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Senza Fini la destra non ha più alibi: ora torni ad essere se stessa

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Senza Fini la destra non ha più alibi: ora torni ad essere se stessa


Non esistono separazioni piacevoli, nemmeno al termine dei rapporti più logori e sfiancanti. Tutt’al più, una volta superata l’iniziale fase dell’irrazionalità, ci si deve sforzare di uscire dalla sbornia post-rottura e, così, riacquistare la lucidità necessaria per compiere un’analisi obbiettiva dell’accaduto, utile a comprendere anche e soprattutto i propri errori dei quali, spesso e volentieri, non ci rendiamo conto perché, quando si litiga, tendiamo a focalizzare tutta la nostra attenzione su quelli commessi dall’altro. Questa sorta di introspezione è molto utile se si vogliono, responsabilmente, evitare spiacevoli strascichi che, magari, vedono coinvolti anche amici e familiari. Non esiste cosa peggiore che farsi la guerra in famiglia. Esattamente quello che sta accadendo nella “famiglia” della Destra Italiana, che esce con le ossa rotte da un lento ma inesorabile processo di separazione durato circa dodici anni, ovvero da quando Fini, con un partito che, forte delle sue posizioni, alle politiche del ’96 raggiunse il suo massimo storico, pensò bene d’inciuciare col democristianissimo Mario Segni, dando vita (?) al disastroso esperimento dell’elefantino. Il risultato lo conosciamo tutti: trend positivo invertito e – 6%  rispetto alle politiche. Ergo, Alleanza Nazionale perse la sua spinta propulsiva e, con essa, ogni velleità di “sorpasso” sugli alleati di Forza Italia, stabilizzando il proprio peso elettorale attorno al 12%. Da allora, fu un susseguirsi di esternazioni, con le quali Fini ha sottoposto la base del partito ad un quotidiano sfilacciamento, costringendo, in molti casi, dirigenti e militanti a vivere nel paradosso di doversi letteralmente vergognare della propria storia e delle proprie idee. Una situazione resa ancora più umiliante ed incomprensibile dal fatto che, contestualmente, la Lega di Bossi costruiva i suoi successi elettorali facendo suoi i temi che Fini gettava a mare. Insomma, cornuti e mazziati, ma tenuti insieme da un senso d’appartenenza fuori dal comune e dalla speranza che, quantomeno, dietro alle prese di posizione dell’allora Presidente di Alleanza Nazionale ci fosse un disegno politico ben preciso. Detto questo, per onestà intellettuale, dobbiamo avere il coraggio di ammettere che in molti, troppi casi, con il nostro silenzio fummo corresponsabili di quanto stava accadendo dentro al partito. Su questo punto non ci sono scuse, soltanto rimpianti. Sì, perché di fronte a spettacoli avvilenti come quello avvenuto ieri pomeriggio alla Camera, trovo umanamente comprensibile pensare che, forse, se fossimo stati tutti un po’ più decisi nel contrastare certe prese di posizione, se avessimo avuto le palle  per dire chiaro e tondo che così non si poteva andare avanti, beh, forse Fini avrebbe preso coscienza dei suoi errori. Forse, chissà. Certo, ora che la frittata è fatta tutti questi ragionamenti lasciano il tempo che trovano ma, vivaddio, si dovrà pur aprire una riflessione seria su una frattura che, in un sol colpo, ha sancito la fine di un percorso lungo oltre sessant’anni ed ha ammaccato vistosamente la carrozzeria del Popolo della Libertà. Sarebbe grave se quanto avvenuto ci lasciasse indifferenti, perché vorrebbe dire che viviamo in uno stato di sostanziale apatia, per non dire comatoso, assuefatti a subire passivamente qualsiasi cosa venga detta o fatta. Ecco, quello che mi aspetto è un sussulto, uno scatto d’orgoglio che parta soprattutto dai giovani, ma che coinvolga anche tutta la classe dirigente, attraverso il quale si abbia il coraggio di rivendicare, una volta per tutte e con estrema chiarezza, quelle istanze e quei valori nei quali la Destra si è sempre riconosciuta. Badate bene, a scanso di equivoci, con questo non intendo certo dire che dovremmo riappropriarci di certi rituali nostalgici, ma rispettarli anziché rinnegarli spudoratamente, perché fanno parte della nostra storia. No, non credo che dovremmo sbandierare posizioni razziste o xenofobe – che, per inciso, non hanno mai fatto parte del dna della Destra Italiana – ma essere fermi nel tutelare la sicurezza dei cittadini, nel contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina e di difendere, senza se e senza ma, la nostra Identità Nazionale e le nostre tradizioni da chi non le rispetta. Come non dovremmo assumere posizioni cosiddette “clericali” a prescindere, ma nemmeno mettere in discussione il concetto irrinunciabile di sacralità della vita e le indiscutibili radici cristiane sulle quali fioriscono le nostre tradizioni e la nostra storia. Allo stesso modo, e qui passiamo ad un argomento forse meno alto ma altrettanto importante, nessuno si è mai sognato di affermare che dovremmo essere un manipolo di cagnolini scodinzolanti ai piedi di Berlusconi (come dice adesso qualcuno che, evidentemente, di scodinzolii se ne intende) ma leali e costruttivi nei confronti del governo, degli elettori che ci hanno dato fiducia e, soprattutto, di noi stessi, che ci siamo buttati anima e cuore nel progetto del partito unico del centrodestra, quella “casa comune” in nome della quale, appena due anni fa, abbiamo abbandonato la nostra. Insomma, e qui concludo, non dovremmo far altro che tornare ad essere noi stessi. Il tradizionale appuntamento di Atreju è ormai alle porte, facciamo tutti in modo che non diventi l’ennesima occasione persa.

Alessandro Nardone

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Addio “compagno Fini”. Ora Gianfranco è sociale

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Addio “compagno Fini”. Ora Gianfranco è sociale


GIANFRANCO FINI

Un Fini sociale. Che guarda alla famiglia. Ai giovani. A voler esser un pizzico maliziosi si potrebbe anche aggiungere un Fini che si concentra sugli italiani. Insomma, sarà un presidente della Camera diverso, che ridisegna le sue priorità. Non vuol dire che il cofondatore del Pdl abbia deciso di abbandonare le battaglie che hanno caratterizzato il suo anno politico che s’avvia a conclusione. Semplicemente, si tratta di rinnovare l’agenda, di introdurre nuovi elementi, nuovi contenuti. E sicuramente anche nuovi toni.

Il rapporto con Silvio Berlusconi si mantiene sereno.  Presto per dire che sia tornato saldo. Ma il fatto che i due, dal giorno della statuina vicino a piazza Duomo, oltre ad essersi visti si siano sentiti quattro volte al telefono, è segno che qualcosa è cambiato. Qualcosa di sostanziale. Certo, per ora oggetto dei colloqui sono stati soprattutto gli auguri per le festività. Convenevoli. Poco, quasi per nulla: è corsa lungo le cornette la politica. In ogni caso, il clima è cambiato. E forse più che la statuina a farlo mutare è stato il fuorionda con il quale era stato svelato un colloquio riservato tra il presidente della Camera e il procuratore della Repubblica di Pescara. Clima diverso e ora si cambiano anche gli argomenti.

Il Fini targato 2010 sarà molto più attento alle questioni economiche. E in particolare sociali. Per esempio, il principale inquilino di Montecitorio è deciso a chiedere che il governo applichi uno dei punti qualificanti del programma di governo: realizzi il quoziente familiare. Insomma, metta mano al sistema fiscale prevedendo aiuti alle famiglie. Nel piano presentato alle elezioni 2008, si parla esplicitamente di quoziente (come in Francia, dove i contribuenti vengono considerati anche come nucleo familiare), sebbene si citi la sua introduzione in via sperimentale. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti si sta muovendo su una strada analoga, ma diversa che preveda bonus in base ai figli che fanno parte della famiglia.

Di sicuro, Fini chiederà di accelerare questo processo. Altro tema che il presidente della Camera si appresta a lanciare riguarda il welfare. In particolare, la nuova bandiera sarà un sistema di stato sociale più inclusivo soprattutto per i giovani. D’altro canto, il welfare inclusivo era nel decalogo che ha compilato Fini nel suo libro «Il futuro delle libertà». E per capire che tipo di stato sociale immagini l’ex leader di An basta ricordare le sue parole del giugno scorso sulle garanzie: «Occorre correggere le anomalie delle frammentazioni e della disparità di trattamento che abbiamo ereditato dal passato. Lo sforzo deve essere quello di costruire un welfare inclusivo che non discrimini i precari rispetto ai garantiti. Un sistema più moderno che miri a tutelare il lavoratore nelle varie fasi della sua vita professionale oggi non più all’insegna necessariamente del posto fisso ed a tempo indeterminato.

