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“Sono l’islamico Mohamed, la maestra mi nega il presepe”

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“Sono l’islamico Mohamed, la maestra mi nega il presepe”


nativita Salve, sono Mohamed Venez-Janiì, bambino musulmano di anni dieci. Stamattina ero contento di andare a scuola perché dovevamo andare a vedere il presepe e a festeggiare con i canti di Natale. Invece stamattina la maestra ha detto che per rispetto nei miei confronti si resta in classe e non si festeggia Natale. Gesù Bambino è troppo offensivo per noi islamici, ha detto, la Madonna vergine, devota e madre, è un insulto ai diritti delle donne, i Re Magi sono tre offese alla Costituzione repubblicana, gli Angeli sono una presa in giro dei trans, il bue e l’asinello sono un’offesa ai diritti degli animali ridotti a termosifoni della grotta, e il panettone è un insulto consumista alla fame nel mondo. Ma il Natale tutto, ha detto, mortifica quelli come me, che non sono cristiani, ci offende e ci prende pure in giro perché ci riduce nel presepe a beduini, pastori e cammellieri. Ma la maestra non sa che per noi islamici beduini non è un’offesa, e nemmeno pastori e cammellieri. Mio zio è cammelliere e ha pure le capre e io da grande volevo fare il beduino. Comunque Natale non si festeggia per rispetto mio.

La maestra della classe accanto, più furba, ha trasformato il Natale in festa della luce: io non lo so, perché vengo da lontano, ma forse a Natale si festeggia la santa natività dell’Enel. La maestra del piano di sotto, invece, non ha fatto festeggiare e ha spogliato l’albero di tutte le palle luminose perché quattro ladri hanno rubato l’insegna ad Auschwitz; ma non ho capito che c’entra con Gesù Bambino.
Non vi dico la rabbia che mi ha preso quando ci ha detto che non si andava più a cantare «Tu scendi dalle stelle» e non si mangiava più il panettone per rispetto di noi islamici. E non solo mi sono arrabbiato perché ci hanno tolto una bella mattinata di festeggiamenti, ma questa cosa che non si festeggia perché ci sono io musulmano mi ha fatto odiare per la prima volta da tutti i miei compagni di classe perché hanno capito che a causa mia e della mia famiglia non si festeggia Natale e non si canta ma si interroga e si fanno i compiti. Mi hanno preso per uno che piange e si arrabbia se gli altri festeggiano, non ama il Bambinello e detesta la Madonna come il Panettone.

Dicono che vengo dalla Rabbia saudita. Non mi invitano più alle feste perché pensano che io sono contrario e gliela tiro. Vedono me, mia madre Fatima e mio padre Alì, come guastafeste e anche un poco terroristi. E invece non è vero: a me piace Natale e a casa mia di solito a Natale si mangia l’Agnellone perché pure per noi è una mezza festa, mi è simpatico il Bambinello, la gente intorno al presepe è tutta delle parti mie, non c’è nemmeno un personaggio padano o inglese. Tutti mediorientali come me. Salvo gli angeli che sono come le hostess degli aerei, vivono in cielo e non hanno una terra loro.

Questa storia che si deve rispettare me che sono islamico mi ha stufato. Il giorno prima della festa di tutti i santi, la mia maestra ha detto che non dobbiamo festeggiare perché si offendono non solo gli islamici, gli ebrei e i non credenti ma pure i protestanti. Poi, d’accordo con il capo d’istituto, ci ha riuniti tutti intorno alla cattedra e ha tolto dal muro il crocifisso. Ha detto che quel segno lì, sperduto sul muro a fianco alla lavagna, che non avevo mai notato, offendeva me e tutti quelli che come me non credono e non pregano per Cristo. A me è dispiaciuto vedere quel poveretto magro magro e già sofferente, pieno di sangue e con quei chiodi conficcati nelle mani e nei piedi, finire in una busta di plastica e andare chissà dove; raccolta differenziata, almeno spero. I miei amici dicevano: ma che ti ha fatto Gesù Cristo, che ha fatto alla tua famiglia? E io non sapevo cosa dire perché non mi aveva fatto niente, non mi offendeva affatto, mi faceva pena. Mio padre ne aveva parlato pure bene, diceva che era un profeta, comunque una brava persona. E non ce l’aveva con noi musulmani né tifava per gli americani anche perché quando c’era lui, non c’erano ancora né l’Islam né l’America.

Ma ora che la maestra ha tolto il crocifisso, l’albero, il presepe, la festa di Natale, i canti e le preghiere perché offendevano me, una mia amichetta ha detto: ma perché sei così incazzuso e ti offendi per ogni cosa che abbiamo e festeggiamo noi? Ma io non mi offendo affatto, è lei, la maestra, che dice così. Ho paura che ci toglieranno pure Pasqua perché offende noi musulmani. Ho paura che si inventeranno qualcosa per toglierci pure le vacanze dell’estate e diranno che non si fanno perché noi musulmani odiamo il mare e preferiamo il deserto. Bugia, a me piace il mare. Io non so perché voi italiani vi vergognate di fare le cose che avete sempre fatto, di far vedere agli altri le cose che vi piacciono da sempre; non volete farci capire che pure voi avete un dio, solo che lo chiamate e lo vedete in altro modo. Ho l’impressione che questa maestra – che legge la Repubblica ma siccome è pluralista, come dice lei, porta a volte in classe l’Unità, Il fatto e Il manifesto – trova la scusa che c’è in classe l’islamico ma è lei che non sopporta il Natale.

Forse perché s’annoia, forse perché da bambina perdeva a tombola, forse perché il marito la trova racchia, o non so, perché detesta la Croce, il Papa e tutti i suoi dipendenti. A me il presepe piace; mi piace meno quel panzone vestito di rosso, Babbo Natale, che mi sembra un pagliaccio carico di vizi, pensa solo a ingrassare e a farci ingrassare e mi fa pure paura perché è travestito. Anzi una volta ho chiesto alla maestra come si dice di uno che ama i bambini? E lei mi ha detto «pedofilo».

