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«Scrivo al mio Paese e vi dico cosa farei»

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«Scrivo al mio Paese e vi dico cosa farei»


Caro Direttore, scrivo al mio Paese. Scrivo agli italiani che tornano a casa, a quelli che non si sono mossi perché lavoravano o perché non possono lavorare. Scrivo agli imprenditori che fanno e rifanno i conti della loro azienda chiedendosi perché metà del loro lavoro di un anno debba andare a finanziare uno Stato che non riesce a finire da sempre la costruzione di un’autostrada come la Salerno-Reggio Calabria o che alimenta autentici colossi del malaffare come quelli emersi
in questi mesi.

Scrivo ai lavoratori che sentono che si è aperto un tempo nuovo e difficile, in cui, per resistere alla pressione di una globalizzazione diseguale, dovranno rinegoziare e ritrovare un equilibrio nuovo tra diritti e lavoro. Scrivo ai nuovi poveri italiani, i ragazzi precari, che arrivano a metà della vita senza uno straccio di certezza, senza un euro per la pensione, senza un lavoro sicuro, senza una casa, senza la sicurezza di poter mettere al mondo dei figli. E senza che politica e sindacati si occupino di loro.
Mi permetto di scrivere agli italiani solo perché sento di avere un minimo di titolo per farlo. In fondo due anni fa, un secolo di questo tempo leggero e bulimico, quasi quattordici milioni di italiani fecero una croce sul simbolo che conteneva il mio nome come candidato alla presidenza del Consiglio. Se un milione e mezzo dei 38 milioni di votanti avesse scelto il centrosinistra riformista invece di Berlusconi ora saremmo noi a guidare il Paese.

Ma non è successo, per tanti motivi. Come cercherò altrove di approfondire, credo più per ragioni profonde e storiche che per limiti di quella campagna elettorale che si concluse con il risultato elettorale più importante della storia del riformismo italiano. Non è successo e dopo alcuni mesi io mi feci da parte. Forse è questo l’altro titolo per il quale sento di potermi rivolgere al mio Paese. Sono stato tra i pochi che si sono fatti da parte davvero (caricandomi responsabilità certo non solo mie). Non ho chiesto alcun incarico, non ho fatto polemiche, non ho alimentato veleni. Ho semmai taciuto e ingoiato fiele, anche di fronte a varie vigliaccherie.

Cosa sta succedendo a noi italiani? Abbiamo trascorso la più folle e orrenda estate politica che io ricordi. Una maggioranza deflagrata, un irriducibile odio personale e politico tra i suoi principali contraenti, toni e giudizi che si scambiano non tra alleati ma tra i peggiori nemici. E poi dossier, colpi bassi, una orrenda aria putrida di ricatti e intimidazioni che ha messo in un unico frullatore informazione, politica e forse poteri altri costruendo un mix che non può non preoccupare chi considera la democrazia come un insieme di regole, di valori, di confini. Il Paese assiste attonito allo sfarinarsi della maggioranza solida che era emersa dalle urne, a ministri che sembrano invocare freneticamente la fine della legislatura, nuovi voti, nuovi conflitti laceranti. Mentre stanno per essere messe in circolo emissioni consistenti di titoli pubblici per finanziare il nostro abnorme debito pubblico chi governa questo Paese sembra dominato dal desiderio della instabilità. E, tutto, senza una parola di autocritica. Chi ha vinto le elezioni e ne provoca altre neanche a metà delle legislatura vorrà almeno dichiarare il proprio fallimento politico?

L’alleanza di centrodestra sembra immersa nello scenario dei Dieci piccoli indiani di Agatha Christie. Prima l’abbandono di Casini, ora la irreversibile crisi con Fini. Le forze più moderate hanno abbandonato uno schieramento sempre più dominato dalla logica puramente personale degli interessi di Berlusconi e dallo spirito divisivo di una Lega che alimenta ogni forma di egoismo sociale con lo sguardo solo al tornaconto elettorale immediato. Con effetti che già registriamo nel sentire diffuso e nei comportamenti. Un Paese che smarrisce il suo senso di comunità, la sua anima solidale, la sua coscienza unitaria finisce con lo sfarinarsi violentemente.

Quella che stiamo vivendo è una profonda crisi del nostro sistema. Era la mia ossessione quando guidavo il Pd. Mi angoscia l’idea che la democrazia rischi sotto la pressione delle spinte populistiche e dei conservatorismi di varia natura. E la crisi di questi mesi rafforza una distanza siderale tra la vita politica e i reali bisogni dei cittadini e della nazione. Berlusconi forza costantemente e pericolosamente i confini immaginando di vivere in un regime che non esiste. Se ci fosse un semipresidenzialismo lui certo non potrebbe disporre, ciò che è già una insopportabile anomalia oggi, di giornali e tv con i quali promuovere se stesso e randellare i suoi avversari. Ma neanche quella che su questo giornale è stata giustamente definita la «repubblica acefala» può fare sentire al Paese che il sistema politico tempestivamente ascolta, comprende, decide. Indeterminatezza di tempi, modalità, sedi di decisione hanno accompagnato anche altre stagioni politiche.

Questo è il rischio che corriamo, l’alternativa tra una monarchia livida e una pura difesa dell’esistente. E tra i cittadini rischia di rafforzarsi l’idea che di fronte alla velocità del nostro tempo, dei suoi repentini mutamenti sociali e finanziari, a essere più «utile» sia un sistema che decide, qualsiasi esso sia. Il rischio è che si faccia strada, anche in Occidente, quella suggestione di «democrazia autoritaria» che è già una realtà in sistemi, come quello russo o, in forma diversa, in quello cinese, che stanno segnando il tempo della fine dei blocchi. La possibilità che la società globale porti con sé un principio di disunità e che questo reclami poteri centrali forti e semplificati è molto di più di un rischio. Rimando per una analisi più compiuta al volume di John Kampfner Libertà in vendita o al bellissimo lavoro di Alessandro Colombo La disunità del mondo. In una società globale una democrazia che non decide è destinata a soccombere. Ma in una società globale la suggestione autoritaria si scontra con una irrefrenabile esigenza di libertà, libertà di sapere, dire, pensare.