In questo senso – ammoniva Fini – il sistema di ammortizzatori sociali deve coprire i nuovi rischi del mercato del lavoro, permettendo al lavoratore di affrontare i cambiamenti senza che questi si traducano inevitabilmente in negativi arretramenti delle sue condizioni di vita». Non mancheranno certamente gli appelli al dialogo e alle riforme condivise, e i moniti contro i voti di fiducia. Ma si parlerà meno di immigrati e anche la legge sulla cittadinanza verrà presto accantonata con la scusa della campagna elettorale incipiente. Fini appare deciso anche a riscoprire una sua battaglia un po’ messa da parte: quella a favore delle donne.

Sul sito della sua fondazione Farefuturo, da pochi giorni, compare un nuovo testo con il quale si annuncia che l’associazione «vuole promuovere una “rivoluzione della dignità” centrata sull’insostituibile ruolo sociale della donna, sul valore originale della sensibilità e dell’ingegno, su una vera politica delle pari opportunità, sulla riscoperta anche del ruolo materno». Più in generale, l’intera fondazione subirà una mutazione: meno futili provocazioni culturali e più analisi, più ricerca, più proposte (che poi dovrebbe essere l’obiettivo numero uno). Infatti sul web è l’intera pagina di presentazione dell’organizzazione ad essere stata riscritta. Al primo punto si legge: «L’egemonia del presente domina lo spazio del dibattito del nostro Paese. Soffriamo di un pericoloso schiacciamento sull’immediato del “tempo storico”: la cultura del sondaggio diventa l’unica premessa per azioni, strategie, leadership; il “mark to market” diventa sistema decisionale e cifra delle politiche pubbliche e delle scelte private. Farefuturo vuole promuovere una rinnovata cultura strategica».

Un capitolo a parte riguarda i rapporti internazionali. La fondazione del presidente della Camera ha stretto alleanze con quella dell’ex premier spagnolo Aznar (Faes) e con la fondazione Adenauer e alcuni eurodeputati che provengono da An hanno riscoperto un certo interesse nei loro confronti da parte degli esponenti della Cdu. Fini ne è consapevole e infatti vedrà i parlamentari di Strasburgo a lui più vicini subito dopo le feste, forse in un pranzo informale.

Poi verranno i viaggi all’estero. Due quelli più importanti. Il primo a Washington su invito della speaker della Camera Usa, Nancy Pelosi, per febbraio. Non esclude un incontro anche informale con Obama, sebbene non sia prassi che il presidente degli Stati Uniti riceva il presidente di un ramo del Parlamento italiano: sono al lavoro le diplomazie. Il secondo a Gerusalemme, sempre in febbraio: per Fini un ritorno.

Fabrizio Dell’Orefice per Il Tempo

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La rappresentanza e l’impegno civile

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La rappresentanza e l’impegno civile


fini-profiloI contenuti e le forme della “rappresentanza politica” e il loro rapporto con l’attività di governo costituiscono da sempre, fin dalle origini dello Stato liberale, uno dei grandi temi su cui si è soffermata la riflessione giuridica e politologica. Nell’epoca della globalizzazione e della diffusione del sapere democratico, i fondamenti caratterizzanti la rappresentanza in campo politico sono stati sottoposti a forti tensioni per ragioni di varia natura che, come hanno evidenziato, in alcuni dei loro ultimi scritti, studiosi del calibro di Ralf Dahrendorf e Yves Mény, sembrano aver rotto l’equilibrio fra l’esigenza che nel Parlamento, sede della “rappresentanza”, trovi espressione il pluralismo della società civile nella molteplicità dei suoi orientamenti, e le esigenze di governabilità rappresentate da forme di investitura diretta degli esecutivi. Che cosa significhi tutto questo per gli ordinamenti democratici di massa può essere spiegato solo se, da un lato, si connette il tema della rappresentanza con quello della politicità, e, dall’altro, quest’ultimo con le trasformazioni dello Stato moderno e degli istituti rappresentativi nell’ambito del processo di globalizzazione.

Per svolgere alcune sintetiche considerazioni in relazione alle diverse concezioni, tecniche e prassi relative alla rappresentanza in campo politico che si sono succedute nel tempo, mi avvarrò anche di alcuni esempi storici, primo fra tutti quello che ha contrapposto le affermazioni di Antoine Barnave e di Robespierre i quali, nel dibattito del 10 agosto 1791 in seno all’Assemblea Nazionale Costituente, affermarono due principi antitetici. Il primo, Barnave, disse che «la qualità di rappresentante non è legata all’elezione», il secondo, Robespierre, affermò, invece, che «la qualità di rappresentante è legata all’elezione». Sullo sfondo vi era la rilevante questione giuridica, oltre che ovviamente politica, se il Re, pur non essendo eletto, avrebbe comunque potuto essere qualificato “rappresentante” e, conseguentemente, «partecipare con il veto all’esercizio della sovranità, cioè all’espressione della volontà generale». Le teorie moderne della rappresentanza ci dicono che quest’ultima non si forma soltanto attraverso l’atto elettivo da parte dei componenti di un collegio, dal momento che anche chi non fa derivare la propria posizione potestativa da una elezione può assumere i caratteri di un rappresentante (è questa la cosiddetta “teoria della rappresentanza istituzionale”).

Dal punto di vista storico, sono state soprattutto le teorie elaborate durante l’Ottocento a legittimare i modelli monarchico-costituzionali attraverso l’utilizzo del principio rappresentativo, in progressiva evoluzione verso il regime parlamentare che incardina la democraticità all’interno della forma di governo. Rappresentatività e democraticità sono termini coesistenti e complementari, ma che possono presentarsi anche disgiunti. Perché la rappresentatività assuma carattere democratico è necessario che la rappresentanza sia veramente espressiva della volontà popolare. La variabile decisiva per individuare e seguire lo svolgersi e il radicarsi delle concezioni sulla rappresentanza in campo politico è, infatti, quella relativa al processo di estensione del suffragio, unita alla diffusione del costituzionalismo come limite al potere. Libertà come limite alla concentrazione del potere ed eguaglianza dei diritti politici costituiscono i due elementi fondamentali che caratterizzano la nascita del costituzionalismo democratico.

Mi piace ricordare, a questo proposito, una bella frase di Thomas Paine, padre del costituzionalismo americano e precursore delle teorie sulla sovranità popolare, che scrisse: «Una Costituzione non è l’atto di un governo, ma l’atto di un popolo che crea un governo: un governo senza costituzione è un potere senza diritto; una costituzione è antecedente ad un governo e il governo è solo la creatura della costituzione». Ecco, dunque, il punto: ogni analisi sulla rappresentanza non può che prendere le mosse dal principio di sovranità popolare. Non interessa, dunque, una qualunque rappresentanza, interessa la rappresentanza politica di un sistema democratico. Mi sembra questa la questione da cui ripartire per condurre una riflessione sulla rappresentanza e sugli istituti ad essa collegati la cui difesa spetta non ad un organo qualsiasi, ma all’organo attraverso il quale, in primo luogo, anche se non esclusivamente, si realizza il principio democratico: il Parlamento. Parlamento che, per il suo legame diretto con il popolo, rappresenta lo strumento principale attraverso il quale il popolo stesso esercita la sua sovranità. I problemi molteplici che si sono manifestati negli ultimi tempi in forme nuove e particolarmente vistose, espressione di una crisi fra istituzioni rappresentative e cittadini elettori, mettono a dura prova la democraticità del sistema.