Babbo Natale allora è pedofilo. Perché non lo mettete in galera? Ma poi non dite che lo fate per rispetto del bambino islamico. Smettetela perché se andiamo avanti così, nessuno mi invita più a giocare insieme. Non avete capito che a forza di rispettarmi, mi state escludendo da ogni vostra festa. Comunque ora che non ci sente la maestra dico la parolaccia: Buon Natale.

Marcello Veneziani per Il Giornale

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Berlusconi e la forza del sorriso

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Berlusconi e la forza del sorriso


berlusconi-libertaLo diciamo subito così non rischiamo di essere fraintesi: il Berlusconi di martedì sera in tv non ci è piaciuto poi così tanto. Si badi bene: la nostra critica è di matrice assai diversa da quelle che sono piovute da sinistra, intrise come sono di pregiudizio ostile verso il Presidente del Consiglio.

Noi critichiamo la prima serata sull’Abruzzo perché Berlusconi vi si è presentato commettendo due errori che ora proviamo ad illustrare, errori che poco hanno a che vedere con il risultato di ascolto (non eccezionale, certo, ma nemmeno così strano per un programma d’informazione in prima serata privo di quei feroci duelli all’arma bianca che fanno i numeri veri di Ballarò o di Anno Zero. Il primo errore (quello meno grave) è stato accettare di vestire un abito poco consono al ruolo ricoperto. Berlusconi è persona vera e solida, fatta di concretezza e contatto con la gente.

Non a caso parla semplice e si tiene alla larga dalle mille espressioni barocche che tanto riempiono l’eloquio dei politici italiani. Questo però non significa che deve dimenticare di essere il capo del governo, anche quando illustra le dotazioni delle nuove abitazioni per i poveri terremotati. Una certa indulgenza nel dettaglio, nel particolare d’arredamento o tecnologico, finisce per abbassare troppo il livello del discorso, rischiando il corto circuito tra ruolo ricoperto e (giusta) volontà di spiegare tutto per bene. In sostanza Berlusconi avrebbe fatto meglio a lasciarsi affiancare maggiormente nella spiegazione degli aspetti più minuti, riservandosi il ruolo di «ispiratore» di una grande operazione di solidarietà i cui tempi (e le cui modalità) incontrano il favore della gran parte degli italiani, anche di quelli che votano a sinistra.

Ma c’è un secondo punto che ci sta ancora più a cuore. Per spiegarlo occorre rispondere alla domanda centrale che serve a cogliere la ragione più intima del travolgente successo popolare di cui Berlusconi è protagonista da molti anni. La domanda, in verità, è assai semplice. E suona così: perché Berlusconi piace a milioni di italiani? E perché ispira loro fiducia? La risposta c’è ed è anch’essa abbastanza semplice. Berlusconi piace perché è allegro, solare, ottimista, postivo, intraprendente. Magari anche un po’ furbo, ma certamente carico di una voglia di fare (per sé e per gli altri) che passa di testa in testa come una vibrazione nell’aria.

Egli è uomo dal travolgente ottimismo, capace di buttare il cuore oltre l’ostacolo anche nei casi più difficili. Questo è il motivo che lo ha reso così popolare, soprattutto se messo a confronto con troppi politici di professione freddi e calcolatori, subito classificabili come essenzialmente interessati a soddisfare il proprio tornaconto, ben prima di quello collettivo. Gli italiani (come è noto) non hanno buona opinione dei politici, mentre amano (non tutti, per carità) Berlusconi proprio perché è tutt’altra cosa. L’altra sera però, dimentico di questa opportuna impostazione, cosa ha fatto il premier? Ha scelto la strada dell’omologazione, della polemica politica in diretta, dell’invettiva contro tutto e tutti.

Ha affrontato a muso duro Casini che era in collegamento telefonico (quindi anche in posizione di debolezza), mostrando irritazione per le sue parole. Fare così non paga in televisione, perché il posto giusto per le stoccate tra capi politici sono le interviste sui giornali, dove le risposte sono stampate e non escono dalla bocca. Ha poi attaccato duramente i mezzi d’informazione, all’insegna dell’epiteto «farabutti».

Al di là del merito della questione, è già sbagliato il metodo, poiché arrabbiarsi in diretta tv (in assenza di un avversario di fronte) trasmette ansia ed insicurezza, caratteristiche che un grande leader (quale è Berlusconi) non deve mai avere. Di fatto il Cavaliere è andato in tv senza quella carica «positiva» che fa di lui un personaggio eccezionale, mostrando invece tutta la sua rabbia ed indignazione per le polemiche subite negli ultimi mesi. Umano? Certo che si. Opportuno? Certo che no.

Roberto Arditti per Il Tempo

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Berlusconi: «Non sono un santo Chi mi accusa ha perso credibilità»