Dunque l’unica strada che i veri democratici devono percorrere è quella di una repubblica forte e decidente. Ma questa comporta profonde e coraggiose innovazioni, nei regolamenti delle Camere, nell’equilibrio dei poteri tra governo e Parlamento, nelle leggi elettorali, nella riduzione dell’abnorme peso della politica, nella soppressione di istituzioni non essenziali. Bisogna semplificare e alleggerire, bisogna considerare il tempo delle decisioni come una variante non più secondaria. E, soprattutto, l’Italia, tutta, deve ingaggiare una lotta senza quartiere alla criminalità che succhia ogni anno 130 miliardi di euro alle risorse del Paese. Non basta che si arrestino i latitanti. La mafia è politica, è finanza. La mafia compra e condiziona. La mafia invade tutto il territorio e credo che ora, guardando le cronache di Milano o di Imperia, ci si accorga finalmente che non è un problema della Kalsa di Palermo o una invenzione di Roberto Saviano, ma una spaventosa realtà che altera il mercato, distorce la concorrenza, limita la libertà delle persone.

Le culture di progresso non possono declinare solo un verbo: difendere. Agli italiani non sembra di vivere in un Paese da conservare così come è. Un Paese che non ha una università tra le prime cento del mondo (dopo averle inventate), che ha una metà, meravigliosa, di sé sotto il condizionamento di poteri criminali, che ha evasione altissima e altissima pressione fiscale, che ha una amministrazione barocca e il primato dei condoni, che scarta come un cavallo l’ostacolo ogni volta che deve sfidare sondaggi e corporazioni. Un Paese fermo, che ha bisogno di correre. Che ha bisogno di politica alta, ispirata ai bisogni della nazione. Non è retorica. Parri, De Gasperi, Moro, Ciampi, Prodi e altri hanno dimostrato che si può stare a Palazzo Chigi per servire gli italiani. Bene o male, ma servire gli italiani. Non se stessi.

Spero che si concluda rapidamente l’era Berlusconi. Ma forse con una visione opposta a quella di alcuni protagonisti della vita politica italiana. Spero che finisca questo tempo non per tornare a quello passato. Non per mettere la pietra al collo al bipolarismo e riportare l’orologio ai giorni in cui pochi leader decidevano vita e morte dei governi, quasi sessanta in cinquanta anni, come l’andamento del debito pubblico testimonia in modo agghiacciante. Anche perché quei partiti avevano storie grandi che affondavano nel Risorgimento o nelle lotte bracciantili e quei leader avevano fatto, insieme, la Resistenza o la Ricostruzione. Berlusconi è stato un limite drammatico per il bipolarismo, perché la sua anomalia (una delle tante, troppe della storia italiana) ha costretto dentro recinti innaturali, pro o contro, una dialettica politica che avrebbe potuto e dovuto esprimersi nelle forme tipiche della storia del moderno pensiero politico occidentale. Senza Berlusconi in Italia potremo finalmente avere un vero bipolarismo, schieramenti fondati sulla comunanza dei valori e dei progetti, capaci di riconoscersi e legittimarsi reciprocamente in un Paese con una politica più lieve e perciò più veloce ed efficiente nella capacità di decisione del suo sistema democratico. Solo così sarà possibile affrontare, in un clima civile, l’indifferibile esigenza di ammodernamento costituzionale per dare alla democrazia la capacità di guidare davvero la nuova società italiana. Se saremo invece tanto cinici da pensare che il declino di Berlusconi possa aprire la strada a un nuovo partitismo senza partiti e alla sottrazione ai cittadini del potere di decidere il governo, finiremo con l’allungare l’agonia del berlusconismo e l’autunno italiano.

In questa estate orrenda non per caso la frase più citata dai leader politici è stata «Mi alleo anche con il diavolo pur di…». Lo ha detto Calderoli parlando del Federalismo, lo hanno detto alcuni leader del centrosinistra parlando della necessità di una santa alleanza contro Berlusconi. Io rimango dell’idea che invece le uniche alleanze credibili, prima e dopo le elezioni, siano quelle fondate su una reale convergenza programmatica e politica. In fondo il repentino declino del centrodestra conferma proprio questo. È giusto semmai che, in caso di crisi di governo, si cerchino soluzioni capaci di fronteggiare per un breve periodo l’emergenza finanziaria e sociale e di riformare la legge elettorale dando forma, per esempio attraverso i collegi uninominali e le primarie per legge, a un moderno e maturo bipolarismo. Perché poi, alle elezioni prodotte dal dissolvimento della destra, si presenti uno schieramento alternativo capace di assicurare all’Italia quella stagione di vera innovazione riformista che questo nostro Paese non ha mai conosciuto. Perché questo Paese deve uscire dall’incubo dell’immobilità che perpetua rendite e povertà. Deve conoscere un tempo di radicale, profondo cambiamento. È questo, da decenni, il frutto dell’alternanza nei diversi Paesi europei.

Il nostro è un meraviglioso Paese. Amare l’Italia e gli italiani dovrebbe essere una precondizione per partecipare alla vita politica. Chiunque alzi gli occhi nella Cappella Palatina di Palermo o nella galleria di Diana di Venaria Reale non può non sentire tutto intero l’orgoglio di essere figlio di questo Paese e della sua straordinaria e travagliata storia. Lo stesso orgoglio che si prova pensando agli italiani che lavorano per la nazione, imprenditori od operai, insegnanti o poliziotti. Per questo il nostro Paese merita di più. Merita di più dei dossier e dei veleni. Di più della politica ridotta a interesse di un leader. Di più delle alleanze con il diavolo. Il nostro Paese deve smettere di vivere dominato solo da passioni tristi. È difficile. È possibile.

Walter Veltroni

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Senza Fini la destra non ha più alibi: ora torni ad essere se stessa

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Senza Fini la destra non ha più alibi: ora torni ad essere se stessa