Tra le cause principali che hanno determinato nelle democrazie occidentali il problema del deficit rappresentativo dei partiti e delle istituzioni, con conseguente svuotamento delle forme della rappresentanza, vi sono il tramonto delle ideologie, la tendenza degli interessi ad autorappresentarsi, l’influenza dei mass-media, divenuti canali di trasmissione della domanda politica, la moltiplicazione dei luoghi in cui può allocarsi l’istituto della rappresentanza, i processi di “deterritorializzazione” dell’autorità politica, l’interdipendenza dei mercati globali, nonché le nuove forme di governance multilivello su scala non solo comunitaria. Inoltre, com’è noto, le democrazie contemporanee hanno tutte significativamente premiato il ruolo del potere esecutivo a scapito delle assemblee elettive. Anche se è sbagliato ritenere che le funzioni assolte da quest’ultime siano soltanto di natura simbolica e sebbene permanga in tutti gli ordinamenti democratici un vincolo formale di fiducia tra esse e l’esecutivo, è quest’ultimo, infatti, che detta in modo prevalente il cosiddetto policy-making (la politica del fare), la fisionomia e la composizione politica dell’esecutivo dipendono direttamente dall’esito delle consultazioni elettorali, spesso proprio condotte sulla base di una procedura che riduce ad opzione binaria tra due leader la complessità dei problemi che le democrazie avanzate sono chiamate ad affrontare.

C’è allora da chiedersi: che fine ha fatto la rappresentanza politica? Quale sorte è toccata a questo antico istituto che per secoli ha segnato, pur tra incessanti e profondi rimaneggiamenti, l’esperienza politica occidentale? Che la rappresentanza sia anch’essa crollata insieme al muro di Berlino, fagocitata dalla crisi post-ideologica? Eppure, da che mondo è mondo, i governanti non governano per se stessi, per il loro vantaggio privato o in virtù di meri rapporti di forza. O almeno non può apparire che accada questo. Essi esercitano la loro autorità necessariamente nel nome di un’autorità che li trascende, ieri quella divina oggi quella della medesima autorità governata. Sul piano pratico chi governa anzitutto rappresenta, e perciò “rende presente”, chi presente non è e nemmeno può esserlo, ovvero il titolare di tale autorità. Per Gerhard Leibholtz, uno dei massimi studiosi della rappresentanza, rappresentare significa «che qualcosa che non è realmente presente ridiventa presente… Tramite la rappresentazione qualcosa viene posto al tempo stesso come assente e come presente». È un problema, quello del mandato e della sua natura, che incombe su tutta la vicenda della rappresentanza moderna, ma che forse mai si è posto in termini tanto problematici come si pone attualmente, nel passaggio dall’uno all’altro millennio, perché mai come ora si è assottigliato il legame tra rappresentanti e rappresentati. Al punto che la teoria certifica l’obsolescenza della rappresentanza, proponendo di archiviarla, o quasi, dal lessico politico in vigore.

Per quello che riguarda l’Italia, le conseguenze della “transizione” avviata con i referendum elettorali del 1991 e del 1993 e con il trauma di Tangentopoli, entrambi legati agli effetti del crollo del muro di Berlino, hanno reso evidente la crisi dei partiti tradizionali. Il grande elemento di novità introdotto nell’ordinamento italiano dalla riforma della legge elettorale può essere riassunto nel passaggio da un sistema proporzionale, pressoché puro, al graduale radicamento del “maggioritario”. La bipolarizzazione della competizione politica ha portato di conseguenza all’apparizione e al consolidamento di un soggetto nuovo: la coalizione, non più intesa come un accordo fra partiti del tutto “sovrani”, ma come soggetto, per recuperare una interessante definizione di Marco Olivetti, «avente natura non tanto federale, quanto confederale, ovvero di una unione stabile, con soggettività autonoma, fra soggetti che conservano la plenitudo potestatis, vale a dire il diritto di uscire dalla coalizione come soggetti, ridiventando del tutto autonomi».

Il combinato disposto risultante dalla struttura bipolare nella competizione politica e dal ruolo del soggetto “coalizione” non rende più utilizzabile, soprattutto in ragione del nuovo sistema elettorale, la famosa definizione che Leopoldo Elia dava del sistema parlamentare italiano quale sistema a “multipartitismo estremo”. La forma di governo italiana del 2009 è, dunque, fortemente diversa rispetto agli assetti che la caratterizzavano all’inizio degli anni novanta. La trasformazione che l’ha interessata non ha tuttavia consentito un approdo permanente e stabile sulle agognate spiagge della democrazia maggioritaria. Sarei tentato di dire che, dopo più di un anno dall’inizio della XVI legislatura, la forma di governo italiana attraversa ancora una fase di transizione, collocandosi a metà fra l’ormai lontano sistema proporzionale puro e gli equilibri del parlamentarismo modello Westminster.

Sul punto trovo oggettivamente interessante l’alternativa posta in modo limpido da Giovanni Sartori che osserva come «nei sistemi maggioritari la rappresentanza è meno fedele, ma arriva più in alto, al governo; mentre nei sistemi proporzionali la rappresentanza è più fedele, ma ha una proiezione più corta, arriva solo all’assemblea». Proprio perché quello che dice Sartori ha una sua oggettiva validità, è stato necessario bilanciare la minore rappresentatività del sistema bipolare con l’introduzione del concetto – mutuato dal mondo economico – di accountability, di political accountability (“il dover rispondere agli elettori”). Dietro a questa espressione, di non facile traduzione, si cela l’idea che gli eletti debbano “rendere conto” ai rappresentati del loro operato. L’individuazione di una formula ad hoc per esprimere un concetto che dovrebbe essere già ricompreso nella concezione classica di rappresentanza politica – ma soprattutto di sovranità popolare e di pluralismo – sottolinea la maggiore garanzia che il sistema bipolare offre, sotto questo punto di vista, ai cittadini. In un sistema maggioritario di tipo bipolare, il programma di governo viene determinato fin dalla presentazione della coalizione al corpo elettorale.

È innegabile che in questo modo la controllabilità da parte del corpo elettorale, che non conferisce più una “delega in bianco” ai partiti, è massima e l’attività del governo può essere in ogni momento confrontata con le previsioni programmatiche. Il discorso è complesso e difficile da analizzare in breve tempo. Ciò che comunque mi preme affermare è che, proprio perché il paese si è ormai abituato al sistema maggioritario, e a scegliere la coalizione di governo, l’esigenza di dare stabilità al governo non deve comportare l’abbandono del modello di democrazia parlamentare. Il problema di fondo è quello di aumentare contemporaneamente la capacità deliberativa del Parlamento e del governo perché senza questa capacità deliberativa non si regge il confronto con gli altri centri di potere non solo transnazionali.

Sono questi grandi centri di potere che metteranno a dura prova la politica, il ruolo della politica, in una società che si evolve, se non aumenta la capacità deliberativa degli organi democratici. Ma l’aumento della forza deliberativa degli organi di governo e parlamentari, in un regime democratico, deve collocarsi in un quadro di accrescimento delle caratteristiche di democraticità dell’ordinamento stesso. In altri termini, dobbiamo realizzare una vera e propria “democrazia governante”. Ma che cosa vuol dire “governante”? Non come è stata intesa in qualche sciatta polemica italiana, più decisionista con solo capacità di decisione. Democrazia governante, come ci ha sempre insegnato Leopoldo Elia, si contrappone a democrazia “governata”. La democrazia era governata quando, pur essendoci il suffragio universale, tuttavia erano i notabili che esercitavano un’influenza preponderante; nella democrazia governata l’influenza del censo faceva sì che vi fossero pochi leader ed un ceto dirigente ristretto. La democrazia governante, invece, comporta l’esigenza di individuare, per ciascuna procedura di decisione politica, un punto di equilibrio condiviso fra il suo grado di rappresentatività e quello di efficienza.

Si tratta, come è noto, di un problema solo apparentemente tecnico che, in realtà, sottende tutte le tensioni proprie del confronto fra interessi e schieramenti politici contrapposti. Peraltro, la diversità di tradizione fra l’esperienza inglese e quella dei parlamenti dell’Europa continentale costituisce ancora, nonostante il graduale ravvicinamento reciproco, un elemento strutturale di distinzione, sullo sfondo del quale si è venuta affermando la tendenza alla razionalizzazione del parlamentarismo europeo. Una tendenza volta cioè a risolvere in chiave decisionista il dilemma fra rappresentatività ed efficienza, attribuendo al Governo una significativa influenza nelle procedure parlamentari e riducendo di conseguenza gli spazi di autonoma iniziativa parlamentare.