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Berlusconi: «Non sono un santo Chi mi accusa ha perso credibilità»


berlusconi-libertaAllarga le braccia e sorride: «Non sono un santo». Risponde così, con ironia, il premier Silvio Berlusconi alla bagarre montata sul «caso D’Addario» e sulle presunte telefonate registrate. «Ci sono in giro un sacco di belle figliole – scherza -. Non sono un santo. Lo avete capito tutti, speriamo lo capiscano anche quelli di Repubblica». Sdrammatizza, alla sua maniera. E lo fa, schietto, dal palco dell’inaugurazione dei lavori dell’autostrada lombarda Brebemi. Una volta rientrato a Roma per la riunione della direzione nazionale del Pdl, torna sulla polemica delle cene a villa Grazioli con un’altra battuta: «A casa del premier, come sapete, non ci sono solo veline, ma anche capi di Stato, di governo e le loro famiglie. A casa mia non succede nulla di disdicevole. Ho stile e decoro». La sinistra, aggiunge, non avendo argomenti politici, utilizza questi strumenti e cerca di far fuori la persona. «Ma tutto si ritorcerà contro di loro, da cacciatori saranno cacciati. Gli italiani non sono sciocchi. Chi mi accusa ha perso credibilità». Poi scherza sulla sua vita privata e racconta di essere andato in ospedale a trovare sua figlia Barbara che ha dato alla luce il secondo figlio: «Ho trovato il mio nipotino più grande, di un anno e mezzo, che firmava autografi alle infermiere».
Liquidati i pettegolezzi, con i toni che i pettegolezzi si meritano, Berlusconi torna a parlare di infrastrutture, al Nord e al Sud, da Milano alla Sicilia, dall’Aquila a Reggio Calabria. «Da qui alla fine dell’anno – annuncia – inaugurerò 19 cantieri». Nei prossimi mesi infatti verranno avviati i lavori di nuove grandi opere per 15 miliardi di euro. Opere che verranno difese dai contestatori con le unghie e con i denti. Se serve perfino con le forze armate. «Lo Stato – spiega Berlusconi – metterà a disposizione le forze armate per difendere le decisioni prese dalle istituzioni».
Non ci saranno, insomma, battute d’arresto nei lavori. Si comincia dalla Lombardia e dalla Brebemi, l’autostrada che collegherà Milano, Bergamo e Brescia, totalmente autofinanziata in project financing. Berlusconi avvia la betoniera per dare inizio ai lavori di quella che definisce «un’opera indispensabile» e sprona gli operai a organizzarsi per dare vita a un cantiere non stop, giorno e notte. «Così come per i lavori alla Maddalena, realizzati in tre turni per accorciare i tempi, propongo di lavorare qui di notte, sabato e domenica. Se qualcuno degli operai – scherza – vuole venire alla partita del Milan, tranquilli, ve la porto io registrata dopo. Con questo metodo quello che si fa in due mesi si può fare in 17 giorni». In realtà i tempi dei cantieri per costruire l’autostrada lombarda sono già piuttosto ristretti (1.258 giorni). «Ridurremo ancora i tempi delle procedure burocratiche – assicura Berlusconi – per dare un’ulteriore accelerata alla realizzazione delle grandi opere».
La metà degli investimenti previsti per le infrastrutture sono destinati al Sud per un totale di 7 miliardi di euro. «Non è vero che noi siamo distanti dal Mezzogiorno – sostiene il premier – affermo con forza il contrario. Ci saranno grandi opere al Sud con il mio impegno e con l’apertura rapida dei cantieri. Mi impegnerò anche personalmente per la Salerno-Reggio Calabria». Berlusconi non scorda uno dei progetti che gli stanno più a cuore: il ponte sullo Stretto di Messina. «Presto annunceremo anche i tempi della realizzazione e andremo avanti con il progetto». Il partito del Sud, insomma, dovrà ricredersi e battere la ritirata: «Forse al Sud – aggiunge il premier – non abbiamo fatto vedere quanto abbiamo fatto. Non faranno un partito contro di me, si ricrederanno».
Altro cantiere che sta particolarmente a cuore al premier: quello all’Aquila. «Là – sostiene Berlusconi – sta avvenendo un miracolo». E annuncia il via libera alla realizzazione di 2.267 ville prefabbricate da consegnare a settembre, con tanto di frigorifero pieno e prima spesa offerta per tutte le famiglie, come bonus per ricominciare.
«Il governo – puntualizza – è riuscito a fare gli interventi in Abruzzo senza tasse di scopo e senza mettere le mani nelle tasche degli italiani, coprendo il 100 per cento delle spese per la ricostruzione». Inoltre a tutti i sindaci delle zone terremotate è stata consegnata la prima tranche del finanziamento: «Sono così in grado di rispondere a chi inoltra la domanda per dare il via ai lavori di ricostruzione e messa in ripristino, su fatti minori, delle singole abitazioni».
E proprio dalle infrastrutture potrebbe partire la ripresa economica di cui il premier è certo: «La crisi si è sfogata – sostiene – ora è necessario non avere paura e ripartire».

Maria Sorbi per Il Giornale

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Gianpaolo Pansa: “Nessuno ascolterà il presidente e nel Pd manca solo mago Zurlì”

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Gianpaolo Pansa: “Nessuno ascolterà il presidente e nel Pd manca solo mago Zurlì”


