare il governo piduista, a seconda; sarò perciò nelle fabbriche e cercar di convincere gli astenuti della sinistra radicale che ancora non votano per me, e tutto quello che non quadrerà sarà perché non c’è informazione né democrazia.
Poi, altra uscita di ieri: «Alfano ha trasformato il suo ruolo istituzionale in quello di ministro servente delle posizioni dell’imputato Berlusconi… (questo grazie) al Lodo Alfano, al lodo sulle intercettazioni, alle cenette del giudice della Corte costituzionale».
Traduzione: Berlusconi è colpevole, Alfano è delegittimato, se la Corte costituzionale non boccerà il Lodo Alfano sarà perché anche la Consulta è corrotta.
Poi, terzo delirio dipietresco: «Spero davvero che la magistratura possa, anche attraverso le dichiarazioni di Ciancimino junior, ricostruire una verità che finora è stata occultata anche grazie a esponenti delle istituzioni… Dall’inchiesta di Palermo mi aspetto molto… si potrebbe riscrivere la storia italiana per quanto riguarda i grandi omicidi di mafia, ma soprattutto per quanto riguarda la grande corruzione d’allora e il grande riciclaggio di persone di oggi».
Traduzione: vediamo se da Palermo, al cinquecentesimo tentativo, stavolta riusciranno a sostenere che Forza Italia è stata co-fondata dalla mafia e che Berlusconi e Dell’Utri hanno fatto fuori Falcone e Borsellino: l’importante è che lo dicano, al resto ci penso io con la banda degli urlatori.

Filippo Facci per Il Giornale

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Il piano di SuDario? «Dobbiamo copiare il Berlusconi del ’94»

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Il piano di SuDario? «Dobbiamo copiare il Berlusconi del ’94»


franceschini-appanzatoNell’acquario romano, Dario Franceschini cerca di dare la rotta al partito ma il timone sbatacchia. Un po’ di qua un po’ di là, stando ben attento a non andar per scogli. Evitati accuratamente, quindi, i pericolosi gorghi formatisi negli ultimi giorni. E così, i nodi restano tutti lì. Partito aperto ma soltanto a parole. Grillo? Nemmeno citato. Alleanze: devono essere «credibili». Con chi, però, non è dato sapere. Antiberlusconismo: addio visto che «abbiamo sottovalutato per troppo tempo il valore assoluto della libertà» e «abbiamo rincorso la destra su tanti temi»? Però poi viene giù l’auditorio quando cita il «conflitto di interessi» e giura che «non possiamo restare ancora fermi e silenti». Muto come un pesce sull’analisi delle recenti sconfitte elettorali. Qualche frecciata a D’Alema e al prodismo; e poi l’ammirevole ammissione: «Se voti destra sai cosa voti, se voti di qua non sai cosa voti». Parafrasando Arbore e il vecchio spot sulla birra: meditate gente, meditate! La conclusione del suo intervento sulle note perfette di Better days di Bruce Springsteen. Giorni migliori.
Dario arriva con le maniche della camicia obamianamente arrotolate e si sbraccia a salutare e ringraziare la platea. In prima fila Fassino, Realacci, Damiano, Treu, Chiamparino, Marini, Gentiloni e Fioroni. Più defilati Soro e Finocchiaro che smanetta col ventaglio per refrigerarsi un po’ nel torrido catino romano. SuDario suda e parte in apnea con la sua filippica. Cinque parole cardine per non far affogare definitivamente il Pd: fiducia, regole, uguaglianza, merito, qualità. Prova a nuotare al largo, Dario. Forse troppo: «La destra italiana pensa alle prossime elezioni. Noi democratici pensiamo alle prossime generazioni». Poi prova a tracciare i contorni di un «nuovo riformismo che abbia il coraggio di sfidare le destre non rincorrendole, non limitandosi a proporre correttivi ai modelli sociali che ha imposto, ma mettendo in campo una gerarchia di valori proiettata sul futuro». Parole. Il modello, così si capisce meglio, è quello di Obama; a cui viene affiancato l’indiana Sonia Gandhi. Ma l’altro punto di riferimento è il Berlusconi del 1994: «Lui rappresentava una proposta di cambiamento. Dobbiamo partire da lì. Dobbiamo essere una forza che crede nel futuro». La sfida è ambiziosa e per rendere meglio l’idea, Franceschini non lesina critiche a quelli venuti prima di lui: «Dobbiamo ricostruire un’identità nel nostro campo. La destra… ha avuto stabilità negli assetti e un leader unificante. Ha potuto costruire un’identità attorno a messaggi chiari». Mentre «nel nostro campo c’è stata instabilità totale nei leader, nei partiti, che si sono sciolti, ricostituiti, sostituiti, nei governi fragili». E quindi «non siamo riusciti a trasmettere che sensazioni indistinte, non messaggi chiari e univoci». Servono quindi «poche parole chiare». Quali siano però, boh. Nell’acquario, Dario alterna bracciate di maanchismo a schizzate di antiberlusconismo: dalla parte dei lavoratori ma anche degli imprenditori; per i diritti ma anche per i doveri. Cita le regole, con il rispetto delle quali «non avremmo avuto i disastri di Viareggio, le conseguenze del terremoto dell’Aquila, 1.300 morti sul lavoro». Ed è tutto un battimani.
Ma il vero boato arriva quando parte lo schiaffo a D’Alema, Prodi e a tutto il centrosinistra passato, allorché cita il conflitto di interessi. «Dobbiamo dirlo. Il centrosinistra ha colpe precise nel non aver approvato una normativa sul conflitto di interessi quando era maggioranza dal 1996 al 2001». La platea somiglia a una curva da stadio. Molto meno quando Dario apre uno spiraglio alla possibilità di fare le riforme insieme alla maggioranza per «modernizzare lo Stato». «Non ci sottrarremo alla possibilità di condividere, anche da subito, con i nostri avversari una riforma che renda più efficace l’azione di governo, cominciando dal passaggio a una sola Camera legislativa, al Senato federale e a un dimezzamento dei parlamentari».
Poi i compagni di strada: «Non torneremo a quella stagione delle coalizioni frammentate e litigiose, costruite con l’unico collante del nemico. Formeremo un’alleanza che dia agli italiani la garanzia di un programma condiviso e realizzabili». Con chi non è dato sapere ma «non torneremo al centro-sinistra col trattino».
Infine, «bisogna fare il partito». Sembra facile. Franceschini prende una boccata d’aria e poi torna a immergersi: «Qualsiasi cosa accada resteremo insieme. Abbiamo bisogno di un confronto vero e onesto tra visioni differenti sul futuro». Già, perché lì dentro i pesci sono tanti e ancora diversi: «Diversità che sono ricchezza se si cerca e si trova la sintesi». E la sintesi arriva subito dopo con il giudizio sprezzante di Rosy Bindi: «È evidente che lo spessore politico sta con Bersani e non con Franceschini».

Francesco Cramer per Il Giornale

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