Come diffusamente evidenziato dalla dottrina pubblicistica più recente, gli effetti di questa tendenza sono stati principalmente di due tipi: in primo luogo, di tipo istituzionale, nel senso di una crescente dislocazione del ruolo dei Parlamenti verso la funzione informativa e di controllo. In secondo luogo, di tipo funzionale per l’attività dei deputati, nel senso che, fatte salve le tradizionali garanzie previste a favore dei dissenzienti, gli ambiti di autonoma visibilità delle iniziative dei singoli parlamentari tendono gradualmente a ridursi, in ragione della disciplina di gruppo, della azionabilità solo collettiva di alcuni strumenti procedurali e della esperibilità di fatto limitata di altri strumenti, quali quelli di sindacato ispettivo. Bisogna, inoltre, sempre tener presente che l’originaria tripartizione dei poteri – legislativo, giudiziario ed esecutivo – è stata arricchita, recentemente, di un dato nuovo: mi riferisco al sistema di garanzie rappresentato dalle autorità indipendenti. Queste istituzioni, ponendosi come entità super partes, “hanno un po’ rubato la scena” ai Parlamenti, nel loro ruolo di garante ultimo della legalità. Naturalmente, nell’era della globalizzazione e della diffusione del sapere democratico, la riflessione politica e dottrinale sull’insieme di queste problematiche ha dovuto misurarsi con alcune nuove variabili di contesto, di cui si è venuta acquisendo crescente consapevolezza.

In ogni ambito decisionale si tratta ormai di gestire democraticamente processi che, per loro natura, hanno ormai un’estensione che travalica i confini nazionali e che rischiano di non poter più essere completamente ed efficacemente governabili al solo livello nazionale. Di qui l’importanza di aderire su particolari temi ad una reale dimensione europea della decisione politica: fra questi, le politiche dell’immigrazione e della sicurezza; le politiche sociali e del lavoro; la formazione, la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica. La forza delle istituzioni, tuttavia, non dipende solo dalla rapidità delle decisioni: poter decidere rapidamente è oggi una necessità ineludibile, ma occorre anche prendere le decisioni giuste.

Il confronto necessario fra le diverse istanze politiche è, pertanto, sempre coessenziale ad un equilibrato assetto di poteri e su questo si fonda il ruolo, non marginale e non emarginabile, del Parlamento, rispetto al governo, da un lato, e alle autorità indipendenti, dall’altro. Alcune significative conferme, in tal senso, ci provengono dall’orientamento complessivo della riforma costituzionale francese dello scorso anno (Legge costituzionale n. 2008-724, del 23 luglio 2008), che ha recepito gli esiti di un ampio dibattito, sviluppatosi a partire dagli anni Ottanta, sulla necessità di riequilibrare il ruolo del Parlamento, rispetto a quello dell’esecutivo, nei processi di elaborazione delle politiche pubbliche e nella verifica del loro effettivo impatto sulla realtà economica e sociale. Un secondo elemento rilevabile nelle recenti esperienze degli ordinamenti europei consiste, invece, nell’aumento delle istanze di valorizzazione della democrazia partecipativa e deliberativa rispetto a quella rappresentativa, con conseguente richiesta di riappropriazione, da parte dei singoli membri della comunità, di spazi di coinvolgimento decisionale che non ne limitino l’intervento al solo momento del voto.

Di qui la diffusione della popolarità di procedure tipiche del contesto anglo-americano – dalle primarie alle cosidette public consultations – che una legge francese del 2002 ha qualificato come proprie della nuova “democrazia di prossimità”, termine nuovo nel dibattito politico e di cui ci si dovrà occupare. Da queste considerazioni ha tratto origine, a partire dagli anni Novanta, un ampio dibattito giuridico e politologico sulla complessiva ridefinizione del ruolo dei Parlamenti di cui ci restano significative testimonianze nell’abbondante produzione letteraria di quegli anni. Per non fare torto a nessuno dei prestigiosi autori italiani, mi limiterò a citare il cosiddetto “Rapporto Rippon”, (il cui titolo formale era Making the Law, fare la legge), del 1992, sulla modernizzazione e l’apertura delle procedure inerenti l’esame dei progetti di legge nell’ordinamento inglese, seguito, a distanza di dieci anni, da un analogo rapporto su quella che, per la prestigiosa Hansard Society britannica, sarebbe stata la vera sfida per i Parlamenti nel nuovo millennio: “Making government accountable”, rendere un governo responsabile, restituendo al Parlamento una effettiva capacità di chiamare il governo a rendere conto del proprio operato.

In termini ancora più generali, valorizzare, attraverso il Parlamento, la capacità ed il diritto degli elettori di chiedere conto delle scelte compiute dagli eletti. Si tratta di temi che, come è noto, fanno parte del dibattito corrente anche nel nostro paese dove, al di là del fragore delle polemiche più o meno quotidiane, e facendo anche tesoro di quanto evidenziato da un lungo e perdurante confronto sul tema delle riforme istituzionali, sono già stati individuati alcuni necessari ambiti di innovazione dei processi di decisione politica. Mi riferisco, in particolare, alla necessità di superare le aporie del bicameralismo perfetto, di concentrare la decisione legislativa sui grandi temi della politica nazionale, di ripensare la sessione di bilancio e di attivare, in modo efficace, gli strumenti e le procedure di esercizio della funzione di controllo parlamentare. E alcuni interventi in tal senso sono già stati avviati. Significative innovazioni sono inoltre già state introdotte in merito alla trasparenza e all’accessibilità da parte dei cittadini all’informazione parlamentare, veicolata attraverso molteplici fonti fra cui i siti internet delle due Camere.

Ma non è tutto: anche nella dimensione sovranazionale, il Parlamento sta recuperando il suo ruolo di sede primaria della rappresentanza, luogo dove convergono le pulsioni, le tendenze, le aspirazioni della comunità nazionale. Il Trattato di Lisbona, sviluppando quanto già previsto dai trattati vigenti, ha rafforzato il principio della piena informazione dei Parlamenti nazionali sui progetti degli atti comunitari, creando un canale autonomo, indipendente dai governi, al fine di favorire l’attività di controllo e di influenza sulla posizione degli esecutivi nella formazione del diritto comunitario. I Parlamenti nazionali sono, inoltre, coinvolti direttamente nella questione del riparto delle competenze tra Unione e Stati membri. Il Parlamento è così chiamato a svolgere un ruolo crescente nelle fasi ascendenti e discendenti del processo legislativo europeo e, a ogni modo, è sempre opportuno che, ad ogni affievolimento dei poteri dei Parlamenti nazionali, corrisponda un rafforzamento speculare dei poteri del Parlamento europeo nei processi di sovrastatualità.

C’è, tuttavia, un ulteriore profilo di cui tener conto nell’affrontare, con un maggior grado di problematicità, l’argomento della nostra conversazione. Un profilo, se volete, più squisitamente politologico, ma che, a mio avviso, non può però essere trascurato, se si vuole avere una visione più organica del problema della rappresentanza e del governo nell’era della globalizzazione, individuandone in concreto possibili prospettive evolutive. Parallelamente ai movimenti di opinione che abbiamo richiamato ed ai processi innovativi che ne sono scaturiti, gli anni Novanta coincidono, soprattutto in Italia, anche con una crisi diffusa dei soggetti tradizionali della rappresentanza politica e, più in generale, della “forma-partito”, da cui hanno tratto origine sia fenomeni di involuzione localistica, sia la tendenziale polarizzazione della rappresentanza politica intorno a figure carismatiche piuttosto che a soggetti organizzati.

Al di là, comunque, dei riflessi sull’ingegneria costituzionale e parlamentare, questa crisi ha inciso profondamente sui circuiti della partecipazione e della rappresentanza politica propri della nostra società; da qui la necessità che il potere politico esercitato venga accettato, nell’ambito di un quadro di regole condivise, in quanto al servizio di un progetto legittimato dal consenso del maggior numero dei membri della comunità e che veda tra i suoi princìpi inderogabili la difesa della libertà e dell’eguaglianza. Termini, quest’ultimi, da interpretare in maniera quanto mai concreta, entro il perimetro di un insieme di regole uguali per tutti, che siano presidio ed argine rispetto alle possibili degenerazioni dell’individualismo liberale in egoismo sociale e dell’egualitarismo socialista in assemblearismo o collettivismo.