pansaTutti quelli che frequentano il suo celeberrimo Bestiario – ogni domenica sul Riformista - hanno imparato a conoscerlo: un po’ saggio, un po’ disincantato, molto anticonformista. E quindi anche ieri Giampaolo Pansa stupiva i suoi lettori. Se non altro perché da un lato auspicava che l’appello di Giorgio Napolitano per una ritrovata concordia nazionale venisse accolto. Ma dall’altro valutava che le possibilità che questo accadesse fossero labili. Così, se intervisti il più famoso giornalista italiano – in classifica anche d’estate con il suo saggio autobiografico, Il revisionista (Rizzoli) – Pansa ti spiega perché continua a essere combattuto tra l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione.
Scusi Pansa, come interpreta il messaggio di Napolitano?
«Non serve un quirinalista, per capirlo. Secondo Napolitano servono un clima più disteso e un dialogo più civile fra i poli. In un parola: la politica dovrebbe smettere di essere fatta con il coltello in mano».
Lei condivide?
«Al cento per cento. Peccato che non lo accoglierà nessuno».
È sicuro?
«Senta, già ieri ho sentito Di Pietro declinare l’appello e rispedirlo al mittente. Non credo che il Pd si distinguerà».
E Di Pietro sbaglia?
«Dal suo punto di vista può dire quel che gli pare. Ma io mi chiedo una cosa diversa: e cioè se questo convenga anche al Paese».
All’opposizione forse non conviene sotterrare l’ascia di guerra con il Cavaliere. Prenda il Pd.
«Forse proprio al Pd converrebbe».
In che senso?
«Lo vedo in un tale stato di crisi».
Lei si riferisce all’arresto del segretario del circolo del Torrino, accusato di stupro?
«Premessa. Non sono un poliziotto, quindi scriva che per me il signor Luca Bianchini fino al processo resta un “presunto” stupratore. Però».
Però cosa?
«Leggendo cosa dicono i suoi compagni di partito e i dirigenti che lo hanno conosciuto esce fuori un quadro sconcertante».
E cioè?
«Che nel Pd accettano tra i loro dirigenti persone di cui non sanno nulla. E questo non mi pare un buon segno».
Cosa dovrebbe dire Franceschini?
«Aspetto di sentire cosa dirà. Ma non lo invidio affatto».
Non sarà che ha tentazioni forcaiole anche lei, Pansa?
«Al contrario. Sono il liberale più quieto di questo mondo. Ma il fatto che un dirigente di partito sia accusato di essere uno stupratore seriale evoca la categoria del buonsenso, piuttosto che quella del giustizialismo».
E intanto si candida Beppe Grillo.
«Ah, ah, ah».
Scusi Pansa, lei sta ridendo?
«E che dovrei fare? Mi sono messo a ridere, ovviamente».
Non prende sul serio Grillo?
«Come comico, certo. Ma come leader, se permette, no. Manca solo la candidatura del mago Zurlì, alle primarie, e siamo a posto».
Poi magari se il Pd dice di no a Grillo lo criticate.
«Non io. Anzi, è ancora una volta il buonsenso che dovrebbe suggerire di non accoglierlo, non trova?».
Quindi dovrebbero rischiare l’accusa di antidemocrazia e rifiutarlo?
«Senza dubbio».
Torniamo a quella che lei definisce la bassa intensità di conflitto. Cosa la impedisce?
«Il fatto che i partiti ritengano più utile confliggere. E poi c’è la scelta del gruppo Espresso».
Ahi! Adesso si dirà che lei ha il dente avvelenato dell’ex.
«Direi che sono io a stupirmi di questa domanda».
Perché?
«Le pare che io possa avere rancori con un gruppo che mi ha dato da vivere dal 1977 al 2008? Sarei folle. Se una cosa mi salva, anche ora che sono un vecchio signore, è che io ho una visione comica della vita».
Vuol dire che non prova rancori?
«Non conosco rancori: men che meno per La Repubblica. Tutt’al più la noia. Ma faccio un’analisi da lettore del quotidiano di largo Fochetti».
E la sua analisi cosa dice?
«Che il direttore della Repubblica ha ingaggiato una guerra. E l’obiettivo di questa guerra sono le dimissioni del Cavaliere».
Lei usa addirittura la parola guerra.
«Certo. L’obiettivo sono le dimissioni. Ed è la campagna più importante ingaggiata da quel giornale dal 1976 a oggi».
Un giornale può darsi un obiettivo come questo?
«Per carità, tutto legittimo».
Se «La Repubblica» vince Berlusconi si dimette?
«Mi pare ovvio».
E se «La Repubblica» perde si dimette Mauro?
«Questo lo decide il suo editore».
Ma Berlusconi cosa dovrebbe fare?
«Spero che su questo giornale si possa dirlo».
Ci provi.
«Dovrebbe attaccare meno i giornali. Non dovrebbe mai ripetere inviti, come quello fatto agli imprenditori, a non comprare pubblicità sui giornali che lo criticano».
Conoscendolo pare difficile.
«Basterebbe che facesse come certi grandi capi Dc, che continuavano a sorridere dopo i peggiori insulti».
Lo dice lei che ha inventato la balena bianca!
«Come vede sono ancora vivo e vegeto».
Lei che domanda farebbe al Cavaliere?
«Solo lui sa che cosa è accaduto a villa Certosa e a Palazzo Grazioli. Mi piacerebbe che me lo raccontasse».
E invece cosa accadrà?
«Se lo può scrivere, il pronostico di un vecchio cronista è questo: merda con il ventilatore. Continueremo a leggerne di tutti i colori».
E l’appello di Napolitano?
«Si risolverà, purtroppo, con un buco nell’acqua. A meno che… ».
Cosa?
«C’è un solo fattore che può cambiare i termini della partita».
Quale?
«La crisi. Se come temo, si prepara un terremoto, le escort, le foto di Zappadu e le torte, diventeranno dei pallidi ricordi».
Lo dice da pessimista cronico?
«No. Lo dico, ancora una volta, da testardo uomo di buonsenso».
Luca Telese per Il Giornale

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Se anzichè Obama fosse stato Berlusconi? Apriti cielo.