Non esistono separazioni piacevoli, nemmeno al termine dei rapporti più logori e sfiancanti. Tutt’al più, una volta superata l’iniziale fase dell’irrazionalità, ci si deve sforzare di uscire dalla sbornia post-rottura e, così, riacquistare la lucidità necessaria per compiere un’analisi obbiettiva dell’accaduto, utile a comprendere anche e soprattutto i propri errori dei quali, spesso e volentieri, non ci rendiamo conto perché, quando si litiga, tendiamo a focalizzare tutta la nostra attenzione su quelli commessi dall’altro. Questa sorta di introspezione è molto utile se si vogliono, responsabilmente, evitare spiacevoli strascichi che, magari, vedono coinvolti anche amici e familiari. Non esiste cosa peggiore che farsi la guerra in famiglia. Esattamente quello che sta accadendo nella “famiglia” della Destra Italiana, che esce con le ossa rotte da un lento ma inesorabile processo di separazione durato circa dodici anni, ovvero da quando Fini, con un partito che, forte delle sue posizioni, alle politiche del ’96 raggiunse il suo massimo storico, pensò bene d’inciuciare col democristianissimo Mario Segni, dando vita (?) al disastroso esperimento dell’elefantino. Il risultato lo conosciamo tutti: trend positivo invertito e – 6%  rispetto alle politiche. Ergo, Alleanza Nazionale perse la sua spinta propulsiva e, con essa, ogni velleità di “sorpasso” sugli alleati di Forza Italia, stabilizzando il proprio peso elettorale attorno al 12%. Da allora, fu un susseguirsi di esternazioni, con le quali Fini ha sottoposto la base del partito ad un quotidiano sfilacciamento, costringendo, in molti casi, dirigenti e militanti a vivere nel paradosso di doversi letteralmente vergognare della propria storia e delle proprie idee. Una situazione resa ancora più umiliante ed incomprensibile dal fatto che, contestualmente, la Lega di Bossi costruiva i suoi successi elettorali facendo suoi i temi che Fini gettava a mare. Insomma, cornuti e mazziati, ma tenuti insieme da un senso d’appartenenza fuori dal comune e dalla speranza che, quantomeno, dietro alle prese di posizione dell’allora Presidente di Alleanza Nazionale ci fosse un disegno politico ben preciso. Detto questo, per onestà intellettuale, dobbiamo avere il coraggio di ammettere che in molti, troppi casi, con il nostro silenzio fummo corresponsabili di quanto stava accadendo dentro al partito. Su questo punto non ci sono scuse, soltanto rimpianti. Sì, perché di fronte a spettacoli avvilenti come quello avvenuto ieri pomeriggio alla Camera, trovo umanamente comprensibile pensare che, forse, se fossimo stati tutti un po’ più decisi nel contrastare certe prese di posizione, se avessimo avuto le palle  per dire chiaro e tondo che così non si poteva andare avanti, beh, forse Fini avrebbe preso coscienza dei suoi errori. Forse, chissà. Certo, ora che la frittata è fatta tutti questi ragionamenti lasciano il tempo che trovano ma, vivaddio, si dovrà pur aprire una riflessione seria su una frattura che, in un sol colpo, ha sancito la fine di un percorso lungo oltre sessant’anni ed ha ammaccato vistosamente la carrozzeria del Popolo della Libertà. Sarebbe grave se quanto avvenuto ci lasciasse indifferenti, perché vorrebbe dire che viviamo in uno stato di sostanziale apatia, per non dire comatoso, assuefatti a subire passivamente qualsiasi cosa venga detta o fatta. Ecco, quello che mi aspetto è un sussulto, uno scatto d’orgoglio che parta soprattutto dai giovani, ma che coinvolga anche tutta la classe dirigente, attraverso il quale si abbia il coraggio di rivendicare, una volta per tutte e con estrema chiarezza, quelle istanze e quei valori nei quali la Destra si è sempre riconosciuta. Badate bene, a scanso di equivoci, con questo non intendo certo dire che dovremmo riappropriarci di certi rituali nostalgici, ma rispettarli anziché rinnegarli spudoratamente, perché fanno parte della nostra storia. No, non credo che dovremmo sbandierare posizioni razziste o xenofobe – che, per inciso, non hanno mai fatto parte del dna della Destra Italiana – ma essere fermi nel tutelare la sicurezza dei cittadini, nel contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina e di difendere, senza se e senza ma, la nostra Identità Nazionale e le nostre tradizioni da chi non le rispetta. Come non dovremmo assumere posizioni cosiddette “clericali” a prescindere, ma nemmeno mettere in discussione il concetto irrinunciabile di sacralità della vita e le indiscutibili radici cristiane sulle quali fioriscono le nostre tradizioni e la nostra storia. Allo stesso modo, e qui passiamo ad un argomento forse meno alto ma altrettanto importante, nessuno si è mai sognato di affermare che dovremmo essere un manipolo di cagnolini scodinzolanti ai piedi di Berlusconi (come dice adesso qualcuno che, evidentemente, di scodinzolii se ne intende) ma leali e costruttivi nei confronti del governo, degli elettori che ci hanno dato fiducia e, soprattutto, di noi stessi, che ci siamo buttati anima e cuore nel progetto del partito unico del centrodestra, quella “casa comune” in nome della quale, appena due anni fa, abbiamo abbandonato la nostra. Insomma, e qui concludo, non dovremmo far altro che tornare ad essere noi stessi. Il tradizionale appuntamento di Atreju è ormai alle porte, facciamo tutti in modo che non diventi l’ennesima occasione persa.

Alessandro Nardone

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Siamo tutti Berlusconi! Il video della serata di solidarietà al Presidente del Consiglio

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Siamo tutti Berlusconi! Il video della serata di solidarietà al Presidente del Consiglio


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Berlusconi e Fini, è ora che vi parliate.

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Berlusconi e Fini, è ora che vi parliate.