Ci proviene dalla filosofia politica americana del XX secolo, filtrata in Europa attraverso la polvere del crollo del muro di Berlino, la graduale affermazione nelle democrazie europee di orientamenti di cultura politica, potenzialmente convergenti nel sostenere un restringimento del ruolo dello Stato e, quindi, della sfera d’incidenza della regolazione pubblica sia nel funzionamento del mercato – cioè nell’economia – sia nei processi di giustizia distributiva – cioè nella società. Mi riferisco, da un lato, alla cultura liberale, nelle sue diverse accezioni, prevalentemente ispirate, con diversa graduazione d’intensità, alla valorizzazione dell’individuo ed alla concezione di uno “Stato minimo”, efficiente e non burocratizzato. E, dall’altro, al “comunitarismo”, secondo l’espressione nata negli Stati Uniti, spesso incline, in funzione anti-individualistica, anti-liberale e anticapitalistica, ad un’esaltazione utopistica del solidarismo e della democrazia diretta, deliberativa e partecipativa, rispetto a quella rappresentativa.

Sono questi i movimenti profondi con cui, travalicando gli schemi del formalismo giuridico, si dovrà misurare in futuro chi voglia individuare procedure e tecniche di adeguamento della rappresentanza politica alle esigenze di decisione e di raccordo fra i diversi attori politici di una società pluralista e di una democrazia inclusiva. E questi movimenti profondi sono destinati ad un’eterna e sterile conflittualità se non si riesce a farli convergere verso una concezione condivisa del bene comune e verso un rapporto costruttivo fra individuo e comunità. Non spetta a me scomodare categorie aristoteliche per tornare ad evidenziare come, in realtà, individuo e comunità abbiano un senso solo nella misura in cui si integrino. E come l’etimologia stessa del termine “libero” sottenda l’appartenenza ad una comunità che tuteli la dignità e i diritti.

C’è una pagina di un filosofo tedesco della prima metà del Novecento, Nikolai Hartmann: «Vi è un valore specifico della comunità – scrive Hartmann – esattamente come vi è un valore specifico dell’individuo. Nella comunità si perseguono fini lontani e si assolvono compiti di maggior respiro rispetto ai quali l’individuo non può non subordinare se stesso e i suoi scopi individuali, nella misura in cui la comunità nella quale l’individuo si colloca è portatrice di valori. Solo così si può parlare di un’elevazione morale dell’uomo in un impegno di valore verso la comunità e l’esistenza di tali valori non si può seriamente dubitare. L’organizzazione sociale di ogni genere e grado è allora di per sé un valore proprio; qualcosa la cui realizzazione in sé, pur nel più unilaterale degli sfiguramenti, è ancora fornita di valore, perché la sua negazione è lo scatenamento del privato egoismo».

Una comunità portatrice di valori come antidoto allo scatenamento del privato egoismo; l’aggregazione costruttiva dei membri della comunità intorno a quei valori, contrapposta alla disgregazione individualistica ed alle lacerazioni determinate dal conflitto fra gli interessi. Sono questi, in sintesi, i messaggi che mi sembra di poter ricavare da queste condivisibili parole di Hartmann e che ritengo di proporvi come chiave interpretativa delle ragioni di una necessaria riattivazione dei circuiti sociali che sottendono alla rappresentanza politica. Si arriva così al nucleo incandescente del rapporto fra individuo e comunità; al punto in cui la dimensione etica si intreccia concretamente con quella politica, evidenziando come nelle moderne democrazie rappresentative lo Stato costituzionale debba porsi come la struttura giuridica grazie alla quale il sistema politico e la società civile possono svolgere una funzione costruttiva di stimolo dell’individualità. Mi rendo conto di aver introdotto qualche elemento apparentemente estraneo al vostro ambito di studio e di ricerca che, tuttavia, ritengo non possa limitarsi alla mera elaborazione asettica di schemi teorici, ma debba annoverare fra i suoi valori di riferimento quella pienezza di significato e di spessore su cui si fonda il rispetto delle norme, comprese ed accettate da una comunità in quanto al servizio del bene comune.

Quale deve essere allora, in tale prospettiva, il ruolo dei giuristi ed in particolare degli specialisti delle procedure di funzionamento delle istituzioni politiche? Offro, a questo riguardo, qualche indicazione pratica traendo spunto da un aneddoto di storia americana. Nel 1863, un ufficiale del Genio dell’esercito americano, Henry Martyn Robert, per l’autorevolezza ed il prestigio sociale di cui godeva la sua persona fra i suoi concittadini, fu incaricato di presiedere un’assemblea riunita nella chiesa della cittadina in cui viveva, per discutere e deliberare su alcune questioni d’interesse collettivo. Per quanto non fosse in grado di rifiutare, si rese subito conto di non essere all’altezza del compito che era chiamato a svolgere: il sovrapporsi degli interventi infervorati degli oratori, le modalità di formulazione ed esposizione delle diverse proposte e la difficoltà di compilare un testo-base per la decisione, lo convinsero della necessità, per qualunque organo assembleare rappresentativo di una comunità, di disporre di un quadro certo di norme di riferimento per l’esercizio dei diritti dei singoli e delle funzioni dell’organo nel suo complesso. A questo fine, gli venne spontaneo far riferimento alle procedure della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, adattandole in modo da renderle idonee a regolare ordinatamente e civilmente qualunque riunione pubblica o privata. Nacquero così, nel 1876, le “Robert’s Rules of Order”, un manualetto di procedure assembleari, attraverso cui, in un certo senso, nell’esperienza statunitense, le procedure parlamentari irradiano tutti i circuiti dell’associazionismo, sociale e politico, presenti nella società americana.

Il valore di questo aneddoto consiste, a mio avviso, nel suggerire come la costruzione di una cultura della rappresentanza, della partecipazione e della decisione politica, anche nell’era della globalizzazione e della diffusione del sapere democratico, scaturisce e si consolida nell’esperienza quotidiana. E in questo, il ruolo-guida del “giurista medio colto”, secondo l’espressione della dottrina tedesca, appare determinante. Solo così, in linea con la lezione di Raymond Aron, è possibile «dedurre il potere dalla libertà», superando un atteggiamento negativo nei confronti della rappresentanza istituzionale e della partecipazione politica e proponendo a ciascun membro della comunità di prendere parte, con i suoi diritti e le sue responsabilità, alla costruzione di una prospettiva di progresso, per sé e per gli altri, attraverso le leggi, il lavoro, la cultura e l’impegno civile e politico. In altre parole, attraverso la crescita materiale, morale e civile della società.

Gianfranco Fini

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Silvio e Gianfranco, ora parlatevi

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Silvio e Gianfranco, ora parlatevi


fini-berlusconiSiamo al 1962, i missili puntati su Cuba. O le artiglierie cominciano a dare fuoco o si fa la pace. I diplomatici, i mediatori hanno fatto tutto quello che dovevano fare. Restano solo loro due. Proviamo a guardarla freddamente. Silvio Berlusconi ha buoni motivi per ritenere che Fini abbia un disegno preciso. E dunque per preoccuparsi perché quel piano, se attuato, lo può decisamente mettere in difficoltà. Il presidente della Camera può formare un suo gruppo. Non molto ampio ma in grado di far male. Soprattutto al Senato dove i finiani di stretta osservanza si contano sulle dita di una mano ma occupano posizioni rilevanti: Baldassarri alla commissione Finanze, Augello in quella Bilancio, Cursi alle Attività produttive tanto per fare qualche nome.

Palazzo Madama è il punto debole di Fini: si vede piovere provvedimenti che sembrano scritti da Gasparri e Quaglieriello. Come il biotestamento, che se anche venisse modificato a Montecitorio, sempre al Senato dovrebbe tornare. È per questo che nelle scorse settimane l’ex leader di An, che già aveva avvertito il senso di isolamento dopo le Europee, ha ricevuto deputati e senatori che non vedeva e sentiva da tempo. Alcuni li ha riconquistati e lo si è visto anche nelle dichiarazioni di questi giorni. Fini, dunque, può far male. Usando la tattica che più dà fastidio a Berlusconi: il logoramento, la rappresaglia, l’assalto improvviso. Sono pizzichi, strizzatine, punture di spillo. Poco? È quello che è oggi nelle disponibilità di Fini. Ed è anche quello che Berlusconi non sopporta, memore della trattativa infinita con Casini e Follini l’altra volta che era al governo.

Allo stesso tempo è chiaro che Gianfranco, sebbene venga descritto come l’uomo delle svolte, è capace al massimo di girare. Ma non di imporre sterzate agli altri. In questo assomiglia davvero a Casini, è un vero democristiano. Solo in questo, però. Non va allo scontro. Non vorrebbe. Il piano se messo in pratica porterebbe all’oggettivo indebolimento del premier. Che domani andrà in tv a spiegare come la ricostruzione del dopo terremoto in Abruzzo è a buon punto. Si prepara a consegnare le case dimostrando che il suo è il governo del fare a differenza di coloro che fanno solo chiacchiere, sanno solo parlare (e tra questi inutile dire che comprenda pure Fini in quanto alla guida di uno dei due rami del Parlamento). Allo stesso tempo il presidente della Camera ha anche le sue ragioni.