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Se anzichè Obama fosse stato Berlusconi? Apriti cielo.


obama-lato-bLo scatto è di quelli simpatici, Obama e Sarkò  che non rimangono indifferenti di fronte al “lato B” di un’avvenente delegata brasiliana. Foto immediatamente ripresa dai più cliccati blog statunitensi, che ci scherzano su, com’è giusto che sia. Esattamente come accadde in Francia quando, a quel buongustaio di Sarkozy, cadde l’occhio sul decoltè della meravigliosa modella israeliana Bar Rafaeli. Ma cosa sarebbe successo se, anzichè Obama, quella foto avesse ritratto Berlusconi? Apriti cielo. Con ogni probabilità Repubblica avrebbe mandato alle stampe un’edizione straordinaria, pubblicando la foto incriminata a tutta pagina, magari con quel bel titolo a nove colonne che da mesi hanno pronto, tenuto in naftalina in attesa di trovare uno straccio di prova che incastrasse il Premier: “Berlusconi colto sul fatto, avevamo ragione noi”. Già me li vedo certi soloni, a stracciarsi le vesti in televisione, ad urlare allo scandalo ed alla “reputazione dell’Italia compromessa”, al fallimento del G8. E poi, beh, non mancherebbe tutto lo stuolo degli intellettuali radical chic in piazza, a chiedere le dimissioni di un Presidente del Consiglio “indegno”. E Di Pietro? Oltre ad una pagina sull’Herald Tribune arriverebbe a comprarne una anche su Ciociaria Oggi per gridare, con ancora più veemenza, allo scandalo ed alla nostra democrazia che è “in grave pericolo”. Santoro e Travaglio farebbero pressioni fortissime sulla Rai per organizzare una 24 ore di Annozero (ovviamente tutta incentrata sullo “scandalo”) nella quale, udite udite, ricostruirebbero la scena del crimine ingaggiando Belen Rodriguez per farle interpretare la delegata brasiliana. Ma, per loro sfortuna, in quella foto c’è Obama e allora domani tutti assisteremo ad una vera e propria “riabilitazione del culo” leggendo teorie su quanto sia chic e in girarsi a guardare il fondoschiena di una bella ragazza. Purchè non ci si chiami Silvio Berlusconi.

Alessandro Nardone

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La soddisfazione di Berlusconi: “Non siete riusciti a rovinare tutto”

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La soddisfazione di Berlusconi: “Non siete riusciti a rovinare tutto”


Italy G8 SummitAlla fine qualche sassolino dalle scarpe se l’è tolto. E l’ha fatto nel modo a lui più consono, con una battuta e con il sorriso. In un auditorium affollato di giornalisti, davanti alle telecamere di tutto il mondo, era inevitabile che la domanda sul suo privato arrivasse. Così come era inevitabile che a farla fosse proprio un giornalista di Repubblica, quotidiano che da tre mesi martella l’opinione pubblica sulla vita del presidente del Consiglio. E così è stato. «Ci avete provato a rovinare tutto ma non ci siete riusciti». Parole che dal podio della grande sala al centro della cittadella del G8, suonano quasi come una liberazione.
Anche l’espressione di Berlusconi è di quelle sollevate, forte anche dell’accoglienza e dell’affetto che i Grandi della Terra gli hanno riservato al vertice aquilano. Nel secondo giorno dei lavori del summit gli attestati di stima e di ringraziamento al premier italiano sono stati tanti, e da tutti i Paesi ospiti qui a Coppito. Molti in privato. Ma tanti anche in pubblico. Non ultimo quello fatto dal presidente Obama, proprio durante la conferenza stampa di fine giornata. Un incontro con i media piuttosto lungo e suddiviso in due parti. La prima, appunto con il presidente Obama e il premier australiano Kevin Rudd per presentare l’istituto globale, con sede in Australia, per la cattura e il sequestro dell’anidride carbonica. L’inquilino della Casa Bianca, prima di tracciare un bilancio dei lavori, si rivolge «all’amico Berlusconi», ringraziandolo per «l’eccellente ospitalità sua e degli italiani tutti». Ringraziamento a cui si associano tutti i leader presenti sul palco dell’auditorium: oltre a Rudd ci sono il britannico Gordon Brown, il presidente messicano Felipe Calderòn e quello canedese Stephen Harper. Berlusconi è in piedi, dietro Obama e ascolta compiaciuto.
La sala è stracolma di giornalisti. Molti americani e inglesi. Tanti gli italiani. Finisce la presentazione di Obama e Rudd, e tempo di fare un cambio di scena, passando ad un solo podio centrale con il logo del G8 in bella vista, che il premier torna davanti alla stampa per spiegare quanto fatto nella giornata e, cosa più importante, replicare alle domande dei giornalisti. Intanto una premessa: Berlusconi ha fatto capire che, a suo giudizio, anche il clima informale e di cordialità tra i leader – riscontrabile in mondovisione – ha rappresentato finora una delle chiavi del successo del vertice. «Avrei voluto che le telecamere avessero potuto riprendere il clima e la sintonia tra noi durante i lavori». Mentre parla lo stile è quello annunciato più volte e cioè sobrio («sarà il vertice della sobrietà», è stato il leit motiv del Cavaliere alla vigilia del G8).
Racconta alla stampa le importanti decisioni prese durante il summit, dal clima agli aiuti ai Paesi poveri e il disarmo nucleare, tema su cui Obama ha proposto un vertice per l’anno prossimo. Alla fine le tanto attese domande dei giornalisti. Le prime sui dossier trattati nel summit. Le ultime sul gossip politico. «Ci sono due tipi di realtà: quella vera della gente comune e quella dei giornali», tuona il premier rispondendo ad una domanda sulle polemiche di questi giorni. Aggiungendo che quella dei giornali spesso è «pura fantasia. Mi pare lampante». Torna sul G8, sugli importanti risultati raggiunti, sugli incontri svolti nel secondo giorno del summit. Non ultimo quello pomeridiano con il gruppo del J8, ragazzi dai 14 ai 17 anni. «Un momento davvero toccante – racconta Berlusconi -. Hanno portato il loro documento e ogni leader del G8 si è fatto fotografare vicino al giovane del proprio paese».
Sta quasi per chiudere l’incontro con i giornalisti quando il cronista di Repubblica chiede la parola. «Non avete raggiunto il risultato che volevate. Auguri», replica secco il Cavaliere alla domanda se davvero l’immagine dell’Italia fosse stata rovinata dalla stampa da lui stesso accusata di remare contro il paese. Nelle prime file, dove si trova la delegazione italiana, scatta l’applauso. Il premier lascia la sala soddisfatto. Il sassolino è tolto.