fini e berlusconi pop artRicordate “La guerra dei Roses”? È un bel film di ormai vent’anni fa in cui Michael Douglas e Kathleen Turner (diretti da Danny De Vito) interpretano la storia della coppia perfetta, ovvero quella stereotipata in cui lui e lei si conoscono per caso ai tempi dell’università e, da allora, è un continuo crescendo di rose e fiori. Ma la loro relazione, così perfetta, ad un certo punto si deteriora e loro finiscono con l’odiarsi. Perchè? Il paradosso è che non c’è, un perché. O meglio, non uno preciso, ma una serie di tanti piccoli motivi che, disseminati durante il loro quotidiano cammino comune, si sono via via ingigantiti, alimentati dallo scemare della passione e dall’aumentare di un’insensata competizione interna alla coppia. Vi ricorda qualcosa, vero? Certo che sì, e sono sicuro che leggendo le mie righe avrete accennato un sorriso, cogliendo immediatamente la metafora con cui ho voluto approcciarmi a questo spinoso (sempre per restare in tema di rose) argomento. Berlusconi e Fini, Fini e Berlusconi, Silvio e Gianfranco, Gianfranco e Silvio: sono ormai mesi che leggiamo di loro in termini, per così dire, contradittori. Un continuo susseguersi di agenzie, dichiarazioni vere o presunte, bene o male interpretate, di fuori onda e di commenti di parte. Sì, avete letto bene, di parte. Perché (almeno sulla carta stampata) si sono formate due opposte fazioni, che per intenderci definirei curve, da cui i rispettivi ultras di Silvio e Gianfranco non se le mandano certo a dire. Anzi. Picchiano come dei fabbri. Ma a ben vedere è uno scontro Pop, talmente Pop che persino l’opposizione, senza nemmeno accorgersene, ne è stata letteralmente fagocitata, costringendo il Pd e persino lo sguaiato Di Pietro a fare il tifo per il Presidente della Camera. Situazione impensabile solo fino a qualche mese fa che, a mio parere, più che i problemi tra Berlusconi e Fini, mette a nudo la pressochè totale mancanza di una figura carismatica nell’area di un centrosinistra sempre più ai margini della scena politica.  Certo, qualcuno potrebbe obbiettare che, se la sinistra inneggia a Fini, è solo grazie ai suoi continui distinguo nei confronti del Governo ed a alcune battaglie per così dire “anomale” nell’ambito della destra. Ed in parte ha ragione. Non tanto per i richiami alla centralità del Parlamento o al rispetto degli altri poteri dello Stato, quelli sono per lo più atti dovuti alla carica che attualmente ricopre. Il nocciolo della questione sono alcune sue prese di posizione che l’elettorato di centrodestra fatica a comprendere e, quindi, mal digerisce. Mi riferisco, in particolar modo, a quella sull’immigrazione, tema sul quale Gianfranco batte ormai da qualche anno dimostrando, ad onor del vero, una sincera convinzione sulla valiidità dei suoi argomenti, non perdendo occasione per rimarcarli. Proprio questa sua tigna ha spinto alcuni commentatori d’area a dar voce ai sempre più numerosi mugugni di dirigenti e militanti, mettendo sotto gli occhi di tutti quel deterioramento di cui parlavo all’inizio. Ora, mettiamo che qualcuno rientri in Italia dopo un lungo viaggio e che sia rimasto alle notizie di un anno fa, beh, una volta letta questa prima parte del mio articolo potrebbe tranquillamente pensare che si tratti di semplice dibattito interno, su grandi temi di cui un grande partito come il Popolo della Libertà fa bene a discutere. Chi potrebbe dargli torto? Il problema, quello vero, è il contesto in cui è scoppiata questa grana, ovvero, nel bel mezzo di un’offensiva trash-forcaiola cominciata, guarda caso, nel momento di maggiore popolarità vissuto da Berlusconi, che era riusciito ad appropriarsi – anche grazie all’assist di un inconsapevole Franceschini – persino del 25 aprile. Da lì è partita la triste campagna che ben conosciamo, che è culminata con la spettacolarizzazione delle deposizioni di un criminale analfabeta di bassa lega come Spatuzza, passando attrraverso il gossip e la contradittoria bocciatura del Lodo Alfano. In un simile momento, dicevo, di tutto c’era bisogno tranne che di dare il la a questo scontro fratricida, che è nato con l’editoriale in cui Vittorio Feltri, dopo aver rinfacciato a Fini alcune dichiarazioni sul caso Boffo, lo attaccava apertamente, dando voce a quei famosi mugugni che, fin lì, erano rimasti strozzati nelle gole di chi si sentiva orfano del Fini-pensiero. Ovvio, Feltri è un grande giornalista, non un politico, ergo certi calcoli non gli competono, ma è un fatto oggettivo che con quel suo ormai celebre editoriale abbia tirato un bel calcione al can che dormiva, quantomeno in pubblico. Arrivati a questo punto, però, bisogna trovare una soluzione e per farvi capire come la penso torno alla metafora iniziale, quella del film. Vi ricordate il finale? Dopo essersene fatte di tutti i colori, la coppia, ormai stremata, si barrica in casa con l’intenzione di arrivare alla resa dei conti, una volta per tutte. Sia lui che lei erano pronti a tutto, infatti, proprio quando stanno per ammazzarsi entrambi si sfiorano la mano e, guardandosi negli occhi, capiscono di amarsi ancora.

Alessandro Nardone

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Rutelli lancia il messaggio: “Allearci con Fini? Perché no…”

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Rutelli lancia il messaggio: “Allearci con Fini? Perché no…”


rutelliONOREVOLE Rutelli, che affetto le ha fatto vedere mezzo Pd sfilare al No B-Day?

“Nessun effetto. L’agenda della sinistra la fanno Di Pietro & C., ed è normalissimo che il Pd vada loro appresso. Piuttosto, dopo sei mesi di Congresso e primarie, era stato annunciato un cambiamento, che però non c’è: su una materia squisitamente politica come la giustizia, il segretario Bersani non va in piazza; la presidente Bindi sì; alcuni dirigenti figurano tra gli attivisti; altri ci sono, ma in spirito; altri ancora si dichiarano decisamente contrari. Che dire? Pazienza».

Eppure, col Pd finirete per allearvi, no?
«Non ho alcuna avversione per il Pd, anche se considero tradite le condizioni che avevamo posto per sciogliere la Margherita: no al socialismo europeo; no al collateralismo con la Cgil e le cooperative; sì a una nuova cultura politica e a un vero pluralismo. Invece, siamo tornati al Pds. Non escludo un’alleanza, ma questo Pd è parte del problema, non della soluzione alla crisi italiana».
Crede che altri ex popolari la seguiranno nell’Api?
«E’ probabile, anche perché credo che col tempo il Pd si riunirà alla sinistra massimalista, ma non stiamo facendo campagna acquisti. Verrà con noi chi ci crede, chi sarà d’accordo con le idee e i progetti che presenteremo a Parma, il prossimo 11 e 12 dicembre».
Tra lei e Casini c’è una promessa di matrimonio, puntate al dopo Berlusconi?
«Certo che ci incontreremo, con Casini. Ma non abbiamo fretta. Dobbiamo rafforzarci, raccogliere molti consensi per unire le forze ragionevoli, i riformatori che vogliono migliorare l’Italia e uscire da questa ‘guerra dei 15 anni’».
Alle regionali con chi starete?
«Non do per scontata nessuna intesa elettorale. Non mi alleerò con Berlusconi, naturalmente, ma siamo pronti ad andare da soli, o con formule innovative, per costruire intese locali efficaci».


C’è chi ritiene che il destino di Fini sia quello di unirsi a voi…

«Il rapporto di Fini con Berlusconi è ormai profondamente deteriorato. Tocca a lui decidere: vuole diventare una sorta di capo-ombra della sinistra, dove raccoglie i maggiori consensi? Oppure pensa ancora di ereditare il centrodestra, dopo la fine del Pdl? O, invece, come io spero, concorrere a formare una ‘Kadima’ italiana, come hanno fatto Sharon e Shimon Peres, con coraggio, per rispondere alla crisi drammatica del loro paese? Lo sapremo presto».
Uscito di scena Berlusconi, potreste allearvi con un centrodestra magari guidato da Fini?
«Perché no? Il dopo Berlusconi porterà ad un’inevitabile ristrutturazione della politica italiana. Il problema è che non inizierà grazie ad uno Spatuzza o al processo Mills…».


Crede che la legislatura arriverà al suo termine naturale?