Nel Pdl non esiste dibattito. Non c’è un luogo dove porre le proprie proposte. Non è consentito dissentire, chi ha provato si è sentito come aggredito, emarginato e ridicolizzato. Un leader non può consentirlo. A un leader tocca comprendere le ragioni di tutti e arrivare a una sintesi. Insomma, a un leader tocca alzare la cornetta. Anche se gli costa. Anche se in questo momento non sopporta il co-fondatore del Pdl e lo ha constatato anche l’altra sera alla cena a Villa Madama. Anche se pure Fini ha i suoi torti. Anche se non si capisce bene che cosa vuole. Probabilmente si sente escluso. Vorrebbe che il Pdl seguisse almeno un po’ la sua linea. Vorrebbe che venisse almeno preso in considerazione. Vorrebbe, vorrebbe. Insomma, Berlusconi lo chiami. Lo chiami e lo vada a trovare a Montecitorio. Parlatevi e chiaritevi. C’è tanto da fare. E gli italiani cominiano a non capirvi più.

Frabrizio dell’Orefice per Il Tempo

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Fini: “Mi riprendo il Pdl”

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Fini: “Mi riprendo il Pdl”


ITALY-POLITICS-PDL-BERLUSCONI-FINIUno, tanto per citarne uno. Fini non ama molto la tv, guarda poco i telegiornali. Martedì sera, dopo la cerimonia del Ventaglio, ha deciso di mettersi in poltrona e guardarsi il Tg1. E ha notato per esempio che nel servizio che lo riguardava si sorvolava sulle critiche che aveva poc’anzi espresso nei confronti della Libia, che certamente non saranno piaciute troppo a Berlusconi. Fini ci è rimasto male per come era stato trattato dal principale notiziario della tv pubblica. Certo, il presidente della Camera non è che si mette a chiamare il direttore del Tg1. Ma Augusto Minzolini l’ha comunque saputo. Il messaggio è arrivato, sicuramente ora faranno più attenzione.

Piccolo episodio. Ma significativo. Significativo di quello che sta succedendo dentro il Pdl. E che comincia dalle elezioni Europee, la settimana immediatamente successiva per la precisione. Il presidente della Camera legge e rilegge i risultati, guarda le preferenze, vede come si sono espresse le città, i quartieri. E rimane impressionato. Al Nord Cristiana Muscardini è seconda dei non eletti (rientrerà per i ripescaggi) superata persino dal giovane Carlo Fidanza che a sua volta è stato trainato da Ignazio La Russa, oltre 220mila preferenze, il più votato di An, secondo solo a Berlusconi.

Al Centro Federico Eichberg resta fuori nonostante in vari si erano impegnati anche con il presidente. Al Sud Salvatore Tatarella finisce dietro in classifica ma ce la fa. Ecco, Fini avverte in quel momento un senso di isolamento. Stanno provando a isolarlo. Le corazzate correntizie stanno provando a fargli terra bruciata. A usare contro di lui l’arma più potente per annullare l’avversario politico. Più forte anche della calunnia, più insidiosa della menzogna: farlo passare per superfluo, inutile. Irrilevante. È stato quello il momento in cui Fini ha deciso di riprendere le redini, soprattutto dentro il Pdl. Così è tornato con la mente a qualche settimana prima.

All’ultimo congresso di An quando, dopo aver annunciato il “rompete le righe”, aveva visto Gianni Alemanno presentarsi come l’«alternativa». Con una proposta politica alternativa, cattolica e trasversale. E che ora avverte qualche cedimento. Il primo a darsela è stato Marcello De Angelis, direttore di Area, il giornale della destra sociale alemanniana, peraltro non sempre tenero con Fini. Poi è stata la volta di Andrea Augello, che pure è stato ricevuto più volte al piano nobile di Montecitorio, soprattutto di recente. Alle orecchie dell’ex leader di An è arrivata anche la notizia della freddezza nei rapporti tra Fabio Rampelli e il sindaco di Roma.

Ora Fini si è reso conto che per contare nel Pdl bisogna contare anche al Senato. E non è un caso che qualche sera fa in un ristorante romano si siano visti una trentina di senatori del Pdl per quella che al vertice del partito hanno preso come un venticello di contestazione a presidente e vice del gruppo, Gasparri e Quagliariello. C’entra Fini? Di sicuro oltre ad Augello e De Angelis, c’erano anche Pasquale Viespoli (un finiano di stretta osservanza di tendenza sociale) e Mario Baldassarri (altro uomo del presidente al di sopra di ogni sospetto).

La mossa più rilevante, tuttavia, resta quella siciliana. Sulla quale Fini è intervento pesantemente mandando all’aria l’accordo già fatto dagli ex colonnelli sulla nuova giunta e imponendo quale assessore perentoriamente un suo uomo, Nino Strano, quello che Berlusconi non avrebbe voluto nemmeno ricandidare. Un’azione d’imperio che ha talmente galvanizzato i suoi che proprio ieri hanno organizzato un convegno per lanciare una sorta di nuova formazione politica. Più in generale il co-fondatore del Pdl vuole che il nuovo partito abbia la questione Mezzogiorno nel suo Dna. E soprattutto abbia la forza di porre il tema al centro del dibattito.

«Priorità Mezzogiorno» era il titolo di apertura del Secolo d’Italia due giorni fa. Il «Meridione», come preferisce dire il numero uno di Montecitorio, prima di tutto. Che poi altro non è che fermare lo strapotere leghista. Fini vuole spezzare l’asse dei ministri forti e anche per questo l’altro giorno è sceso direttamente in campo a difesa di Stefania Prestigiacomo, espropiata anche dei suoi poteri elementari. Tornare a contare nel Pdl, è la parola d’ordine. Un partito che vorrebbe più strutturato, più radicato sul territorio e con più possibilità di dibattito interno.

E rispettoso delle regole e delle istituzioni. Tanto che ieri ha preteso che tutti votassero in ordine alfabetico non concedendo a un gruppo di parlamentari che volevano partire di votare prima. Persino La Russa si è spazientito e se ne è andato. La prospettiva personale tuttavia rimane quella a lungo raggio. Ma anche Fini s’è convinto che non si può restare troppo alla finestra. Gianfranco è tornato.

Fabrizio dell’Orefice per Il Tempo

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Fini: La nuova patria? Comunità inclusiva

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Fini: La nuova patria? Comunità inclusiva


gianfranco finiIl tema della Costituzione nella sua stretta relazione con il valore della nazione e con quello della cittadinanza è un nesso fondamentale nella vita civile di tutte le moderne democrazie, che nel nostro paese si deve imporre come uno dei temi centrali della riflessione politica. Da qualche tempo s’avverte infatti sempre più forte l’esigenza di rilanciare il patto di cittadinanza tra italiani per far crescere un rinnovato ethos civile e per contrastare quelle tendenze all’atomizzazione, alla frammentazione e al particolarismo che minano la coesione sociale… Il progetto “Patriottismo costituzionale e cittadinanza nazionale” che la Camera dei deputati ha promosso d’intesa con undici fondazioni e istituti culturali a carattere storico-politico e internazionale – Fondazione Lelio e Lisli Basso, Società Dante Alighieri, Fondazione Luigi Einaudi, Fondazione Farefuturo, Società Geografica Italiana, Istituto Fondazione Antonio Gramsci, Fondazione Italianieuropei, Fondazione Giacomo Matteotti, Fondazione Ugo Spirito, Istituto Luigi Sturzo, Fondazione per la Sussidiarietà – prevede un percorso di approfondimento storico e di educazione civile che ruota intorno ai valori della Costituzione intesi come fondamento di un rinnovato senso dell’identità nazionale e della cittadinanza.