Giancarla Rondinelli

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Governo tecnico, voto, Obama. Un mese di bufale contro Silvio

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Governo tecnico, voto, Obama. Un mese di bufale contro Silvio


bush-welcomes-italian-pm-berlusconiDraghi presidente del Consiglio. Un complotto che arriva dall’estero, i soliti americani. Anzi, amerikani. In combutta con Fini, Tremonti dà una mano, D’Alema è il manovratore. La Chiesa dà il segnale. È mancata la massoneria. Ecco, che fine ha fatto la massoneria? Sempre tirata in ballo quando i governi sono in bilico.

Una settimana dopo il Riformista, altro quotidiano vicino al Pd, rilancia: «L’Onu e l’Europa isolano il governo». Il 21 sul Manifesto Piero Ottone, in un’intervista, rileva: «Contro Berlusconi tutti dovrebbero protestare. Soprattutto i giornali». E infatti i giornali vanno all’attacco. Il 28 sul Riformista spunta per la prima volta in un titolo la locuzione “governo istituzionale”. La tesi è questa: «Il colpo di scena è legato a quando Noemi, o chi per lei, parlerà. Perché qualcuno punterà l’indice: però in cambio di favori. Un’accusa che dai giornali finisce in procura e di fronte all’opinione pubblica». E più avanti si spiegava: «Se riuscissero a disarcionarlo lui, assicurano i suoi, si giocherà la carta dele elezioni anticipate».

Il giorno dopo La Stampa lascia intendere che è in arrivo un’offensiva giudiziaria stavolta sul fronte rifiuti. Si dà conto dello sfogo di Bertolaso sugli interrogatori troppo bruschi e infine l’annuncio: «Da giorni da Roma erano stati lanciati messaggi preoccupanti. Messaggi che lasciavano intendere una certa consapevolezza dell’attività di indagine in corso. Come se ci fosse stata una fuga di notizie pilotata. In questo clima, dunque, si aspettano novità giudiziarie». Poi tocca a Repubblica, ovviamente. Il giornale che più di tutti ha cavalcato la tesi della fine imminente. E il 31 scrive del fatto che nel 1994 alla Casa Bianca, come oggi, c’era un presidente democratico: un concetto che poi sarà costantemente ripreso da altri quotidiani. Arriva giugno e sul quotidiano di Ezio Mauro si legge questa frase di Berlusconi: «Sto per scoppiare».

Subito dopo il voto sempre Repubblica rilancia una nuova tesi: i report dell’ambasciata americana sono negativi per il Cavaliere. Il 14 spunta il fantasma Draghi. Si riferisce: «A Palazzo Chigi sentono da settimane gli echi di un’indiscrezione che circola negli ambienti confindustriali e che indicano nel governatore Draghi il potenziale presidente di un esecutivo tecnico, di salute pubblica, un governo per gestire la crisi». Si fanno notare anche che Pd e Casini difendono Draghi sempre più spesso. Sullo sfondo si parla anche di un ruolo della fondazione di Montezemolo, Italiafutura, presentata proprio ieri. Sia chiaro, tutto ciò avviene anche per l’amplificazione dei politici, si apre un ampio dibattito. Al punto che lo stesso premier deve intervenire per annunciare un piano eversivo in atto per farlo fuori. E D’Alema risponde con le scosse. Spuntano anche i piani segreti di Murdoch d’intesa con De Benedetti. Romanzi. Il tutto condito dall’incontro di Berlusconi con Obama che Repubblica annuncia di essere stato declassato da colazione di lavoro e semplice caffettuccio alla Casa Bianca. E ogni indiscrezione viene amplificata dai giornali stranieri che moltiplicano gli effetti. Bevendosi qualunque voce riportata dai giornali italiani senza alcuna verifica come quella scritta dall’Espresso di un Gianni Letta che avrebbe preso le distanze dal Cavaliere e copiata pari pari dal Sunday Times.

È un sistema che si autoalimenta. Politici che spifferano o che inventano tesi, i giornali le riportano, altri politici le leggono e le arricchiscono di nuovi particolari in un circolo vizioso autoreferenziale e senza fine. E così, fantasie diventano realtà. Almeno sulla carta. Berlusconi ne è stato in mezzo e al centro. Ha scelto di non leggere più i giornali salvo le cose indispensabili. Un modo per esorcizzare anche se nemmeno lui può escludere che qualcuna di quelle indiscrezioni si possa avverare. Magari dopo il G8.

Fabrizio Dell’Orefice per Il Tempo

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Berlusconi non molla: “Avanti col programma”

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Berlusconi non molla: “Avanti col programma”


ITALY RIGHT TO DIE«Ma basta, ma basta!». Il drappello di ammiratori irriducibili aspetta Silvio Berlusconi davanti al seggio e gli fa da scudo umano. Si irritano molto più loro del premier quando i cronisti provano a interrogarlo sui destini della casa in Sardegna che ha fatto da sfondo a fotografie e pettegolezzi. Presidente, vende villa Certosa? «No». Vuole replicare? Lui si sottrae e sembra più annoiato che infastidito, mentre la gente si arrabbia (con i giornalisti). Taglia corto: «Sono tutte cose che non vale la pena né di leggere né di commentare».
Una signora mostra solidarietà: «Tenga duro». Berlusconi sfoggia sicurezza: «Perché non dovrei tener duro?».

Arriva un’altra domanda. Ha bisogno di una first lady come Carla Bruni, l’italienne che ha sposato il presidente francese Nicolas Sarkozy? Il suggerimento è nientemeno che del finanziere Tarak Ben Ammar, rilanciato da un’intervista sulla prima pagina del Corriere della sera. «Ha visto che titoli, è pazzesco…». Tra la folla una donna gli dà del «puttaniere» e si lamenta delle «zoccole», un’altra lo chiama «papi», un signore chiede di aumentare le pensioni.