«Nessuno può dirlo. Una cosa è certa, se Berlusconi resta in sella è soprattutto perché fino ad oggi sono mancate alternative…».


Crede ancora nel bipolarismo?

«Credo nella democrazia dell’alternanza. Combatto, da sempre, il bipartitismo: in Italia, produce solo guerre tra Guelfi e Ghibellini. Constato, purtroppo, il fallimento degli attuali due poli: sono dominati dalle estreme — Lega e Di Pietro — anziché da moderati, liberali e riformatori».


Dipendesse da lei, con quale legge elettorale si voterebbe?

«Col sistema tedesco, che ha dimostrato di funzionare perfettamente. Pone in campo non più di 5-6 partiti. Ed è legato a un sistema istituzionale che funziona altrettanto bene».


L’Api sarà un partito cattolico?

«Moltissimi cattolici stanno trovando casa nell’Alleanza per l’Italia. Che non sarà, però, un partito confessionale, ma il luogo di incontro di laici credenti e laici non credenti. A Parma presenteremo una Dichiarazione sulla laicità. Appena dodici righe: un documento molto importante».
Dice il sindaco di Firenze Renzi che lei vuole diventare il Blair italiano ma farà la fine di Gava…
«Guardi, Renzi ha iniziato molto bene come sindaco, ma aveva promesso di star lontano dalla politica e invece parla piuttosto spesso e non sempre in modo adeguato: non fa bella figura se mostra irriconoscenza, né se dà pagelline un po’ presuntuose. Anche se capisco una certa necessità di riallinearsi a sinistra».

Andrea Cangini per Quotidiano Nazionale

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Silvio e Gianfranco, ora parlatevi

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Silvio e Gianfranco, ora parlatevi


fini-berlusconiSiamo al 1962, i missili puntati su Cuba. O le artiglierie cominciano a dare fuoco o si fa la pace. I diplomatici, i mediatori hanno fatto tutto quello che dovevano fare. Restano solo loro due. Proviamo a guardarla freddamente. Silvio Berlusconi ha buoni motivi per ritenere che Fini abbia un disegno preciso. E dunque per preoccuparsi perché quel piano, se attuato, lo può decisamente mettere in difficoltà. Il presidente della Camera può formare un suo gruppo. Non molto ampio ma in grado di far male. Soprattutto al Senato dove i finiani di stretta osservanza si contano sulle dita di una mano ma occupano posizioni rilevanti: Baldassarri alla commissione Finanze, Augello in quella Bilancio, Cursi alle Attività produttive tanto per fare qualche nome.

Palazzo Madama è il punto debole di Fini: si vede piovere provvedimenti che sembrano scritti da Gasparri e Quaglieriello. Come il biotestamento, che se anche venisse modificato a Montecitorio, sempre al Senato dovrebbe tornare. È per questo che nelle scorse settimane l’ex leader di An, che già aveva avvertito il senso di isolamento dopo le Europee, ha ricevuto deputati e senatori che non vedeva e sentiva da tempo. Alcuni li ha riconquistati e lo si è visto anche nelle dichiarazioni di questi giorni. Fini, dunque, può far male. Usando la tattica che più dà fastidio a Berlusconi: il logoramento, la rappresaglia, l’assalto improvviso. Sono pizzichi, strizzatine, punture di spillo. Poco? È quello che è oggi nelle disponibilità di Fini. Ed è anche quello che Berlusconi non sopporta, memore della trattativa infinita con Casini e Follini l’altra volta che era al governo.

Allo stesso tempo è chiaro che Gianfranco, sebbene venga descritto come l’uomo delle svolte, è capace al massimo di girare. Ma non di imporre sterzate agli altri. In questo assomiglia davvero a Casini, è un vero democristiano. Solo in questo, però. Non va allo scontro. Non vorrebbe. Il piano se messo in pratica porterebbe all’oggettivo indebolimento del premier. Che domani andrà in tv a spiegare come la ricostruzione del dopo terremoto in Abruzzo è a buon punto. Si prepara a consegnare le case dimostrando che il suo è il governo del fare a differenza di coloro che fanno solo chiacchiere, sanno solo parlare (e tra questi inutile dire che comprenda pure Fini in quanto alla guida di uno dei due rami del Parlamento). Allo stesso tempo il presidente della Camera ha anche le sue ragioni.

Nel Pdl non esiste dibattito. Non c’è un luogo dove porre le proprie proposte. Non è consentito dissentire, chi ha provato si è sentito come aggredito, emarginato e ridicolizzato. Un leader non può consentirlo. A un leader tocca comprendere le ragioni di tutti e arrivare a una sintesi. Insomma, a un leader tocca alzare la cornetta. Anche se gli costa. Anche se in questo momento non sopporta il co-fondatore del Pdl e lo ha constatato anche l’altra sera alla cena a Villa Madama. Anche se pure Fini ha i suoi torti. Anche se non si capisce bene che cosa vuole. Probabilmente si sente escluso. Vorrebbe che il Pdl seguisse almeno un po’ la sua linea. Vorrebbe che venisse almeno preso in considerazione. Vorrebbe, vorrebbe. Insomma, Berlusconi lo chiami. Lo chiami e lo vada a trovare a Montecitorio. Parlatevi e chiaritevi. C’è tanto da fare. E gli italiani cominiano a non capirvi più.

Frabrizio dell’Orefice per Il Tempo

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Esclusivo// Caso Avvenire e libertà di stampa: 10 domande a Massimo D’Alema

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Esclusivo// Caso Avvenire e libertà di stampa: 10 domande a Massimo D’Alema