Con questa iniziativa la Camera dei deputati intende fornire il proprio contributo per mantenere vivi e attuali i valori repubblicani, che vanno intesi sia come lealismo e senso di appartenenza alla Repubblica sia come passione civile per le sorti della Res Publica, e quindi per tutto ciò che rimanda alla nazione intesa come comunità politica dei cittadini. È ovvio che la nostra democrazia, come tutte le democrazie del mondo, ha bisogno della partecipazione attiva dei cittadini. E ha certamente bisogno, anche nel tempo della politica che rispetta l’autonomia della società civile, di tensione ideale, di spirito pubblico, di sentimento nazionale. Ha bisogno in altre parole di rinverdire le linee ideali e morali espresse dalle grandi culture politiche del Novecento che hanno trovato la loro sintesi nella Costituzione. In questo senso, la Costituzione, accanto al suo essere legge fondamentale dello Stato, va affermata come la Carta dei valori su cui si fonda la convivenza civile. Estendere tale consapevolezza presso i cittadini rappresenta un’esigenza quanto mai attuale perché da tempo s’avverte nel paese un malessere diffuso. Spesso la percezione del destino comune appare ed è assai labile.

La necessità di valori condivisi è riconosciuta, almeno a parole, da tutti, ma tale aspirazione risulta di fatto smentita dal frequente ricorso alla delegittimazione reciproca tra avversari politici. Sono convinto che la nostra società e la nostra democrazia siano assai più solide di come possono apparire talvolta, però disorientamento, sfiducia e paura risultano sentimenti diffusi e in crescita. Una delle pulsioni che più ci caratterizza si traduce nel paventare l’aggressione di chissà quale nemico, interno od esterno. Non c’è modo migliore per tratteggiare tale ansia che rileggere Il Deserto dei Tartari di Dino Buzzati. Asserragliato nella Fortezza Bastiani, il tenente Drogo vive nella perenne attesa dei “barbari”. E quando i Tartari effettivamente verranno, egli non li vedrà, perché avrà consumato la propria giovinezza in una tensione vana e sfibrante.

Fuori dalla metafora letteraria, si può dire che è diffusa in Italia una mentalità da emergenza continua, quasi che fossimo sempre all’ultima spiaggia. Non nego l’esistenza di gravi difficoltà nella vita nazionale, a partire dalla crisi economica, che tanta apprensione produce nelle famiglie, nelle imprese, nei lavoratori. L’elenco dei problemi che affliggono la nostra vita collettiva è antico, noto e sarebbe superfluo ora compilarlo. Ma, al di là della doverosa considerazione delle debolezze strutturali del nostro sistema e di nuove criticità, dobbiamo riconoscere che non si tratta in realtà di questioni molto diverse da quelle che interessano qualsiasi altro paese europeo. Eppure, la tenuta complessiva della nostra società, la sua interna coesione, la sua convinzione di avere un futuro migliore del presente appare perennemente precaria. Stenta ad affermarsi una mentalità da democrazia matura.

È debole la percezione dei valori e degli interessi che uniscono gli italiani. E quando accade, non di rado, di fronte alle tragedie o alle emergenze vere l’Italia si scopra unita, solidale ed efficiente, i primi a stupirsene sono gli stessi italiani. È accaduto a Nassiriya come per il terremoto. La coesione di un paese trova il suo fondamento nella solidità del patto di cittadinanza e nei valori che fondano l’etica civile dei cittadini; anche per questo le istituzioni hanno il dovere di tenere sempre alta la tensione morale della società. L’educazione al patriottismo costituzionale inteso come moderno amor di patria è uno degli strumenti privilegiati per promuovere un moderno sentimento di unità del paese. Tale forma di patriottismo implica inevitabilmente il riconoscersi da parte dei cittadini nei valori sanciti dalla Carta. Esserne coscienti presenta una duplice valenza: è il riconoscimento del grande traguardo di libertà e democrazia raggiunto dal popolo italiano dopo un percorso sofferto e travagliato; ed è al tempo stesso l’affermazione di quei princìpi universali di dignità della persona che impongono all’Italia di promuovere e difendere sempre i diritti dell’uomo. Inteso come testimonianza di un percorso storico, il patriottismo costituzionale non può che coincidere con il patriottismo nazionale e repubblicano. Come tale, esso contribuisce a preservare l’idea di patria dalle degenerazioni nazionalistiche e razziste che hanno funestato la storia del Novecento e che purtroppo tendono a riaffacciarsi in Europa come reazione impaurita, regressiva e nichilista ai processi di globalizzazione e alle grandi migrazioni.

Il patriottismo costituzionale, nazionale e repubblicano è inseparabile dall’ideale democratico e sociale che rimanda alla storia stessa del Risorgimento. «Finché uno solo tra i vostri fratelli – leggiamo negli Scritti politici di Giuseppe Mazzini – non è rappresentato dal proprio voto nello sviluppo della vita nazionale, finché uno solo, capace e voglioso di lavoro, langue per mancanza di lavoro, nella miseria, voi non avrete patria come dovreste averla, la patria di tutti e la patria per tutti». Sono parole di straordinaria intensità, che fanno riflettere anche dopo centocinquant’anni. Alcuni studiosi hanno messo in contrapposizione il carattere “caldo” del patriottismo nazionale e repubblicano con quello, presunto “freddo”, del patriottismo costituzionale. Non intendo entrare in una discussione politologia. Ma ritengo che tale distinzione sia in gran parte artificiosa, quantomeno lontana dal reale percorso storico compiuto dalle culture politiche in Italia. L’identificazione con i valori della Costituzione sa infatti suscitare, se è sincera, passioni forti e coinvolgenti di solidarietà e di condivisione di un comune destino per tutti gli italiani.

«La Repubblica – ha scritto Piero Calamandrei – è la nostra famiglia, la nostra casa. È un senso di civica responsabilità di un popolo che finalmente si sente padrone del proprio destino. È un senso di vicinanza e di solidarietà in cui ci riconosciamo”. Intendiamoci, alcuni cittadini possono essersi sentiti – e possono ancora sentirsi – estranei alla Repubblica. Ma è dovere costante delle istituzioni fare della Repubblica la loro famiglia e la loro casa. E si può raggiungere tale obiettivo attraverso una convinta azione di educazione civile, oltre che attraverso la garanzia della giustizia sociale, dell’eguaglianza, del rispetto della legalità. Il nuovo moderno e strategico impegno delle istituzioni deve inoltre essere quello di far sentire l’Italia come patria anche a coloro che vengono da paesi lontani e che sono già o aspirano a diventare cittadini italiani.

Non si può chiedere a questi nuovi italiani di identificarsi totalmente con la nostra storia e con i nostri costumi. Sarebbe ingiusto e sbagliato pretendere di assimilarli nella nostra cultura. Per loro la patria non potrà mai essere la terra dei padri. Però si può e si deve chiedere loro di partecipare attivamente e lealmente alla vita collettiva, di fare propri i valori della Repubblica, di condividere gli obiettivi di fondo della nostra società e di contribuire alla loro realizzazione. Si può e si deve suscitare passione civile e patriottismo nei nuovi italiani, anche promuovendo la conoscenza non solo della nostra lingua e delle nostre leggi ma anche della nostra storia, specie quella politico-costituzionale più recente.

In questo senso, il progetto che oggi inauguriamo indica nei nuovi italiani, insieme con i giovani e con gli italiani nel mondo, i destinatari privilegiati dell’educazione civile. Il progetto di educazione civile riguarda i giovani e gli immigrati in quanto futuri cittadini. E riguarda gli italiani all’estero in quanto protagonisti di quell’Italia globale che deve potersi affermare nel mondo dopo la caduta delle frontiere e delle barriere. Del resto è lo stesso Mazzini a ricordarci che la «patria non è un territorio; il territorio non è che la base. La patria è il pensiero d’amore, il senso di comunione che stringe in uno tutti i figli di quel territorio». La nazione italiana vive anche grazie a quegli uomini e quelle donne che, in qualsiasi parte della mondo si trovino e lavorino, sentono di fare parte della comunità politica e storica dell’Italia.

Un’ultima considerazione: un nuovo patriottismo è necessario anche per la costruzione di un’Europa in cui accanto a istituzioni comuni si formi davvero un demos europeo unito da valori comuni. Solo una visione superficiale e minimalista dell’Europa stessa può portare a scorgere una frattura tra il sentimento nazionale e il senso di appartenenza – ancora purtroppo incerto – alla grande realtà sovranazionale in via di edificazione nel Continente. L’educazione al patriottismo nazionale è condizione essenziale per l’educazione al patriottismo europeo che verrà. Non si può essere buoni cittadini europei se non si è buoni cittadini italiani, francesi, tedeschi, spagnoli e così via. In questo senso, può risultare particolarmente utile il ricorso al patriottismo costituzionale in senso stretto, così come questo concetto è stato elaborato in particolare da Jurgen Habermas in riferimento alla Germania.