Contestazioni isolate messe a tacere dai sostenitori che si avvicinano per stringergli la mano, farsi fotografare, baciarlo. Qualcuno grida: «Presidente vai avanti, non dare retta alla Repubblica delle banane!».
Fin qui l’attualità tra vita privata e gossip, il tipo di argomenti che il presidente del consiglio vuole far annegare nell’indifferenza. Berlusconi ritira tutte le schede, quella per il ballottaggio alla Provincia di Milano e i tre quesiti del referendum.

Con gli elettori che lo prendono d’assedio fuori dalla scuola di via Scrosati parla di politica: «Penso proprio che vinceremo noi». Annuncia una stagione di grande attività dell’esecutivo: «Adesso facciamo un incontro in cui mettiamo giù il programma di governo del prossimo anno. Ho una squadra di ministri bravissimi. Sarà un programma assolutamente concreto, che rispetterà quel che ho promesso agli elettori».

Non nasconde le difficoltà: «Il programma è tutto da realizzare. Ci sono cose impossibili perché abbiamo ricevuto un’eredità pesante. Quando uno ha il centodieci per cento del Pil come debito, è molto difficile». Rivendica: «Finora abbiamo fatto un sacco di cose, anche se siamo stati impegnati con il terremoto, i rifiuti, l’Alitalia, la riforma del processo civile, adesso riformeremo il penale».

Si discute di legge elettorale e forme di governo. Presidenzialismo? Berlusconi non nasconde che gli piacerebbe ma spiega che per toccare le regole condivise è necessaria una maggioranza molto ampia: «Le riforme che si possono fare sono quelle mediamente accettate da tutti, altrimenti uno fa una violenza rispetto agli altri, anche se avremmo i numeri per farle. Quando si fa una riforma importante, bisogna che la maggioranza del Paese sia decisa in quella direzione». Si sfoga per quelli che ritiene limiti alla sua possibilità di operare: «Io non ho nessun potere. Non sono un capo dei ministri, ma un primus inter pares, non nomino i ministri né li dismetto. Mentre il capo dello Stato li chiama e loro vanno da lui quando vuole e come vuole, io non avrei nemmeno questo potere. Quindi tutto ciò che ottengo dai ministri risiede nella mia personale autorevolezza».
Vent’anni di fascismo sono stati la premessa alla Costituzione.

«Allora a questo punto che cosa hanno detto giustamente i padri costituenti? Tutto il potere lo diamo al Parlamento e non lo lasciamo al governo». Oggi, però, aggiunge Berlusconi, è arrivato il momento di cambiare: «Sono convinto che si dovrebbe fare la modifica, che avevamo già realizzato, di concedere al presidente del Consiglio il potere di nominare e dismettere i ministri». Conclude: «Non è logico che in una squadra, se uno non funziona non possa essere sostituito».

Sabrina Cottone per Il Giornale

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“Repubblica” rinnega se stessa per demolire Silvio

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“Repubblica” rinnega se stessa per demolire Silvio


ezio-mauroMa chi lo dice che la gente è disinteressata ai fatti della politica? Se testiamo l’interesse degli italiani per le storie private del capo del governo arriveranno certamente risultati lusinghieri. Nei luoghi pubblici, se c’è un televisore acceso, appena i tiggì affrontano l’argomento tutti si zittiscono in attesa della nuova indiscrezione. Non si parla d’altro, si moraleggia meravigliosamente, anche. Questa vicenda, che mette in secondo piano gli interventi per il terremoto e persino le sconfitte della Nazionale, interroga dunque in modo radicale anche il carattere degli italiani e di chi pretende di esserne la voce critica, i giornalisti.
Partiamo dagli italiani. Se sappiamo tutto di Noemi e della sora D’Addario e niente della legge finanziaria, se facciamo gli indignati speciali ma non ci spaventa la trasformazione dell’arena politica in un grande condominio mediatico pieno di comari con la lingua biforcuta, significa che il profilo etico e il senso di appartenenza comunitaria del nostro popolo mostrano un preoccupante cedimento. Voghera-Italia: la nostra nazione sta mutando in un enorme esercito di casalinghe annoiate, con tutto il rispetto per le casalinghe, a caccia di storie e vite altrui per trovare un significato alla propria, come il capitano Gerd Wiesler ne Le vite degli altri.
Ma, si dice, se il gossip va è perché ha mercato. È vero, ma non è un destino. Se fosse per qualcuno, me compreso, il Grande fratello sarebbe finito alla prima edizione, tronisti e letterine farebbero altri mestieri, i famosi dell’Isola non sarebbero famosi, la tivù generalista non ospiterebbe nel tardo pomeriggio le chiappe basculanti di Belén, l’industria del rotocalco sarebbe cassintegrata. Se la maggioranza degli italiani fossero così, il cibo del gossip non troverebbe bocche affamate e la privacy sarebbe il prodotto di disattenzione piuttosto che di protezione.
Non c’è pregiudizio moralistico in questa posizione verso chi adora inzuppare il pane dell’anima nei fatti privati dei vip. Ma esiste il diritto di affermare che si può vivere benissimo anche all’oscuro dei dettagli della vita privata di divi e divetti. Evidentemente, a giudicare le pruderie da Italietta anni Cinquanta che vanno alla grande di questi tempi, questa è una posizione minoritaria nella postmodernità dove la politica ha smarrito la sua aura sacrale e non si distingue più tra star dello spettacolo e leader politici.
E qui veniamo ai giornalisti che cercano di sputtanare Berlusconi sul piano non del rendimento politico ma del comportamento intimo, equiparandolo – appunto – a un personaggio da rotocalco mondano. Strano. I giornali progressisti e pedagogici si sono sempre fatti vanto di rappresentare l’Italia più colta, lontana dal popolino guardone e videodipendente, non contaminata dal linguaggio basso del gossip spettacolarizzante. Domanda: con i pezzi del palinsesto della loro inchiesta, scovando confessioni che sembrano prese direttamente da rivistine da sala d’attesa dentistica, cos’altro stanno facendo Repubblica e l’Espresso, e altri appresso, se non sollecitare le medesime pulsioni guardone e piccolo-borghesi che hanno sempre stigmatizzato?
Risposta (così mi dice un vicedirettore di Repubblica): facciamo giornalismo all’anglosassone. Benissimo. Ma cosa vuol dire «fare giornalismo» nell’epoca del giornalismo fai-da-te di Youtube e dei social network, quando il ruolo di cani da guardia per conto dell’opinione pubblica detenuto dai giornalisti è quasi scomparso? Il metodo giornalistico non è una cassetta di attrezzi neutrali con cui si partoriscono notizie dai nudi fatti applicando un protocollo, una tecnica di investigazione della realtà immune da obiettivi politici e di potere. Il giornalismo, invece, parte sempre da un punto di vista particolare sulla realtà, è immerso in una particolare visione del mondo, in un campo di forze, in una lotta tra poteri dove la verità, il più delle volte, è variabile dipendente di altre dinamiche. Oggi fare giornalismo significa prendere posizione, e la posizione particolare adottata dal Gruppo Espresso è quella della demolizione dell’immagine di Berlusconi a ogni costo, anche a costo di contraddire un trentennale posizionamento culturale e di far propri strumenti e pulsioni (a partire dalla «privatizzazione della politica» che gli avversari del berlusconismo imputano al Cav) da sempre additati a esempio della degradazione morale degli italiani. Almeno la finiremo con la favola bella dell’Italia degli ottimati che scruta dall’alto in basso l’Italia trash e berlusconizzata.
Nemmeno la scusa del giornalismo all’anglosassone tiene. In Gran Bretagna i giornali colti e quelli tabloid e scandalistici sono rigorosamente separati da pubblico, target e da interessi. Ciò che fa il Sun mai potrebbe farlo il Times. Ditelo a chi, sarà l’estate precoce, da due mesi prova a fare il Summer Times.