10-domande-a-massimodalemaHo seguito con molta attenzione la vicenda che ha portato alle dimissioni l’ormai ex Direttore de L’Avvenire, Dino Boffo. Inutile dire che ho apprezzato moltissimo l’ennesima dimostrazione di coraggio da parte del Direttore Feltri e del suo Condirettore Sallusti che si sono presi la briga di pubblicare una notizia che, evidentemente, da tutti gli altri era ritenuta scomoda, troppo scomoda. Tant’è che la sua divulgazione ha scatenato un vero e proprio putiferio. Sì, perché stavolta i mestieranti della morale sono stati letteralmente smascherati e, quindi, colpiti nel vivo. Schiumano rabbia da tutti i pori, e c’è da capirli: scoperchiando il pentolone nel quale da anni rimestavano i trascorsi giudiziari di Boffo, Il Giornale ha dimostrato che questi signori non sono in possesso di alcun titolo per pontificare sui presunti (e sottolineo presunti) difetti morali di Berlusconi. Ma c’è chi non si da per vinto e, nonostante la palese evidenza dei fatti, si ostina a mistificare la realtà, sbraitando scompostamente che il Presidente Berlusconi, difendendosi dai continui e pretestuosi attacchi alla sua persona, stia attentando nientepopodimeno che alla “libertà di stampa”. Uno di questi è l’uomo di maggior peso politico all’interno del PD, Massimo D’Alema che ieri, in un’intervista al CorSera ha affrontato l’argomento esordendo così: “Si è creata una situazione pesante e allarmante: l’episodio del direttore dell’Avvenire segna uno spartiacque: un qualsiasi giornalista che abbia una notizia imbarazzante o fastidiosa per il presidente del Consiglio sa che da oggi in poi, se la pubblica, è a rischio di pesanti ritorsioni. Al fondo di questa barbarie c’è l’anomalìa italiana”. A questo punto, visto che nell’ultimo periodo va anche di moda, dal nostro piccolo ed insignificante sito internet chiediamo all’Onorevole D’Alema di chiarirci ulteriormente le idee, ponendogli dieci domande, semplici semplici:

1 Onorevole D’Alema, non ritiene che il Dottor Boffo non avrebbe avuto nulla da temere se avesse avuto la fedina penale pulita?

2 Onorevole D’Alema, puo’ affermare, senza timore di essere smentito, che la documentazione pubblicata da Il Giornale sia falsa e che ci troviamo, quindi, effettivamente di fronte ad una “patacca”, come scritto dalla maggior parte degli organi di stampa a Voi notoriamente vicini?

3 Onorevole D’Alema, una volta verificata l’autenticità di tale documentazione e considerata l’entità e la tipologia del reato per cui il Tribunale di Terni lo ha condannato, trova deontologicamente e culturalmente corretto che il Dottor Boffo abbia espresso, dalle colonne del suo giornale, giudizi morali nei confronti del Presidente del Consiglio per fatti attinenti alla sua sfera privata?

4 Onorevole D’Alema, per quale motivo Il Giornale non avrebbe dovuto pubblicare la notizia?

5 Onorevole D’Alema, non crede che affermare, come fa Lei, che Il Giornale non avrebbe dovuto pubblicare una notizia (per altro documentata) costituisca, di fatto, una limitazione della libertà di stampa?

6 Onorevole D’Alema, perché commentando la pubblicazione di atti giudiziari come la condanna di Boffo parla di “episodio allarmante” e, invece, ritiene “un problema vero” i pettegolezzi con i quali, da mesi, gli organi di stampa notoriamente a Lei vicini tentano di screditare il Presidente del Consiglio?

7 Onorevole D’Alema, in merito alle inchieste in cui è stato coinvolto il Suo partito in Puglia ha tentato di minimizzare affermando: “ho l’impressione che vi sia una grande esagerazione. Almeno nei titoli di alcuni giornali”. Ora, perché quando il Presidente Berlusconi si difende da attacchi giornalistici basati non su atti giudiziari, ma sul cosiddetto gossip, lo accusate di voler attentare alla libertà di stampa?

8 Onorevole D’Alema, non le sembra di usare due pesi e due misure attaccando gli organi di stampa quando si occupano di notizie che, oltretutto, si basano su atti giudiziari e non su semplici pettegolezzi, che riguardano il suo partito?

9 Onorevole D’Alema, per avvalorare la Sua tesi secondo cui il Presidente Berlusconi, con le querele, starebbe attentando alla libertà di stampa, ha dichiarato che: “quando sono diventato presidente del Consiglio ho rimesso tutte le querele”. Ci permettiamo, però, di farle notare che la sua nota querela al vignettista Giorgio Forattini (per la quale perse il posto a La Repubblica ed a cui, non contento, chiese un risarcimento di 3 miliardi delle vecchie lire) risale all’ottobre del 1999, quando Lei rivestiva la carica di Presidente del Consiglio e giudicò una vignetta: “Gravemente lesiva della mia reputazione”. Ora, pur tenendo conto che dopo qualche tempo ritirò la querela, non pensa che il comportamento che ha tenuto in quella circostanza non le conferisca alcun titolo per poter dichiarare, riferendosi al caso Avvenire: “Un qualsiasi giornalista che abbia una notizia imbarazzante o fastidiosa per il presidente del Consiglio sa che da oggi in poi, se la pubblica, è a rischio di pesanti ritorsioni”?

10 Onorevole D’Alema, il 18 luglio scorso, il quotidiano Il Riformista riprese una nostra finta intervista nella quale un personaggio di fantasia dichiarava che: “un noto politico mi propose di candidarmi, in cambio voleva essere sculacciato”, inserendola in un articolo intitolato “Santo e puttaniere”, ovviamente riferito al Presidente Berlusconi. Non crede che il fatto di manipolare a proprio uso e consumo e, quindi, di pubblicare una notizia senza nemmeno verificarne l’attendibilità sia sintomatico di quanto, alcuni organi di stampa a Voi notoriamente vicini, siano disposti a dare credito a chiunque pur di screditare il Presidente Berlusconi?

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Pdl, Berlusconi in cerca di volti nuovi

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Pdl, Berlusconi in cerca di volti nuovi


bush-welcomes-italian-pm-berlusconiIl premier sta cercando volti nuovi, soprattutto di donne. Nel Lazio il suo pressing è diventato fortissimo per cercare di convincere Luisa Todini a scendere in campo. L’imprenditrice, che ha avuto una parentesi in politica come eurodeputata di Forza Italia, ha chiesto tempo per decidere. Almeno fine mese prima di dare una risposta definitiva. Il problema principale sta nel fatto che Luisa, oltre che presidente del comitato Leonardo (che si occupa di premiare le eccellenze del made in Italy), non intende abbandonare l’azienda di famiglia, nella quale era rientrata con tanto di promessa al padre. Inoltre, la Todini, il cui core business sono le costruzioni, potrebbe ricevere un danno da una eventuale elezione della rampolla di famiglia alla guida della Regione Lazio.

Ma il Cavaliere, anche in questi giorni di vacanza, parlando a telefono con i parlamentari che lo hanno chiamato, si è mostrato molto fiducioso di incassare una risposta positiva. In pratica si aspetta un sì e che arrivi a breve. Il premier pensa sia il candidato migliore, quello che ha maggiori possibilità di vincere e risponde alla caratteristiche del «candidato perfetto»: giovane, viso solare, funziona bene in tv, ha spirito imprenditoriale per mettere le mani in quella palude che è la Regione Lazio. Insomma, andrebbe nel solco degli ultimi candidati scelti da Berlusconi, come Gianni Chiodi in Abruzzo e Ugo Cappellacci in Sardegna. Candidati non meramente politici, poco più che quarantenni. Chiodi, al momento di candidarsi, era sindaco di Teramo va proveniva da un’esperienza professionale; Cappellacci era assessore a Cagliari ma aveva un avviato studio di commercialista.