Proprio perché opposto a qualsiasi richiamo etnico e nazionalistico, tale patriottismo può favorire l’identificazione dei cittadini in istituzioni che si fondano su princìpi universali e sovranazionali. In conclusione, contrariamente a quanti in passato ne hanno decretato la fine, il mondo più libero e aperto in cui viviamo riporta al centro della dinamica politica e storica la nazione intesa come comunità politica in cammino. Cioè come comunità inclusiva capace di accogliere nuovi cittadini ridefinendo se stessa e i propri obiettivi. Il valore unificante e fondamentale è sempre lo stesso: la libertà. Come lo stesso è sempre lo strumento necessario per affermarla nel concreto: l’ethos civile dei cittadini. «La patria – ha scritto Rousseau – non può sussistere senza la libertà, né la libertà senza virtù, né la virtù senza i cittadini». Anche per questo, formare nuovi cittadini italiani più consapevoli e politicamente attivi è uno dei doveri più alti che spettano oggi alle istituzioni.

Gianfranco Fini

Dall’intervento del presidente della Camera Gianfranco Fini al convegno “Nazione, cittadinanza, Costituzione” che si svolge oggi a Montecitorio.

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Se Fini riscrive la storia

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Se Fini riscrive la storia


ITALY-POLITICS-PDL-BERLUSCONI-FINIMa siamo in Italia dove tutti si vantano di qualcosa. E allora anch’io voglio ricordare di essere stato il primo ad accorgersi che Gianfranco Fini aveva vestito i panni della suocera di Silvio Berlusconi.

Cominciando a contraddire tutto quello che il Cavaliere sosteneva.

Si era all’inizio di questa primavera e da allora Fini non ha mai smesso di praticare il suocerismo. Anzi è andato assai più in là. Iniziando un gioco spericolato di smarcamento anche dalle proprie vecchie posizioni. Mostrandosi capace di un revisionismo con mille tigri nel motore, una Ferrari lanciata a trecento all’ora.

Tutto bene, accidenti! Al Bestiario sono sempre piaciuti gli azzardi dei politici. In tanti anni di lavoro, da cronista senza Ferrari della prima e poi della seconda Repubblica, ne ho visti e raccontati parecchi. E li ho sempre giudicati positivi, purché rispettassero un limite invalicabile. Quello di non passare dal revisionismo personale a uno più generale, con la pretesa di cambiare le carte in tavola della storia italiana.

Ma adesso ho l’impressione che Fini stia facendo proprio questo. Mercoledì scorso, nel partecipare a una commemorazione di Enrico Berlinguer tenutasi alla Camera dei deputati, ha pronunciato parole impegnative sulla figura del segretario del Pci. Magnificando «l’insegnamento di un leader di partito capace di guardare al di là degli interessi di parte». Un leader che per primo aveva posto il problema della «questione morale» e della «diversità comunista». E proprio «nel momento in cui si manifestavano le prime crepe nel rapporto di fiducia tra la politica e la società».

Ma era così Berlinguer? Non mi sembra. Penso di averlo conosciuto bene. Per le tante interviste che gli ho fatto, per i resoconti dei congressi dove veniva rieletto di continuo, per lo studio accurato del suo lavoro da segretario. Re Enrico era una delle figure che, in quel tempo, un cronista politico aveva l’obbligo di seguire giorno dopo giorno. Se voleva essere pronto a scriverne quando il giornale gli comandava di farlo.

Berlinguer era un monaco della politica, il dittatore del partito, un curatore inflessibile degli interessi del Pci, una grande chiesa che per lui veniva prima di ogni altra cosa. Al contrario di quel che oggi pensa Fini, erano proprio gli interessi di parte il suo primo obiettivo. Se non fosse stato così, Berlinguer non si sarebbe limitato agli “strappi” che di tanto in tanto faceva. Ma avrebbe rovesciato il corso politico del partito. Portandolo fuori dal ghetto comunista, per arrivare nel campo delle socialdemocrazie europee. Sotto questo punto di vista, per re Enrico “zero tituli”, come si usa dire oggi.

Lo stesso accadde per la questione morale e per la diversità comunista. Il Pci di Berlinguer era uguale a tutti gli altri partiti. Con la differenza che i finanziamenti illeciti arrivavano per intero alle Botteghe Oscure e non nelle tasche di qualche dirigente. Ma le tangenti c’erano. Anche il Pci le pretendeva e le incassava. Così come esistevano i fondi neri in dollari, versati ogni anno da Mosca.

Forse Fini ha dimenticato le storie che emersero al tempo di Mani Pulite. I dirigenti comunisti arrestati dalle procure di Milano e di altre città. La saga del “compagno G”, ossia del Greganti, uno di quelli che non hanno mai parlato se non per dirsi estranei alla raccolta mazzettara. Se non ricordo male, finì in cella anche il tesoriere del partito. Per arrivare dal dramma del povero Achille Occhetto, alle prese con le tangenti incassate dai dirigenti milanesi.

La rammento bene quest’ultima vicenda. Baffo di Ferro fu costretto a correre a Milano per fronteggiare due assemblee roventi di compagni di base. Angosciato, sostenne di non sapere nulla delle tangenti ambrosiane. Ma i giornali non mollarono la presa. Era il 1992 e arrivò la Festa nazionale dell’Unità a Reggio Emilia. In un dibattito sostenni che Occhetto doveva dimettersi da segretario del Pci. Se era vero che non sapeva, era un leader fasullo. Se mentiva, era un leader bugiardo.

Dopo aver saputo che il pubblico della Festa aveva applaudito quel provocatore di Pansa, scoppiò il finimondo. Occhetto giurò che non sarebbe più andato a Reggio per concludere la kermesse nazionale. Lo disse per primo a Piero Fassino, svegliato all’alba da una telefonata furibonda. Ma l’incolpevole Fassino non sapeva niente della bufera reggiana. Per metterci una pezza, Piero e poi D’Alema e infine Veltroni, allora direttore dell’Unità, sudarono sette camicie. E riuscirono ad ammansire l’ira di Achille.

Per questo mi vien da ridere quando sento Fini elogiare la questione morale di Berlinguer e la diversità del Pci. Vorrei ricordare al presidente della Camera che riscrivere la storia è sempre possibile. Ma che bisogna stare molto attenti nel farlo. Il revisionismo piace a me quanto a lui. Tuttavia, per praticarlo senza il rischio di scivolare, occorre misurare bene il passo. E avere solide basi culturali.

Non m’illudo che Fini segua il mio consiglio. Lui si muove secondo un progetto politico preciso: liberarsi di Silvio Berlusconi, ormai considerato un morto che cammina. Al di là di questa prima mossa, tutto è ancora da decidere. Un governo tecnico al posto di quello attuale? Un governo di unità nazionale, guidato dal presidente della Camera? Non lo so. Quando un big della casta partitica riscrive la storia a proprio uso e consumo, può accadere davvero di tutto.

Gianpaolo Pansa per Il Riformista

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Gheddafi in ritardo, Fini non lo riceve

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Gheddafi in ritardo, Fini non lo riceve


presindente-fini-2Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha annullato il convegno sulle relazioni italo-libiche che avrebbe dovuto svolgersi a Montecitorio dalle 17 con la partecipazione del leader libico Muammar Gheddafi.

A motivare la decisione il cospicuo ritardo di Gheddafi, che avrebbe dovuto vedere Fini alle 16.30 prima del convegno. Prendendo la parola nella Sala della Lupa della Camera, Fini ha detto: «La prevista manifestazione con il colonnello Gheddafi non ha avuto luogo a causa di un ritardo che al presidente della Camera non è stato giustificato». «Ragione per cui – ha proseguito Fini tra gli applausi della Sala – mi assumo la piena responsabilità di annullare l’iniziativa,nel pieno rispetto dell’Istituzione».

L’opposizione plaude all’iniziativa del presidente della Camera. Per D’Alema la decisione del presidente della Camera di annullare la manifestazione a Montecitorio in onore di Gheddafi per il prolungato ritardo del leader libico «è un gesto ineccepibile». «Sono d’accordo con il presidente Fini – ha detto l’ex ministro degli Esteri lasciando la Sala della Lupa – d’altra parte per il decoro delle istituzioni e il rispetto delle personalità invitate la decisione è ineccepibile». D’Alema, dopo la cerimonia annullata, si è recato nello studio di Fini dove si sta intrattenendo.

La Stampa

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