Angelo Mellone per Il Giornale

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Un voto contro il gossip

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Un voto contro il gossip


franceschini-appanzatoL’indifferenza o, se preferite, la diffidenza di moltissimi italiani per l’eventualità del voto era comprensibile. Direi perfino che era inevitabile. Il Paese – con tutti noi che ci viviamo – si lascia alle spalle una campagna elettorale sempre miserevole per i toni, a volte spregevole per i contenuti, intossicata dal pettegolezzo e, in scia ad esso, dai rituali avvisi di garanzia. Non bastasse questo per disamorare i cittadini, bisogna aggiungere che l’appello alle urne riguarda principalmente un’istituzione – il Parlamento europeo – che la maggioranza degli italiani ritiene, a torto o a ragione, ornamentale e costosa, ed enti locali, le Province, che la maggioranza degli italiani ritiene del tutto inutili.

Eppure, nonostante queste premesse scoraggianti, il voto cui siamo chiamati è importante, se non decisivo. Ritengo, molto sintetizzando e semplificando, che esso debba segnare e solennizzare il ritorno dell’Italia alla politica. Che debba essere un forte richiamo ai professionisti del Palazzo perché nel Palazzo facciano ciò che per il bene del Paese debbono fare – e per cui sono stati issati o saranno issati a incarichi di responsabilità -anziché cimentarsi in narrazioni e insinuazioni d’alcova. L’Italia ha un gran bisogno di ritrovare, dopo la sbornia pettegola emaligna delle ultime settimane, la sua identità di grande nazione moderna. La crisi economica e gli altri problemi da cui siamo assillati rendono urgente il recupero della serietà.

Le urne offrono agli italiani lo strumento con cui gridare a chi governa e a chi fa opposizione concetti molto semplici. Siamo stanchi di voci pruriginose su Villa Certosa e dintorni. Ci siamo divertiti abbastanza, ammesso che ci siamo divertiti. È venuta l’ora d’occuparsi d’altro. Per esempio del costo della vita, della disoccupazione, delle infrastrutture, della spazzatura. Di Milano sporca e, se volete, anche dell’Expo. Da queste e da altre analoghe cose dipende il nostro avvenire, non dalla Noemi-story. Alla quale, tuttavia, gli avversari di Berlusconi rimangono aggrappati con la tenacia della disperazione. Considerandola l’unica vera arma contro il Cavaliere. Il quale, al contrario, usa in questo momento il linguaggio concreto di chi deve governare la nave mentre infuriaunagrantempesta – nel mondo, non a Casoria – e vara contromisure, prepara progetti, fa del suo meglio, con tutte le possibilità d’errore delle decisioni umane.

Berlusconi non è infallibile, qualche suo atteggiamento è stato discutibile. Ma in questo frangente offre all’Italia un ancoraggio politicamente e ideologicamente solido. Ha in Parlamento una maggioranza ampia e dal punto di vista dei numeri non deve temere insidie. Peraltro una massiccia attestazione di fiducia e di consenso degli elettori è, oggi come oggi, preziosissima. Può operare una cesura precisa e genuinamente democratica tra la brutta e speriamo breve stagione del gossip e una futura stagione in cui la realtà faccia premio sulle chiacchiere. Personalmente non mi auguro che l’opposizione esca annientata e sminuzzata da questa prova. C’è bisogno di contraddittori leali, in democrazia. Auspico tuttavia che dalle elezioni l’opposizione esca rinsavita. Che le elezioni siano per Franceschini & C. un vaccino contro il mal di Veronica.

Mario Cervi per Il Giornale

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