Contro Todini si muovono ambienti di An che invece preferirebbero un candidato politico e spingono per Andrea Augello, che alla Regione è già stato assessore al Bilancio con Storace, oppure per Fabio Rampelli, deputato Pdl. Ma non lavora contro il sindaco Gianni Alemanno, che tutto sommato non sarebbe dispiaciuto da un’eventuale coabitation con l’avvenente imprenditrice. Sembra tramontare l’ipotesi di Giorgia Meloni che vuole invece impegnarsi della costruzione del nuovo movimento giovanile del centrodestra.

Se la rampolla della famiglia di costruttori dovesse dire di no, Berlusconi sta pensando a un candidato per certi versi simile e per altri assolutamente opposto: la leader dell’Ugl Renata Polverini. È sindacalista, contrariamente alla Todini che viene dall’impresa, ma è donna, giovane e che ha risposto forse anche meglio nelle arene televisive, in particolare Ballarò. Romana, donna di polso, avrebbe le caratteristiche per resistere alla battaglia della stagnazione, finora quasi sempre vincente alla Pisana.

Si cambia anche in Campania dove il Cavaliere sta preparando una mossa ancora più ardita. quella di candidare il presidente degli industriali di Napoli, Gianni Lettieri. Un uomo che addirittura viene da sinistra e che vuole rompere gli schemi, vuole andare oltre l’attuale sistema. E un candidato nuovista è anche Peppe Scopelliti, attuale sindaco di Reggio Calabria, il primo cittadino più amato d’Italia. Quarantatre anni da compiere, un passato di militanza nelle organizzazioni giovanili di centrodestra, sarebbe l’ideale per far saltare l’attuale assetto di potere calabrese.

Situazione più in alto mare invece in Puglia, dove è stato spedito anche Gaetano Quagliariello anche per assistere il partito sul territorio a trovare un’intesa su un nome nuovo. Ma qui si sta cercando, più che altrove, di trovare un candidato terzo che attragga anche l’Udc. La linea di partenza è di cercare un’intesa nazionale con i centristi, che invece vorrebbero alleanze regione per regione. Si vedrà ma Berlusconi ha fretta. Ha già detto chiaro e tondo che non vuole aspettare, a settembre già vuole partire con i candidati in pista. Il tempo a disposizione in effetti è poco, con ogni probabilità si vota a fine marzo. La campagna elettorale comincerà in autunno. Anzi, forse è già cominciata.

Fabrizio Dell’Orefice per Il Tempo

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Sia maledetta la nostalgia ma la nuova Destra dove è andata a finire?

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Sia maledetta la nostalgia ma la nuova Destra dove è andata a finire?


LIDO DI MILANOCaro Giornale,
forse la questione posta da Angelo Mellone è questa: gli intellettuali di destra – identificati in quanto tali in un gruppetto di persone incolpevoli (Marcello Veneziani, Marco Tarchi, Alessandro Giuli e Stenio Solinas) – sono indietro rispetto alla destra che, al contrario, è al governo, decide e determina il cambiamento. E gode di smagliante consenso.

A parte il fatto che lo smagliante consenso se lo gode, a buon ragione, il Cavaliere – vorrei proprio vedere, infatti, senza Silvio Berlusconi, che cosa resterà del Popolo della Libertà – se la questione posta da Mellone è quella di capire perché mai tutte le brave persone sopraindicate non se la vogliono vivere l’attuale stagione, è argomento già raccontato. Torna ogni estate, le raccolte de il Giornale possono testimoniarlo. Ma visto che sono stato preso di striscio da Mellone, e visto che a differenza degli altri io posso vantare la colpevolezza di una militanza di partito, una cosa vorrei dirla, ma così, raccontando due episodi.

Fatto è che qualche mese fa ho incontrato per strada Fabio Granata, tra i consigliori di Gianfranco Fini, che a un certo punto, tra i nostri abbracci, mi ha chiesto: «Ma si può sapere perché ce l’hai così tanto con Fini?». Fermi tutti. Ci penso, non mi pare di avercela con il presidente della Camera, anzi, fa sempre di più un figurone. Immediatamente però, mi si accende un lampo: «Altro che. Ha preso un milione e mezzo di italiani, gli elettori del Msi, tutta gente per bene, quelli ai quali lui ha preso tutto per diventare quello che è, e li ha fatti tutti assassini. Se domani i miei figli dovranno vergognarsi di me – io che ho l’orgoglio di essere figlio di mio padre, figlio come sono di una famiglia, “Buttafuoco”, che coincide con la storia del Msi – dovrò ringraziare il signor Fini. Ha trascinato perfino Giorgio Almirante nella condanna». Ho detto questo, dopo di che me ne sono tornato nel mio brodo, io che non sono mai stato almirantiano, né finiano, né seguace del Fascismo del 2000, io che aborro le idee-cadavere – come d’altronde Granata che era come me, un ragazzo dei Campi Hobbit – io che stavo con Beppe Niccolai, l’eretico del socialismo tricolore, ho chiuso i conti con la politica anni e anni fa, quando la destra, prossima allo sdoganamento, chiudeva la propria stagione d’isolamento per incontrare finalmente Silvio Berlusconi.
Buon per loro, buon per tutti. Berlusconi è un campione della modernità che ha incontrato nel suo cammino il popolo della destra. Una casualità più che una strategia. Un ingrediente del piatto forte del populismo, ma resta il fatto che quel milione e mezzo d’italiani, malgrado le speranze parricide, è ancora un magma vivo fatto di storie, contatti, libri, amicizie e miti. Un magma che non c’entra niente con l’eredità maligna della sopraffazione, della tirannia o – peggio – dell’antigiudaismo criminale. L’apparato del nostalgismo – piuttosto – servì più alla destra che va avanti che alla grande stagione dell’eresia. Quando finalmente Marcello Veneziani può firmare in prima pagina un magnifico pezzo sul Corriere della Sera, possiamo esserne orgogliosi e felici perché in via Solferino, a fare finalmente una crepa sul muro del conformismo, Veneziani non ci arriva prostituendosi con qualche vaga formula tipo «l’antifascismo è un valore», o un atto di presenza presso i sacrari della democrazia, ma trascinandosi la ola di quelle storie, di quei contatti, di quei libri e di quei miti. Non è vero che rinunciando alla propria identità si guadagna consenso, è vero il contrario: si perde e si risulta patetici più che comici. Quanto meno esteticamente (abbiate cura almeno di toglierli i Ray-Ban quando assistete compunti alle commemorazioni delle Fosse Ardeatine: il tacco a punta e il trench da picchiatori in disarmo vi fanno capolino dalla faccia).

E sia maledetta la nostalgia. Quando si citano a sproposito i nomi, si dimentica che Marco Tarchi, facciamo l’esempio più importante, fu espulso dal partito per garantire la sopravvivenza a una cerchia la cui ragione sociale era speculare alla nostalgia post-fascista e fascistoide di tanti poveri citrulli in buona fede. E la cerchia, quella in mala fede, stava appollaiata tutta sugli occhiali di Gianfranco Fini.

C’era una volta quel partito, adesso non c’è più anche perché molti di loro, tra i migliori, andando a Varese e a Verona, li trovate con la Lega. In Sicilia stanno con Raffaele Lombardo, nel partito dell’Autonomia. E fanno bene. Fanno politica. E fanno benissimo i ragazzi di Casa Pound.

C’era una volta quel partito ed è rimasto tutto – che Dio lo benedica – nella sim di Maurizio Gasparri, l’unico vero erede di quel patrimonio perché vedi, caro Giornale, solo il mio compare (ho battezzato Gaia, la figlia di Maurizio e Amina) ha la dignità di rispettare quel mondo chiamandolo per nome e cognome. In ogni angolo d’Italia ognuno di loro, chiamando Gasparri, può trovare ascolto. E lui trova sempre qualcuno dappertutto. Qualche giorno fa sono andato a fargli visita e l’ho trovato concentrato a disegnare tanti cerchi concentrici su un foglio: «Vedi, compare? Siamo al governo, è vero, però una cosa deve essere chiara nei rapporti con il mondo a noi esterno. Nel primo cerchio, quello più importante, ci stanno i missini cromosomici, e nessuno me li deve toccare. Quindi i missini semplici, poi quelli del Msi-Dn che già sono una degenerazione con quel Dn e dopo si arriva ad An che è quella che è. Dopo ancora, arriva il Pdl che per fortuna ha il Cavaliere ad evitare che si facciano danni. Ecco, dal primo cerchio all’ultimo non c’è nulla che si possa cancellare». Quelli del primo cerchio sarebbero gli italiani di serie B secondo lo schema tanto caro alla cosiddetta destra che va avanti. Si salvano grazie ad una sim.

Giusto, caro Giornale, dovevo prendere parte al dibattito sollevato da Mellone, e ho parlato d’altro. Ma gli voglio dare ragione: personalmente sono indietro rispetto alla destra che va avanti. È vero: mi fanno pena le idee-cadavere. Per questo stavo con Niccolai, alla larga dal Fascismo del 2000 di Gianfranco Fini. E ancora di più mi fanno schifo le idee-ridicole. Per questo non so fare dibattito. E sempre viva la sim di Gasparri.

Pietrangelo Buttafuoco per Il Giornale

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“Basta Forza Italia e An. Facciamo il vero partito”

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“Basta Forza Italia e An. Facciamo il vero partito”


berlusconi-pdlLunghe dormite. I figli. Qualche vecchio amico come Salvatore Ligresti ed Ernesto Pellegrini. Qualche fedelissimo come Guido Podestà. Un’occhiata alla situazione nelle aziende con il giro dei direttori. Silvio Berlusconi si chiude ad Arcore. Poca politica per il momento. Una tappa in un centro commerciale a sondare l’aria che tira. Un giro a Lesmo, trantamila metri quadri con tanto di parco dove si sta completando la sede dell’Università liberale, il grande progetto a cui lavora oramai da un paio d’anni. Gli resta di andare a far visita al Milan, era in programma ieri ma poi è saltata. E di andare a Villa Campari, l’ultimo suo gioiellino sul Lago Maggiore, dove aveva pensato di trascorrere qualche giorno di vacanza.
Insomma, il Berlusconi degli ultimi giorni è soprattutto un Berlusconi a riposo. A dieta, che sta cercando di recuperare le forze. L’unico sforzo veramente politico è stato quello di preparare la conferenza stampa di domani sui risultati del governo. S’è fatto stendere una nota su quello che è stato fatto in questi quindici mesi. Quattro pagine fitte di impegni mantenuti. L’abolizione dell’Ici, i rifiuti di Napoli, il piano anticrisi, l’intervento sulle banche, l’Iva di cassa fino all’ultimo aggiornamento con la moratoria sulle piccole imprese. Berlusconi si compiace a rileggersi quella sfilza di provvedimenti, ripete che ai giornalisti vuole pronunciare quella sequela impressionante. Forse ci sarà qualche anticipazione sull’autunno. Forse. Il vero capitolo aperto è il partito.
A un deputato del Pdl con cui ha avuto un colloquio di recente ha spiegato: «I tre coordinatori hanno lavorato bene, in una fase complessa. È vero che ora bisogna cambiare». Cambiare come? Intanto non a breve. Denis Verdini è in vacanza, a Cuba, tornerà tra una settimana ed è assai improbabile che il Cavaliere decida senza parlare con lui. Il punto a cui Berlusconi tiene di più in questo momento è fare davvero il partito unico. Una parola che gli è stata sentita pronunciare è «omogeinizzare». Basta con l’assurda regola del 70% delle posizioni a Forza Italia e il 30% ad An. È una regola che poteva funzionare nella fase iniziale, nella fase di avvio. Il premier storce il naso quando vede l’organigramma del Pdl con tutti i settori nei quali si alternano rigorosamente i responsabili dei due partiti fondatori. «Non ha più senso», ha più volte detto. E qui si aprono più questioni.
La soluzione che circola con più insistenza è quella di fare un coordinatore unico. Ma per farlo intanto bisogna cambiare lo statuto e per cambiare lo statuto bisogna raggiungere un accordo preventivo con Fini. Quindi è necessario individuare un nome, e qui si naviga nel buio. La formula al momento non sembra appassionare il Cav che piuttosto sembra più interessato a dare una rinfrescata con qualche giovane a cui far scalare posizioni. Idee. Idee in libertà. Ma quando Berlusconi è ad Arcore qualcosa sta per accadere. Fu così l’anno scorso quando a Villa San Maertino prese corpo il piano anti-crisi economica. E fu così due anni fa quando qui venne partorito il partito unico. Quest’estate sarà l’estate dell’organizzazione della formazione politica, del radicamento sul territorio, della messa in moto del grande motore azzurro. I nomi saranno la conseguenza.

Fabrizio Dell’Orefice per Il Tempo

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